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giovedì 30 marzo 2017

Recensione - Il richiamo del cuculo di Robert Galbraith (J.K. Rowling)

Facciamo un gioco. Immaginate di essere una donna di 52 anni qualunque, dove per qualunque intendo “più ricca della regina d’Inghilterra”. Immaginate di avere alle spalle sette libri che hanno venduto 450 milioni di copie, sono stati tradotti in 77 lingue e sono stati spunto per otto film di altrettanto successo. Immaginate che dopo tutto questo vi venga di nuovo voglia di scrivere, perché per voi scrivere prima che un lavoro è un piacere. Scrivereste inevitabilmente qualcosa di del tutto diverso dai famosi sette libri precedenti, no? Perché volete staccarvi quel marchio che ingombra, che viene prima di voi. Volete dimostrare che siete bravi anche con altri generi e non solo con il fantasy, che vendete perché avete talento e non per il vostro nome.

Ecco, immaginate tutto questo e sarete J. K. Rowling dopo che ha scritto il suo primo romanzo giallo, Il richiamo del cuculo. Che oggi è qui su questi schermi.
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Titolo: Il richiamo del cuculo
Autore: Robert Galbraith (la carissima zia Jo sotto pseudonimo)
Anno: 2013                                                         
Editore: Salani
Pagine: 547




TRAMA 

Cormoran Strike è un investigatore privato, e non se la sta passando bene in questo periodo. Ha poco lavoro, pochi soldi e una fidanzata con cui le cose vanno sempre peggio. Quando perciò incontra la sua nuova segretaria temporanea, Robin, non pensa che da lì a poco la sua vita prenderà una svolta, per quanto difficile, e lei ne sarà parte integrante.

Lula Laundry, famosa modella, è morta, è caduta dalla finestra del suo appartamento. Secondo la polizia è suicidio, ma il fratello John non è convinto. Per questo si reca da Strike: vuole che sia lui a indagare e a svelare la verità. Per Strike questa è l’occasione d’oro per guadagnare un po’ di soldi, rimettere in sesto la sua vita e rendersi conto se quello che è adesso e il mestiere che fa sono davvero ciò che desidera oppure solo il ripiego per qualcosa che non è mai riuscito a realizzare.

Il detective Cormoran mentre cattura un colpevole.

LA MIA OPINIONE


Il richiamo del cuculo è stato scritto sotto lo pseudonimo di Roberth Galbraith, e le ragioni di questa scelta le ho spiegate prima. Sta di fatto che prima che la Rowling facesse il coming out il romanzo aveva venduto pochino, qualcosa come 1500 copie cartacee (inutile dire che dopo invece le vendite sono salite alle stelle). La prima ragione che viene in mente a chiunque, la stessa che era venuta in mente a me, era che mentre Rowling è un nome che conoscono anche i sassi, Galbraith lo conoscono soltanto gli economisti e non si aspettano certo che pubblichi un giallo. Se poi si aggiunge che probabilmente il romanzo di un esordiente aveva ricevuto una pubblicità scadente, ecco spiegate le cause del flop. Bé, questo lo pensavo prima di leggere il libro, dopo che l’ho letto posso dire che la situazione, almeno a parer mio, è diversa.

Ora che tutti sanno che la Rowling è Galbraith l’intento iniziale dello pseudonimo è andato a farsi friggere. Infatti Il richiamo del cuculo è un libro che campa sul nome che l’autrice si è creata.

A me piace la Rowling. Ho adorato i libri di Harry Potter, ho cominciato il primo a sei anni e finito l’ultimo a dodici. Li avrò letti tantissime volte, non scherzo se dico che avrò superato la decina per ciascuno. Ok, non saranno dei capolavori di stile, ma hanno millemila altri pregi che  fanno dimenticare presto il fatto che, per esempio, la Rowling usi puntini di sospensione molto spesso dove non servono. Sono degli ottimi libri, che bilanciano uno stile non eccellente con ottime idee, una eccellente caratterizzazione dei personaggi, trame non scontate e molta ironia. Il richiamo del cuculo è invece un tremendo passo indietro. Quindi non è che non ha venduto perché povero caro non lo conosceva nessuno. Anche per quello, ma anche perché a conti fatti è un brutto romanzo, almeno secondo me.

E non è che la Rowling sia diventata di colpo stupida e abbia dimenticato come caratterizzare un personaggio. Strike è ben costruito, non è di certo un protagonista memorabile ma fai il suo sporco lavoro. I momenti in cui ricorda i tempi nell’esercito, in cui riflette su cosa fare di sé stesso, in cui ricorda la storia con la sua fidanzata, sono tutte parti in cui a parlare è una voce ben precisa, una voce che il lettore ha imparato a conoscere, non un punto di vista generico e asettico. Anche Robin, per quanto sia un po’ meno approfondita, va bene. E anche l’ambiente delle super modelle e degli stilisti in cui si svolge gran parte della storia è rappresentato con una precisione e una efficacia non da poco. Le scene rappresentate sono vivide e realistiche. Per dirne una, i personaggi sono tutti volgari e fumano tutti come dei turchi. Sembrano dettagli scontati, sembrano quelle cose che gli scrittori italiani inseriscono a caso nei loro romanzi per fare i trasgressivi, ma in realtà ci stanno molto bene. Del resto non credo che tra gli stilisti e le super modelle regnino una sobrietà e un’astinenza monacali, eppure sarebbe stato facile sfociare nell’eccessivo, nell’ipercaratterizzazione, nel troppo che suona surreale tanto quanto il poco. La Rowling evita tutto questo. Ma il libro non funziona comunque.

Avete mai letto un libro di Agatha Christie? Io tra la prima e la seconda superiore ho avuto il periodo in cui mangiavo pane e Agatha Christie. Li ho letti praticamente tutti nel giro di circa un anno, ne leggevo quasi uno al giorno. E non è che io avessi tanto tempo libero e non facessi altro che leggere, semplicemente i romanzi della Christie si leggono da soli. Ne cominci uno, ti prende e non fai in tempo a dire bah che toh, è finito ed era fantastico, avanti il prossimo. E sapete perché è così? Perché i gialli di Agatha Christie sono abbastanza brevi e vi succedono un sacco di cose. Nel giro di duecento pagine scarse c’è tempo per tre omicidi, caratterizzazione dei personaggi, approfondimento psicologico, evoluzione dei personaggi, gente che si sposa, gente che si lascia, gente che litiga, Hastings che ride dietro a Poirot per le sue manie, e venti-trenta pagine di spiegazione che tengono il lettore con il fiato sospeso. Il richiamo del cuculo è l’esatto opposto.

Ancora una volta mi sono lasciata prendere la mano...

Se tornate alla scheda del libro a inizio recensione vedrete che il dura la bellezza di 547 pagine. Più del doppio dei romanzi più lunghi della Christie. Cominciate già a intuire qual è il problema? È proprio come state pensando. Il richiamo del cuculo è un inutile polpettone.

Un romanzo giallo deve tenere viva l’attenzione del lettore e deve essere ricordabile. Perché lo scrittore di gialli è un prestigiatore che deve mostrare al lettore una magia e al tempo stesso ingannarlo, spostare la sua attenzione su certi dettagli e nasconderne altri in modo da rendere più difficile possibile capire il trucco. Se però il lettore non ricorda i punti salienti della vicenda come potrà partecipare alla sfida di capire l’assassino prima dell’investigatore? È come guardare lo spettacolo del prestigiatore al buio totale. Invece ciò che è affascinante è poterlo osservare sotto ogni aspetto e rendersi conto che è nella sua limpidezza che consiste l’inganno, che il trucco è in qualche modo pulito, è onesto, perché è essenziale ma allo stesso tempo in grado di illuderti. La bellezza di leggere un libro della Christie è proprio questa, che per duecento pagine ti fa credere una cosa e poi ti svela che non era vera, e lo si poteva capire, tutti gli elementi erano in bella vista, non nascosti sotto un cumulo di inutilità.

Tutto questo per dire che Il richiamo del cuculo è troppo lungo per quello che ha da raccontare. Il centro del romanzo è occupato dagli interrogatori, e dura qualcosa come 350 pagine. E questo è dannoso per due motivi. Il primo, perché impedisce ai dettagli di essere ricordabili: di un interrogatorio di due o tre pagine è facile tenere a mente tutti gli elementi, anche quando magari di interrogatori così ce ne sono cinque o sei. Ma quando ci sono dieci interrogatori di quasi trenta pagine l’uno, inframmezzati per altro da altre vicende che non c’entrano niente, tipo i problemi di Strike o roba simile bé, la situazione è ben diversa. Il lettore non può gareggiare con l’investigatore, sente qualcosa che si va a contraddire con quello che ha dichiarato un altro personaggio ma non può rendersene conto perché magari ha sentito dire quella cosa duecento pagine prima, e così piano piano perde coinvolgimento in quello che legge. Sia ben chiaro, non sto dicendo che in un giallo gli indizi non debbano essere nascosti, sto dicendo che esistono modi eleganti per nasconderli. E allungare il brodo a dismisura non rientra tra questi.

La reazione di zia Jo alla mia recensione.

Il secondo motivo è che gli interrogatori sono una fase di stallo. Vengono ascoltate le versioni di ognuno dei sospettati e quindi per forza di cose la trama non può andare avanti. Anche per questo devono essere corti, perché non è piacevole leggere una storia dove non succede niente. Quindi, trenta pagine di interrogatori possono avere un senso, 300 e passa invece no, anzi, sono un ottimo modo per uccidere l’interesse del lettore e per affossare la sua voglia di continuare la lettura.

Tutto questo rende nullo il buono di cui ho parlato prima. Perché va bene, Strike è caratterizzato, ma leggere 300 pagine di nulla su un personaggio ben caratterizzato è comunque noioso. Anche quando verso pagina 440 la Rowling si decide a far succedere qualcosa è comunque una ripresa fiacca e che viene salutata con freddezza dal lettore ormai sfinito. Anche Harry Potter aveva dei punti meno entusiasmanti di altri, ma lì c’era l’ironia oppure la trovata bizzarra che mantenevano vivo l’interesse, che facevano venir voglia di continuare la lettura. Qui per forza di cose non c’è nulla di tutto ciò, e quindi la noia è dietro l’angolo.

E poi arriviamo al finale. Non voglio fare spoiler, per quanto se vi dicessi chi è l’assassino vi risparmierei noia e tempo. Semplicemente, vi basti sapere che per quante spiegazioni si tenti di dare il tutto continua a suonare abbastanza stupido. Non perché la soluzione di per sé non abbia senso, credo che lo abbia (non ne sono sicuro perché grazie alle famose 300 pagine di interrogatori non ricordo tutti gli elementi fondamentali del caso), il fatto è che c’è un incoerenza di fondo che, per quanto si noti che specie verso la fine l’autrice abbia cercato di giustificarla, in pratica continua a suonare senza senso. Non dico di più, se lo leggete capirete subito di cosa sto parlando.

Conan dopo aver letto chi è l'assassino.

IN CONCLUSIONE


Il richiamo del cuculo è un romanzo noioso, troppo lungo e pieno di parti inutili. Ha delle qualità positive che gli impediscono di cadere negli Abyssi della brutta letteratura e lo stile funziona, ma comunque non è riuscito a piacermi. Non è il male assoluto, questo no, ma è ben lontano dall’essere anche solo accettabile. Quindi in caso ve lo steste chiedendo no, non ho al momento intenzione di leggere i due seguiti (anche se il secondo me lo ha regalato qualcuno in qualche occasione) ne ho avuto abbastanza per un po’ di Cormoran Strike e di Robin.  Peccato, dalla Rowling mi sarei aspettato di più, almeno a livello di idee e coinvolgimento.

VOTO:
 

mercoledì 12 ottobre 2016

Recensione - Harry Potter e la maledizione dell'erede di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne

Pare che esista una sorta di incompatibilità tra questo blog e J.K. Rowling. È già la seconda volta che leggo qualcosa di suo in questo periodo, ed è la seconda volta che mi trovo a chiedermi se recensirlo come un normale romanzo oppure no. Con Racconti di Hogwarts avevo deciso di rinunciare, perché in effetti con romanzi o racconti non avevano nulla a che fare. Con La maledizione dell’erede sono stato in dubbio e alla fine ho deciso che sì, sarà recensito come un romanzo, quindi dotato di articolo suddiviso in parti, Cthulhu e quant’altro. Perché questa scelta? Perché posso adattare facilmente certi criteri che uso nel valutare la prosa narrativa anche nel valutare uno spettacolo teatrale, in particolare questo spettacolo teatrale.

Fatta questa premessa, vediamo che cosa ha da offrirci Harry Potter e la maledizione dell’erede, e vediamo anche di rispondere alla domanda cruciale che avrà certamente attraversato le teste di tutti, ovvero “questo ottavo libro vale davvero qualcosa oppure è semplicemente un metodo per spremere ancora la grassa e succosa gallina dalle uova d’oro chiamata Harry Potter?”.

Harry Potter. Dallo sguardo si capisce che non gli piace essere spremuto.
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Titolo: Harry Potter e la maledizione dell’erede
Autore: J.K. Rowling, Jack Thorne e John Tiffany
Anno: 2016                                                                       
Editore: Salani
Pagine: 357




TRAMA

Il libro comincia poco prima della fine de I doni della morte, ovvero al momento della partenza di Albus Potter, figlio di Harry e Ginny, per il suo primo anno a Hogwarts. Il ragazzino manifesta il timore di finire nella casa di Serpevederde, e viene rassicurato da suo padre. Parte poi sull’espresso per Hogwarts, accompagnato dalla cugina Rose, figlia di Ron ed Hermione, anche lei al primo anno.

A Hogwarts, i peggiori timori di Albus vengono realizzati: il cappello parlante lo colloca nella casa di Serpeverde. Da questo momento cominceranno i guai per Albus: costretto a vivere portando sulle spalle il peso oneroso della grandezza del padre, sentendosi costantemente insoddisfatto di sé, dovrà affrontare gli anni a scuola accompagnato solo da un inaspettato amico, Scorpius Malfoy, figlio di Draco, e, nel tentativo di superare le proprie difficoltà con il padre e con sé stesso, metterà mano in faccende importanti del Ministero della Magia che non avrebbe dovuto conoscere, incontrerà la cugina di Cedric Diggory, Delphine, che lo aiuterà nella ricerca e finirà per cacciarsi in situazioni molto più grosse di lui. Tutto questo per cambiare le cose, per salvare “l’altro” dall’oblio.

J.K Rowling felice di aver pubblicato il libro.

LA MIA OPINIONE


La prima cosa che non va dimenticata quando si legge La maledizione dell’erede è che siamo di fronte al copione di uno spettacolo teatrale. Può sembrare scontato, ma vale la pena ricordarlo, perché a volte è forte la tentazione di berciare contro quello che sta succedendo dimenticando che, se in un romanzo certe cose non hanno senso, in uno spettacolo ne hanno molto di più. Tipo, è facile lamentarsi del fatto che gli scontri sono deprimenti e che anche antagonisti importanti vengono liquidati con qualche incantesimo. Appunto, non scordiamo che quello che abbiamo di fronte è pensato per essere rappresentato su un palco. Quindi è vero che è brutto leggere duelli magici che consistono solo alcune battute composte solo da incantesimi e poi puf il nemico ha perso, ma è altrettanto vero che a teatro quella scena renderebbe sicuramente molto meglio, perché avremmo una rappresentazione molto più precisa (e quindi più coinvolgente) della battaglia. Oppure, ha poco senso lamentarsi del fatto che Albus e Scorpius lancino di fronte a tutti incantesimi che non dovrebbe vedere  nessuno. Siamo a teatro, durante la rappresentazione sicuramente gli attori prenderanno una posizione distante dagli altri personaggi sul palco, come se questi non li potessero vedere. Ma ovviamente sono cose che non vengono riportare nel copione.

Detto questo, c’è anche un altro fatto che vale la pena chiarire. La maledizione dell’erede è stato presentato come l’ottavo libro della saga, e secondo me questo è stato un errore, come del resto era stato un errore presentare Racconti di Hogwarts come dei racconti. La maledizione dell’erede non è l’ottavo libro di Harry Potter, tanto per cominciare perché appunto non è un libro ma uno spettacolo, la versione cartacea è stata pubblicata, secondo me, con lo scopo di vendere sull’onda della fama di essere un sequel. Il fatto che abbia la forma di libro non lo qualifica come seguito ufficiale, perché il seguito ufficiale non potrebbe che essere un romanzo, in quanto manterrebbe la struttura e la forma della saga originale. Questo al massimo può essere un’opera derivativa che ne continua la storia in una certa direzione. Accettabile e sensato. Ma non vendetemelo come ottavo libro.

Altra cosa, il nome della Rowling appare tra gli autori, ma a lei appartiene solo l’idea originale. Non sappiamo quindi quanto nella stesura che possediamo ci sia di suo e quanto invece sia un apporto degli altri due autori. Io credo che della Rowling ci sia ben poco, non fosse altro perché diverse scene de La maledizione dell’erede scimmiottano parti degli altri sette libri. E non mi pare che la Rowling lo farebbe, non ne ha la necessità né le manca l’inventiva sufficiente per creare qualcosa di nuovo.

Ron ha paura di ciò che sto per scrivere.
E già che siamo finiti in argomento, una delle cose che più mi ha fatto storcere il naso è stato questo eccessivo rifarsi a situazioni già viste negli altri libri. Sembra quasi che gli autori avessero paura che la storia non avrebbe catturato e allora hanno cercato di infarcirla di quante autocitazioni possibili, per rassicurare i lettori, perché hanno apprezzato la prima volta quindi apprezzeranno di nuovo. E quindi abbiamo [SPOILER] Albus, Scorpius e Delphini che si infiltrano nel ministero della magia usando la pozione polisucco, come ne I doni della morte. E questo è solo un esempio. L’altro momento paradigmatico in questo senso che mi viene in mente è il duello tra Harry e Malfoy a casa Potter: da un Harry arrabbiato, preoccupato e che è appena stato provocato ci si aspetterebbe che, quando Malfoy dichiara di volergli fare del male, si difendesse con la dovuta aggressività. E invece no, lancia un tarantallegra, come a scimmiottare il duello ne La camera dei segreti. È una cosa stupida, tra l’altro sono quasi centocinquanta pagine che seguiamo Harry quando succede questa cosa, sappiamo che ormai è duro e pronto a tutto, non sarebbe incoerente vederlo Schiantare Malfoy, e soprattutto sarebbe logico. Ma smettila, vai col tarantellegra, che se copiamo un po’ gli altri libri magari alla gente piace![SPOILER]

Ci sono poi tutta una serie di momenti che semplicemente sono stupidi e insensati, che pasticciano la trama e danno parecchio fastidio. Uno su tutti può essere la scena dell’infiltramento al ministero, in cui l’antifurto dell’ufficio del Ministro della Magia è basato su un sistema che all’apparenza protegge la GiraTempo mentre come effetto collaterale conduce il potenziale ladro al suo nascondiglio. Molto utile, davvero molto utile! Ma usare uno dei tanti incantesimi di sorveglianza e individuazione dei nemici mostrati nel settimo libro era troppo intelligente? Era proprio necessario complicarsi la vita con un sistema così stupido? Tra l’altro, questa scena prende due piccioni con una fava perché presenta anche uno scimmiottamento degli altri libri, in particolare della scena dell’indovinello ne Il calice di fuoco. Anche qui ci sono degli indovinelli da risolvere, ma nulla a che vedere con quello della sfinge, e la sensazione che si prova è quella di una brutta copia degli eventi passati.
Il momento più assurdo di tutti lo metto sotto spoiler, ma merita moltissimo. [SPOILER] A un certo punto Scorpius e Albus decidono di salvare Cedric Diggory dalla morte usando la GiraTempo. Che è un’idea che io ho trovato adatta ai personaggi, un po’ esagerata ma va bene. Per realizzare il loro piano decidono di presentarsi alla prima prova e farlo uscire dal torneo. Che è una cosa stupida perché a) più che farlo uscire al massimo gli fai prendere pochi punti e b) perché Cedric incontra Voldemort alla terza prova! La cosa più logica sarebbe stata presentarsi dieci minuti dopo l’inizio della terza prova, tirare una bastonata in testa a Cedric e sparare scintille rosse per farlo venire a prendere e dichiarare fuori gara. E invece va bé, non va così e quindi Scorpius e Albus combinano un guaio inutile dietro l’altro. Almeno la loro scelta stupida ha delle conseguenze.[SPOILER]

A Malfoy non piace la mia recensione.
Ci sono poi un paio di altre cose che non mi sono piaciute. Si tratta di un giudizio abbastanza personale in questo caso, perché ci sono delle scene che ho trovato semplicemente fuori luogo, o comunque non da Harry Potter. Tipo la scena della vecchia del treno. Dai, quando mai la Rowling avrebbe pensato una cosa del genere? Se avesse mai dovuto parlare dei sistemi di prevenzione della fuga degli studenti dall’Espresso per Hogwarts si sarebbe inventata qualcosa di completamente diverso, un sistema di antifurto a metà tra il serio e il comico che sarebbe stato spiegato facendo ironia sui suoi effetti sulle persone. Tipo la linea dell’età, una cosa del genere. La soluzione mostrata ne La maledizione dell’erede è fin troppo seria e “spaventosa” per una situazione di questo tipo. E tra l’altro va bé, considerando che Albus e Scorpius, che sono due pivelli, le sfuggono senza alcun problema, suona proprio temibile questa vecchia del treno.

O anche, sempre per restare nel campo delle cose-che-non-sono-male-di-per-sé-ma-che-la-Rowling-non-avrebbe-mai-fatto-neanche-sotto-tortura, si può parlare dei mestieri che svolgono i personaggi principali della serie. Girando su internet tempo fa avevo trovato riportate le dichiarazioni della Rowling di una decina di anni fa sulle cose che avrebbero fatto i personaggi dopo il settimo libro, e una gran parte di queste cose mi era piaciuta. Ecco, La maledizione dell’erede si distacca in maniera molto marcata da tutto ciò e inventa per conto suo. E secondo me inventa male. Tipo, Harry capo dell’Ufficio Applicazione della Legge sulla Magia? Ma Harry doveva diventare auror, quanto ci abbiamo sperato tutti e quanto ci ha appassionato la scena dei colloqui del quinto libro in cui la McGranitt dichiara che farà diventare Harry auror anche a costo di farlo studiare di notte? Poi abbiamo Ron direttore dei Tiri Vispi Weasley, che non ha un senso che sia uno, e Hermione Ministro della Magia, che anche lì io non ce la vedo per niente (e infatti mi pare di ricordare che la Rowling avesse dichiarato che avrebbe lavorato nell’Ufficio Regolazione e Controllo delle Creature Magiche, segno che neppure lei ce la vedeva). Insomma, sono soluzioni che non trovo per nulla adatte alla caratterizzazione dei personaggi e a quanto detto nei sette libri precedenti, e che di base non stanno bene con tutto il resto.

C’è qualcosa che può redimere La maledizione del’erede? Perché finora ne ho parlato male, parrebbe quasi che sia un libro tutto da buttare via. E invece no, ci sono delle buone cose, che poi sono quelle che mi hanno portato a dare una valutazione sufficiente. I personaggi sono pensati e realizzati molto bene, davvero molto bene. Rose è la figlia di Hermione e si vede, hanno caratteri simili ma la prima è più rigida, a causa direi io della sua giovane età. Harry, Ron ed Hermione sono diversi da com’erano negli altri libri ma è comprensibile, sono passati diciannove anni, sono anche cresciuti. Tuttavia resta in loro qualcosa di come li conoscevamo noi, e questo per me è sufficiente.

J.K. Rowling triste. Notare l'espressione completamente diversa da quella felice.
La vera rivelazione del libro sono comunque Scorpius e Albus. Sono ottimi personaggi, ben caratterizzati, credibili e interessanti. È difficile non farseli stare simpatici e non farsi coinvolgere subito dalle loro vicende. Inoltre il loro rapporto di amicizia è gestito benissimo: non è qualcosa di imposto o artificioso, è sincero e spontaneo, tant’è vero che hanno anche dei momenti di scontro, e quei momenti in realtà riescono poi a renderli ancora più affiatati dopo. Entrambi hanno problemi con i padri, entrambi sono degli esclusi, anche se per motivi diversi, e questo li porta naturalmente a fare amicizia. Sì, naturale è la parola che meglio descrive il tutto.

Anche il rapporto padre e figlio è ben gestito, sia quello tra Harry e Albus che quello tra Scorpius e Draco. Alla fine questo è il tema principale della storia, come i figli si sentano adombrati dai padri e come i padri scarichino su di loro i propri bisogni. Attraverso le vicende sia gli uni che gli altri potranno crescere e superare queste difficoltà, andando a consolidare il proprio rapporto. In breve, sotto questo aspetto non ho nulla da contestare, anzi, complimenti!

Vale la pena poi dire che ci sono un paio di momenti malinconici decisamente ben riusciti. Sono pochi, ma ben realizzati, e vale la pena nominarli.

IN CONCLUSIONE


Harry Potter e la maledizione dell’erede è stato presentato come l’ottavo capitolo della saga, ma non vuole esserlo e anche se volesse comunque non riuscirebbe. Ha difetti di trama notevoli e scimmiotta troppo i libri precedenti, e riesce a salvarsi solo grazie all’ottimo lavoro fatto sui personaggi. Quindi non mi sento di sconsigliarlo, anche perché ci vuole veramente pochissimo tempo per leggerlo, però indubbiamente non aspettatevi un capolavoro, perché non lo è.


VOTO:

lunedì 19 settembre 2016

NON Recensione - Racconti di Hogwarts di J.K. Rowling

Questa non è una recensione. E come, direte voi, lo sembra proprio, tra l’altro si parla pure di un libro singolo, quindi come fa a non essere una recensione? Bé, non lo è per un semplice motivo, perché su questo blog recensisco romanzi e racconti, e Racconti di Hogwarts non è né l’uno né l’altro.


Racconti di Hogwarts consiste in tre e-book pubblicati il 6 settembre, ed è stato presentato come un’antologia di racconti scritti dalla Rowling volti ad approfondire certi aspetti del passato di alcuni personaggi della saga di Harry Potter. Ecco, io l’ho letto tutto e posso dire con cognizione di causa che più che racconti i brani raccolti sembrano a metà tra una pagina di Wikipedia e gli appunti per la scaletta di un romanzo. Ha poco senso quindi che mi metta a scrivere una recensione con tanto di suddivisione in trama, la mia opinione e in conclusione, il tutto corredato dagli Chtulhu finali, per delle pagine di Wikipedia, no?

Perché dunque ho deciso di scrivere questo post? Perché io ho cominciato a leggere convinto di avere a che fare con dei racconti. Certo, sono bastate le prime righe del pezzo sulla Umbridge per farmi capire che non c’era trippa per gatti, ma insomma, mi pare giusto spendere due parole per dire che quello che viene pubblicizzato come qualcosa è in realtà qualcos’altro. E già che ci sono per dare un’occhiata un pochino più attenta al contenuto di questo e-book, perché qualcosa di buono io ce l’ho trovato lo stesso, nonostante non fosse ciò che mi aspettavo e ciò che è stato pubblicizzato.

J.K. Rowling quando ha scoperto di non aver scritto dei racconti.
Intanto, una precisazione: i contenuti di Racconti di Hogwarts erano stati pubblicizzati come inediti, in realtà, come sono venuto a sapere dopo, erano già stati pubblicati da tempo e gratuitamente su Pottermore. Io non li avevo mai letti, ma chi invece li conosceva già suppongo abbia avuto un’ulteriore delusione.

Il primo e-book è Guida (poco) pratica di Hogwarts. Consiste fondamentalmente in una serie di scritti che approfondiscono luoghi o personaggi o eventi di Hogwarts che non hanno ricevuto un’adeguata trattazione dei libri, oppure riferiscono su di loro curiosità o notizie particolari. C’è la descrizione della sala comune di Tassorosso (scordatevi che io usi la nuova traduzione), viene descritto come è nato l’espresso per Hogwarts e come facessero prima i giovani maghi ad andare a scuola, viene raccontata la storia della Camera dei Segreti e del perché non sia stata mai scoperta, viene mostrata la storia delle GiraTempo, viene raccontata la morte di Nick-Quasi-Senza-Testa (con annessa ballata scritta da lui stesso) e la storia di Sir Cadogan. Sono storielle di solito divertenti, aggiungono al mondo di Harry Potter tutta una serie di aneddoti gradevoli e piacevoli, la noia viene normalmente tenuta lontana. Che dire, mi ha tenuto compagnia per un’oretta, e tutto sommato mi è piaciuto: apprezzo in linea generale gli approfondimenti di questo genere, danno un forte tocco di realismo al mondo in cui sono ambientate le storie. Certo, corrono il rischio di diventare noiosi, ma il tutto è trattato con la consueta ironia della Rowling, e spesso le vicende raccontate mi hanno fatto fare delle risate di gusto. Quindi accettabile, poteva essere una noia mortale e invece si salva.

Guida poco pratica a Hogwarts.
Segue poi Prodezze e passatempi pericolosi, che invece vuole raccontare le storie di alcuni personaggi importanti della storia, cioè Lupin, la Cooman e la McGranitt. Il racconto sul passato della Mcgranitt, e sulla sua vita durante le vicende raccontate durante i sette libri della serie contiene tante buone idee. Le vicende raccontate sono interessanti, ma appunto, come dicevo all’inizio, sembra molto una pagina di Wikipedia alla sezione biografia (oppure la traccia per un racconto). Non lo ripeterò tutte le volte, ma sappiate che ogni storia della vita dei personaggi di cui parlerò d’ora in poi è scritta con lo stile di una pagina di Wikipedia. Comunque, questa qui si legge bene, ma lascia poco. Alla vita della McGranitt segue un breve e interessante discorso sugli animagi e sul processo, a dir la verità un po’ assurdo anche per il mondo di Harry Potter, per trasformarsi.

La storia successiva è quella di Lupin, che è francamente meno incisiva di quella della McGranitt. Questo semplicemente perché, mentre del passato della McGranitt non sapevamo nulla, di quello di Lupin sapevamo già i fatti importanti, quindi la storia della sua vita ci dà molte meno informazioni nuove e interessanti. Non permette di conoscere da zero il percorso psicologico che ha condotto il personaggio a essere quello che è, si limita a riempire qualche buco che si poteva intuire senza problemi. Forse l’unica parte un po’ più interessante è l’inizio, il resto non aggiunge nulla (o molto poco) a quello che è narrato nei sette libri della serie. Segue poi un discorso sui lupi mannari lungo e noioso, che di nuovo aggiunge ben poco a quello che già il lettore medio della serie sapeva.

Lupin con Harry, Ron ed Hermione.

La terza storia è quella della Cooman. È breve e poco significativa, in sintesi evitabile. Di nuovo, non aggiunge assolutamente niente a quello che già era stato detto. L’approfondimento sui Veggenti è più carino.

Simpatica è invece la quarta e ultima storia, dedicata al predecessore di Hagrid nell’insegnamento di Cura delle Creature Magiche. Anche questo breve ma divertente, ritorna la forte ironia della Rowling, che strappa diversi sorrisi. Una lettura carina e davvero agile, è poco più lunga della storia della Cooman.

In sintesi, Prodezze e passatempi pericolosi si difende bene con la prima e l’ultima storia mentre con quelle in mezzo dimostra di avere ben poco da dire e a volte riesce anche ad annoiare.

Il terzo e-book è Potere, politica e poltergeist, che unisce lo stile di Prodezze e passatempi pericolosi (storie della vita di alcuni personaggi) con quello di Guida (poco) pratica di Hogwarts (dettagli su elementi del mondo in cui è ambientata la storia). La storia che narrata nel primo capitolo è quella della Umbridge. La parte sulla sua infanzia è interessante, il resto è troppo generico per poter davvero lasciare un’impressione nel lettore. È breve, e per una buona metà (quello che segue l’infanzia e la prima carriera nel Ministero della Magia) ha ben poco da raccontare.

Segue il secondo capitolo, che inizia con un elenco di tutti i Ministri della Magia della storia. A volte strappa qualche risata, ma molto spesso le informazioni che vengono date sui Ministri sono molto sciatte oppure non molto interessanti. In poche parole, un lavoro che se fosse stato scritto con una maggiore ironia sarebbe stato davvero divertente e più coinvolgente! Viene poi raccontata la storia di Azkaban. Interessante e ben congegnata devo dire, non pensavo che avrei apprezzato e invece si legge molto bene.

Il prossimo Ministro della Magia.

Il terzo capitolo racconta la vita di Lumacorno. Anche questa ha poco da dire, non aggiunge praticamente nulla a quello che sapevamo su di lui ed è anche inutilmente lunga. Di nuovo un’altra storia che riempie qualche buco nell’evoluzione del personaggio che era tranquillamente intuibile anche senza che fosse spiegato. Seguono poi informazioni dimenticabili sulle pozioni (in particolare su quella Polisucco) e un capitolo inutile e insensato sui calderoni. Almeno è breve.

Il quarto capitolo è dedicato alla storia di Raptor e il quinto a Pix. Quello su Pix fa un po’ ridere e quindi si salva per il rotto della cuffia, quello su Raptor di nuovo non ha nulla da dire e si sente.

Quindi, vediamo di tirare le conclusioni. Racconti di Hogwarts prometteva di essere un’antologia di racconti e non lo è, delle storie che contiene molte non dicono nulla di più di ciò che già si sapeva e poche altre riescono invece a presentare delle buone idee, ma appunto per lo stile da pagina di Wikipedia con cui sono scritte non le valorizzano. Per quanto mi riguarda, la storia della McGranitt e quella della Umbridge (la prima metà) sono occasioni sprecate per rispettivamente un romanzo e un racconto lungo. Le buone idee ci sono, dovrebbero essere scritte in uno stile da narrativa e non da saggistica.

Resta solo da capire perché intitolare Racconti di Hogwarts una raccolta che non ha nulla a che vedere con i racconti né con la narrativa in generale, ma che di fatto colleziona articoli pubblicati su Pottermore tra l’altro spacciandoli per inediti. Boh. Mistero.

In buona sostanza, lo consiglio? A chi cerca come me dei racconti ambientati nel mondo di Harry Potter assolutamente no. A chi cerca in generale della buona narrativa neppure, visto che di narrativa qua non c’è niente. Potrebbe essere interessato chi ha piacere ad approfondire la cultura del mondo della Rolwing, e quindi a costui lo consiglio. Sempre con la premessa che una buona metà delle informazioni contenute non approfondisce nulla.