Una cosa che non ho detto nella scorsa
recensione è che ho cominciato a leggere Sailing
to Sarantium a maggio e l’ho concluso a giugno. Ho iniziato a leggere il
seguito, nonché ultimo romanzo della bilogia, Lord of emperors, a giugno, e l’ho finito a dicembre. Un mese
scarso contro circa sei. Credo che questo la dica più lunga riguardo al mio
giudizio sul romanzo (soprattutto confrontato con il libro che lo precede) di
quanto possa fare l’intera recensione. Detto questo, se invece non siete
soddisfatti e volete saperne di più continuate a leggere.
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Una nuova recensione! |
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Autore:
Guy Gavriel Kay
Anno:
2000
Editore: Harper
Voyager
Pagine:
Troppe. Nel sistema decimale, 613
TRAMA
Il romanzo riprende le avventure di Crispin qualche tempo dopo la fine di Sailing to Sarantium. Non che sia cambiato molto al nostro artigiano di Batiara, e infatti lo troviamo sempre alle prese con il mosaico del santuario di Jad. Le persone cui invece è cambiato qualcosa nel frattempo sono i personaggi intorno a lui. La regina Gisel è giunta a Sarantium dopo la fuga dal colpo di stato ai suoi danni intentato dalla nobiltà Antae, e sulla via di Sarantium si trova pure Pardos, compagno di Crispin. Nel frattempo, a Bassania un medico, Rustem di Kerakek, salva la vita al Re dei Re di Bassania e lo aiuta a sgominare la congiura che stava venendo ordita contro di lui. Il Re dei Re lo ricompensa con la promessa di un’elevazione alla casta dei sacerdoti, a patto però che porti a termine prima un altro incarico, ovvero fare da spia nella città di Sarantium per conto di Bassania. Rustem accetta e si mette in viaggio.
A Sarantium fervono i preparativi per il
matrimonio tra Kasia e Carullus, un evento che coinvolge una grande parte della
nobiltà e dei nomi importanti della città, tra cui, oltre a Crispin, invitato
perché amico dei due, anche Shirin, l’unica danzatrice cui sia concesso portare
il profumo che indossa sempre l’imperatrice Alixana, il senatore Plautus
Bonosus e la sua famiglia, e molti altri.
Più in generale, tutta Sarantium è il
punto di incontro di persone diversissime con scopi diversissimi. È qui che
quindi si disvela il progetto della storia, e ciascuno dei personaggi è
coinvolto in esso. Che siano pedine di forze più grandi di loro o fautori di
eventi che resteranno impressi è qualcosa che spetta a loro stessi scoprire.
LA MIA OPINIONE
Nella recensione di Sailing to Sarantium sottolineavo come per certi aspetti fosse un romanzo
anomalo per Guy Gavriel Kay. Con Lord of
emperors invece si ritorna nel seminato, e ci troviamo quindi di fronte a
un libro molto più tipico. Dalla brevissima sintesi che ho scritto prima già si
capisce. Se ricordate infatti una delle particolarità di Sailing to Sarantium era l’avere un solo protagonista e quindi un
solo punto di vista preponderante su tutti gli altri. Qui non è così, i
personaggi le cui storie si intrecciano sono moltissimi e molti sono i punti di
vista. Rustem, Crispin, Alixana, Valerius, Gisel, Pardos, Cleantes (figlio di
Plautus Bonosus), Scortius (famoso corridore all’ippodromo) per citare i più
importanti, ma ce ne sono anche di minori, come Kasia, Carullus e Taras (altro
corridore dell’ippodromo).
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Per orientarsi tra i luoghi... |
Questo se è da un lato un fatto
positivo, visto che se c’è una cosa che Kay sa fare bene è gestire molti
personaggi insieme e mandare avanti la trama attraverso i loro vari punti di
vista, ha però anche dei risvolti negativi, ovvero che molti dei personaggi
punti di vista di questo libro avevano un ruolo relativamente importante nel
precedente, o comunque apparivano ben oltre la metà. Di Carullus, Kasia e
Vargos per esempio non sappiamo quasi più niente. Ok, sappiamo che Carullus e
Kasia si sposano e li vediamo apparire qua e là nel corso della storia, ma
restano abbastanza sullo sfondo. Crispin stesso rimane ai margini dello
svolgersi della trama per moltissimo tempo, dopo pagina 200 appare ben poco per
essere il protagonista. A ben vedere la cosa ha un senso, visto che i punti di
vista più usati sono quelli di quei personaggi che hanno un ruolo di primaria
importanza nei tragici eventi che sconvolgono Sarantium, e che sono
essenzialmente o di natura politica o riguardanti l’ippodromo (tra un libro e
l’altro la passione dei Sarantini per i cavalli non è diminuita di una
virgola). Hanno un ruolo di grande rilevanza quindi Alixana, Valerius II e gli
altri membri della corte, e Scortius. È chiaro che essendo che le vicende
principali del romanzo di tipo politico Kasia venga per forza di cose messa da
parte. Ma abbiamo seguito il suo personaggio per tutto il libro precedente,
l’abbiamo vista salvata da chi voleva sacrificarla, dobbiamo davvero vederla
relegata a mera comparsa? A me interessa anche seguire le sue vicende, e lo
stesso vale per Crispin.
Che poi ha un senso tutto questo, visto
che il tema principale del romanzo è il rapporto tra le gesta dei singoli e i
grandi eventi della storia. Ha senso che Kay dedichi grande importanza a
descrivere quelli che sono i giochi di potere e gli intrighi che sconvolgeranno
la storia di Sarantium e si ripercuoteranno sui secoli successivi, perché il
suo scopo è osservare poi anche come con questi si relazionino i piccoli, i
personaggi come Crispin che sono solo dei mosaicisti e le loro possibilità di
lasciare le proprie orme nella storia sono limitate. Ciò non toglie che mi
abbia lasciato l’amaro in bocca vedere che i personaggi cui mi ero affezionato
e di cui avevo seguito le vicende per le 524 pagine del romanzo precedente sono
stati accantonati senza troppi complimenti.
Poi c’è la questione cui accennavo
all’inizio della recensione, ovvero che per finire il libro ho impiegato una
vita e mezza. Per la precisione le cose sono andate così. Ho cominciato a
leggerlo, e verso pagina 90 ho iniziato a farmi due conti e ad accorgermi che
non stava succedendo niente, e mi stavo un po’ annoiando. Poi è arrivato il
matrimonio di Kasia e Carullus e lì qualcosa succede, quindi più o meno ho
deciso che andare avanti poteva non essere una cosa malvagia. È stata
l’illusione di un istante, visto che subito dopo si è tornati al nulla
assoluto, con Crispin che scopre cose di cui non mi interessa niente su
personaggi di cui non mi interessa niente. Personaggi per altro assai ben
caratterizzati, per carità, ben modellati sui loro corrispondenti reali
(Pertennius di Eubulus è chiaramente la controparte di Procopio di Cesarea), ma
dov’è la trama? Perché non succede qualcosa? A pagina 200 (198, per la
precisione) non ho retto più e ho lasciato perdere. Troppo vuoto, troppo nulla
a riempire troppe pagine. Davvero, per ben 198 pagine l’unico evento degno di
nota che succede è il matrimonio, il resto è roba più o meno rilevante o
dimenticabile, e che non si può definire trama. In mezzo a una successione di
eventi sapere che cosa scrive Pertennius di Eubulus (un personaggio secondario,
per nulla fondamentale) in gran segreto avrebbe potuto anche interessarmi. In
mezzo al vuoto cosmico no.
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Procopio di Cesarea. |
Mi è tornata voglia di riprendere il
libro(cosa per nulla scontata) alcuni mesi dopo e nel giro di un paio di
settimane l’ho finito. E devo dire che da pagina 200 in poi cominciano a
succedere un po’ più di cose, e quando poi si entra nel vivo delle vicende il
ritmo riprende in modo soddisfacente. Peccato che questo avvenga intorno a
pagina 360, ovvero dopo la metà del libro. Prima appunto succedono alcune cose
ma l’interesse del lettore è nella media, non è proprio al livello di non me ne
frega niente ma neppure di non riesco a staccare gli occhi dal libro.
La trama così poco ricca e il ritmo
lento per più di metà del libro sono le grandi pecche del romanzo, e se l’ho
letto tutto è solo perché il precedente valeva davvero molto. Come dicevo
quando Kay si decide a far succedere qualcosa di davvero interessante la
lettura diventa davvero molto piacevole. Gli intrighi di corte si seguono con
interesse e sono narrati in modo accattivante e interessante, la trama
conquista il lettore e lo tiene con il fiato sospeso. Ma tutto il libro sarebbe
dovuto essere così, non solo la seconda metà!
Ci sono rimasto male, perché con le
premesse di Sailing to Sarantium
questa bilogia poteva essere davvero un capolavoro. E invece devo per forza
annoverarla tra le storie che hanno cominciato molto bene e hanno continuato
peggio, e questo mi spiace. Io volevo darli altri otto Cthulhu, e se possibile
anche nove o dieci. Certo, il romanzo ha anche aspetti positivi, ed è il caso
di sottolineare anche quelli. I nuovi personaggi sono davvero ben
caratterizzati, e la maturazione di Crispin viene finalmente portata a
compimento. La vicenda del suo mosaico lo porterà a riflettere su quale sia il
suo scopo nel grande libro della storia, se per lui sia possibile lasciare
traccia di sé oppure no, per quale motivo gli sia stato affidato proprio
quell’incarico e che cosa lui possa fare per arricchire un po’ il mondo. Questa
parte è svolta molto bene, e anche la caratteristica principale di Crispin, la
rabbia, la prima di cui veniamo a conoscenza in Sailing to Sarantium, viene in qualche modo assorbita nella sua
crescita ed evolve in seguito a essa, pur continuando a far parte di lui.
Anche qui si nota la passione di Kay per
le scene dalla struttura elaborata e articolata. Un esempio su tutti la scena
della notte dopo il matrimonio, che dura qualcosa come settanta pagine e mostra
che cosa fanno vari personaggi, come le loro azioni si intrecciano e a
unificare tutto quanto c’è il passaggio di una misteriosa portantina. È un modo
molto utile per rendere più interessante una situazione che altrimenti sarebbe
piuttosto lenta, visto che di fatto in queste settanta pagine non succede quasi
niente. Questa tecnica di intrecciare le scene raccontando un breve lasso di
tempo da più punti di vista che stanno facendo cose diverse in luoghi diversi
dilata molto la narrazione, tanto che appunto Kay impiega settanta pagine per
raccontare una notte, e qualcosa come duecentocinquanta per raccontare
ventiquattro ore. Personalmente trovo questo metodo molto affascinante, ma mi
rendo conto che se c’è poco da dire possa risultare pesante, e, per quanto Kay
eviti questo, in particolare nelle famose settanta pagine di notte lo rischia
parecchio.
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Io volevo un dieci... |
Il romanzo porta a conclusione le
vicende di tutti i personaggi introdotti, e lo fa con il consueto stile di Kay,
ovvero dando l’impressione di stare leggendo un’opera storica. Quando il ruolo
di un personaggio nella vicenda principale si esaurisce racconta il prosieguo
della sua vita fino alla morte e spesso anche oltre. L’impressione che si ha è
quella di stare osservando il mondo dall’alto tutto di colpo. Il lettore è nei
personaggi ma al tempo stesso è anche sopra, è al livello quasi di una
divinità, che può contemplare lo scorrere delle storie sotto di sé e
l’avvicendarsi di popoli e re. Il mondo di Kay si snoda quindi nella sua
volontà di divenire storia, e i suoi romanzi fotografie di questo immenso fiume
che non smette mai di scorrere.
Ho trovato molto forte la scena della
corsa all’ippodromo, in cui viene condensato tutto il significato del romanzo
sulla storia e sui singoli, e in questo modo anche il titolo del libro acquista
un senso. Siamo portati a chiederci chi sia il vero signore degli imperatori,
se ne esista uno, tanti, se possiamo esserlo anche noi. Sono i momenti come
questo i punti forti delle opere di Kay, e ricorrono più volte anche in questa,
la scena all’ippodromo è soltanto un esempio.
Non sto a ripetere quelli che erano i
pregi di Sailing to Sarantium e che
si ritrovano anche qui, su tutti la grandissima verosimiglianza che permea le
vicende e che le fa sembrare davvero credibili. Ho avuto modo di apprezzarli,
nonostante i lati negativi che ho già elencato.
IN CONCLUSIONE
Lord
of emperors è un
romanzo che mi ha creato più di un problema. Perché ha quasi tutti i lati
positivi che si riscontrano nei romanzi di Kay, e che poi sono quelli che li
rendono validi, ma al tempo stesso risulta fiacco e lento per più della metà, e
per una buona parte del libro non succede quasi niente. Poteva essere molto
meglio, invece risulta nella media. Ma è un peccato, un vero peccato, che la
bilogia del Sarantine mosaic debba
concludersi con un romanzo ben al di sotto delle aspettative e delle
potenzialità del suo autore.