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sabato 21 marzo 2020

Una corona di letture #4 - Buona Apocalisse a tutti, di Terry Pratchett e Neil Gaiman


Adesso lo conoscono tutti per via della maledetta serie tv. Infatti tutti ne parlano come Good Omens, (questo titolo appare pure sulla copertina della ristampa) perché così si chiama la serie tv, nota soprattutto perché schiere di fan girl prive del concetto di proprietà intellettuale hanno shippato i protagonisti in tutti i modi possibili e immaginabili. Comunque, Buona Apocalisse a tutti! era un buon romanzo anche quando non lo conosceva nessuno.

È quindi questo il consiglio di oggi, un libro nato dalle penne di due autori come Neil Gaiman e Terry Pratchett, e quindi, come potete immaginare, un’ottima lettura. Il genere è quello del fantasy comico, e quindi si stacca un po’ da quello scrive Gaiman normalmente, mentre rimane nel seminato di Pratchett. La trama racconta delle vicende di un angelo, Azraphel, e di un diavolo, Crowley, che cercando di impedire la venuta dell’Anticristo e l’Armageddon, che provocheranno la fine della Terra dove loro vivono comodamente da millenni. L’Anticristo al momento è solo un ragazzo di undici anni, quindi può essere fermato.


La trama è ovviamente una scusa per scrivere una battuta dietro l’altra, e il romanzo, che pure è lungo quasi 400 pagine, scorre che è un piacere. I personaggi principali sono molto ben caratterizzati, e hanno la loro crescita e la loro profondità psicologica, pur restando sostanzialmente degli strumenti per far ridere. In particolare, la mia scena preferita è quella dell’inquisizione spagnola, con il dialogo «Siete voi una strega, olè?» che mi ha steso.

Buona Apocalisse a tutti! è quindi romanzo divertente, brillante e coinvolgente, un romanzo pieno di citazioni e buone idee che riesce a far ridere anche quando, specie sul finale, le cose iniziano a farsi un po’ più serie. Lo consiglio a tutti quelli che cercano un buon connubio tra fantasy e comico, che però non è rivolto solo agli amanti del genere, come invece avviene per i romanzi di Terry Pratchett.

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domenica 14 gennaio 2018

Recensione - L'oceano in fondo al sentiero di Neil Gaiman

Lo so che volevate tutti Regazzoni. E invece no, sono pigro e mi pesa leggerlo, quindi vi rifilo una recensione positiva.

L’ultima recensione che ho pubblicato nella sezione libri è quella di American gods, cui ho dato otto Cthulhu, che più o meno significa “certe cose mi sono piaciute tanto, certe altre discretamente, qualcuna no, siamo a un livello sopra la media ma non eccellente”. Quello è stato il mio primo e ultimo approccio con Gaiman (con l’esclusione del fantastico Buona apocalisse a tutti, ma lì c’è anche l’intervento di Terry Pratchett). Poi proprio qualche giorno fa, un po’ per caso, un po’ perché avevo bisogno di qualcosa di breve per riempire il tempo perché avevo appena finito Lord of emperors di Guy Gavriel Kay e nel giro di pochissimo sarebbero arrivati i libri che avevo chiesto per Natale, ho letto L’oceano in fondo al sentiero. È stato proprio una cosa casuale, non dico che ho messo vari titoli di libri su un bersaglio e poi ho lanciato una freccetta a occhi chiusi, ma quasi. E quello che doveva essere soltanto un riempitivo tra un bel libro e l’altro è diventato in effetti il miglior libro che ho letto quest’anno. E sì, questo è l’anno in cui ho letto anche Pan e Sailing to Sarantium. Eppure L’oceano in fondo al sentiero dà il bianco a tutti quanti.
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Titolo: L’oceano in fondo al sentiero
Autore: Neil Gaiman
Anno: 2013                                                       
Editore: Mondadori
Pagine: 191




TRAMA 

La trama è semplicissima. Il protagonista e narratore della storia, di cui non conosciamo il nome e che perciò chiameremo con il primo che mi viene in mente, Neil (scelta assolutamente casuale), ritorna presso la casa dove abitava quando era piccolo. Lì ritrova la fattoria degli Hempstock, dove abitava Lettie, una bambina con cui aveva fatto amicizia quando lui aveva sette anni e lei undici, e che poco dopo si era trasferita in Australia. Neil giunge allo stagno della fattoria, quello che Lettie definiva il suo oceano. E i ricordi di quella lontana estate di tanti anni prima tornano a galla.

Viviamo perciò insieme a Neil l’avventura che ha vissuto quando aveva sette anni e viveva nel Sussex con la sua famiglia. Quando era un ragazzino timido, chiuso e introverso, che passava più tempo sui libri che a fare sport. Quando suo padre affitta una camera a un cercatore di opali e questi per sbaglio investe e uccide Fluffy, il gattino di Neil. Quando anche il cercatore di opali viene trovato poco tempo dopo morto e delle monete cominciano a comparire misteriosamente in giro nei posti più impensabili. Quando Neil conosce Lettie Hempstock e lei gli mostra uno stagno che in realtà dovrebbe essere un oceano ma sembra proprio uno stagno, e una creatura misteriosa decide di voler fare felici le persone.

Neil Gaiman e Terry Pratchett olio su tela.

LA MIA OPINIONE


L’oceano in fondo al sentiero è la dimostrazione che per scrivere un romanzo eccellente non serve una trama complicata, né un cast di personaggi più lungo dell’elenco telefonico, né una lunghezza minima di almeno 500 pagine. Gaiman non fa nessuna di queste cose eppure riesce a scrivere un romanzo straordinario.

L’oceano in fondo al sentiero non è un romanzo per bambini, eppure ha le movenze e l’atmosfera della favola. Si è immersi in un mondo delicato e toccante, visto attraverso gli occhi del protagonista, che sta simpatico fin dalle prime pagine e diventa un compagno inseparabile entro la fine del libro.

Gaiman è davvero abile a tratteggiare la personalità del piccolo protagonista. Credo, e da quello che c’è scritto nei ringraziamenti penso di non sbagliarmi, che l’autore abbia tratto molto dalla propria infanzia e da quello che lui stesso era a quell’età per creare la figura di Neil. Il risultato è un personaggio gradevole e non scontato (a parte per qualche dettaglio), che cresce nel corso della storia. Gaiman fa attenzione ad avere sempre presente che quello che parla è un bambino, e quest’idea influenza anche il linguaggio, che ho trovato più semplice di quello di American gods. Quando saltano fuori dal nulla parole inventate dobbiamo pensare che sia qualcosa di voluto dall’autore per essere coerente con l’età del personaggio narrante.

Una delle cose che funzionava di meno in American gods era la trama. O meglio, se ricordate avevo sottolineato come una volta che si comprendeva il taglio che Gaiman voleva dare alla narrazione allora tutto diventava chiaro, mentre fino a quel momento si rischiava di non apprezzare certe derivazioni della storia e di considerarle come delle inutili diramazioni. Bé, mi sono reso conto che il punto focale della faccenda è che Gaiman si trova molto più a suo agio a gestire un tipo di trama come quella de L’oceano in fondo al sentiero. Qui ci sono pochi personaggi da gestire, ma soprattutto non serve preparare nessun grande evento, o comunque gestire differenti sottotrame. C’è soltanto lo sviluppo principale della vicenda, che prosegue in modo lineare ma non per questo scontato o noioso. La bravura di Gaiman emerge in questo modo in maniera molto evidente e incisiva.

L'atmosfera del romanzo.

Insieme all’atmosfera fiabesca si respira un forte senso di mistero che dà alla vicenda un grande fascino. Le leggi del mondo con cui Neil viene a contatto, i poteri delle persone che incontra, le creature che gli si parano contro, tutto questo non viene mai spiegato in modo esplicito. Possiamo comprendere che delle regole esistono, veniamo perfino a conoscenza di alcune di esse, ma il lettore viene informato solo di quello che accade nella trama perché ad essa è funzionale. Tutto il resto non viene mai rivelato. L’autore gestisce le cose in modo così magistrale che chi legge non ha l’impressione che stia affastellando poteri a casaccio come gli tsubo di Ken il guerriero, ma che esista tutta una serie di norme che esistono e che i personaggi rispettano ma che il protagonista non conosce. Questo effetto non solo desta moltissimo interesse verso i poteri e verso i personaggi che li possiedono, ma evidenzia l’intelligenza di Gaiman e l’accortezza con cui ha pensato il tutto.

L’atmosfera è in assoluto la cosa che colpisce di più del romanzo, oltre a ciò che spinge a continuare la lettura e, giunto verso la fine, mi faceva dispiacere l’idea che finisse. Fate conto che  voltavo le pagine con l’ansia che quella che stavo per leggere fosse l’ultima. Non è una cosa che mi succede spesso, non mi è successa neppure con libri come It o Pan. A memoria d’uomo mi è successo solo con Joyland, che non è che sia nulla di che, ma appunto è caratterizzato da un’atmosfera molto particolare. Stiamo parlando di giusto giusto due anni fa. Non è cosa da poco.

Non mancano i cliché e le cose già viste. Una su tutte la scena iniziale del compleanno di Neil, cui non partecipa nessuno, e la torta con un libro di glassa sopra viene consumata dal ragazzino insieme alla famiglia. È altrettanto cliché la scena che segue, in cui si racconta della passione di Neil per la lettura. È un po’ cliché pure Ursula Monkton, se proprio devo mettermi a spezzare il capello in quattro. Ma il punto è che a conti fatti di questi cliché non frega niente a nessuno, non danno fastidio. Il fiabesco, la delicatezza e la semplicità che caratterizzano storia e narrazione rendono accettabili e piacevoli perfino questi elementi che in qualunque altro contesto, o raccontate dalla penna di uno scrittore meno esperto, avrebbero puzzato di vecchio e già visto.

Inutile dire che la narrazione scorre che è un piacere, il primo giorno che l’ho letto (il secondo lo avevo già finito) sono arrivato a pagina 100 senza praticamente accorgermene. Dovevo preparare un seminario per l’università da presentare la lezione successiva, seminario che avrebbe determinato metà del voto finale dell’esame quindi dovevo dedicargli attenzione e voglia, e invece mi sono trovato a non riuscire a smettere di leggere Gaiman.

Ho trovato anche la presenza dei gatti nella trama un tocco veramente particolare e affascinante. Non perché abbiano un ruolo specifico nella svolgersi delle vicende, anzi, potrebbero proprio non esistere che non cambierebbe nulla. Ma, a parte che l’amore che il protagonista prova per loro è talmente ben reso che solo quello giustificherebbe la loro presenza, trovo che siano un ottimo modo per aumentare il fascino dell’atmosfera. La presenza della gattina contribuisce a intensificare la delicatezza e il mistero di cui ho parlato prima. Sembra un dettaglio, ma senza i gatti il fiabesco che tanto mi ha colpito e ho apprezzato non sarebbe risultato così efficace.

"Un 10! EVVAI!"

IN CONCLUSIONE


Scrivere una recensione di un libro stupendo è una grande soddisfazione. È meglio che scrivere recensioni negative, le recensioni negative riportano brutti ricordi. Quelle molto positive il contrario. Tuttavia, è anche molto difficile, ho sempre l’impressione di non essere riuscito a mostrare del tutto quello che il libro mi ha trasmesso. Sto avendo quest’impressione anche adesso. Potrei ripetere settecento volte che L’oceano in fondo al sentiero è meraviglioso, bellissimo, un romanzo eccellente, ma non vi trasmetterei molto, perché starei raccontando, e invece, come ci insegna qualcuno, bisogna mostrare, non raccontare. Bé, l’unico modo per mostrare sarebbe riportarvi direttamente il libro. Quindi in sostanza il mio dilemma di non riuscire a trasmettere al meglio quanto mi è piaciuto questo romanzo è irrisolvibile, perciò andiamo avanti.

Sul retro della mia edizione di American gods è riportata una citazione di Stephen King a proposito di Gaiman. “Leggere Gaiman è come entrare in una stanza del tesoro piena di storie meravigliose”. Dopo aver letto L’oceano in fondo al sentiero non posso che essere d’accordo con lui. Se lo leggerete troverete mistero, avventura, un po’ di fiabesco, dei personaggi molto ben caratterizzati e a cui è facilissimo affezionarsi, e anche qualche riflessione sulla conoscenza e la vita. Quindi leggetelo. Fidatevi. Io il mio di dargli 10 Cthulhu (se li merita tutti e anche se non fosse così è da poco passato Natale e siamo tutti buoni anche se ancora per poco) l’ho fatto. Ora sta a voi fare la vostra parte e leggerlo. Io sono felice di non sapere tutto, quindi torno a giocare davanti al casale e al cielo, all’impossibile luna piena e le matasse e gli scialli, gli sciami e gli ammassi di stelle lucenti.

VOTO: 

giovedì 28 dicembre 2017

Ritorno al futuro

Chi sentiva la mia mancanza alzi la mano. Non in troppi tutti insieme, mi raccomando.

*silenzio cosmico. Un grillo frinisce un paio di volte*
Bene, grazie per la calorosissima accoglienza. Anche voi mi siete mancati.

Sono stato assente per circa tre mesi per vari motivi poco interessanti. Vorrei poter dire che ho viaggiato nelle foreste del Borneo alla ricerca di specie animali rare e preziose e che il graffio che chi mi conosce vede sopra le labbra è l’unica ferita che ho ricevuto sostenendo numerose lotte contro orsi e leopardi. La verità è che la quotidianità mi ha schiacciato e non avevo tempo nemmeno per respirare. Per quanto riguarda il graffio, se proprio siete interessati, è colpa di una cosa che ancora non ho chiara per niente, ed è che i rasoi, per funzionare, devono per forza avere una lama.

Comunque, ho approfittato delle vacanze per trovare un po’ di tempo libero, e ovviamente Aproposidoketon e voi, miei fedeli e numerosissimi lettori, siete stati i primi cui ho pensato. Quindi sto scrivendo a manetta una serie di recensioni e di post in modo tale da poter riprendere una pubblicazione più o meno regolare anche quando gli impegni cominceranno a tornare in modo più stringente. Questo quindi vuole essere inizio di un nuovo periodo per Aproposidoketon, un periodo conto di tornare attivo come lo ero fino ad alcuni mesi fa. Ho pronte per voi molte chicche, senza fare troppi spoiler avremo prossimamente su questi schermi, tra le altre cose, Neil Gaiman, Guy Gavriel Kay, Eichiro Oda, Mitsutoshi Shimabukuro, e, udite udite, Simone Regazzoni, alle prese con il seguito di Abyss, che degli inclementi compagni di università mi hanno regalato per Natale con il chiaro intento di uccidermi.

Quindi restate sintonizzati su questo canale, perché presto ne vedrete delle belle. Non so voi, ma personalmente non vedo l’ora di pubblicare di nuovo. 

giovedì 14 settembre 2017

Recensione - American Gods di Neil Gaiman

Dopo la svolta high fantasy con Heitz e il nano che “si erge in tutta la sua altezza” (per chi se lo chiedesse sì, é una citazione e no, non è ironica) sono tornato a un buon vecchio urban fantasy. A dirla tutta ho avuto anche una parentesi dedicata alla bilogia del mosaico di Sarantium di Guy Gavriel Kay, ma mentre il primo libro mi è piaciuto molto il secondo mi ha ucciso definitivamente a pagina 200. Comunque, sono tornato allo urban fantasy e ho deciso di leggere American gods, di cui avevo sentito giudizi molto lusinghieri e quindi ero molto curioso di leggerlo. Casualmente, mi sono trovato a leggere subito dopo Pan di Francesco Dimitri, che con American gods presenta notevoli somiglianze (ho letto pure Alice nel paese della vaporità, ma quel libro non esiste o non lo ha scritto Dimitri, quindi non parliamone più). E nonostante Pan sia un libro migliore, conferma che Dimitri é uno scrittore di tutto rispetto, anche American gods si è rivelata un’ottima lettura.
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Titolo: American gods
Autore: Nei Gaiman
Anno: 2001                                                        
Editore: Mondadori
Pagine: 519




TRAMA 

Shadow sta per uscire di prigione dopo tre anni. Finalmente può tornare alla sua vecchia vita, a sua moglie Laura e ai suoi amici. Questo é quello che crede. in realtà, poco prima della sua scarcerazione gli viene annunciata la morte della moglie, e viene assunto come guardia del corpo da un misterioso signore di nome Wednesday. Wednesday nasconde più di un segreto, e non è un semplice umano come sembra a prima vista: il suo obiettivo è radunare le vecchie divinità che esistono nel mondo ma non vengono più venerate per farle combattere con i nuovi déi, gli dèi della televisione, dei computer, della tecnologia e della modernità. Una guerra tra coloro che sono stati dimenticati e coloro che ora comandano, tra i reietti e abbandonati contro la moda. Una guerra nella quale Shadow scoprirà di avere un ruolo molto maggiore di quanto avrebbe mai potuto immaginare.


LA MIA OPINIONE 


Come dicevo avevo sentito dire solo buone cose su American gods, e in effetti posso confermare tutti i complimenti che ha ricevuto. Credo che la traduzione italiana non abbia reso merito all’originale, però, perché ho notato molti punti in cui erano presenti sbavature stilistiche che, più che colpa di Neil Gaiman, mi sembrano colpa del traduttore. Non ricordo esempi precisi, comunque sono fondamentalmente usi eccessivi dell’aggettivazione e cose simili. Cose che insomma il traduttore potrebbe aver reso un po’ troppo liberamente, finendo così per sporcare lo stile di Gaiman, che di solito è molto diverso. Gaiman in generale scrive bene, sintesi, semplicità ed efficacia sono le sue qualità migliori. e le prime che colpiscono il lettore.

Wednesday quando portava le trecce.
Quindi, per quale motivo American gods è così meritatamente famoso, al punto che ci gli hanno pure dedicato una serie tv (che non ho visto perché non seguo serie tv in generale ma che da quel che so ha ben poco a che vedere con il libro)? Bé, a parte la scrittura, sicuramente ha dalla sua un cast di personaggi davvero d’eccezione. Shadow, Wednesday, ma anche Mad Sweeney, Ibis, Chernobog, sono tutti personaggi che funzionano molto bene perché si comportano nel loro modo proprio, nel loro modo naturale e conforme al loro carattere. La sottotrama di Mad Sweeney, che costituisce di fatto una diramazione del plot che poteva essere evitabile in quanto non aggiunge nulla al tutto, dimostra proprio questo, che American gods è, prima che la storia degli eventi che hanno avuto nel luogo in un certo mondo in un certo periodo, è la storia dei personaggi, ed è loro che segue. Non quindi la storia della guerra tra le nuove e le vecchie divinità, ma la storia di Shadow, e di come questi sia stato coinvolto in essa.

Questo è un grande pregio, perché non butta via nulla. Capita spesso che gli scrittori dimentichino o lascino un po’ perdere certi personaggi perché non servono più allo svolgersi degli eventi. Per Gaiman è l’opposto, Gaiman se ne frega degli eventi, lui segue i personaggi. Il finale ne è un esempio lampante. Se a scriverlo fosse stato Stephen King avremmo avuto almeno tre o quattro pov diversi che raccontavano cose diverse dello stesso evento, magari con capitoli brevi e sbalzi da un pov all’altro. Gaiman no, lui racconta quello che succede a Shadow (e a un altro personaggio che non nomino per non fare grossi spoiler) e fine, e la guerra tra gli dèi noi lettori ce la becchiamo soltanto quando comincia a riguardare Shadow, a parte qualche accenno prima, ma poca roba.

Se ha dei pregi, quest’ottica in cui viene narrata la storia presenta anche dei difetti. Nella prima parte del romanzo, tutta la parte del viaggio fino a Cairo e anche l’inizio del soggiorno a Lakeside suonano abbastanza inutili. Cioé, va bene che presentano alcuni personaggi che riappariranno in seguito, ma al lettore viene da chiedersi “embé? A che serve tutto questo?”. In particolare questa domanda mi martellava nella testa come un bombardamento aereo durante la storia di Mad Sweeney che, come dicevo prima, non ha nulla a che fare con le vicende principali, esiste soltanto perché l’autore ha sentito il bisogno di sciogliere un piccolo nodo della trama che riguardava un dettaglio del primo incontro tra Shadow é Mad Sweeney. Certo, va bene scioglierlo, anche se, se non fosse stato sciolto, dico la verità, sarebbe cambiato ben poco. Durante la lettura, all’inizio, questa domanda ricorrente, questa sensazione di stare leggendo una serie di diramazioni della trama dà fastidio. Una volta però che ci si abitua e si capisce che l’idea che Gaiman ha di trama riguarda i personaggi e non gli eventi allora si comincia ad apprezzare queste apparenti deviazioni del plot, e anzi, si va a creare un effetto particolare. La vicenda di Lakeside é un esempio evidente di questa mia affermazione. Se sulle prime infatti sembra di essere di fronte all’ennesima ramificazione relativamente interessante degli eventi, ecco che poi piano piano si comincia a fare come Shadow, a prenderci l’abitudine. Si conoscono gli abitanti, si simpatizza con loro, si intravede qualche relazione che potrebbe nascere, quando spuntano personaggi marginali già apparsi si ha la stessa sensazione di quando si vede per strada qualche conoscente incontrato una volta e ci si stupisce di quanto sia piccolo il mondo, ed ecco che succede l’evento inatteso, il conflitto, il mistero da risolvere che aggiunge sale agli eventi. É questo evento non sembra più una derivazione del plot, il lettore si è ormai accomodato come sotto una coperta calda, e non potrà che simpatizzare con gli abitanti preoccupati, e con Shadow che si sbatte per fare qualcosa. Il dispiacere e lo straniamento dei personaggi é quello del lettore, e questo dimostra la grande abilità di Gaiman a creare un’atmosfera adatta a conquistare chi legge. Alla fine, direi che l’abilità nel creare atmosfere e nel rendere piacevoli i personaggi é quello che rende interessante e piacevole l'ottica da cui Gaiman ha deciso di raccontare la storia. Lo avesse fatto qualcun altro, lo avessi fatto io per dire, sarebbe risultato un cumulo di vicende secondarie che mettevano in secondo piano le cose importanti.

Gaiman si è emozionato leggendo la recensione.
La vicenda di Lakeside si conclude dopo la guerra degli dei, diventando così quello che il ritorno alla Contea è per Il signore degli anelli. Ho sentito nel corso degli anni molte persone criticare una risoluzione di questo genere, giudicandola troppo prolissa. Io sono d’accordo in alcuni casi, visto che capita che ci siano scrittori che non vogliono proprio che la storia finisca e allora anche dopo che le vicende principali si sono concluse allungano il brodo a dismisura. Non è questo il caso di American gods, sono convinto che questa sia una di quelle situazioni in cui un finale più disteso di sta assolutamente bene. Perché il lettore ha ancora bisogno di risposte, e si è talmente appassionato a Lakeside e ai suoi abitanti che vuole proprio sapere che fine faranno tanto quanto voleva sapere come si sarebbe conclusa la guerra tra divinità.

Ci sono alcune idee del romanzo che mi sono piaciute parecchio, che ho trovato originali e interessanti. Senza fare troppi spoiler, il metodo di importazione degli dei da un paese all’altro non solo mi è piaciuto molto, ma lo ho trovato particolarmente intrigante e affascinante. Viceversa, non ho sempre apprezzato i racconti dei trasferimenti degli dei, ma solo perché erano uno stacco nella narrazione che secondo me stava proprio male.

La trama ha una brusca virata nell’ultima parte, quando la situazione precipita e molti nodi vengono al pettine in un crescendo di colpi di scena inaspettati. Diciamo che dagli eventi di pagina 400 in poi la lettura scorre che è un piacere, le pagine si girano da sole e la tensione si può quasi toccare. Non riuscivo più a smettere di leggere, era un giorno che dovevo studiare come un disperato per l’esame di archeologia romana perché ero indietrissimo eppure continuavo a leggere. In particolare le vicende su Shadow dopo il rito dell’albero mi hanno tenuto con il fiato sospeso.

Infine ho apprezzato l’ambiguità voluta tra realtà e finzione che viene instaurata su più livelli dall’autore. Nelle avvertenze all’inizio si legge:

Va da sé che tutte le persone […] nominate nel libro sono frutto della mia immaginazione. Solo gli dèi sono reali„ (pag.9)

Ecco, a me una cosa del genere fa andare in brodo di giuggiole, comincio a scodinzolare come un cucciolo di cane quando il padrone gli mostra un bastoncino e finge di lanciarlo. Non c’è una ragione precisa, è solo che i paradossi di questo tipo mi piacciono moltissimo, perché sono arguti, e capovolgono il punto di vista del lettore. E offrono anche delle chiavi di lettura di tutta la storia.

Io leggendo questa parte.
Verso la fine, invece, troviamo questo paragrafo.

Niente di tutto quello che è stato raccontato fin qui potrebbe accadere davvero. Prendetela come una metafora, se vi fa sentire meglio. Le religioni sono per definizione delle metafore […]. Le religioni sono punti di osservazione che condizionano le vostre azioni, posizioni di vantaggio da cui osservare il mondo.
Quindi, non sta accadendo niente di tutto quello che è stato raccontato fin qui. Cose simili non possono succedere. Non c’è una sola parola di verità. In ogni caso, quel che accadde dopo accadde nel seguente modo:[…]„ (pag.451)

In pratica, prima Gaiman ci scopre l’illusione della sua storia, e poi continua come se fosse reale, e più vero della realtà. Del resto, la frase che citavo prima diceva “solo gli dèi sono reali”. Come a dire che l’aspetto meno reale del libro è in realtà quello più vero, e come le religioni sono punti di vista da cui osservare il mondo anche il libro che stiamo leggendo lo è, anche il libro è soltanto una posizione di vantaggio da cui osservare il mondo. Da questa posizione ciò che è falso può diventare la sola cosa vera, ma non importa, perché quello che conta è il significato che viene celato dietro. È, potremmo dire, la religione, la metafora, gli dèi. Tanto di cappello a Gaiman per come questo concetto viene inserito in modo inaspettato eppure armonico all’interno della storia. Mentre lo leggevo era euforico e disorientato al tempo stesso, perché non me lo aspettavo. La citazione da pagina 451 arriva in un punto della storia così, come se fosse la cosa più logica, ma in realtà è assolutamente inaspettato. Ancora complimenti a Gaiman!

IN CONCLUSIONE


American gods è un ottimo libro, mi sono divertito molto a leggerlo, mi è piaciuto molto e, nonostante abbia dovuto subire il confronto con Pan, a mio avviso migliore, comunque risulta lo stesso davvero una buona lettura. Leggetevelo, fidatevi. Non guardare la serie tv. Pare non c’entri niente con il libro.


VOTO: