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giovedì 22 giugno 2017

Commento integrale al Liber di Catullo. Carme 4.

Eccoci di nuovo nel nostro infinito e faticosissimo viaggio attraverso il Liber di Catullo. Dopo la bilogia del passero, ora l’argomento cambia completamente. Naturalmente non muta lo spirito con cui Catullo affronta questa nuova tematica, e gli strumenti espressivi di cui si serve per declinarla al meglio in modo originale, rimaneggiando gli elementi della tradizione. Questo carme è più lungo dei tre che lo precedevano, quindi mi zittisco subito e passiamo al testo.

Phaselus ille, quem videtis, hospites,
ait fuisse navium celerrimus,
neque ullius natantis impetum trabis
nequisse praeterire, sive palmulis
opus foret volare sive linteo.
et hoc negat minacis Hadriatici
negare litus insulasve Cycladas
Rhodumque nobilem horridamque Thraciam
Propontida trucemve Ponticum sinum,
ubi iste post phaselus antea fuit
comata silva; nam Cytorio in iugo
loquente saepe sibilum edidit coma.
Amastri Pontica et Cytore buxifer,
tibi haec fuisse et esse cognitissima
ait phaselus: ultima ex origine
tuo stetisse dicit in cacumine,
tuo imbuisse palmulas in aequore,
et inde tot per impotentia freta
erum tulisse, laeva sive dextera
vocaret aura, sive utrumque Iuppiter
simul secundus incidisset in pedem;
neque ulla vota litoralibus deis
sibi esse facta, cum veniret a mari
novissimo hunc ad usque limpidum lacum.
sed haec prius fuere: nunc recondita
senet quiete seque dedicat tibi,
gemelle Castor et gemelle Castoris.


Quel battello che vedete, miei ospiti,
dice d’essere stata la più veloce delle navi,
e che lo slancio di nessuna barca lo abbia 
mai battuto, sia che volasse
sui remi o con la vela. E questo
non può non confermarlo la spiaggia del minaccioso
Adriatico, le Cicladi e la splendida Rodi, la terribile Tracia, 
la Propontide e il nero golfo pontico,
dove prima che battello fu 
foresta frondosa; infatti sul monte Citoro
fischiava spesso la voce delle foglie.
Amastri sul Ponto, bossi del Citoro,
dice il battello che sono cose vostre, queste,
e le conoscete assai bene: dice ai tempi
di essere stato sulla tua cima,
di avere immerso i remi nella tua acqua,
e poi per mari furiosi di aver condotto
il tuo padrone, sia che favorevole o contrario
soffiasse il vento, sia che Giove benigno 
tendesse al tempo stesso entrambe le scotte;
nessun voto fu fatto agli dèi 
della spiaggia, quando giunse da quel mare 
lontano fino a questo limpido lago.
Ma questo fu prima: ora invecchia
in una pace solitaria, e si dedica a te,
gemello Castore, e al gemello di Castore.

Siamo di fronte a un carme molto complesso. Il volto di sé che qui ci mostra Catullo è quello del poeta erudito, la tematica amorosa viene tralasciata per fare spazio a un gioco di richiami e citazioni che hanno lo scopo di contribuire alla reinterpretazione originale di un motivo topico. Ma partiamo dall’inizio e analizziamo la poesia punto per punto.

Intanto, l’argomento. Non si sa chi sia a parlare, comunque riporta per la maggior parte i racconti che ha ascoltato da un battello, il vero soggetto della poesia. Le caratteristiche di questo battello restano ambigue per tutto il carme, fino a diventare esplicite alla fine. Mi spiego. Il battello è vero oppure è solo una riproduzione? Nei versi finali si fa riferimento a una dedica ai Dioscuri, e i casi da noi conosciuti di poesia di dedica di navi reali sono molto pochi e documentati solo in periodi tardi. Viene perciò naturale pensare a una riproduzione. Posta così la questione però i tre versi finali non costituiscono di per sé una prova decisiva di quest’interpretazione, bisogna esaminare un altro paio di versi, che implicitamente confermano quest’ipotesi. Al verso 11 infatti il monte Citoro viene citato come patria del battello, e, due versi dopo, si specifica che sul Citoro si trovano molti bossi. Quest’ultima informazione era nota al lettore antico, almeno a quello colto, e questi subito ne poteva cogliere l’implicazione: il bosso è il legno utilizzato nel modellismo navale. Il battello di cui si parla quindi non può essere vero, dobbiamo per forza pensare che si tratti di una riproduzione. Solo così tutti i pezzi vanno al loro posto.

Già questo ci indica come solo un lettore colto poteva cogliere appieno tutti i sottintesi del teso. Catullo del resto si rivolge a un pubblico dotto, ed egli stesso vuole apparire tale. La doctrina, l’erudizione, è un elemento fondamentale della poesia neoterica, e viene ricercata ovunque, anche nei dettagli minori. Solo un vero poeta erudito come Catullo voleva essere poteva nascondere in questo sottile riferimento un’informazione di vitale importanza per la comprensione della poesia.


C’è nel testo un altro riferimento erudito, ancora più importante per la comprensione globale del carme. Si dice più volte che il battello parla, e a cosa poteva pensare il lettore colto se non a un'altra e ben più famosa nave parlante, la nave per eccellenza, la prima nave mai costruita, la nave Argo? Questo collegamento è reso poi sicuro da alcuni punti di contatto con il carme 64, in particolare con i versi in cui viene raccontata la costruzione di Argo.

Questo aspetto è fondamentale per un'interpretazione diretta del carme intero. L'assimilazione tra il phaselus, il battello protagonista della poesia, e la nave Argo non può che suonare ironica: abbiamo un ex-voto che viene paragonato alla prima nave della storia, all'imbarcazione che ha soldato i mari carica dei più grandi eroi del tempo. Le motivazioni di questo accostamento sproporzionato risiedono nelle intenzioni di Catullo, che dà in questo modo un esempio di quello che vuole essere una certa parte della poesia neoterica. Abbiamo visto che i portare novi facevano dell'erudizione e dei riferimenti sotto un cardine della loro poesia, ma abbiamo anche visto come un Catullo il riferimento sotto non sia presente in modo casuale ma sì adatti a uno scopo letterario. In questo carme si verifica la stessa cosa. Vediamo come.

Il viaggio degli Argonauti era tema tipico della poesia epica. Le Argonautiche di Apollonio Rodio che ci sono giunte sono solo una singola opera che tratta questo mito, ma il mondo antico ne conosceva di più, sia in ambito greco che romano. Tra queste voglio ricordare quella che ci verrà utile tra non molto, ovvero la versione che viene proposta da Callimaco nei suoi Aitia, che a noi sono giunti frammentari. Infatti la critica è concorde, almeno a quel che ne so, nel ritenere che Catullo avesse presente quest'opera di Callimaco nella stesura di questo carme. Lo testimonia il fatto che il tragitto che il battello descrive è molto simile a quello che sappiamo che Callimaco faceva percorrere agli Argonauti, in netta contrapposizione con Apollonio, che invece proponeva un itinerario diverso. La scelta quindi di una fonte piuttosto che dell'altra costituisce una presa di posizione da parte di Catullo in ambito mitografico, aspetto che a noi può sembrare marginale, ma che è invece di importanza capitale per un autore che faceva dei riferimenti colti una colonna portante della sua poetica.

La scelta di una fonte non significa però il totale disprezzo dell'altra. La tappa a Rodi, che non è presente in altre fonti, risulta un tributo ad Apollonio, che a Rodi aveva trascorso una parte della sua vita. Possiamo pensare che anche i riferimenti all'Adriatico, più che a una reale volontà di distaccarsi da Callimaco, siano motivato dalla volontà di un tributo.


La contaminazione di fonti era un'operazione tipica della poesia dotta, e qui viene attuata da Catullo non soltanto per mostrare la sua erudizione ma in base a un preciso ordine di idee di carattere letterario. Quali sono queste idee? In altri termini, a quale scopo paragonare il battello alla nave Argo? Per rispondere dobbiamo fare una considerazione. Il lessico di questa poesia è molto particolare, nel senso che si rifà in modo massiccio alla linguaggio dell’epica. Valga come esempio l'uso del termine “volare” riferito alla nave, che ha una lunga tradizione che risale addirittura a Ennio. Bene, se Catullo usa un linguaggio epico per riproporre i viaggi argonautici (e dunque eroici e avventurosi) di una nave finta, l'unica soluzione che faccia quadrare tutto gli elementi è che l'intenzione del poeta sia di generare una sproporzione tra materia e stile che porti a un effetto ironico. Ci troviamo perciò di fronte a una sottile parodia, una presa in giro degli stilemi epici realizzata attraverso il loro utilizzo per dei contenuti di livello inferiore.

Questa rivisitazione dei topoi della tradizione rientra nella poetica dell’erudizione di cui Catullo si fa portatore. Dobbiamo, a parer mio, vedere in questa parodia l’intenzione di Catullo di scherzare con la poesia alta e solenne, di mostrare la propria conoscenza attraverso un gioco di riadattamento di quegli elementi che nella mente del lettore accompagnavano tutt’altro tema. Giocare con la tradizione non significa deriderla, anzi, significa riproporla in un modo diverso, e attraverso altri mezzi, ovvero quelli che offriva la nuova poesia neoterica, che focalizzava la propria attenzione sul quotidiano e sul piccolo, invece che sul grandioso ed elevato.

La ripresa dei topoi della poesia del passato non si ferma qui. Anche il modulo dell’oggetto parlante trova degli antecedenti, in particolare, per quello che possiamo sapere noi, in alcuni epigrammi di Callimaco che ci sono stati tramandati nell’Antologia Palatina. In realtà anche altri epigrammi di altri autori possono essere presi a confronto, ma quelli di Callimaco sono senza dubbio i più significativi. Quindi, negli epigrammi di Callimaco l’oggetto votivo ricorda la propria “vita passata” come oggetto reale, ora che è solo una rappresentazione. L’oggetto votivo quindi si sovrappone a ciò che rappresenta, né è la naturale continuazione. Nel caso di Catullo è l’opposto, l’oggetto non ricorda con nostalgia un passato che non è più, ma anzi, vanta le proprie abilità e la propria grandezza in modo evidentemente esagerato. Il phaselus di Catullo è un phaselus gloriosus potremmo dire, fanfarone, che finge di essere grande come e più della nave Argo, mentre invece è solo un oggetto votivo. In questo senso, intuiamo anche che la parodia epica assume un significato in più, perché diventa funzionale a rendere eccessive le affermazioni del battello.

In questo senso assume un significato anche il fatto che l’io parlante della poesia, mai individuato, sottolinea più volte che quello che racconta siano solo le parole del battello. Come dicevamo prima, appare evidente come quello che racconta il battello sia falso, che siano le vanterie di un ex-voto che millanta di essere un oggetto reale. L’uso ripetuto della formula “dice” (sottintendendo ovviamente il battello) quindi serve al parlante a creare rispetto alle informazioni che riporta un grado maggiore di distacco. Se è il battello a dirle, e il parlante si limita a riportare le sue parole, allora il battello e solo il battello è garante della loro veridicità. E ciò dunque contribuisce ancora di più a sottolineare la falsità delle sue affermazioni.


Per tirare le somme, il carme 4 di Catullo si configura come una poesia in cui l’autore mostra la sua erudizione rielaborando e riproponendo in tono ironico i moduli della poesia passata. Questo gioco letterario è tipico dell’esibizione di doctrina che caratterizzava i poetae novi in generale, e non solo Catullo. La rielaborazione trova quindi in sé stessa la propria forma di originalità, e rende Catullo un poeta innovativo e interessante, quanto più distante possibile dall’essere un mero imitatore.

In questo periodo sono pieno di esami, visto che vorrei laurearmi il prima possibile sto cercando di dare i pochi che mi restano tutti insieme. Quindi la pubblicazione sarà molto irregolare, anche se conto di essere più costante possibile. Ce la posso fare. Spero quindi di riproporre un altro Catullo tra tre settimane circa. Vedremo se ce la farò.

mercoledì 10 maggio 2017

Commento integrale al Liber di Catullo. Carme 3.

L’altra volta avevo pronosticato il prossimo post su Catullo nel giro di due settimane. È passato un mese. La puntualità non è il mio forte, ma non importa! Vediamo subito che cosa ha in serbo per noi il carme 3 di Catullo!

Il carme 2 e il carme 3 costituiscono il dittico del passero della donna amata. Nel carme 2 abbiamo visto la descrizione di un momento di gioco della donna con il suo animaletto, e abbiamo visto come negli ultimi versi quello che pareva solo un quadretto raffinato diventava specchio dell’insoddisfazione del poeta. Nel carme 3 troviamo raccontata la morte del passero. Vediamo come Catullo tratta questo tema, e come lo interpreta attraverso le istanze della poesia neoeterica e attraverso la sua spiccata sensibilità artistica.

Lugete o Veneres Cupidinesque
et quantum est hominum uenustiorum.
passer mortuus est meae puellae.
passer deliciae meae puellae.
quem plus illa oculis suis amabat.
nam mellitus erat suamque norat
ipsam tam bene quam puella matrem.
nec sese a gremio illius mouebat
sed circumsiliens modo huc modo illuc
ad solam dominam usque pipiabat.
qui tunc it per iter tenebricosum
illuc unde negant redire quemquam.
at uobis male sit malae tenebrae
Orci. quae omnia bella deuoratis.
tam bellum mihi passerem abstulistis.
o factum male. o miselle passer.
tua nunc opera meae puellae
flendo turgiduli rubent ocelli.

Piangete, Veneri e Amori,
e tutti quanti gli uomini gentili.
È morto il passero della mia ragazza,
il passero, delizia della mia ragazza,
che lei amava più dei suoi stessi occhi.
Era dolce, e conosceva la sua padrona
tanto bene quanto una figlia conosce la madre.
Non si allontanava mai dal suo grembo,
ma saltando qua e là
pigolava sempre alla sua sola padrona.
Ora lui attraversa quel sentiero irto d’ombra
dal quale si dice che non torni mai nessuno.
Maledette siate voi, malvagie ombre
dell’Orco, che divorate tutto quanto è grazioso;
tanto grazioso era il passero che vi siete prese.
O triste evento! O passero infelice,
per causa tua i piccoli occhi della mia ragazza
si gonfiano e arrossiscono dal pianto.

Inutile ribadire che la traduzione non ha nessuna velleità artistica, ormai lo sapete. Quello che mi interessa è offrire un testo chiaro su cui poter lavorare.


Come dicevo prima, carme 2 e 3 sono collegati, ma questo collegamento non è soltanto tematico, ma si riflette anche nell’operazione letteraria che viene attuata attraverso la loro composizione. Nello scorso articolo spiegavo come il carme 2 fosse la parodia degli inni agli dèi. Bene, anche il carme 3 è una parodia, ma di un altro genere letterario, l’epicedio, ovvero il canto di lamento per la morte di una persona. La parodia viene attuata qui come nel carme 2, ovvero attraverso la sproporzione tra la materia e lo stile. L’epicedio è per sua natura un genere altisonante e pomposo, si tratta di una lamentazione funebre del resto, e qui viene dedicato a un ben misero defunto, ovvero un passero. Le invocazioni del primo verso, quindi, risultano eccessive ed esagerate, addirittura per un animaletto vengono tirati in ballo Venere e gli amori! Anche il verbo lugete contribuisce a rendere maestoso il tono in modo ridicolo: lugere infatti significa piangere, ma non è un pianto sommesso, quanto un pianto urlato e disperato. Più in generale, tutto il componimento suona altisonante, per via delle immagini iperboliche che vengono usate, e della maledizione finale alle ombre infernali.

In questo contesto di stile elevato Catullo non dimentica di essere un neoterico, e perciò, in un’operazione molto efficace, inserisce in stilemi alti parole del lessico comune e quotidiano, che poi, come abbiamo visto negli articoli scorsi, sono una caratteristica particolare della lingua dei poetae novi. Tra queste parole possiamo citare come esempi il verbo pipio al verso 10, l’aggettivo bellus ai versi 14 e 15(che significa carino, grazioso, e che poi è diventato il “bello” italiano, assumendo però un significato più affine a formosus), il verbo fleo all’ultimo verso, che non è popolare ma è sicuramente meno alto di lugeo, e infine tutti i diminutivi dell’ultimo verso, ocelli e turgiduli. Questa opposizione tra linguaggio e stile non fa altro che accentuare lo scarto che genera la parodia.

Non dimentichiamo inoltre che il neoterismo si rifaceva alla poesia alessandrina. L’alessandrinismo di questa poesia è duplice: da un lato nel contenuto, infatti la lamentazione per la morte di animali è frequente nella poesia ellenistica, come dimostrato dall’Antologia Palatina, dall’altro nei riferimenti dotti che emergono di tanto in tanto. L’esempio più lampante è l’invocazione a più Veneri e a più Amori. Infatti, la tradizione mitica voleva che Venere e Amore fossero unici, come del resto sono unici tutti gli altri dèi, non è che esistono due Nettuno. Tuttavia, una certa tradizione di poesia erudita ellenistica aveva moltiplicato queste figure, come per esempio ci dimostra un frammento di Callimaco. Se quindi qui Catullo parla al plurale è perché vuole mostrare di avere accolto la lezione più dotta e meno vulgata del mito.


Il verso 2 è un grande omoteleuto, visto che su cinque parole le tre più lunghe finiscono tutte con la stessa sillaba. L’omoteleuto ha qui lo scopo di cadenzare il verso, dando l’impressione di scandire il ritmo di una marcia. La parola venustus è molto importante, perché si riferisce agli uomini eleganti, raffinati. Nella traduzione ho usato la parola gentile nel senso in cui la usano i poeti del ‘300, perché mi sembrava ci stesse bene e rendesse in modo efficace il significato della parola latina. E perché per quanto sia una traduzione di servizio questo non significa che debba proprio fare essere brutta. Comunque, è importante perché dice che gli uomini che devono piangere non sono tutti, ma solo quelli raffinati, che qui assume duplice valenza: indica gli uomini in grado di provare alti sentimenti, ma anche quelli dotti abbastanza da poter cogliere i riferimenti e l’eleganza della poesia che hanno di fronte.

Il verso 3 è una diretta citazione del carme 2, e serve, in caso qualcuno, dopo aver letto la parola passer, avesse ancora qualche dubbio, a confermare il legame che collega carmi 2 e 3. È in anafora con il verso 4, e insieme costituiscono l’invocazione solenne, e naturalmente ironica, all’oggetto della poesia, il passero defunto.

Nel carme 2 il poeta sottolineava lo scarto che passava tra lui e il passero, e così implicitamente affermava di voler essere amato dalla donna come l’animaletto. Nel carme 3 l’associazione è ulteriore, ed è realizzata attraverso espliciti rimandi al carme 8, rimandi che esaminerò più nel dettaglio quando mi occuperò del carme 8 stesso. Per ora, basti sapere che si va a creare una perfetta corrispondenza tra il passero e Catullo, andando così a sovrapporre le due figure. Il passero è alter ego di Catullo nella misura sono accomunati dai sentimenti che provano. Nel carme 72 Catullo affermerà di aver amato la sua donna come un padre ama i figli. Salta subito agli occhi l’analogia con la similitudine usata qui, che paragona la ragazza amata e il passero a una madre e una figlia. Il sentimento tra Catullo/passero e la donna non è quindi un amore semplicemente carnale, è un amore legato a un vincolo familiare, è un amore istituzionalizzato quasi, ma al tempo stesso naturale e non solo fisico ma anche affettivo.

Incontriamo qui adombrata una tematica fondamentale della poetica catulliana, quella che costituisce una sua cifra originale e unica. Quell’aspetto che caratterizza Catullo in modo straordinariamente preciso, e che lo rende anche molto romano, se capite che cosa intendo. Un greco non avrebbe mai potuto pensare a una cosa del genere, per lui non avrebbe avuto senso. Ma per un romano, per un romano con la sensibilità di Catullo che vive in un momento in cui, per quanto non si interessi della vita politica della sua città, non può che risentire delle lotte intestine e del crollo dei valori che tanto terrorizzava gli intellettuali dell’epoca, per un romano così dicevo tutto ciò ha senso.

Accenno soltanto a questo tema per riprenderlo poi molto oltre, quando sarà necessario. Ciò che Catullo cerca dalla ragazza che ama non è soltanto l’amore, ma è una rilettura di questo sentimento attraverso i valori della tradizione romana, che sono tipicamente collettivi, e tendono a dissolvere l’individualità nella totalità dello stato. Catullo vuole un amore unico e individualista e al tempo stesso basato su quei valori collettivi, riletti però in chiave del tutto nuova. Nel paragonare l’amore del passer (e quindi il proprio) a quello tra madre e figlio si cela proprio questo, la volontà di calare nel contesto della famiglia, cellula prima che compone lo stato, quella che in realtà è l’esperienza individuale e irripetibile dei singoli.


I versi 8, 9 e 10 riprendono il carme 2, e raccontano con altre parole la scena di gioco che lo caratterizza, questa volta ancora più distante, perché appartenente a un passato che non potrà più ripetersi. I versi successivi riportano la maledizione contro le ombre del regno dei morti, formula tipica dell’epicedio. Vale la pena sottolineare poi che la poesia si conclude con un nuovo riferimento al pianto, mostrando così una struttura a cerchio. Il pianto era presente anche nel primo verso, solo che, se lì era il pianto delle divinità invocate, qui è quello della donna amata, e infatti viene caratterizzato in modo molto più realistico, con il dettaglio degli occhi arrossati.

In questo carme l’arte di Catullo emerge molto meno che nei due precedenti. L’adesione alle regole di un genere, seppur per ribaltarle, impedisce al poeta di esprimere al meglio le sue capacità. A parte quindi la commistione di linguaggio alto e basso, di quotidianità ed erudizione (del resto tipica del neoterismo in generale), e la parodia, c’è ben poco altro di notevole da sottolineare, giusto l’accenno al tema della rilettura dei valori del mos maiorum romano. Tutto il resto è retorico, non brutto (assolutamente no!) ma di certo rarefatto, poco sentito, un po’ sterile in ultima analisi. È anche per questo che mi sono soffermato di più sull’analisi della prima metà della poesia e ho tagliato con velocità la seconda, perché di fatto di importante a livello di contenuto, di materia per capire la sostanza del mondo poetico catulliano, c’è poco o niente.

Dicevo all’inizio che è passato un mese dall’ultimo post su Catullo. Spero che non ne debba passare ancora un altro, ma ormai mi conosco. Comuque, chi va piano va sano, e va lontano, e nessuno ci mette fretta per arrivare a parlare del carme 4. A presto!

domenica 9 aprile 2017

Commento integrale al Liber di Catullo. Carme 2.

Eccoci tornati a parlare di Catullo e del suo Liber. Dopo aver esaminato il ricco e complesso componimento proemiale possiamo immergerci nella lettura dell’opera avendo presenti le coordinate principali della poetica di Catullo come lui stesso le ha espresse.

Come forse ho già avuto modo di ricordare, il Liber non è una raccolta organica né dotata di un ordine premeditato (non è il Canzoniere di Petrarca, per capirci), anche se ovviamente esistono riferimenti che passano tra una poesia e l’altra e quindi le mettono in relazione. È quello che succede con i carmi 2 e 3, che sono vicini per un motivo: formano un dittico, in cui lo stesso tema viene affrontato in maniera continuativa. All’inizio avevo pensato di commentarli insieme, ma l’articolo stava assumendo dimensioni abnormi (quasi come una puntata di Abyss, per intenderci), quindi ho deciso di separarli. Il tema in questione è l’animaletto caro alla donna amata, in questo caso il passero.

Passiamo quindi subito a vedere quello che ci aspetta oggi, ovvero il carme 2.

Passer, deliciae meae puellae,
quicum ludere, quem in sinu tenere,
cui primum digitum dare adpetenti
et acris solet incitare morsus,
cum desiderio meo nitenti
carum nescioquid libet iocari,
et solaciolum sui doloris,
credo, ut cum gravis acquiescat ardor:
tecum ludere sicut ipsa possem
et tristis animi levare curas!

Passero, delizia della mia ragazza,
con te gioca e ti tiene in grembo,
a te dà la punta del dito perché la becchi,
e incita i tuoi morsi rabbiosi,
quando al mio amore piace
fare un non so quale dolce gioco,
e consolazione al suo dolore, credo,
affinché allora il grave ardore si acquieti:
con te potessi come lei giocare
e alleviare le tristi pene dell’anima!

Segnalo come sempre che questa traduzione non vuole essere né poetica né ben fatta, vuole rendere al lettore l’immediato significato del testo. Serve cioè per permettermi di lavorarci sopra e di condurvi attraverso la sua interpretazione.

La donna amata e il suo passero.
La poesia si rivolge al passero della donna amata da Catullo, che per ora non ha nome ma lo acquisirà presto. Viene descritta una scena di gioco tra i due, e da questa scena quotidiana poi il poeta passa subito a parlare di sé stesso e dei suoi sentimenti. Dall’esterno si passa all’interno, il punto focale della attenzione del poeta si sposta dal passero a sé. Del resto, e questo lo vedremo in tutto il Liber, il centro della poesia di Catullo è Catullo stesso, e anzi, compito della poesia diventa dare voce a quello che gli si agita dentro, far parlare l’interiorità (sempre secondo un modulo letterario: la poesia di Catullo, come ho già avuto modo di dire, non è scritta di getto ma meditata e calcolata, anche quando non lo sembra affatto, e per questo non bisogna pensare che tutto quello che racconta tragga davvero spunto da un fatto reale, né che provi realmente tutti i sentimenti che descrive).

Viene qui introdotto il tema amoroso, che sarà centrale in tutto il resto del Liber, e viene presentato in un’ottica positiva. L’aspetto negativo del rapporto d’amore, costituito dal tradimento e dalla sofferenza, che emergerà a più riprese in molte delle poesie successive, è qui solamente accennato sul finale, quando appunto si passa a parlare del poeta. Il resto della poesia è però dedicata alla donna e alla contemplazione in un momento di svago e quotidianità. Questa vista assorbe completamente Catullo, e sottrae alla sua fantasia qualunque spazio per parlare del suo dolore.

Regalare uccelli alle donne romane era una prassi diffusa. Catullo però nel ritrarre la donna che ama insieme al suo animale domestico riprende un modulo della poesia alessandrina, e non da un poeta qualunque, bensì da Meleagro, che, come di certo ricordate aveva già preso a modello per il carme proemiale. Sotto il suo nome infatti, nel libro VII dell’Antologia Palatina, ci sono stati tramandati due epigrammi dedicati a una cicala e a una cavalletta. Il tema è quindi ellenistico, ma calato nella realtà romana.

Il carme è un’elaborata trama di giochi e allusioni, di serietà e parodia. Qualche commentatore ha voluto esagerare: ha pensato che il passero celi in realtà un doppio senso osceno. A parte il fatto che, se così fosse, la parte finale perderebbe di senso (come potrebbe il poeta auspicare di alleviare le proprie pene con il passero se il passero fosse un’allusione sessuale?), una simile interpretazione è senza dubbio esagerata. Non è sbagliato tuttavia cercare nella poesia parole che significano più di quanto sembrino, e che rimandano ad ambiti ben precisi. In particolare, troviamo qua e là parole che appartengono al lessico erotico. L’esempio più evidente di questo è il verbo ludere, che viene ripetuto più volte, e che, oltre che giocare, può indicare anche il compiersi dell’atto sessuale, ma anche desiderium era termine frequente della poesia d’amore. Con quest’uso ambiguo di termini che rimandano ad un contesto ben più malizioso di questo Catullo vuole mettere in atto la parodia del filone della poesia ellenistica in cui si sta inserendo: si parla sì di animaletti domestici, ma sottintesa alla descrizione c’è l’attrazione del poeta verso la proprietaria del passero, attrazione che viene mascherata nella descrizione innocente del gioco di farsi becchettare le dita.


La cavalletta di Meleagro.
Accanto a questa parodia ce n’è un’altra, e di un genere letterario molto più serio. I primi versi contengono l’invocazione del passero, e sono molto elaborati. Dopo l’apostrofe che dà inizio al componimento segue un’apposizione (deliciae meae puellae), cui si aggiungono ben tre proposizioni relative, che ci danno informazioni su che cosa il passero fa, dando così inizio alle descrizioni dei giochi tra l’animaletto e la donna. L’uso di relative in successione è tipico degli inni agli dèi: un esempio notissimo è quello dell’incipit del De rerum natura di Lucrezio, dove Venere è accompagnata da due relative (“quae mare navigerum,/quae terras frugiferentis concelebras...”). Adottando con il passero le stesse modalità espressive dell’innografia, Catullo vuole lodarlo con un eccessivo innalzamento dello stile, che ricade così in un effetto di comica esagerazione. Del resto il passero è posseduto dalla donna amata, e questo è abbastanza perché possa essere equiparato ironicamente a un dio.

Su questi due livelli si articola la parodia, che costituisce la cifra più importante dell’intero componimento, e gli conferisce originalità. Senza questi elementi, sarebbe facile bollarlo come una banale imitazione di Meleagro, che ben poco ha da offrire di nuovo. Invece l’adozione ironica di moduli della poesia alta lo distacca decisamente dalla fredda formalità di certi versi degli epigrammi di età ellenistica. Inoltre, l’uso del vezzeggiativo solaciolum è un tratto tipicamente neoterico.

Proprio per questo in questa poesia il contenuto è meno importante che nel carme 1. L’unico elemento notevole è sul finale, quando come dicevo prima viene anticipato l’elemento di sofferenza presente nel rapporto d’amore. Catullo sostiene che, come la donna amata, anche lui può trovare conforto alle sue pene. Che si parli d’amore è qui evidente dal lessico e dal contesto, e quindi viene da pensare che la donna amata non lo corrisponda. Il componimento assume perciò una sfumatura diversa. Il poeta sta immaginando la donna con il passero, o forse la sta osservando da lontano. Comunque sia, egli si trova distante da lei, e questo spiega l’ironica divinizzazione del passero: l’uccellino fa quello che vorrebbe fare il poeta, ovvero passare del tempo con la donna. In quest’ottica, la descrizione dei giochi viene velata da una patina quasi di rimpianto da parte di Catullo per la sua impossibilità a prendervi parte.

Voglio infine soltanto accennare qualche problema relativo alla struttura del testo. Come dicevo all’inizio, la traduzione che propongo è per così dire di servizio. In realtà, se avessi voluto dare una traduzione più accurata avrei innanzitutto dovuto esaminare le varie correzioni che sono state fatte in alcuni punti della poesia. Innanzitutto, qualche editore ipotizza la caduta di alcuni versi tra il verso 6 e il 7. Inoltre, crea alcuni problemi dare un senso a ut al verso 8. Io l’ho tradotto come una congiunzione finale, ma c’è anche chi lo ha espunto e ha modificato o in tum il cum che viene subito dopo o in posse il possem del verso successivo. Un’altra soluzione adottata è stato dare a ut una sfumatura interrogativa, oppure considerare ut cum come un unico nesso causale. Vi offro soltanto le varie ipotesi, senza però prendere una posizione precisa, e nella traduzione sopra ho soltanto seguito l’interpretazione che viene data solitamente.


Credo che questo sia sufficiente per capire, cosa che non è scontata, che non siamo davanti semplicemente a una poesia qualunque su un passero e la donna amata, ma l’operazione compiuta dal poeta è più arguta, più letteraria. È qui del resto che possiamo ammirare la bravura di Catullo, ed è questa una linea interpretativa che possiamo seguire anche per interpretare altri autori antichi. Capita spesso che nei libri di scuola o nelle spiegazioni degli insegnanti si privilegi l’aspetto grammaticale o quello culturale; come se spiegando la Divina Commedia ci si limitasse a tracciare un profilo biografico dei personaggi che Dante incontra o a fare l’analisi grammaticale e logica dei versi. Capite che ci si perderebbe tutto l’aspetto ideologico e letterario dell’opera. Questo aspetto è presente anche nelle opere antiche, anche se appunto spesso viene trascurato. Mio obiettivo è anche quello di porre l’accento su questo.


Quindi, ricapitolando, il primo approccio con la poesia di Catullo dopo il carme proemiale ci presenta l’immagine di un poeta che cerca di conciliare modi della poesia ellenistica con la tradizione romana e in chiave parodica, e che vela con questa patina ironica quelli che sono gli argomenti più intimistici, che verranno meglio approfonditi nelle poesie successive.

Sinceramente, non so quando riuscirò a postare il commento al carme 3, se tutto va bene tra un paio di settimane. Comunque non mollo, anche se sono consapevole che il commento al Liber non lo finirò mai tiro avanti imperterrito! Alla prossima!

sabato 18 febbraio 2017

Commento integrale al Liber di Catullo. Carme 1.


Più di un mese fa avevo annunciato il commento a Catullo, ignaro del fatto che non avrei potuto scrivere in modo continuativo per parecchio. Ora finalmente riesco a dedicarmi a questo progetto, in ritardo sulla tabella di marcia di almeno due poesie. Quasi tre. Oh, bé, poteva andare peggio immagino.

Quindi, dopo la lezioncina noiosa ma necessaria dell’altra volta lanciamoci subito nel vivo dell’azione. Vediamo subito il primo carme del Liber, prima nel testo originale e poi in traduzione.


Cui dono lepidum novum libellum
arida modo pumice expolitum?
Corneli, tibi: namque tu solebas
meas esse aliquid putare nugas
iam tum cum ausus es unus Italorum
omne aevum tribus explicare cartis
doctis, Iuppiter, et laboriosis.
Quare habe tibi quicquid hoc libelli
qualecumque; quod, patrona virgo,
plus uno maneat perenne saeclo.

A chi dedico questo libretto bello nuovo,
appena levigato con l’arida pietra pomice?
A te, Cornelio: infatti tu eri solito
pensare che le mie stupidaggini valgano qualcosa,
già allora, quando, unico tra gli italici,
hai osato raccontare la storia di tutte le epoche in tre libri
eruditi, per Giove, e laboriosi!
Accetta questo libretto, qualunque cosa 
valga; possa, o vergine protettrice,
durare perenne oltre un secolo.


Il metro, per chi fosse interessato, è l’endecasillabo falecio. La mia traduzione non è il massimo, me ne rendo conto, a volte è faticosa e in certi punti usa termini che non direbbe nemmeno vostra nonna. Ma sono sicuro che se aveste voluto una buona traduzione sareste andati a leggervi Quasimodo, e non Aproposidoketon. Quella che ho riportato qui ha lo scopo semplicemente di costituire un buon parallelo tra testo in latino e testo in italiano, in modo tale che, se uno volesse, potrebbe istituire con facilità un confronto.

Un endecasillabo falecio.

Da dove cominciare? Questo componimento, in quanto primo della raccolta, è davvero succoso e ricco di informazioni. È senza dubbio una poesia programmatica, c’è disaccordo tra gli studiosi se Catullo l’avesse pensata come proemio all’intero Liber così com’è giunto a noi oppure soltanto alle prime sessanta poesie, affermando così implicitamente che l’opera catulliana era stata concepita non come un libro solo ma come più opere. Non ho elementi a sufficienza per schierarmi con una di queste posizioni, o eventualmente per prenderne una mia, né penso che in questo caso faccia una particolare differenza appoggiare l’una o l’altra idea. Per semplicità, perciò, supporrò che questa poesia costituisca il preambolo di tutto il Liber. 

Il contenuto é semplice: ci troviamo di fronte alla dedica del libro, destinata a Cornelio Nepote. Questa scelta non é casuale, né é dovuta esclusivamente a un rapporto d'amicizia che legava i due, ma può essere collegata a precise linee di poetica di Catullo, che egli ritrova nell'opera di Nepote. Tornerò su questo nello specifico in seguito, per ora é importante ricordare chi fosse Nepote: amico di Attivo e Cicerone (del quale é all'incirca un contemporaneo, nasce nello stesso periodo ma muore alcuni anni dopo di lui) fu autore di opere note più per la grande erudizione che le caratterizzava che per l'eleganza o la bellezza dello stile. L'unico dei suoi scritti giunto fino a noi é il De viris illustribus (raccolta di biografie di uomini famosi), anche se originariamente doveva contare sedici libri, mentre né é pervenuto unio soltanto. Aveva scritto anche gli Exempla (opera in cinque libri nella quale venivano elencati esempi di festa di valore compiute da personaggi del passato) e i Chronica, che narravano in tre libri per tavole sinottiche eventi storici avvenuti in luoghi diversi del mondo. É proprio ai Chronica che si riferisce Catullo in questa poesia.

Detto questo andiamo con ordine. Già il primo verso si rivela molto interessante, in quanto delinea due aspetti essenziali della poesia catulliana. In primo luogo è molto importante l’uso dell’aggettivo lepidus, parola fondamentale nella produzione di tutti i poeti neoterici. Lepos significa “grazia”, ed era una delle qualità che i neoteroi, attingendo dalla tradizione letteraria alessandrina e da Callimaco in particolare, attribuivano alle proprie poesie: non versi aspri, ma garbati e arguti, conditi con un pizzico di leziosità dovuta all’uso dei diminutivi. E proprio con un diminutivo (libellum significa “libretto”) Catullo definisce subito dopo la propria opera, collocandola così in modo inequivocabile nel solco della nuova poesia. Questo primo verso da solo segna con una linea di demarcazione incancellabile tra il Liber di Catullo e tutta la poesia che lo precede. L’opera è neoterica dall’inizio alla fine, e Catullo vuole metterlo in chiaro fin dall’inizio. In quest’ottica la parola novus, che accompagna il libellum insieme a lepidum, può essere intesa non soltanto in senso di “nuovo”, “appena scomposto”, ma anche di “innovativo”. È indubbio a mio parere che Catullo volesse intendere anche questo con l’uso di questa parola, perché così facendo va a caratterizzare ulteriormente la già ben marcata modernità che è concentrata in questo endecasillabo falecio d’apertura. 


Un pezzo di Catulio.

C’è di più oltre a quanto detto finora. Questo primo verso contiene anche un allusione all’opera di un poeta di età ellenistica, ovvero Melagro di Gadara. Il riferimento è al primo verso (dettaglio non certo casuale) della poesia di apertura della sua antologia, che raccoglieva poesie sue e di molti altri autori, come lui stesso ci tiene a sottolineare, e che ci è tramandata nel libro IV dell’Antologia Palatina. Questo verso recita così:

Μοῦσα φίλα, τίνι τάνδε φέρεις πάγκαρπον ἀοιδάν;

Cara Musa, a chi porti questo canto dai molti frutti?

In caso ve lo steste chiedendo la risposta è no, non ho l’Antologia Palatina intera a casa da consultare, però ho un internet intero che supplisce senza problemi. Le somiglianze con il verso di Catullo sono talmente evidenti che non serve stare troppo tempo a sottolinearle. Qual è dunque lo scopo di questa evidente citazione? La risposta è che essa costituisce la non dichiarata affermazione di un altro principio di poetica, che Catullo e anche gli altri neoteroi avevano fatto proprio, e che deriva dall’influenza della letteratura di età ellenistica. Si tratta dell’intertestualità, che aveva come fine il dimostrare la grande erudizione dell’autore. Infatti più ricercata era la citazione maggiore e più raffinata appariva la sua cultura. Siamo una seconda volta di fronte a un elemento della poesia alessandrina, che a questo punto possiamo definire con abbondanza di prove antecedente imprescindibile della poesia neoterica.

Può quindi sorgere spontaneo un dubbio. Sappiamo che tutta la poesia latina nasce dall’esperienza letteraria di età ellenistica. Dove risiede dunque l’originalità dichiarata in modo implicito ed esplicito da Catullo, se per ora ciò che dichiara era presente anche nella poesia di Ennio e Livio Andronico, per citarne soltanto un paio?
Nepote. Notare la gioia immensa che prova a essere citato da Catullo.

La differenza consiste nel riutilizzo del modello ellenistico. Ennio, nel proemio degli Annales, si dichiara sia poeta filologo sia reincarnazione di Omero, mostra sé stesso come naturale continuatore della poesia più antica e della poesia nuova, di punto d’incontro tra due tradizioni diverse della poesia greca con anche la tradizione latina. Ennio si presenta come nuovo Omero ma anche come nuovo Callimaco, nuovo poeta erudito. Anche Catullo vuole essere poeta erudito, ma della tradizione precedente recupera un aspetto che la poesia che veniva prima di lui aveva trascurato. La letteratura ellenistica mostra un gusto particolare per tutto ciò che è piccolo, quotidiano, particolare e per traslato tecnico. Mostra sì gli eroi e gli dèi ma ama anche mostrare gli uomini nella loro vita di tutti i giorni, nella loro semplicità e ingenua bellezza, tratteggiando dei quadretti molto particolareggiati e vividi. In una poesia come quella di Ennio il lepos o l’uso frequente di diminutivi non avrebbero avuto senso, l’attenzione non è rivolta al piccolo ma a ciò che è solenne, epico, e il poeta diventa istruttore della comunità. Mentre per esempio avrebbero potuto avere senso in un mimiambo di Eroda, o in un idillio di Teocrito.

Catullo e gli altri poetae novi, quindi, vogliono sì ricercare l’erudizione e la raffinatezza ma in un ambito diverso dai loro predecessori, e anche più vicino alla sensibilità e al gusto di un poeta ellenistico. Per questo assumono anche un'altra regola di poetica di età ellenistica, ovvero la brevitas (“brevità”), che contrastava contro la lunghezza spesso eccessiva dei poemi delle epoche precedenti. Infatti il carme 1 di Catullo è lungo una decina di versi mentre quello di Meleagro, che pure è modello diretto, supera i 50. Anche nei carmina docta, quando il canto si eleva e la poesia diventa più lunga, l’attenzione del poeta resta comunque sui dettagli, si focalizza sugli aspetti più intimistici o psicologici delle vicende. Il carme 64, per fare un esempio, è un epillio (“piccolo epos”) eppure ha ben poco di epico e solenne, è piuttosto avvolto da un velo di malinconia, di lontananza crepuscolare che somiglia alla sensazione che danno i ricordi d’infanzia. Questa è la quintessenza dell’originalità di Catullo e degli altri neoteroi, è il cuore pulsante che anima la loro poesia.

"Qualcuno ha detto cuore? Posso darvi una mano io"

Temo di avere divagato, ma credo che questo discorso sia fondamentale per capire davvero Catullo. Comunque, ora posso tornare al commento puntuale dei versi. Passando perciò all’endecasillabo successivo, Catullo specifica ulteriormente quanto sia recente il suo libretto, addirittura è appena stato levigato dalla pomice (termine qui usato al femminile ma di solito maschile in latino), cioè è stato proprio concluso da poco. Nel terzo verso si risponde alla domanda del primo, e appunto viene indicato Nepote come destinatario della dedica del Liber. Mentre raccontavo chi fosse Nepote accennavo alle ragioni di questa dedica. Ce ne sono due: una esplicita e l’altra no. Quella esplicita è dichiarata nel verso successivo: Nepote ha sempre pensato che le poesie di Catullo avessero un qualche valore, e quindi è più che giusto che a lui sia dedicato il libro che le contiene. La ragione implicita è naturalmente più importante dal punto di vista poetico, e va dedotta da quello che viene detto nei tre versi successivi. 

Viene menzionata soltanto una delle tre opere di Nepote, i Chronica, dei quali ho già parlato. Ecco, questo è stato in passato oggetto di un’interpretazione critica scorretta: si pensava che Catullo chiamasse in causa i Chronica in quanto opera di storia universale (e quindi monumentale) in netta contrapposizione con la brevità del suo libretto, che pure non è meno laboriosus dello scritto di Nepote. In realtà non è così, e basta riflettere un attimo sulla questione per rendersene conto. Può essere utile attuare un confronto. I Chronica era lunghi tre libri. Livio scrive un’opera storica su Roma che copre un arco di circa settecento anni, e per farlo impiega centoquarantadue libri. Quanti libri sarebbero dovuti servire per una trattazione esauriente della storia universale di ogni parte del mondo conosciuto? Sicuramente molti più di tre! Di conseguenza possiamo pensare che l’opera di Nepote non fosse affatto monumentale come l’argomento potrebbe indurre a credere, ma che anzi fosse particolarmente ridotta. Possiamo affermare cioè che facesse della brevitas un proprio punto di forza fondamentale. Ecco quindi che si esplicita il filo conduttore nascosto tra Nepote e Catullo, un aspetto di poetica comune e innovativo rispetto alla tradizione. Quindi Nepote non viene nominato per creare un contrasto, ma anzi, per instaurare un legame e quindi in modo implicito per aggiungere altra carne al fuoco alla dichiarazione di originalità e di principi compositivi contenuta nel primo verso.

L’adesione alla tradizione della poesia latina si nota nell’uso frequentissimo di figure di suono, quali l’allitterazioni e l’omoteleuti. Per quanto riguarda le prime troviamo, per esempio, ausus es unus, per quanto riguarda i secondi lepidum novum libellum, poi solebas meas nugas e doctis laboriosis (ma potrei citarne altri). Le figure di suono sono quindi il principale ponte tra Catullo e il passato, e hanno lo scopo di sottolineare punti importanti della poesia.

L’ottavo verso invita Nepote a prendere il Liber per quello che è. Non è del resto la prima affermazione di modestia del componimento, anche il nugas del quarto verso ha un significato analogo. Ovviamente quella di Catullo è una modestia di rito, e questo appare evidente nell’ultimo verso. Qui la Musa (invocata come patrona virgo) viene invitata a proteggere l’opera, e a farla vivere perenne per più di un secolo. L’ossimoro tra l’enfatico “perenne” e il modesto “più di un secolo” svela l’ironia contenuta nella’umiltà di Catullo, che appare invece del tutto consapevole della grandezza della propria poesia. 

L'opera di Catullo durerà molto più di questo libro!

Siamo giunti alla fine, tiriamo quindi le conclusioni del commento di questo primo carme. Per quanto riguarda il contenuto costituisce la dedica del libro a Nepote, sul piano interpretativo svela i punti focali della poetica di Catullo: brevitas, erudizione (in latino doctrina), raffinatezza, attenzione al piccolo e al quotidiano. Questi principi derivati dalla poesia ellenistica si uniscono alla forma e alle figure retoriche tipiche invece della tradizione latina.

La presenza di un proemio potrebbe fare pensare a una sistemazione organica delle poesie, ma vedremo che non è così. Non siamo di fronte a un canzoniere in stile Petrarca, ma anzi, siamo quanto più lontani possibile da un’idea del genere di raccolta poetica. Comunque, tutto questo sarà più chiaro leggendo le prossime poesie. Per ora ho parlato fin troppo. Giuro che comunque i prossimi commenti saranno più brevi, questo era lungo perché la poesia proemiale è sempre densissima di significato. Con le altre andremo più spediti. La prossima poesia che ci aspetta è quella dedicata al passero di Lesbia in vita. Spero di riuscire a pubblicare il commento il prima possibile, in modo da tornare in carreggiata con pubblicazioni più o meno costanti. A presto!

sabato 24 dicembre 2016

Commento integrale al Liber di Catullo. Introduzione.

Che ne dite di un progetto che mi tenga impegnato da oggi per i prossimi dieci anni? Una grande idea, mi sembra, no? Se poi consideriamo che questa è soltanto la prima parte di qualcosa di molto più ampio significa che sono impegnato anche per le prossime quattro vite. Wow.

Una cosa che a me è sempre piaciuta sono i commenti integrali. Leggere Platone od Omero o chi per loro con un bell’apparato di note, una ricca introduzione e appendici alla fine è qualcosa che dà un’immensa soddisfazione, perché riesci davvero a capire il testo nella sua interezza. Senza questi strumenti molte cose ci sfuggono, visto che, essendo passati più di duemila anni, molti riferimenti semplicemente non siamo in grado di coglierli. Il web tuttavia se ne mostra abbastanza avaro: da quel che mi risulta l’unica opera a essere dotata di testo e commento integrale online è la Divina Commedia. Per aumentare quindi questo numero esiguo ho deciso che pubblicherò i testi in originale e in traduzione e i commenti puntuali di varie opere del mondo antico, in modo tale che chiunque volesse approfondire la conoscenza di questa o quell’opera (o anche chi dovesse prepararsi per l’interrogazione di domani e mannaggia alla prof io quando ha spiegato non seguivo) in modo non solo generale ma anche più specifico e preciso possa trovare qui ciò di cui ha bisogno.

Anche Pitagora è reincarnato quattro volte per finire un progetto sul suo blog.
Ho deciso di cominciare con il Liber di Catullo, per un motivo molto semplice: le sue poesie sono di solito corte, e io in questo periodo non ho il tempo di stare dietro a tradurre cose troppo lunghe. Prima di cominciare però penso sia utile dire due parole generali su Catullo, il movimento di cui fa parte e il Liber.

Sulla vita di Catullo non dirò nulla, si sa poco e quel poco è poco rilevante (Gorgia sarebbe fiero di me, Platone un po’ meno) ai fini del mio discorso e si può trovare tranquillamente su Wikipedia. Quello su cui invece è più importante soffermarsi è il movimento poetico di cui Catullo rappresenta il massimo esponente, ovvero i neoteroi, o poetae novi.

Il neoterismo costituisce un punto di svolta per la poesia latina, una tappa che influenzerà tutta la produzione successiva e quindi una linea di demarcazione piuttosto stretta tra quello che verrà scritto dopo e quello che era stato scritto prima. Tutta la letteratura latina, questo si sa, deriva dalla letteratura greca, in particolare da quella di età ellenistica. Per fare un esempio, l’Odusia di Livio Andronico è un poema fortemente alessandrino, nonostante sia la traduzione di un’opera composta secoli e secoli prima dell’ellenismo. L’età ellenistica rappresenta per Roma l’esempio di un modo di fare poesia che viene poi integrato in quelle che sono le esigenze e il sentire dei poeti latini. Per questa ragione la letteratura latina arcaica è una letteratura collettiva, che respinge le istanze del singolo e dell’io e si fa voce dello stato ed educatrice del lettore. Questo vale con la sola esclusione di Lucilio, che invece si dimostra già proiettato verso una dimensione soggettiva della poesia (ma è anche vero che Lucilio scrive quando ormai a Roma hanno cominciato a diffondersi le idee di cura del singolo e di disinteresse per la collettività che vengono proposte da una certa fetta della cultura greca).

Una fetta di cultura greca al cioccolato.
La principale novità del neoterismo è l’inserimento della soggettività nella poesia. Sia una soggettività fittizia, come negli epigrammi di Valerio Edituo e Lutazio Catulo, sia una soggettività reale, come nei carmi di Catullo, comunque emerge in maniera prepotente e trasforma la poesia non più in uno strumento di educazione ma in un esercizio di stile ed erudizione attraverso il quale il poeta esprime sé stesso.

Stile ed erudizione, in latino ars e doctrina sono tra i concetti principali della poetica di Callimaco e di tutta quanta la poesia ellenistica. Questa poetica viene dai neoterici assimilata e applicata a seconda delle proprie esigenze in modo più puntuale e rigoroso dei poeti arcaici, che, nonostante come dicevo ne fossero stati influenzati, comunque non l’avevano seguita in modo così assiduo ma ne avevano fatti propri elementi diversi, chi alcuni e chi altri.

Questa nuova corrente poetica non è affatto ben vista da una grossa parte degli intellettuali romani, ancorati alle tradizioni e incapaci di scorgere la grandezza della poesia netoterica. Ciò che ci vedevano era invece una rottura con il passato che portava a una produzione di qualità molto inferiore sia a livello letterario che a livello morale e politico. Cicerone, che si trovava su posizioni opposte ai poetae novi, non esita a definirli “cantores Euphorionii”, ovvero imitatori di Euforione. Euforione era un poeta ellenistico noto per la sua oscurità e per l’elaborazione dei suoi versi, e paragonando i neoteroi a suoi imitatori Cicerone vuole sottolineare che questi cercano di replicare la sua ricercatezza formale e la sua altezza di stile ma riescono a produrre soltanto qualcosa di sciatto e poco poetico. Dietro questa accusa di carattere letterario ci sono, come accennavo prima, anche ragioni di tipo diverso. Si è lungo dibattuto se i neoteroi appartenessero a un circolo epicureo oppure no, sta di fatto che comunque nelle loro poesie, perlomeno in quelle di Catullo, si professa una forma di disinteresse e di astensione per la politica in virtù di una maggiore concentrazione verso il proprio io. Cicerone, che vedeva ancora nella letteratura un prodigioso strumento di educazione e, come nella latinità arcaica, la considerava uno strumento per la collettività, non poteva accettare un così radicale cambio di prospettiva del fare poetico. 

Catullo é probabilmente il maggior esponente di questo movimento, ed é anche l’unico la cui produzione non ci sia giunta frammentaria. Ci è pervenuta sotto il suo nome una raccolta di un centinaio di poesie, quello che viene chiamato, riprendendo una definizione di Catullo stesso, Liber.

Il Liber é suddiviso in tre parti, anche se questa divisione rappresenta più una convenzione di noi moderni che qualcosa di progettato da Catullo. La prima parte, che comprende i carmi dal primo al 60, é soprammominata nugae, che significa stupidaggini, ed é un termine che Catullo stesso usa per definire la sua opera. Questa parte contiene poesie brevi dal tema quotidiano, in cui la ricerca dell'erudizione va a unirsi e a contaminarsi con la descrizione delle emozioni e delle situazioni semplici di tutti i giorni. Questo non significa che le poesie delle nugae siano scritte di getto o che manchino o rifiutino l'elaborazione formale, anzi, l'esatto opposto. Questa era una visione tipica della critica ottocentesca (Giovanni Pascoli tra tutti), la critica moderna si batte invece per dimostrare come in realtà abbiano una  grandissima elaborazione di stile, paragonabile solo alla migliore poesia alessandrina.

Pascoli.
La seconda parte, che comprende i carmi dal 61 al 68, è denominata carmina docta, e contiene poesie di assai diverso carattere. Sono componimenti molto più lunghi, il 64 supera addirittura i 400 versi, e hanno di solito come argomento il mito, o in generale temi di levatura più alta (il 66 ad esempio è la traduzione artistica di un originale greco di Callimaco). Quando si riferiscono ai temi del quotidiano lo fanno in modo aulico ed elevato, come per esempio nel carme 68, dove l’amore per Lesbia e la morte del fratello vengono accostati, in modi che approfondirò quando arriverò a commentarlo, alle vicende mitiche della guerra di Troia. Potrebbero sembrare del tutto slegati dalle nugae, ma in realtà non è così, sono invece unite da un sottile filo tematico, che per altro lega tutta la produzione catulliana. I carmina docta non sono altro dal resto, sono l’innalzamento dei sentimenti personali espressi nelle altre poesie a emozioni divine, chiave di lettura universale delle vicende degli dèi.

La terza e ultima parte  viene indicata come 'epigrammi', poiché contiene solo componimenti di questo tipo. Vi troviamo quindi poesie brevi come quelle della prima parte, ma a differenza di queste, che sono composte in metri diversi, gli epigrammi sono tutti in distici elegiaci. Le nugae hanno inoltre argomenti più romani, più calati nella realtà di Roma dell'epoca, mentre gli epigrammi sono di carattere più astratto e meno collegato alla situazione presente al momento della composizione.

Come si vede il Liber si presenta non come un'opera unitaria ma dalla natura composita. La  ragione principale di questo é che  molto probabilmente le tre parti del Liber erano state concepite da Catullo come opere a sé stanti, e sono state poi unite dalla tradizione manoscritta. Non serve comunque approfondire oltre l'argomento, visto che sulla divisione del Liber molto é  stato detto ma per il mio obiettivo è per questa  sede bastano queste poche righe.

Non ritengo nemmeno che sia importante che io mi soffermi in modo puntuale sulle tematiche della poesia di Catullo, in quanto avrò modo di parlarne con precisione durante la trattazione dei singoli componimenti. Per fare giusto un brevissimo sommario, oltre al tema dell'amore per Lesbia, che é sicuramente il più noto, hanno grande importanza l'amicizia, la politica (vista però attraverso il personale occhio neoterico di Catullo, che quindi si sofferma sugli aspetti più personali dei personaggi che attacca o sulla sua percezione di loro, piuttosto che sul loro programma politico), la nuova poetica neoterica, il mito e soprattutto la nuova visione dei valori tradizionali, che costituisce poi la cifra  più originale e a mio parere interessante.

Pascoli è rimasto sconvolto dalla mia battuta di prima su di lui.
Sulla storia d'amore é secondo me inveve utile fare una precisazione, e la faccio qui per potermene liberare subito. É opinione diffusa della critica dell'ottocento, con il solito Pascoli in prima linea, che  la poesia di Catullo sia una specie di diario della sua storia con Lesbia. É anche la prima idea che può venire a una lettura ingenua del Liber, e viene anche proposta talvolta ancora adesso al liceo da qualche insegnante, per dirla con un eufemismo, poco informato. In realtà non é così: il Liber, come dicevo prima, non contiene poesie scritte di getto per delle occasioni, ma ha una precisa finalità letteraria di erudizione ed elaborazione stilistica. Per questa ragione riprende spesso moduli della tradizione poetica romana e alessandrina (i poeti più importanti come modelli sono Asclepiade, Meleagro e Callimaco), per misurarsi con essa a volte imitandola a volte innovandola. Quindi sarebbe ingenuo dire, sulla scorta dei carmi 2 e 3, che Lesbia aveva un passero che poi é morto. La conclusione corretta é che Catullo inventa il passero per riprendere determinai topoi della poesia ellenistica e reinterpretarli alla luce della propria esperienza di vita, in questo caso l'amore per Lesbia. Poesia che parte dalla vita quindi sì, ma non poesia sulla vita.


Questo é in sintesi quello che occorre sapere. Con il prossimo articolo cominceremo l’analisi del testo catulliano partendo dal primo componimento, che è anche molto famoso, e costituisce la dedica dell’opera (o di parte di essa) a Cornelio Nepote.