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domenica 21 maggio 2017

Recensione - Hunter x Hunter di Yoshihiro Togashi

Che Hunter x Hunter mi piaccia penso non sia un mistero per nessuno. Voglio dire, basta guardare il metodo che uso per dare i voti ai manga per accorgersene. Se ho deciso di parlarne è perché non può mancare su questi schermi la recensione di quello che è a tutti gli effetti il mio manga preferito, la ragione, potremmo dire, che mi ha spinto a leggere manga. Se nel lontano settembre 2007, in vacanza al mare, mia mamma non avesse comprato il volume 18 di Hunter x Hunter per farmi una sorpresa (all’epoca guardavo l’anime su Italia 1), probabilmente ora la sezione manga di questo blog non sarebbe aperta. Quindi questa recensione non vi dirà molto di più sulle mie opinioni di quanto già non sappiate, ma vuole essere un tributo a un manga straordinario. E una viva esortazione a leggerlo.
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Titolo: Hunter x Hunter
Autore: Yoshihiro Togashi
Anno: 1998                                                   
Volumi: 33 (in prosecuzione quando a Togashi viene voglia di lavorare)
Editore: Planet Manga




TRAMA

Gon è un ragazzino che vive con sua zia sull’Isola Balena. Non ha mai conosciuto suo padre Jin, che lo ha abbandonato in fasce per continuare a svolgere il suo mestiere, l’hunter/cacciatore, un lavoro assai ambito che, in parole povere, consiste nell’occuparsi delle questioni più disparate (ecologia, archeologia, cattura dei criminali, scienza, biologia, e quant’altro) ma in modo avventuroso e spesso anche pericoloso: i cacciatori non sono studiosi quanto piuttosto ricercatori sul campo, avventurieri sempre in cerca di nuove scoperte e nuove conoscenze nel loro ambito lavorativo. Il padre di Gon è uno dei più grandi cacciatori del mondo, ed  è per conoscerlo che Gon decide di sostenere l’esame per diventare cacciatore a sua volta. Lungo la strada verso il luogo dell’esame conosce Leolio, all’apparenza superficiale e orgoglioso che vuole essere hunter solo per soldi, Kurapika, freddo e calcolatore che vuole diventare hunter per vendicare lo sterminio del suo clan, e soprattutto Killua, un ragazzino della stessa età di Gon che  nasconde più di un segreto sul suo passato.

L’esame da cacciatore è solo il primo passo che conduce Gon sulle tracce di suo padre, ma è qui che il ragazzino fa la conoscenza di alcune persone che sarà destinato a incontrare di nuovo: oltre al presidente degli hunter Netero, lo spietato e sadico Hisoka.

Hisoka che corre al pc a leggere la recensione.

LA MIA OPINIONE


Sono quasi certo di poter indovinare quello che avete pensato leggendo la trama. È banale. Questo vi siete detti. Non ve ne faccio una colpa. Succede a tutti. Perché è la verità, le premesse sono quanto di più banale io riesca a pensare. È quello che viene dopo che rompe gli schemi.

Hunter x Hunter si distingue dalla maggior parte degli shonen di combattimento per tutta una serie di caratteristiche. Intanto è vero, si combatte ma relativamente poco. Quest’aspetto non è preponderante come in molti altri shonen di successo, in cui i combattimenti sono uno strumento fondamentale per permettere alla trama di proseguire, dove non costituiscono addirittura la trama stessa. In questo momento sto pensando a Le bizzarre avventure di Jojo, ma in realtà ce ne sono molti altri di questo genere. Bé, Hunter x Hunter si distacca da questo modello, e si sviluppa intorno a una trama complessa che accoglie anche delle situazioni tipiche dei thriller: abbiamo i pedinamenti, la consegna degli ostaggi, le trattative con il nemico, ma anche le prove psicologiche, gli agguati, i personaggi che si infiltrano nel covo del nemico, e quant’altro. La tensione diventa in questi momenti palpabile, fuoriesce dalla pagina e conquista il lettore. Quando ci sono combattimenti, sono più che altro l’esito della situazione, il momento culminante di una vicenda che non può che concludersi così. In Hunter x Hunter non capita quindi sempre che qualunque situazione si risolva a mazzate, ma spesso le cose prendono direzioni più complesse. Senza contare che Togashi respinge quel modulo tipico dello shonen (di cui ho parlato anche nel post di qualche tempo fa) che prevede che i combattimenti siano tutti uno contro uno, anzi, capita spesso che un personaggio solo si ritrovi ad affrontare più di un avversario contemporaneamente. Quando ci sono i combattimenti uno contro uno, questa situazione riceve una spiegazione realistica e sensata, che di solito è che separare degli alleati rende la vittoria più facile che se si combattesse in gruppo, e non “questo è il suo combattimento”, come invece succede sempre, per esempio, in Bleach.

In secondo luogo, i personaggi hanno una psicologia complessa e approfondita. Scordatevi le macchiette alla Hiro Mashima o i classi personaggetti da shonen senza infamia e senza lode. In Hunter x Hunter ognuno ha la propria personalità, e molti subiscono una crescita non indifferente nel corso della storia. Posso citare molti esempi ma quello più convincente è Killua, che, se all’inizio pare molto sicuro di sé, si rivela invece come uno dei personaggi più fragili della storia, ed è costretto a prendere tutta una serie di mazzate dalla vita prima di riuscire a tirare fuori la grinta e a smettere di fuggire di fronte alle difficoltà.

Non fidatevi di Hisoka se vi chiede una mano..

I rapporti tra i personaggi sono descritti in modo magnifico. L’amicizia tra Gon e Killua è sincera e sfaccettata, è un’amicizia vera, reale, una di quelle che potremmo vedere nella vita di tutti i giorni. Un’amicizia non priva di ombre come si scoprirà con il procedere della storia, ma che comunque riesce a mantenersi salda e alla fine diventa occasione di crescita per entrambi. Se all’inizio, come Gon stesso ammette, lui è quello impulsivo mentre Killua quello con la testa sulle spalle, presto le cose non si riveleranno così bianche e nere e sarà proprio questa un ottimo momento per tutti e due per riparare a certi propri difetti.

Mano a mano che la storia prosegue il numero di personaggi aumenta in modo esponenziale, e Togashi riesce a renderli tutti ben caratterizzati. Sono veramente pochi i personaggi privi di personalità e piatti come una sagoma di cartone, i più sono davvero ben fatti. Anche quando Togashi introduce tanti personaggi in un colpo solo poi si prende la briga di soffermarsi su ciascuno di loro e descrivere bene il suo carattere. Ne sono un esempio le formichimere, che, nonostante siano davvero molte e siano pure dei nemici, quindi un qualunque altro autore di shonen non avrebbe esitato a caratterizzarli in modo stereotipato e sbrigativo, hanno invece personalità sfaccettate e a volte anche non scontate.

Già che ci siamo dico due parole sugli antagonisti. Una delle cose ottime di Hunter x Hunter è che gli antagonisti non sono cattivi cattivoni che vogliono conquistare il mondo perché sì, né persone pronte a farsi le scarpe l’uno con l’altro, o esseri crudeli che uccidono i loro compagni come mosche e poi sghignazzano davanti ai loro cadaveri. Prendiamo ad esempio la Brigata Fantasma. I membri della Brigata sono uniti da un legame solido e sincero, sono tra di loro amici, non semplicemente compagni. Non sono cattivi in assoluto, anzi, viene spesso mostrato il loro lato umano e solidale. Con questo non intendo dire che viene mostrata la loro triste storia che li ha resi cattivi, perché questo, oltre che essere di suo qualcosa di già visto, servirebbe ad attirare la pietà dei lettori ma li dipingerebbe come cattivi. I membri della Brigata invece piangono per i propri compagni, scendono a patti con i nemici per loro, scherzano, si prendono in giro, sono leali e fedeli. Questi loro sentimenti sono descritti così, come vengono descritti quelli dei protagonisti. Un personaggio come Pakunoda è di gran lunga più umano e di animo gentile di Kurapika, che è uno dei protagonisti eppure è peggiore di lei. E questo avviene in modo naturale, non c’è un’enfatizzazione da parte di Togashi del capovolgimento dei ruoli, non c’è bisogno di sottolineare questa differenza (come invece avverrà nella saga delle formichimere, ma questo per altri motivi). Sia Kurapika che Pakunoda sono persone, e in quanto tali nessuno di loro due è perfetto, e soprattutto non è scritto da nessuna parte che Kurapika debba essere migliore solo perché è un protagonista.

Hisoka mentre lancia iper raggio.

Come logica conseguenza di quello che ho appena detto, bene e male non hanno un confine netto e definito. I protagonisti non agiscono nel giusto necessariamente, e nella saga delle formichimere, quando a venire protetto è l’interesse di un paese invece che quello del gruppetto di Gon e compagni, questo diventa chiaro. La figura del Re delle formichimere ha questo come solo scopo, capovolgere del tutto la figura del nemico malvagio che vuole conquistare tutto, trasformandola in quella di un sovrano illuminato, che si trova a scontrarsi contro i protagonisti che, volendo mantenere l’ordine costituito, di fatto rinunciano a intervenire sulle contraddizioni e le ingiustizie della società. L’uomo è malvagio e questa malvagità risiede in lui naturalmente è la banale conclusione, ma non è banale il suo raggiungimento, il modo in cui viene presentata e l’operazione che viene effettuata attraverso i personaggi. Non è banale di suo ed è ancora meno banale in uno shonen. Il Re è poi un gran personaggio, approfondito e caratterizzato, la cui crescita interiore è descritta in modo stupendo, tanto quanto il suo rapporto con Komugi, la ragazzina che gli farà capire nuove cose sugli esseri umani. Anche le tre guardie reali contribuiscono a questo capovolgimento, e sono tra l’altro tutte e tre dei personaggi molto ben riusciti, ma la figura del Re è decisamente più incisiva.

La trama, a parte all’inizio, non è affatto banale. È imprevedibilie e coinvolge il lettore con grande facilità. Molto tempo è dedicato ai ragionamenti e alle strategie, ma anche, in particolare nella saga ora in corso, alle discussioni burocratiche e ai rapporti tra paesi. Riesce a essere originale tanto che a partire da un certo punto Gon passa in secondo piano, un’intera saga ha Killua per protagonista con Gon relegato a figura che non ha alcuno svolgimento attivo nello sviluppo della storia pur essendo fondamentale, e poi nell’ultima, quella in corso, addirittura appare soltanto in un capitolo, e in maniera molto marginale. È chiaro che a Togashi un protagonista troppo shonen come Gon sta stretto (riesce a gestire molto meglio Killua, la cui psicologia evolve in modo perfetto), e per questo lo ha fatto passare in cavalleria rispetto ad altri personaggi che invece gli vanno più a genio. Di certo Gon riapparirà in qualche modo, e sono davvero curioso di sapere come.


Dicevo che i combattimenti non sono una parte fondamentale della trama. È vero, ma va aggiunto altro: sono del tutto basati sulle strategie. Infatti, manco a dirlo, i combattimenti di Hunter x Hunter mi piacciono tantissimo. Ce ne sono alcuni pazzeschi, ma sul serio, non sono brillanti come quelli di Jojo, nel senso che quelli di Jojo, sono sempre assurdi e strani, ma sono coinvolgenti, dannazione, ed estremamente geniali e ben realizzati. Sto pensando al combattimento tra Quoll e Hisoka raccontato nei capitoli che non sono ancora stati raccolti in volume, gente, quello è straordinario. I combattimenti di Hunter x Hunter sono il massimo, non ne troverete di migliori da nessun altra parte. Sul serio. Tra l’altro, anche qui, come in molti altri shonen, i personaggi hanno poteri particolari. Qui sono chiamati Nen, ovvero in poche parole una specie di forza vitale. Il Nen è però diverso dai poteri tipici shonen. Intanto, è molto più articolato e caratterizzato, ha moltissime regole e moltissimi utilizzi che vengono tutti spiegati. Non è come l’aura di Dragon Ball, per dire, con cui alla fine ci puoi fare quello che vuoi, da lanciare onde energetiche a trasformare la gente in caramelle. Il Nen ha dei confini ben precisi, ma questo lo rende paradossalmente molto più interessante, perché il lettore stesso può seguire quello che sta succedendo cercando di indovinare in quale modo i personaggi faranno per ostacolare i poteri avversari. L’autore dimostra la sua bravura proprio così, facendo delle regole un punto di forza, e delle limitazioni un mezzo per coinvolgere il lettore.

Una cosa va nominata, ed è una nota dolente. I disegni sono scostanti. A me il tratto di Togashi piace, ma obiettivamente spesso non sono il massimo. Quelli usciti su Shonen Jump in certi punti sono proprio osceni. Questo è dovuto un po’ ai problemi di Togashi, che soffre moltissimo i tempi stretti della pubblicazione. Io nella scheda iniziale facevo ironia su questo, comunque è indubbio che Togashi abbia dei problemi reali. Certo, qualcuno la chiama svogliatezza. Può essere, io non lo credo, penso solo che sia un buon modo per fare battute, ma di certo non rispecchia una situazione reale.

A volte però a rendere brutti i disegni non sono i problemi dell’autore. Per esempio, il capitolo 337 ha dei disegni pessimi, ma in questo caso io sono sicuro che sia una scelta voluta. Ragioniamo. Il capitolo 337 contiene un complicato discorso sull’anima, sulla vita, sulla redenzione e sulla possibilità o meno di cambiare la propria vita. Quindi porca miseria, e sì, mi arrabbio perché ho letto gente che criticava questo capitolo in ogni modo possibile, se Togashi lo ha disegnato male non è perché non ne aveva voglia, per una volta non è per quello, è perché voleva che il lettore si concentrasse sui contenuti. Si vede, gente, si vede palesemente, alla fine c’è perfino una tazza con i bordi storti, ci mancava solo che scrivesse all’inizio “GUARDATE CHE L’HO FATTO APPOSTA”! Perché se la saga delle formichimere ha dei significati, sono contenuti tutti nel dialogo tra il Re e Netero e in questo capitolo. E anzi, visto che il capovolgimento delle prospettive di bene e male è operato un po’ ovunque nel corso della storia, oserei dire che la redenzione e la possibilità di cambiare la propria vita è il tema principale della saga delle formichimere, un tema che emerge abbastanza tardi, è vero, ma è sufficiente. Che cosa fa il Re, se non trovare un senso alla sua vita? Che cosa fanno Yupi e Wapf, se non trovare un senso alla loro vita? Che cosa fa la formi chimera Koala, se non trovare un senso alla sua vita? Certo, ciascuno di loro lo fa in un modo diverso, chi lo trova nell’accettazione dell’altro, chi nell’amore e nella devozione, chi nella sincerità e nel lavoro faticoso di riparazione ai propri errori.

Alla fine Hunter x Hunter è proprio questo. Un fumetto che parla di avventure, di azione, di combattimenti, di misteri, che rifugge le divisioni e i giudizi facili per offrire una visione delle cose problematica e grigia, ma anche che mano a mano che prosegue vuole parlare della vita e della crescita. Io voglio essere come Jin, lo so che non è una brava persona, ma è sempre alla ricerca di qualcosa, di un obiettivo. Sa come godersi la vita, sa come seguire la propria strada e sa che in ogni cosa si può trovare uno stimolo per andare avanti. Ed è a questo che esorta Gon: a trovare la propria via, raccogliendo sempre nuovi sproni, nuove cose che vale la pena conoscere, nuova bellezza e nel frattempo crescere. La curiosità è la cosa che caratterizza la maggior parte dei personaggi di Hunter x Hunter, da Hisoka a Jin a Netero al Re e a tanti altri. Alla fine, questo è quello che può dirci. Siate curiosi, mettetevi a prova. Scoprirete sempre qualcosa di nuovo. Dietro ogni curva c’è qualcosa di ancora più interessante che potete conoscere.

      IN CONCLUSIONE

Ho già parlato troppo. Ma il fatto è che Hunter x Hunter è spettacolare, e non lo dico solo perché per me ha un enorme valore affettivo. Anche per quello, ma anche perché davvero merita molto. Perciò seguite il mio consiglio. Leggetelo. Spendete bene quel poco di tempo libero che avete e non resterete delusi, non potrete far altro che farvi conquistare da Gon e dal suo mondo, dall’amicizia sua e di Killua, dalla crudeltà di Hisoka, dall’umanità del Re delle formichimere, dal mondo così realistico e al tempo stesso magico che prende vita nelle pagine di questo fumetto.

IL GIUDIZIO DI HISOKA:

mercoledì 28 settembre 2016

C'è del marcio negli shonen?

Parlare di classici di un genere è come entrare in un campo minato presieduto da cecchini mentre si è inseguiti da kamikaze inferociti e sotto un bombardamento aereo.  Il mondo è pieno di fan boy dal cervello ammaccato pronti a tutto per difendere la Loro Sacra Opera Preferita dalle grinfie degli ignoranti infedeli. E ci sono poche opere che possono vantare la popolarità e l’autorevolezza in quanto pilastro di un genere che ha Dragon Ball nel panorama dei manga in generale e degli shonen in particolare. Io, naturalmente, ho intenzione di parlare proprio di Dragon Ball, il che significa praticamente che mi voglio scavare la fossa da solo.

"NON TOCCATEMI DRAGONBALL!"
Mi è capitato recentemente di rileggere alcuni shonen, e questo mi ha fatto pensare.Tutti in un modo nell’altro si rifacevano a Dragon Ball, che lo avevano come modello, per seguirlo o per prenderne le distanze. E così ho cominciato a riflettere su come Dragon Ball abbia trasformato e canonizzato lo shonen moderno, e quanto valore ancora adesso possa avere questo canone. Del resto, quanti blogger sentite su internet berciare contro il fantasy di stampo tolkieniano perché ormai ha detto tutto quello che ha da dire e gli elfi hanno stufato? Ecco, qui mi voglio porre in un’ottica simile. Quanto di buono c’è ancora nel modello di Dragon Ball e quanto invece è diventato stantio?

 Tra l’altro, piccola nota a margine, gli shonen di cui parlavo prima sono stati tutti scritti in periodi diversi, che vanno dai primi anni ’90 al 2010, quindi mi hanno permesso di osservare bene come in momenti diversi Dragon Ball fosse utilizzato in modo diverso. Ah, naturalmente prima di mettermi a scrivere mi sono riletto anche Dragon Ball, quindi posso parlare con la mente fresca e il ricordo ancora ben chiaro.

Partiamo con il dire che Dragon Ball non è l’unico manga ad aver avuto una grande influenza su una fetta non indifferente delle storie che lo hanno seguito. Può fregiarsi di questo merito anche, ad esempio, Le bizzarre avventure di Jojo (che a sua volta, almeno nelle prime serie, si rifà ad altri pilastri come Ken il guerriero). L’influenza di Dragon Ball è a parer mio decisamente maggiore e decisamente più evidente, perché Jojo è stato un’ispirazione per molti aspetti “tecnici”, per usare il termine più adatto che mi viene in mente. Per esempio, molti dei poteri speciali che appaiono negli shonen di oggi prendono spunto in maniera più o meno evidente e più o meno massiccia proprio da Jojo, e lo stesso discorso si può fare per il modo in cui sono strutturate le battaglie. Jojo conserva però molti elementi unici che non sono stati imitati o comunque non in maniera massiccia, come lo stile di disegno dei personaggi, le situazioni assurde o surreali, il trash che permea la trama, e quant’altro. Dragon Ball invece non può vantare un’individualità di questo tipo, perché è stato modello per molti più elementi, che vanno dalle situazioni alle scelte narrative, dalla lunghezza dei manga alla struttura stessa delle trame.

Le bizzarre avventure di Jojo: la sobrietà fatta manga.
Ad esempio, è ormai un dato di fatto che un gran numero di shonen, in particolari quelli dedicati in vario modo ai combattimenti, hanno una durata molto ampia. Quante volte gli autori vengono accusati di allungare il brodo, oppure di continuare a parlare quando non hanno nulla da dire? A me è successo spesso di pensare che l’autore poteva risolvere velocemente una determinata situazione e invece la allunga con problemi inutili per tirare avanti per più volumetti (in questo momento sto pensando a Toriko, in cui a un certo punto la trama principale viene tralasciata in favore di vari filler perché boh, evidentemente Shimabukuro voleva arrivare oltre i 30 volumi a tutti i costi). Questo fatto, io credo, è dovuto (anche se naturalmente non del tutto, ci sono fattori anche economici o relativi alla volontà degli editori) a una volontà di somiglianza con Dragon Ball, che prosegue per più di 40 volumi. Lo shonen di combattimento è automaticamente lungo, non può concludersi in poco tempo. Un po’ come per i libri fantasy (faccio di nuovo il paragone con Tolkien perché viene comodo) spopolano e hanno spopolato le trilogie, e se non scrivi almeno una trilogia non sei nessuno. Questo formato per quanto mi riguarda provoca diversi problemi, e il principale lo citavo prima, ovvero l’allungamento del brodo in modo spropositato. Così come nelle trilogie che sono trilogie non perché c’è molto da raccontare ma perché un fantasy o è una trilogia o niente spesso il secondo libro è più un raccordo tra gli eventi importanti del primo e quelli del terzo, così anche negli shonen lunghi perché se no non è uno shonen i volumi centrali di frequente sono i meno densi di eventi e i più noiosi da leggere. Se devo prendere un esempio di manga esteso a dismisura a causa dell’equazione shonen = lungherrimo posso citare Fairy Tail, anche se è un caso particolare perché fin dall’inizio aveva poco da dire, quindi a parlare del nulla ci sarebbe arrivato comunque, con o senza brodo allungato.

La trama di Fairy Tail.
Come dicevo prima però l’influenza di Dragon Ball ha riguardato molti elementi. Ci sono alcune scene che compaiono in Dragon Ball e che sono state riproposte in maniera massiccia negli shonen successivi, magari con cambiamenti anche ampi, ma conservando una struttura di base simile. Ho deciso di esaminarne qualcuna.

C’è sempre un momento in cui i protagonisti arrivano allo scontro finale con il cattivo. Qui accade non dico ogni volta ma molto spesso che il combattimento sia uno contro uno. Che è una cosa idiota. La posta in palio è altissima e basta una scusa qualsiasi come “è il suo combattimento” che tutti i protagonisti si fanno da parte per lasciare che a combattere sia una persona sola. Della serie, se combattessimo tutti insieme vincere sarebbe decisamente più semplice, ma ne va soltanto della salvezza della Terra, che sarà mai, lasciamolo fare tranquillamente. Verrebbe quasi da rimpiangere che il nostro pianeta sia protetto da gente così! Bleach è l’esempio più palese di questo, non c’è una volta in cui tutti si alleino contro il nemico, bisogna sempre lasciare che sia Ichigo da solo a salvare la giornata. Del resto è il protagonista, deve avere qualche privilegio!

Ora, in Dragon Ball questo succede a ogni combattimento. Non riesco a ricordare una battaglia in cui si combatta due o più contro uno, a parte forse due o tre. Lì però ha un senso: i personaggi hanno tutti un orgoglio e un’etica molto forti. Per un sayan combattere con un alleato contro un avversario solo è un disonore perché porta a una vittoria semplice. Preferirebbe perdere piuttosto che vincere senza che il suo avversario abbia potuto mostrare le proprie capacità. Non posso dire che sia una cosa intelligente ma è coerente quindi la rispetto e sono disposto a simpatizzare con personaggi del genere e a seguire le loro vicende. Ma negli altri manga è difficile trovare delle motivazioni così valide per questa scelta, molto spesso si fa semplicemente perché appunto è uno shonen e da che mondo è mondo negli shonen si combatte uno contro uno. Va bé, contenti gli autori e chi li legge contenti tutti, verrebbe da dire.

L’altra scena ormai canonica è l’incontro con il maestro. Ci sarà sempre un momento in cui i protagonisti andranno ad allenarsi e diventeranno allievi di un maestro, oppure conosceranno un vecchio molto più forte di loro che ha una missione per loro o roba simile, e il più delle volte costui ama le forme delle ragazze molto più giovani di lui. A fare scuola qui è il maestro Muten, seguito a ruota da Kaioshin il Sommo, che è la più grande autorità della galassia ma capitola di fronte alla promessa della foto di una donna nuda.

Il mondo è sotto la custodia di costui.
A proposito di questo gli esempi si sprecano, mi limiterò a citare Jiraya di Naruto e, per fare un esempio di qualcuno meno conosciuto, Kagetora Hyodo di Psyren. Ora, questo è un cliché che io trovo particolarmente fastidioso (è un modo idiota di caratterizzare un personaggio) e in effetti pare che anche i mangaka se ne stiano stufando. Infatti, ci sono molti esempi di maestro che però presenta una caratteristica che lo identifica subito che non sia l’essere un pervertito. È una variazione del tema che fa piacere. Potrei citare Kakashi, che ha sempre dietro il suo libro, oppure Biscuit di Hunter x Hunter, che invece è avida e capricciosa. Insomma, la figura del maestro resta sempre caratterizzata con una qualità strana o non piacevole ma sempre diversa e che non riguarda le sue pulsioni sessuali. Invece, se volete l’esempio di una ripresa dell’incontro con il maestro talmente pedissequa da essere fastidiosa potete leggere 666 satan, in cui la scena dell’arrivo a casa di Kirin è identica all’arrivo sul pianeta di Re Kaio (con tanto di scena in cui l’animaletto di Kirin viene scambiato per lui stesso, come succede a Goku, che scambia Bubbles per Re Kaioh).

L’influenza di Dragon Ball è stata grande anche nell’’ambito della creazione dei personaggi, in primo luogo per quanto riguarda i protagonisti. Goku è estroverso, scatenato, simpatico, ha una grossa fiducia nelle altre persone, è abbastanza testardo e mangia per venti persone. Ecco, in quasi tutti gli shonen più famosi sono state riprese queste caratteristiche per l’ideazione del protagonista. In molti casi gli autori hanno fatto un discreto lavoro sul modello proponendo delle variazioni di rilevante efficacia, ma comunque la partenza è la stessa per quasi tutti. Si possono fare moltissimi nomi famosi, Toriko e Rufy, per esempio, e anche qualche nome un po’ meno famoso, come Ageha di Psyren. Perfino Hunter x Hunter, che tende di solito a distaccarsi dagli stereotipi più comuni, ha un protagonista che rispecchia in maniera molto fedele questo modello.

Anche Vegeta costituisce un paradigma di personaggio, anche se in modo più velato e meno evidente di Goku. Rappresenta il personaggio freddo, scontroso e affatto incline a qualunque manifestazione di affetto, orgoglioso e solitario. È innegabile che l’ispirazione di Kishimoto per Sauke derivi proprio da qui. In Yu degli spettri il modello di Vegeta è seguito in modo fin troppo preciso nella creazione del personaggio di Hiei, che gli somiglia non solo nel carattere ma anche nell’aspetto fisico, e questo rende particolarmente difficile prenderlo sul serio, visto che il primo pensiero che viene è di stare leggendo della brutta copia di Vegeta.

A destra Vegeta, a sinistra di nuovo Vegeta Hiei.
La stessa idea di onda energetica, da intendere come nel manga e non come nell’anime, quindi come “raggio di luce che viene emesso dal corpo”, che è centrale in moltissimi shonen, viene da Dragon Ball. Senza questo concetto la maggior parte delle serie che conosciamo sarebbero diverse in maniera radicale. Certo, poi nel corso degli anni sono stati trovati altri modi più complicati per creare i poteri dei personaggi (basti pensare agli o-part di 666 satan, per esempio), e ci si è distaccati dalla semplice onda energetica. Tuttavia il modello rimane presente e riappare con costanza: Hunter x Hunter, che ha un sistema di poteri elaborato e complesso, fonda tutto su dell’energia emessa dal corpo sotto forma di luce. In sostanza, il paradigma dell’onda energetica è stato ormai modificato e migliorato fino a diventare qualcosa di molto diverso e più versatile e fantasioso di quello che era all’inizio.

Da quello che ho elencato finora emerge che il modello di Dragon Ball, dove è stato seguito in modo pedissequo, risulta stantio e già visto, e anzi, ha peggiorato molto spesso certi aspetti che potevano non essere malvagi. La logica conseguenza è che quindi di per sé Dragon Ball abbia ben poco ormai da offrire che possa risultare piacevole o originale. La realtà è a parer mio un po’ diversa, e una rilettura completa di Dragon Ball me lo ha confermato.

È vero che ormai l’originalità non la fa da padrona, e che la trama molto spesso tira avanti in virtù di coincidenze o deus ex machina, è vero che i combattimenti sono semplici (la strategia quasi è assente) ed è vero che i personaggi pervertiti stufano presto. Ma è vero anche che Dragon Ball presenta una sua freschezza. È una lettura agile, che scorre senza neanche accorgersene e tiene lontana la noia. La sceneggiatura è molto spesso buona (nella saga di Majin Bu cambia radicalmente e perde molto a mio avviso) e quindi riesce a dare la giusta dose di coinvolgimento, specie nei combattimenti, che, pur non essendo nulla di che molto spesso da un punto di vista oggettivo, conquistano facilmente e sono dei page-turner pazzeschi. Inoltre mi sono convinto che il vero talento di Toriyama sia scrivere manga comici, perché i momenti di questo genere in Dragon Ball sono quasi sempre molto divertenti. Insomma, se Dragon Ball ha molti aspetti che rientrano a pieno titolo nel già visto, ha una propria linfa vitale, alimentata da una ventata di fresca genuinità, un forte coinvolgimento, un umorismo da spanciarsi anche nelle situazioni più serie e una trama che caccia i personaggi sempre nella situazione peggiore possibile (ok, molto spesso intervengono deus ex machina e cose simili a tirarli fuori dai guai, ma va bé). Insomma, Dragon Ball è la prova che è il talento del mangaka che rende ottimo un fumetto, e non le qualità intrinseche che questo possiede: ci sono storie con molti più pregi e molta più originalità che però non riescono a conquistare allo stesso modo.

Akira Toriyama minaccia i suoi fan con una penna.
Quindi, per tirare le fila del tutto, il modello di Dragon Ball è ancora valido? Sì, se non viene riproposto pari pari, altrimenti rischia davvero di rovinare una storia. Se viene modificato, migliorato o reimpostato in base alle necessità, ai gusti e a quello che sente l’autore (e del resto è in parte già successo, come mostravo prima) allora può offrire nuovi spunti per creare qualcosa di interessante. Che poi quello che sto dicendo non è nulla di nuovo sotto il sole, visto che da che mondo e mondo qualunque modello per risultare efficace deve essere interpretato e non seguito in modo preciso. La pensavano così già gli antichi (chiedete a Quintiliano che cosa sia l’aemulatio), e direi che probabilmente avevano ragione.