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lunedì 4 luglio 2016

Sallustio. L'uomo e la crisi.

Pochi sono gli storici latini le cui opere ci sono giunte integre. Sallustio si difende abbastanza bene: sappiamo che aveva scritto tre opere storiche, e di queste tre sono giunte integre e una in frammenti. Un numero più che discreto, quindi, che ci permette ampiamente di farci un’idea dei temi trattati da quest’autore.

Sallustio mentre posa per un servizio fotografico
Le tre opere menzionate sopra consistono in due monografie storiche (il De coniuratione Catilinaee il Bellum iugurtinum) e di un’opera di stampo annalistico (le Historiae). Se si considera che le Historiae sappiamo che coprivano gli anni dal 77 al 66 a.c. (con una sezione di archeologia che trattava gli eventi a partire dalla guerra sociale del 91 a.c.), appare chiaro come l’opera sallustiana copra gli anni circa dal 110 al 62 a.c., con il buco grosso modo dell’ascesa, delle lotte con Mario e del dominio di Silla, da Sallustio più volte indicato come un modello di cattivo governante (anche se, nonostante non sia qui la sede adatta per approfondire questo aspetto, le ragioni per il silenzio di Sallustio su quegli anni non sono soltanto di natura ideologica).

Questi tre scritti storici sono caratterizzati da un costante ritorno sui medesimi temi, analizzati ed esaminati in modo sempre nuovo alla luce dei diversi avvenimenti trattati. Anche le Historiae, nonostante ci siano giunte solo in frammenti, smembrate nel V secolo d.c. da un qualche monaco verso il quale il più autorevole editore dei frammenti sallustiani, Maurenbrecher, manifesta tutta la sua stima definendolo “demente”, confermano compiutamente l’unità dell’impianto ideologico delle tre opere.

La scelta da parte di Sallustio di dedicarsi alla scrittura della storia viene motivata nei proemi alle sue due monografie (in particolare nel De coniuratione Catilinae), con qualche integrazione dalla sua biografia. Sallustio infatti dichiara, nel De coniuratione, che è importante sia compiere grandi imprese che raccontarle, e, per quanto la prima cosa abbia più dignità e più difficoltà della seconda, anche la gloria ottenuta nella scrittura non è per nulla da disprezzare. Sappiamo che in questo periodo Sallustio, dopo la sconfitta di Cesare, viene completamente emarginato dalla scena politica romana. Perciò, siccome scopo dell'uomo è guardare verso l’alto ed esercitare l’ingegno, parte di noi che abbiamo in comune con gli dèi, e non fare come le pecore, che sono portate per natura a guardare verso il basso, e siccome a Sallustio non è più possibile operare a livello politico, egli sceglie perciò di dedicarsi alla storiografia.

Dopo essersi ritirato dalla politica Sallustio ha deciso di guadagnare in un altro modo
Le ragioni di questa scelta ci aiutano a capire perché centrale nelle tre opere sia il tema di cui voglio parlare qui, ovvero l’uomo, visto da solo e inserito in un contesto di crisi dello stato. Se la storiografia di Sallustio costituisce un atto di ripiego dalla politica, è chiaro però che avrà come argomento d’indagine proprio la politica stessa. In particolare, quella che Sallustio vive è un’epoca di crisi, in cui le istituzioni dello stato non sono fiorenti ma anzi, cominciano a lasciare intravedere i propri punti deboli: ecco così che il governo degenera affidato a oligarchici come Silla oppure a democratici che però cercano il potere per sé come Cinna, e ed ecco che suscita nei cittadini la necessità di ribellarsi, di cercare res novas, di risolvere i problemi che li affliggono. Da questa necessità di risolvere la crisi, che sta affliggendo anche economicamente i cittadini, nasce la congiura di Catilina, che, sperando di salvare lo stato, non fa altro che affossarlo ancora di più, poiché per riparare i problemi usa quegli stessi mezzi che li hanno provocati. Insomma, l’intera opera di Sallustio si configura come un tentativo di comprendere quali sono le ragioni che hanno portato alla crisi dello stato. E, fatto ancora più interessante, questa ricerca trova una risposta che si sviluppa e migliora attraverso le varie opere.

Cominciamo con il primo scritto in ordine cronologico, il De coniuratione Catilinae.All’inizio dell’opera Sallustio inserisce una digressione sulle cause remote che hanno portato alla decadenza dello stato romano al punto da generare un uomo come Catlina, che, nel tentativo di portare riparo a questa decadenza, ne rappresenta di fatto l’apice. Questa è la spiegazione che dà Sallustio.
“[11] 1 Sed primo magis ambitio quam avaritia animos  hominum exercebat, quod tamen vitium propius virtutem erat.[…] 4 Sed postquam L. Sulla armis recepta re publica bonis initiis malos eventus habuit, rapere omnes, omne strahere, domum alius, alius agros cupere, neque modum neque modestiam victores habere, foeda crudeliaque in civis facinora facere. 5 Huc accedebat, quod L. Sulla exercitum, quem in Asia ductaverat, quo sibi fidum faceret, contra morem maiorum luxuriose nimisque liberaliter habuerat. Loca amoena, voluptaria facile in otio ferocis militum animos molliverant. […] 7 Igitur ii milites, postquam victoriam adepti sunt, nihil reliqui victis fecere. 8 Quippe secundae res sapientium animos fatigant: ne illi corruptis morbus victoriae temperarent.„
“[11]All’inizio stimolava l’animo degli uomini più che l’avidità l’ambizione, che è comunque più vicina al vizio che alla virtù.[…] Ma dopo che Lucio Silla aveva ottenuto lo stato con le armi, da un buon inizio seguirono fatti disastrosi, e tutti a rubare e commettere furti, chi a desiderare una casa, chi dei campi, e i vincitori non avevano né misura né limiti, e commettevano atti crudeli e malvagi contro gli altri cittadini. Si arrivava a ciò perché Lucio Silla, aveva, contrariamente ai costumi dei padri, trattato con troppo lusso e liberalità, quell’esercito che aveva condotto in Asia, e lo aveva fatto per renderselo fedele. Quei bei luoghi, quei piaceri vissuti nell’ozio avevano rammollito l’animo ardente dei soldati.[…] Dunque quei soldati, dopo avere ottenuto la vittoria, non lasciarono nulla ai vinti. Le situazioni favorevoli fiaccano anche l’animo dei sapienti: neppure loro, essendo ormai degenerati i costumi, posero una misura alla vittoria.„
Silla alle audizioni per fare Voldemort
Qui la crisi di Roma è attribuita alla decadenza dei costumi. In un passo che non ho riportato, Sallustio descriveva l’antica società romana prima di Silla, e la rappresentava come un ambiente in cui il massimo obiettivo fosse quello di gareggiare nella virtù: i romani tentavano costantemente di essere i primi non per brama di potere o altro ma per il loro amore verso tutto ciò che rende alto l’uomo. Qualunque conflitto intraprendessero, dunque, era dovuto alla volontà di superare sé stessi quanto a valore e altezza. Nell’età di Sallustio, invece, a muovere l’uomo non è più il desiderio del valore ma la cupidigia e la mollezza, che inquinano l’uomo e lo trattengono verso il basso. E il motivo di questo scambio, per cui alla volontà della virtù si sostituisce la volontà del vizio, è da trovare nel governo di Silla, il quale ha corrotto le persone, offrendo loro i piaceri facili ma contemporaneamente caduchi del corpo, rendendo legge il furto e gli atti illegali e chiamando ingenuità il rispettare i valori del mos maiorum, su cui si potrebbe parlare per settimane ma che qui per comodità e per intenderci possiamo chiamare costumi dei padri. Lo stato viene rappresentato come una massa di persone che segue a ruota chi li governa, e se, come in questo caso, chi li governa è un vizioso, allora anche il popolo non potrà che assumere su di sé gli stessi vizi. E Silla è un vizioso non tanto perché lui stesso possieda quegli elementi negativi che fa nascere negli altri, quanto perché, invece che incoraggiare a seguire i valori del passato, per il proprio interesse (rendersi fedele l’esercito) diffonde piaghe che deviano le persone dalla retta via. Silla pensa prima al proprio bene e poi forse a quello dello stato, ed è per questo che presto cominciano a farlo anche i cittadini.

Chi governa lo stato è responsabile della moralità dei suoi sudditi, e rovinarla porta alla crisi più totale. Per ora quindi la crisi è attribuibile in ultima istanza a un governo che non è stato in grado di mantenere alti i costumi e ha permesso il loro degrado. Sallustio ha ancora una visione piuttosto generale della situazione. Non analizza ancora l’uomo come parte integrante dello stato, ma considera in massa la popolazione e la vede come qualcosa di fortemente condizionato da ciò che riceve da chi sta più in alto di lei.

Questa visione cambia nella monografia successiva. Qui Sallustio comincia a osservare non soltanto le cause esterne della crisi, ma anche quelle interne nelle persone. Ecco che qualcosa cambia. Per usare le sue parole:
“[41] Nam ante Carthaginem deletam populus et senatus Romanus placide modesteque inter se rempublicam tractabant, neque gloriae neque dominationis certamen inter civis erat: metus hostilis in bonis artibus civitatem retinebat. Sed ubi illa formido menti bus decessit, scilicet ea, quae res secundae amant, lascivia atque superbia incessere. Ita quod in adversis rebus optaverant otium, postquam adepti sunt, asperius acerbiusque fuit.„
“Infatti, prima della distruzione di Cartagine, il senato e il popolo romano con tranquillità e misura gestivano tra sé lo stato, e non c’era rivalità tra cittadini né per la gloria per il comando: la paura del nemico tratteneva la città nei limiti delle azioni oneste. Ma quando quella paura lasciò gli animi, quelle cose che si amano quando la situazione è tranquilla, dissolutezza e superbia, presero il potere. Così quell’ozio che avevano desiderato nelle difficoltà, dopo che lo ebbero ottenuto, fu anche più aspra e crudele.„

Da questo passo si nota subito come la prospettiva da cui chi scrive osserva la situazione sia molto cambiata. Sallustio non osserva più la storia da un punto di vista puramente generale, ma è come se si fosse accorto che a prendere parte agli eventi del popolo romano non sia una massa astratta, bensì composta da persone. Queste persone vengono colte, con un’acutezza davvero sorprendente, in uno stato psicologico che si ripeterà più volte nel corso della storia e che ormai è riconosciuto come un dato importante per la comprensione delle dinamiche di determinati eventi. Infatti, è da tempo che ormai gli storici hanno abbracciato l’idea, qui intuizione geniale di Sallustio, che la paura di un nemico esterno rende saldo un popolo.
Silla e Cariddi
Come dicevo, comprendere questo pensando al popolo come a una moltitudine indistinta sarebbe impossibile. Qui l'occhio dello storico si focalizza sull'interiorità dei singoli uomini che compongono la massa, ne osserva i movimenti dell'animo e le tendenze, in modo così da determinare che cosa ha garantito l'antica virtù e quindi, una volta perduta, ha provocato la decadenza. Da ciò deriva che la crisi non é stata causata dal vizio di un singolo (quindi dall'esterno), ma dalla caduta di un atteggiamento interiore collettivo.
Da questo cambiamento di prospettiva  deriva poi nelle Historiae un ulteriore salto di qualità, un ulteriore zoom dell'osservazione dello storico nella natura umana. Prima Sallustio osservava sì la massa da un punto di vista psicologico e interiore, ma lo faceva ancora in maniera collettiva, esaminava i sentimenti di tutti, non dei singoli. Nelle Historiae viene superata anche questa visione.
“Nobis primae dissensiones vitio humani ingeni evenere, quod inquies atque indomitum semper in certamine libertatis aut gloriae aut dominationis agit.„
Se prima quindi Sallustio descriveva un sentimento collettivo, adesso passa a osservare ciascuno di noi singolarmente. Solo così può notare questo difetto dell’indole umana, che la spinge sempre a mettersi contro gli altri per i propri desideri. L’espressione che usa Sallustio è generale, ma indica qualcosa che è dentro ciascuno di noi, quindi appare chiaro che il discorso dello storico è un discorso generale fatto però osservando tutti i casi particolari. È un salto rispetto a prima, quando invece le considerazioni erano fatte osservando la massa nella sua interezza, anche se da un punto di vista interno.
Questo è il culmine della riflessione di Sallustio sull’uomo e sulla crisi, e sembra che lo storico sia giunto a un picco di irreversibile pessimismo: la crisi non può essere evitata perché è causata da qualcosa di insito nell’uomo. Appare quindi come qualcosa di necessario.
Fermo restando un profondo pessimismo di fondo nell’opera di Sallustio, e fermo restando che nelle Historiae probabilmente questo pessimismo raggiungeva l’apice, occorre però moderare il giudizio esposto sopra. Un passo del De coniuratione Catilinae può essere illuminante al riguardo.

     “Omnis homines qui sese student praestare ceteris animalibus, summa ope niti decet, ne vitam silentio                        transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedientia finxit. „

        “Tutti gli uomini, che vogliono superare gli altri esseri viventi, occorre si dedichino a grandi imprese, per non                trascorrere la vita in silenzio come le pecore, che la natura ha reso prone e obbedienti al ventre.„


Già dal De coniuratione, quindi, Sallustio considerava la possibilità di una degenerazione da parte dell’uomo. Tuttavia c’è una possibilità di redenzione, si può cambiare: infatti questo passo e quello delle Historiae sopra riportato non sono in contraddizione. È vero che per un problema della’indole umana l’uomo tende verso il basso e verso la soddisfazione personale, ma è anche vero che questo è solo un aspetto della natura umana, poiché non per questo esiste l’uomo, bensì per seguire quegli aspetti più alti di sé. Ecco che quindi il radicale pessimismo delle Historiae lascia però aperta la porta a una risalita verso l’alto, a un cambiamento in meglio. Occorre che l’uomo non segua (come si dice nel resto del passo del De coniuratione, che ho omesso) la parte che ha in comune con gli animali ma quella che ha in comune con gli dèi.

Questo quindi è quanto di importante possiamo ricavare dall’analisi dell’opera di Sallustio, che in tempi di crisi non è all’esterno che dobbiamo guardare, ma a noi stessi. Dobbiamo smettere di seguire quegli istinti che ci portano in basso e cercare di elevarci. Correggendo noi stessi correggeremo anche lo stato, e correggendo lo stato elimineremo la crisi, di qualunque crisi si tratti. Il cambiamento non è qualcosa che fanno i singoli, è il risultato del lavoro comune di tutti quanti. Solo così potremo sperare di ottenere qualcosa.

sabato 4 giugno 2016

Perché leggere i classici?

Ok, in realtà il titolo non è del tutto esatto. Non voglio parlare delle ragioni oggettive e assolute per le quali bisogna leggere le opere della letteratura antica, anche perché non credo ci siano. Quindi il titolo ideale sarebbe “perché leggo i classici”. L’obiettivo è evidenziare le motivazioni che spingono me a farlo, e sperare così di trovare qualcuno che la pensi allo stesso modo. E magari, che c’è di male a sperare?, dare a qualcuno delle ragioni per cominciare.
Calvino ha preso ispirazione dal mio post
Per amor di precisione, specifico che quando parlo di classici mi riferisco principalmente alla letteratura greca e latina, perché è da quell’ambito che attingo la maggior parte delle mie letture. Questo naturalmente non esclude, anzi presuppone, che il mio discorso possa essere applicato anche a tutte le altre letterature. Perciò, quello che voglio dire pone le sue basi in una riflessione sui classici greci e latini, ma può essere esteso tranquillamente anche, che ne so, a Leopardi, o a qualunque altro autore italiano. Lo dico perché nel caso ipotetico e insperato in cui qualcuno si convincesse a dare una chance ai classici leggendo quello che scrivo non si limiti a porre la sua attenzione a quello che è stato composto tra Omero e Apuleio ma anzi, allarghi i propri orizzonti più che può.

Il mio primo contatto con i classici é stato quando avevo quindici anni. Avevo scoperto l'esistenza delle edizioni con il testo a fronte, e questo mi aveva gasato da morire. Perciò, ero corso in libreria a comprare un'edizione dell'Odissea che avesse sia testo italiano che testo greco e l'avevo letta avidamente. Ci avevo impiegato qualcosa come due mesi e mezzo, ma soltanto perché leggevo prima in greco e poi in italiano. E le parti in greco mi mettevano in enorme difficoltà. Ma la mia voglia di proseguire fino a portare a termine la lettura era enorme.

Il mio interesse all'epoca era prevalentemente linguistico: era un anno e mezzo che studiavo greco ma non avevo mai visto un testo scritto e concepito in quella lingua da una persona che la parlava quotidianamente. Fino a quel momento greco era stata soltanto una materia scolastica. Invece, trovarmi di fronte l'Odissea interamente in greco mi ha posto di fronte l'intera situazione in modo assai diverso. Mi ha fatto comprendere che greco non é soltanto qualcosa che resta chiuso nell'ambito della scuola, ma una cultura. Non un mero strumento per esercitare la mia mente, ma qualcosa che era stato vivo, concreto, reale.
Omero e Apuleio
Questo dunque è stato il primo approccio, quello che rappresenta in un certo senso la mia scoperta dei classici. Per il Natale successivo mi sono fatto regalare altri libri con il testo a fronte (mi ricordo di aver chiesto il De bello gallico e l’Iliade, ma non sono gli unici) e li ho letti avidamente. In parallelo, sono passato dalla quinta ginnasio al primo anno di liceo, e il modo in cui venivano svolte le materie di greco e latino è cambiato: se prima ci si concentrava sulla grammatica, ora si passava a studiare la letteratura. Mi sono trovato di fronte a delle idee, non più regole grammaticali, non più sistemi meccanici da conoscere per interpretare ciò che avevo scritto di fronte. C’era un salto di qualità. A quel punto mi si chiedeva di ragionare non su come era scritto il testo, ma su cosa c’era scritto.

Inoltre, fatto non da trascurare, ho cominciato anche a studiare la filosofia, che consiste proprio in questo, nel confrontarsi con le opinioni di persone del passato. Persone che avevano studiato e ragionato, persone di una certa levatura. In sostanza, la vera novità del primo anno di liceo è che sono stato messo di fronte ai pensieri di altri riguardo alle domande che tutti ci poniamo più o meno in quel periodo di età, ovvero che senso ho, dove vado, e quant’altro.

Talete
Ho visto tante persone (la maggioranza dei miei compagni di classe, a dirla tutta) imparare senza assimilare. Conoscevano benissimo, che ne so, quello che dice Solone nell’Elegia alle Muse, oppure quello che pensa Talete sull’arché. Ma di questo a loro non restava nulla. Era come se avessero imparato una serie di parole a caso una dietro l’altra: potevano ricordarle meglio o peggio, potevano anche trovare dei collegamenti tra di loro, ma di certo non assimilavano nulla. La loro conoscenza era nozionistica e sterile, era la conoscenza intrapresa per dovere, per ottenere un voto alto magari, ma non per passione. Era la conoscenza senza amore per                                  l’oggetto conosciuto.

Quello che ho sentito succedere in me era diverso, e la ragione è molto semplice: io di carattere sono un tremendo rompiscatole, e per me è davvero difficile, nel momento in cui mi trovo a contatto con un’opinione, non tentare di capire quanto io sia d’accordo ed eventualmente contestarla. In sostanza, sono uno che deve sempre dire la sua. Perciò, quando mi sono trovato di fronte la letteratura latina e quella greca e poi la filosofia (forte già della passione che avevo provato gli anni precedenti studiando la grammatica) non ho potuto che cercare di capire quanto io fossi d’accordo con quello che studiavo. Non riuscivo a imparare asetticamente, era qualcosa che proprio non rientrava nelle mie corde. E qui è successo il miracolo.

Mi sono reso conto che quello che leggevo non solo non doveva essere contestato, anzi. Ho trovato tanta verità, tanta profondità, tanta bellezza come mai da nessun’altra parte.Quei testi esercitavano su di me un doppio fascino: da un lato erano scritti in quelle lingue che avevo amato quando le avevo studiate i due anni precedenti, dall'altro contenevano idee che in qualche modo andavano incontro a quello che era (e per molti aspetti é ancora) il mio modo di vedere il mondo. Trovavo disprezzato il modo di vivere superficiale che ho sempre visto intorno a me e ho sempre detestato, ed esaltato invece quello che mi è sempre sembrato più congeniale e più vero, e che consiste nel non fermarsi alla scorza delle cose, al piacere del qui e ora ma cercare qualcosa di più alto, qualcosa di stabile che non sia solo piacere dei sensi ma sia soddisfazione a tutto tondo. La ricerca di emozioni intense come quelle che mi può suscitare una poesia o un quadro, e contemporaneamente la necessità di una crescita interna volta al miglioramento dell’individuo.

Ho visto fin dall’inizio i classici come una fonte inesauribile di insegnamenti, come uno specchio in cui si riflette quella parte dell’uomo che si interroga su sé stessa e sul proprio ruolo nel mondo, quella parte che non è mai cambiata (e mai cambierà!) col trascorrere dei secoli. Perciò, la prima e più importante ragione per la quale leggo i classici è che grazie a loro mi trovo in costante confronto con quello che dovrei essere e che voglio diventare, è che facendo mie quelle che sono le loro idee posso davvero crescere e migliorare sempre di più. I classici sono la scuola di vita più importante, più vera e più sentita che io abbia mai visto.
Il monumento funebre di Leonardo Bruni,
colui che più di tutti nel rinascimento ha desiderato
un'unione tra cultura classica e moderna,
volta al miglioramento dell'individuo
Questo si colloca all’opposto del sapere nozionistico cui accennavo prima, e che io disprezzo, e che invece purtroppo è un fenomeno diffuso. A che cosa serve conoscere a memoria gli argomenti dei libri di Erodoto? Leggine un passo, un passo importante, medita sul suo significato, fallo tuo, vedi come puoi inserirlo nella tua vita. Questo è un modo corretto di leggere una letteratura che nasceva con l’intento di insegnare qualcosa. Altrimenti la tua non è conoscenza, è nozionismo fine a sé stesso, è puro divertimento della mente.

Leggere i testi antichi così, senza trarne nulla, per una forma di conoscenza fine a sé stessa è un insulto ai testi stessi e a coloro che li hanno scritti.

La cosa davvero affascinante è osservare come uomini con una cultura profondamente diversa dalla nostra si siano posti le nostre stesse domande, e abbiano trovato la propria risposta, che, seppur molto spesso ovviamente intrisa di elementi del contesto storico in cui viene formulata, risulta ancora alla nostra epoca attuale e in grado di offrire non indifferenti spunti di riflessione. Rispondendo a queste domande gli autori classici hanno parlato al cuore, hanno offerto soluzioni e idee in grado di sfidare qualunque possibile differenza generata dallo spazio e dal tempo. Hanno racchiuso l’eternità nell'attimo, il diverso nell’unico mantenendo tutte le possibili diversità. Hanno parlato non ai singoli uomini ma all’Uomo vero che è in ciascuno di noi e che palpita di stupore e meraviglia di fronte a un cielo stellato o a un campo di fiori. Per questa ragione sono universali, per questa ragione si chiamano classici: perché sono sempre attuali, non passeranno mai di moda, almeno finché esisterà l’uomo avranno ancora qualcosa da dire a chi saprà ascoltarli.


I classici sono il nostro passato, e il nostro passato siamo noi. Il mondo di adesso vorrebbe tagliare con il passato, lo trova un ostacolo scomodo all'evoluzione. Basta pensare a una cosa semplice e banale: tutto ciò che usiamo viene superato da un modello migliore nel giro di pochissimo tempo. Il nostro mondo teme la stabilità, vuole andare avanti con talmente tanta foga da dimenticare che a volte è piacevole anche fermarsi a guardare il panorama. E questo lo vediamo nel fatto che il passato diventa sempre meno importante: del resto, se ciò che conta è soltanto l’evoluzione, il crescere verso il meglio, che cosa importa di ciò che è venuto prima? Non potrà che essere peggiore.

E non è così sbagliato come principio, ma se applicato con parsimonia. Dimenticare il passato significa dimenticare gli errori commessi, significa dimenticare il percorso tracciato come se ad essere importante fosse solo la destinazione. Significa restare totalmente impotenti e incapaci di rispondere di fronte ai problemi che non sappiamo risolvere. La riflessione sul passato, invece, è in primo luogo una riflessione metodologica. La riflessione sul passato comporta un tornare sui propri passi per cogliere il buono dagli errori commessi ed evitare di commetterli di nuovo in futuro. La riflessione sul passato è fondamentale per evitare di crollare su sé stessi.
Cicerone, che con la sua frase "historia magistra vitae" ha espresso
l'idea del passato come strumento della realizzazione del futuro
Per questa ragione i classici sono importanti, perché sono il primo strumento utile a ragionare su quanto è successo prima di noi. Sono un patrimonio infinito e quasi inesauribile che ci pone di fronte a situazioni e problemi già affrontati, e permette dunque di osservare cosa nell’approccio usato in passato vada cambiato e cosa possa essere conservato e riutilizzato. Rifiutare i classici vuol dire rifiutare la memoria, equivale a dichiarare di pensare che se ci svegliassimo un giorno senza ricordare assolutamente nulla di quanto successo nella nostra vita prima di quel momento potremmo continuare la nostra vita senza particolari ostacoli. Io credo che ci troveremmo spersi e spaesati, non sapremmo che cosa fare, e non sapendo come funziona ciò che abbiamo intorno sbaglieremmo a usarlo, come si fa da bambini. Ecco, vivere come in tanti fanno ora, rifiutando completamente il confronto con il passato del mondo equivale proprio a questo.

Terenzio, il maggior sostenitore
del concetto di humanitas
Come dicevo prima, i classici siamo noi, così come siamo anche i bambini che fummo e i vecchi che saremo. I classici sono l’umanità intera e ciascuno di noi singolarmente, sono il nostro più grande patrimonio che ci dà una profondissima e radicata identità culturale, che ci unifica al di là ti tutte le differenze. Per essere una persona migliore ciascuno di noi deve avere presente il proprio passato e riutilizzarlo come strumento per creare il nuovo sé del futuro. E per essere un’umanità migliore tutti dobbiamo avere presente ciò che siamo stati per creare l’umanità che verrà. Ciascuno di noi può essere testimone della memoria, portatore di una piccola fiamma di conoscenza e humanitas che rischiarerà la via del futuro. Possiamo tutti essere le singole fiamme di un immenso fuoco che arde e devasta le radici sterili dei nostri errori, e da loro trae ancora maggior forza per continuare a bruciare. Possiamo scegliere se diventare i portatori del ricordo che rinnova, che muta e che trasforma, oppure se fermarci alle nostre piatte vite che non aspirano a null'altro che a sé stesse, che non escono dal seminato, che si esauriscono nell'attimo della loro esistenza e non si estendono né all'indietro né in avanti. Possiamo scegliere se tentare di lasciare una nostra labile impronta nell'immenso percorso dell’uomo oppure se svanire come polvere al vento.

È in mano nostra. Vediamo che succederà.

Per questo io leggo i classici. Per questo non smetterò mai di leggerli.