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giovedì 19 marzo 2020

Una corona di letture #2 - Level E di Yoshihiro Togashi

Yoshihiro Togashi è conosciuto per Yu degli Spettri e Hunter x Hunter, croce e delizia di tutti i suoi fan, me compreso, ed entrambi recensiti nella sezione dedicata ai manga. Oggi invece, cito il suo nome nella seconda puntata di questa Corona di consigli di lettura a proposito di un'altra sua opera, meno conosciuta forse ma non meno valida delle altre due sopracitate. Mi riferisco a Level E.

Level E è completamente diverso da quello cui ci ha abituati Togashi. Da lui ci aspettiamo strategie e combattimenti. Invece, in questo caso ha deciso di lasciarsi andare, di scatenare la sua stranezza e il suo genio in qualcosa che facesse della stranezza il suo punto di forza.

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Level E è la storia di un principe alieno, chiamato Baka, che arriva sulla Terra dopo avere perso la memoria. Qui vivrà una serie di avventure una più folle dell’altra, accompagnato da una serie di personaggi ricorrenti. Il motivo di queste avventure è Baka che cerca di sfuggire al suo dovere e ai suoi compiti, inventandosi le cose più assurde e finendo nelle situazioni più disparate.

Siamo di fronte quindi a una storia di stampo umoristico, ma non per questo leggera o priva di senso. Togashi rimane sempre lui, e quindi le situazioni che si generano nella trama sono complicate, tortuose e cervellotiche ma non puntano sull’azione, come invece in Hunter x Hunter, bensì sull’assurdo e sul ridicolo. Una lettura che a me personalmente ha divertito e intrippato al tempo stesso, cosa che, oltre a non essere facile da realizzare in generale, è secondo me anche non semplice da trovare nei manga, che spesso, quando vogliono essere umoristici, cadono nel ridicolo. Molto divertente è anche la storia dietro il titolo, che Togashi ha scelto pensando che alien si scrivesse con la E (da cui la E che segue a Level). Quando si è reso conto dell’errore, ha finto che la E venisse da E.T. Questo, e il fatto che nel primo volume Togashi dichiari di avere una doppia personalità, una che disegna e l’altra che sceneggia, sono già di per sé indice del tono dell’intera opera. Consiglio quindi di leggerla a chi vuole qualcosa di divertente ma non facile, dove la fantasia dell’autore procede a briglia sciolta senza alcun limite.

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mercoledì 26 ottobre 2016

Recensione - Yu degli spettri di Yoshihiro Togashi


L’altra volta ho parlato di Dragon Ball e di quelle sue caratteristiche che gli shonen moderni hanno deciso di riprendere. Sempre per restare nell’ottica di osservare cosa hanno da dire i figli di Dragon Ball, oggi voglio spendere qualche parola su Yu degli spettri, manga abbastanza vecchio ma che se non è un pilastro del suo genere almeno è una colonnina. Di sicuro ha contribuito a influenzare in modo sostanziale una gran fetta dei manga che hanno i morti e chi li governa come protagonisti, in primis Bleach. Merita perciò un minimo di attenzione, anche perché per essere uno shonen del suo calibro è abbastanza breve, e questo va contro la legge che dice che il tuo manga è uno shonen solo se è lungo quanto la Bibbia, l’Iliade, l’Odissea e la Divina Commedia messe assieme. Vediamo dunque che cosa riserva per noi la storia di Yusuke e dei suoi compagni, e quali sono state le mie impressioni a lettura conclusa.

La lunghezza minima di un manga shonen. E questo è solo il primo volume.
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Titolo: Yu degli spettri
Autore: Yoshihiro Togashi
Anno: 1990                                                 
Volumi: 19
Editore: Star Comics




TRAMA

Yusuke è un giovane teppista. Non segue mai le lezioni e anzi spesso marina la scuola, fuma, gioca d’azzardo, ha la simpatica abitudine di sollevare le gonne delle ragazze, è irriverente verso i professori e verso le autorità. I suoi compagni di scuola lo temono perché è anche molto abile nelle scazzottate, i professori lo detestano e lo considerano un cattivo esempio per gli altri studenti, la madre, rimasta senza marito, lo ignora. L’unica persona che cerca di riportarlo sulla retta via senza il disprezzo che gli dimostrano i professori è la sua amica d’infanzia Keiko, che invece è una ragazza seria e responsabile.

Un giorno il teppista Yusuke, mentre sta immancabilmente marinando la scuola, vede un bambino che sta per essere investito da un auto, e fa una cosa che nemmeno lui si sarebbe aspettato da sé stesso: lo salva, e viene investito al suo posto. Muore nell’incidente, e viene accolto da Botan, colei che guida le anime dei defunti nell’oltre tomba, che lo informa che la sua morte è stata inutile (il bambino non si sarebbe fatto nulla) e anzi non era prevista. Inizia così un lungo percorso di riabilitazione per Yusuke per riavere la propria vita, percorso che lo porterà ad approfondire sempre di più il mondo degli spiriti e il suo rapporto con il mondo degli spettri. Comincerà a lavorare per il mondo spirituale, trovando in Hiei e Kurama dei fedeli compagni, nel tentativo di salvare i mondi dai continui pericoli che li minacciano.

LA MIA OPINIONE


Yu degli spettri è il primo manga realizzato da Yoshihiro Togashi, l’autore di Hunter x Hunter, che è, come immagino si possa facilmente intuire, il mio manga preferito. Non lo è razionalmente, lo è a livello emotivo oltre che ovviamente per meriti oggettivi del fumetto stesso. Quindi, quando ho letto Yu degli spettri la prima volta cinque anni fa e quando l’ho riletto appena un mesetto fa fare il confronto con Hunter x Hunter e osservare come Togashi sia migliorato sotto molti aspetti è stato per me qualcosa di automatico.

Togashi è famoso per l'ordine con cui lavora.
L’autore prende ispirazione da Dragon Ball, e, se questo si nota meno nei primissimi volumi, basta proseguire un po’ con la storia perché diventi evidente. Come dicevo nell’articolo l’altra volta, Hiei è sia fisicamente che nel carattere la copia sputata di Vegeta. Oppure, la saga del torneo delle tenebre, la più lunga di tutto il manga, si rifà ai numerosi tornei che si svolgono in Dragon Ball. Questi due punti valgano a titolo d’esempio, perché se ne potrebbero elencare anche degli altri. Non è che questa influenza dia sempre fastidio, nel caso del torneo non mi ha fatto né caldo né freddo, mentre in quello di Hiei risulta un po’ antipatica perché suona molto come un atto di pigrizia dell’autore, che sembra che dica “toh, perché inventare una caratterizzazione quando c’è quella di Vegeta già bell’e pronta?”.

D’altra parte, e questo è più interessante, sono già presenti quegli elementi che caratterizzeranno l’opera più matura di Togashi, Hunter x Hunter, che poi sono anche le sue qualità migliori e lo alzano dalla media degli shonen comuni, Dragon Ball compreso. Qui sono meno evidenti, un po’ perché probabilmente Togashi doveva ancora lavorarci su, un po’ perché sono coperte da tutti quegli elementi tipicamente shonen che poi saranno abbandonati in HxH ma che ora sono parte integrante della trama forse in modo anche più imponente rispetto alle qualità stesse che tanto decanto. Abbiamo perciò un tentativo di caratterizzare in modo non banale gli antagonisti, tentativo che con Toguro riesce ma fino a un certo punto (a parte alla fine della saga a lui dedicata prima sembra soltanto un Cattivo da ShonenTM) , e invece funziona bene con Sensui e con i suoi sei compagni (chi più chi meno comunque tutti hanno una personalità). Abbiamo dei combattimenti che non si basano solo su chi fa la mossa più forte ma su chi fa la mossa più intelligente (anche se le mazzate hanno ancora un ruolo importante, molto più che in HxH). Insomma, la volontà di staccarsi dal paradigma classico dello shonen c’è, non riesce sempre e non riesce sempre bene.

Il fatto più notevole, il primo che salta agli occhi a lettura terminata, è che Yu degli Spettri è un manga in evoluzione. Comincia in modo discreto (i primi due volumi sono interessanti), ha una brusca svolta alla Dragon Ball che rende peggiori i volumi 3,4 e 5, si tira su con il 6, poi introduce la prima grande saga, il torneo delle tenebre, che si conclude nel volume 13. Questa saga, oltre che essere vincolata sotto molti aspetti a Dragon Ball, è abbastanza altalenante. Alterna buoni momenti, come direi tutti i combattimenti di Yusuke, ad altri che funzionano molto meno, vuoi perché sono poco ispirati, vuoi perché non mostrano nulla di particolare e scivolano senza lasciare nessuna impressione forte, positiva o negativa che sia. La trama prosegue poi per altri tre volumi con la saga di Sensui e del capitolo oscuro, che invece merita. Ha tratti che suonano anche scontati (lo stupore per la malvagità degli uomini, che, come dire, non è esattamente qualcosa di nuovo) ma che vengono trattati con degli accenti un po’ morbosi che non mi sono dispiaciuti affatto. Sto pensando in questo momento in particolare al discorso di Itsuki all’inizio del volume 16, ma tratti simili si possono trovare anche in altri punti qua e là. Poi ci sono, come dicevo prima, degli antagonisti caratterizzati in modo discreto e un ritmo incalzante che invoglia a proseguire la lettura. Questa saga è l’esempio di come una trama può risultare buona nonostante non sia molto elaborata (del resto, è composta in gran parte da combattimenti). Il duello con Sensui è ben costruito e si legge tutto d’un fiato. Insomma, non mi posso lamentare.

Toguro in un quadro di Escher.
Inizia a questo punto l’ultima saga, che occupa i tre volumi finali, e riguardo alla quale voglio spendere qualche parola in più. Questa saga, per dirla da critico serio quale sono, mi ha esaltato da morire e mentre leggevo avrei abbracciato Togashi. Ok, forse non ero così tanto esaltato, ma ha delle premesse davvero interessanti, e procede in un modo che tiene col fiato sospeso. La cosa che mi è piaciuta è che ci sono tre forze, i cosiddetti tre re, ciascuna con i propri obiettivi, le proprie abilità e i punti deboli, tre forze destinate a scontarsi e con ciascuna delle quali si allea uno dei protagonisti. Questa saga segue dunque lo sviluppo dei tre re in un ampio arco di tempo, osserva il rapporto tra i protagonisti e il re con cui si sono alleati e descrive le manovre che questi tre sovrani attuano per opporsi l’uno all’altro. Sono per la maggior parte mosse di spionaggio o di diplomazia, i combattimenti sono relegati soltanto alla fine, e questo conferisce fascino alla storia. Ci si trova di fronte a trame di tradimenti interni, riunioni strategiche, insomma, tutta una serie di cose che mi hanno mandato in brodo di giuggiole. Unica pecca? È troppa corta. Avrei letto venti volumi di trame politiche e tradimenti interni e riunioni strategiche. E invece di volumi ce ne sono praticamente due e mezzo. In pratica, esalta tantissimo per le premesse che ha e per la carne che mette al fuoco, ma poi decide di tagliare corto e quindi non mostra tutto ciò che prometteva. Lascia l’amaro in bocca? In realtà direi di no, ma poteva diventare qualcosa in grado di gasarmi come ben poco altro.

I personaggi sono tutti abbastanza ben fatti. Non sono eccezionali ma rimangono impressi, non hanno grossi sviluppi psicologici (a parte Yusuke, che invece cresce e diventa più responsabile e meno menefreghista con il procedere della storia) ma restano coerenti con sé stessi. Come ho accennato prima, invece gli antagonisti sono abbastanza variabili. Quelli principali sono più o meno bene approfonditi, Toguro meno degli altri ma Sensui e i suoi uomini vanno bene. Gli avversari del torneo delle tenebre, a parte qualche caso sparuto, sono abbastanza anonimi, e destinati a essere dimenticati dopo tre pagine dalla loro sconfitta. Invece ho apprezzato molto i tre re dell’ultima saga, perché tutti e tre sono ben caratterizzati e tra le altre cose sfuggono a una vera categorizzazione morale. Quando vengono presentati potrebbe essere immediato, basandosi sui loro ideali, individuare il re con cui si allea Yusuke come quello buono, quello con cui si allea Kurama come quello un po’ neutrale che però non cadrà mai nella malvagità, e quello con cui si allea Hiei come il cattivo. In realtà non è così, nel senso che l’alleato di Kurama si rivelerà un personaggio subdolo e manipolatore (ma avrà anche momenti in cui manifesta una inaspettata dolcezza, rivolgendosi al figlio), e che l’alleato di Hiei, nonostante ripeto i suoi ideali deprecabili, mostrerà di possedere una sensibilità molto umana, e il lettore non potrà fare a meno di provare un po’ di pietà per lei. Insomma, i personaggi introdotti nella terza saga sono complessi e grigi. Certo, anche qua posso dire che se la saga fosse stata più lunga questo approfondimento psicologici sarebbe potuto essere narrato in modo più disteso e meno compresso. Ma va bé.

La morigerata mamma di Yusuke.
E poi c’è quello per cui Yu degli spettri è famoso. La nota dolente. Il finale. Non farò spoiler, ma posso parlarne in linea generale, visto che è noto, almeno in sintesi, qual è il problema. In sostanza, a metà della terza saga Togashi interrompe la narrazione, si prende un capitolo in cui i personaggi si raccontano a voce quello che è successo dove la storia si è interrotta, seguono alcuni capitoli riempitivi e poi c’è il finale. Tra l’altro, leggendo il capitolo-riassuntone di cui dicevo mi sono mangiato le mani, perché cavolo, vengono dette un sacco di cose interessanti, che in pratica sconvolgono gran parte di quello che sapevamo sui rapporti tra il mondo spirituale e quello degli spettri, ma appunto sono raccontate. Avrebbero potuto costituire degli ottimi colpi di scena, movimentando ancora di più il finale della saga dei tre re, così invece suonano soltanto come un’occasione sprecata.

Poi va bé, la ragione di questa interruzione improvvisa è che Togashi era troppo stressato dai tempi di pubblicazione e non riusciva più a reggerli, e quindi ha deciso di piantare tutto lì dando un finale raffazzonato. In realtà il fatto che la terza saga fosse molto rapida è indice che già da tempo Togashi cominciava a soffrire la pubblicazione, quindi è probabile che questa drastica decisione sia esito di un’accumulazione di problemi che durava da un bel po’. È un peccato che sia finita così, perché, come non finirò mai di ripetere, avrei adorato leggere la saga nella sua interezza e narrata senza fretta, ma tant’è, non possiamo certo lamentarci se Togashi stava male. Certo, poi non dobbiamo stupirci se con Hunter x Hunter è diventato uno dei Quattro Re delle Pause, viste le premesse sarebbe stato stupido aspettarci altro.

L’ultimo capitolo comunque non è male, anzi, è riuscito a commuovermi a sufficienza (non tanto per la faccenda dei colori dei pulsanti che ho trovato un po’ tanto mielosa) quanto per via delle ultimissime pagine e in particolare dell’ultima, che mi ha dato un forte senso di malinconia, mi ha fatto davvero sentire che la storia stava finendo e che a me quella storia mancava. È un po’ lo stesso senso di malinconia che si respira spesso nei primi due volumi, ma qui arricchito dalla consapevolezza che si sta per girare l’ultima pagina. Per cui mi è piaciuto e, nonostante i capitoli che lo precedono non siano proprio il massimo, merita molto.

IN CONCLUSIONE


Yu degli spettri è un manga in crescita, che all’inizio (primi due volumi esclusi) non riesce a colpire ma poi piano si sviluppa sempre di più, si distacca sempre di più dal modello sempre più scomodo di Dragon Ball e riesce a creare qualcosa di meritevole. Perciò ho deciso di valutare questa evoluzione, più che l’impatto complessivo che ha avuto la lettura. Del resto, questa parabola  ascendente è talmente evidente e importante nell’economia della trama che è impossibile non tenerne conto. Perciò vi consiglio di leggerlo, in particolare se vi piacciono gli shonen non sarete delusi, anche se magari all’inizio potrebbe non sembrare.

IL GIUDIZIO DI HISOKA:

mercoledì 28 settembre 2016

C'è del marcio negli shonen?

Parlare di classici di un genere è come entrare in un campo minato presieduto da cecchini mentre si è inseguiti da kamikaze inferociti e sotto un bombardamento aereo.  Il mondo è pieno di fan boy dal cervello ammaccato pronti a tutto per difendere la Loro Sacra Opera Preferita dalle grinfie degli ignoranti infedeli. E ci sono poche opere che possono vantare la popolarità e l’autorevolezza in quanto pilastro di un genere che ha Dragon Ball nel panorama dei manga in generale e degli shonen in particolare. Io, naturalmente, ho intenzione di parlare proprio di Dragon Ball, il che significa praticamente che mi voglio scavare la fossa da solo.

"NON TOCCATEMI DRAGONBALL!"
Mi è capitato recentemente di rileggere alcuni shonen, e questo mi ha fatto pensare.Tutti in un modo nell’altro si rifacevano a Dragon Ball, che lo avevano come modello, per seguirlo o per prenderne le distanze. E così ho cominciato a riflettere su come Dragon Ball abbia trasformato e canonizzato lo shonen moderno, e quanto valore ancora adesso possa avere questo canone. Del resto, quanti blogger sentite su internet berciare contro il fantasy di stampo tolkieniano perché ormai ha detto tutto quello che ha da dire e gli elfi hanno stufato? Ecco, qui mi voglio porre in un’ottica simile. Quanto di buono c’è ancora nel modello di Dragon Ball e quanto invece è diventato stantio?

 Tra l’altro, piccola nota a margine, gli shonen di cui parlavo prima sono stati tutti scritti in periodi diversi, che vanno dai primi anni ’90 al 2010, quindi mi hanno permesso di osservare bene come in momenti diversi Dragon Ball fosse utilizzato in modo diverso. Ah, naturalmente prima di mettermi a scrivere mi sono riletto anche Dragon Ball, quindi posso parlare con la mente fresca e il ricordo ancora ben chiaro.

Partiamo con il dire che Dragon Ball non è l’unico manga ad aver avuto una grande influenza su una fetta non indifferente delle storie che lo hanno seguito. Può fregiarsi di questo merito anche, ad esempio, Le bizzarre avventure di Jojo (che a sua volta, almeno nelle prime serie, si rifà ad altri pilastri come Ken il guerriero). L’influenza di Dragon Ball è a parer mio decisamente maggiore e decisamente più evidente, perché Jojo è stato un’ispirazione per molti aspetti “tecnici”, per usare il termine più adatto che mi viene in mente. Per esempio, molti dei poteri speciali che appaiono negli shonen di oggi prendono spunto in maniera più o meno evidente e più o meno massiccia proprio da Jojo, e lo stesso discorso si può fare per il modo in cui sono strutturate le battaglie. Jojo conserva però molti elementi unici che non sono stati imitati o comunque non in maniera massiccia, come lo stile di disegno dei personaggi, le situazioni assurde o surreali, il trash che permea la trama, e quant’altro. Dragon Ball invece non può vantare un’individualità di questo tipo, perché è stato modello per molti più elementi, che vanno dalle situazioni alle scelte narrative, dalla lunghezza dei manga alla struttura stessa delle trame.

Le bizzarre avventure di Jojo: la sobrietà fatta manga.
Ad esempio, è ormai un dato di fatto che un gran numero di shonen, in particolari quelli dedicati in vario modo ai combattimenti, hanno una durata molto ampia. Quante volte gli autori vengono accusati di allungare il brodo, oppure di continuare a parlare quando non hanno nulla da dire? A me è successo spesso di pensare che l’autore poteva risolvere velocemente una determinata situazione e invece la allunga con problemi inutili per tirare avanti per più volumetti (in questo momento sto pensando a Toriko, in cui a un certo punto la trama principale viene tralasciata in favore di vari filler perché boh, evidentemente Shimabukuro voleva arrivare oltre i 30 volumi a tutti i costi). Questo fatto, io credo, è dovuto (anche se naturalmente non del tutto, ci sono fattori anche economici o relativi alla volontà degli editori) a una volontà di somiglianza con Dragon Ball, che prosegue per più di 40 volumi. Lo shonen di combattimento è automaticamente lungo, non può concludersi in poco tempo. Un po’ come per i libri fantasy (faccio di nuovo il paragone con Tolkien perché viene comodo) spopolano e hanno spopolato le trilogie, e se non scrivi almeno una trilogia non sei nessuno. Questo formato per quanto mi riguarda provoca diversi problemi, e il principale lo citavo prima, ovvero l’allungamento del brodo in modo spropositato. Così come nelle trilogie che sono trilogie non perché c’è molto da raccontare ma perché un fantasy o è una trilogia o niente spesso il secondo libro è più un raccordo tra gli eventi importanti del primo e quelli del terzo, così anche negli shonen lunghi perché se no non è uno shonen i volumi centrali di frequente sono i meno densi di eventi e i più noiosi da leggere. Se devo prendere un esempio di manga esteso a dismisura a causa dell’equazione shonen = lungherrimo posso citare Fairy Tail, anche se è un caso particolare perché fin dall’inizio aveva poco da dire, quindi a parlare del nulla ci sarebbe arrivato comunque, con o senza brodo allungato.

La trama di Fairy Tail.
Come dicevo prima però l’influenza di Dragon Ball ha riguardato molti elementi. Ci sono alcune scene che compaiono in Dragon Ball e che sono state riproposte in maniera massiccia negli shonen successivi, magari con cambiamenti anche ampi, ma conservando una struttura di base simile. Ho deciso di esaminarne qualcuna.

C’è sempre un momento in cui i protagonisti arrivano allo scontro finale con il cattivo. Qui accade non dico ogni volta ma molto spesso che il combattimento sia uno contro uno. Che è una cosa idiota. La posta in palio è altissima e basta una scusa qualsiasi come “è il suo combattimento” che tutti i protagonisti si fanno da parte per lasciare che a combattere sia una persona sola. Della serie, se combattessimo tutti insieme vincere sarebbe decisamente più semplice, ma ne va soltanto della salvezza della Terra, che sarà mai, lasciamolo fare tranquillamente. Verrebbe quasi da rimpiangere che il nostro pianeta sia protetto da gente così! Bleach è l’esempio più palese di questo, non c’è una volta in cui tutti si alleino contro il nemico, bisogna sempre lasciare che sia Ichigo da solo a salvare la giornata. Del resto è il protagonista, deve avere qualche privilegio!

Ora, in Dragon Ball questo succede a ogni combattimento. Non riesco a ricordare una battaglia in cui si combatta due o più contro uno, a parte forse due o tre. Lì però ha un senso: i personaggi hanno tutti un orgoglio e un’etica molto forti. Per un sayan combattere con un alleato contro un avversario solo è un disonore perché porta a una vittoria semplice. Preferirebbe perdere piuttosto che vincere senza che il suo avversario abbia potuto mostrare le proprie capacità. Non posso dire che sia una cosa intelligente ma è coerente quindi la rispetto e sono disposto a simpatizzare con personaggi del genere e a seguire le loro vicende. Ma negli altri manga è difficile trovare delle motivazioni così valide per questa scelta, molto spesso si fa semplicemente perché appunto è uno shonen e da che mondo è mondo negli shonen si combatte uno contro uno. Va bé, contenti gli autori e chi li legge contenti tutti, verrebbe da dire.

L’altra scena ormai canonica è l’incontro con il maestro. Ci sarà sempre un momento in cui i protagonisti andranno ad allenarsi e diventeranno allievi di un maestro, oppure conosceranno un vecchio molto più forte di loro che ha una missione per loro o roba simile, e il più delle volte costui ama le forme delle ragazze molto più giovani di lui. A fare scuola qui è il maestro Muten, seguito a ruota da Kaioshin il Sommo, che è la più grande autorità della galassia ma capitola di fronte alla promessa della foto di una donna nuda.

Il mondo è sotto la custodia di costui.
A proposito di questo gli esempi si sprecano, mi limiterò a citare Jiraya di Naruto e, per fare un esempio di qualcuno meno conosciuto, Kagetora Hyodo di Psyren. Ora, questo è un cliché che io trovo particolarmente fastidioso (è un modo idiota di caratterizzare un personaggio) e in effetti pare che anche i mangaka se ne stiano stufando. Infatti, ci sono molti esempi di maestro che però presenta una caratteristica che lo identifica subito che non sia l’essere un pervertito. È una variazione del tema che fa piacere. Potrei citare Kakashi, che ha sempre dietro il suo libro, oppure Biscuit di Hunter x Hunter, che invece è avida e capricciosa. Insomma, la figura del maestro resta sempre caratterizzata con una qualità strana o non piacevole ma sempre diversa e che non riguarda le sue pulsioni sessuali. Invece, se volete l’esempio di una ripresa dell’incontro con il maestro talmente pedissequa da essere fastidiosa potete leggere 666 satan, in cui la scena dell’arrivo a casa di Kirin è identica all’arrivo sul pianeta di Re Kaio (con tanto di scena in cui l’animaletto di Kirin viene scambiato per lui stesso, come succede a Goku, che scambia Bubbles per Re Kaioh).

L’influenza di Dragon Ball è stata grande anche nell’’ambito della creazione dei personaggi, in primo luogo per quanto riguarda i protagonisti. Goku è estroverso, scatenato, simpatico, ha una grossa fiducia nelle altre persone, è abbastanza testardo e mangia per venti persone. Ecco, in quasi tutti gli shonen più famosi sono state riprese queste caratteristiche per l’ideazione del protagonista. In molti casi gli autori hanno fatto un discreto lavoro sul modello proponendo delle variazioni di rilevante efficacia, ma comunque la partenza è la stessa per quasi tutti. Si possono fare moltissimi nomi famosi, Toriko e Rufy, per esempio, e anche qualche nome un po’ meno famoso, come Ageha di Psyren. Perfino Hunter x Hunter, che tende di solito a distaccarsi dagli stereotipi più comuni, ha un protagonista che rispecchia in maniera molto fedele questo modello.

Anche Vegeta costituisce un paradigma di personaggio, anche se in modo più velato e meno evidente di Goku. Rappresenta il personaggio freddo, scontroso e affatto incline a qualunque manifestazione di affetto, orgoglioso e solitario. È innegabile che l’ispirazione di Kishimoto per Sauke derivi proprio da qui. In Yu degli spettri il modello di Vegeta è seguito in modo fin troppo preciso nella creazione del personaggio di Hiei, che gli somiglia non solo nel carattere ma anche nell’aspetto fisico, e questo rende particolarmente difficile prenderlo sul serio, visto che il primo pensiero che viene è di stare leggendo della brutta copia di Vegeta.

A destra Vegeta, a sinistra di nuovo Vegeta Hiei.
La stessa idea di onda energetica, da intendere come nel manga e non come nell’anime, quindi come “raggio di luce che viene emesso dal corpo”, che è centrale in moltissimi shonen, viene da Dragon Ball. Senza questo concetto la maggior parte delle serie che conosciamo sarebbero diverse in maniera radicale. Certo, poi nel corso degli anni sono stati trovati altri modi più complicati per creare i poteri dei personaggi (basti pensare agli o-part di 666 satan, per esempio), e ci si è distaccati dalla semplice onda energetica. Tuttavia il modello rimane presente e riappare con costanza: Hunter x Hunter, che ha un sistema di poteri elaborato e complesso, fonda tutto su dell’energia emessa dal corpo sotto forma di luce. In sostanza, il paradigma dell’onda energetica è stato ormai modificato e migliorato fino a diventare qualcosa di molto diverso e più versatile e fantasioso di quello che era all’inizio.

Da quello che ho elencato finora emerge che il modello di Dragon Ball, dove è stato seguito in modo pedissequo, risulta stantio e già visto, e anzi, ha peggiorato molto spesso certi aspetti che potevano non essere malvagi. La logica conseguenza è che quindi di per sé Dragon Ball abbia ben poco ormai da offrire che possa risultare piacevole o originale. La realtà è a parer mio un po’ diversa, e una rilettura completa di Dragon Ball me lo ha confermato.

È vero che ormai l’originalità non la fa da padrona, e che la trama molto spesso tira avanti in virtù di coincidenze o deus ex machina, è vero che i combattimenti sono semplici (la strategia quasi è assente) ed è vero che i personaggi pervertiti stufano presto. Ma è vero anche che Dragon Ball presenta una sua freschezza. È una lettura agile, che scorre senza neanche accorgersene e tiene lontana la noia. La sceneggiatura è molto spesso buona (nella saga di Majin Bu cambia radicalmente e perde molto a mio avviso) e quindi riesce a dare la giusta dose di coinvolgimento, specie nei combattimenti, che, pur non essendo nulla di che molto spesso da un punto di vista oggettivo, conquistano facilmente e sono dei page-turner pazzeschi. Inoltre mi sono convinto che il vero talento di Toriyama sia scrivere manga comici, perché i momenti di questo genere in Dragon Ball sono quasi sempre molto divertenti. Insomma, se Dragon Ball ha molti aspetti che rientrano a pieno titolo nel già visto, ha una propria linfa vitale, alimentata da una ventata di fresca genuinità, un forte coinvolgimento, un umorismo da spanciarsi anche nelle situazioni più serie e una trama che caccia i personaggi sempre nella situazione peggiore possibile (ok, molto spesso intervengono deus ex machina e cose simili a tirarli fuori dai guai, ma va bé). Insomma, Dragon Ball è la prova che è il talento del mangaka che rende ottimo un fumetto, e non le qualità intrinseche che questo possiede: ci sono storie con molti più pregi e molta più originalità che però non riescono a conquistare allo stesso modo.

Akira Toriyama minaccia i suoi fan con una penna.
Quindi, per tirare le fila del tutto, il modello di Dragon Ball è ancora valido? Sì, se non viene riproposto pari pari, altrimenti rischia davvero di rovinare una storia. Se viene modificato, migliorato o reimpostato in base alle necessità, ai gusti e a quello che sente l’autore (e del resto è in parte già successo, come mostravo prima) allora può offrire nuovi spunti per creare qualcosa di interessante. Che poi quello che sto dicendo non è nulla di nuovo sotto il sole, visto che da che mondo e mondo qualunque modello per risultare efficace deve essere interpretato e non seguito in modo preciso. La pensavano così già gli antichi (chiedete a Quintiliano che cosa sia l’aemulatio), e direi che probabilmente avevano ragione.