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giovedì 19 marzo 2020

Una corona di letture #2 - Level E di Yoshihiro Togashi

Yoshihiro Togashi è conosciuto per Yu degli Spettri e Hunter x Hunter, croce e delizia di tutti i suoi fan, me compreso, ed entrambi recensiti nella sezione dedicata ai manga. Oggi invece, cito il suo nome nella seconda puntata di questa Corona di consigli di lettura a proposito di un'altra sua opera, meno conosciuta forse ma non meno valida delle altre due sopracitate. Mi riferisco a Level E.

Level E è completamente diverso da quello cui ci ha abituati Togashi. Da lui ci aspettiamo strategie e combattimenti. Invece, in questo caso ha deciso di lasciarsi andare, di scatenare la sua stranezza e il suo genio in qualcosa che facesse della stranezza il suo punto di forza.

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Level E è la storia di un principe alieno, chiamato Baka, che arriva sulla Terra dopo avere perso la memoria. Qui vivrà una serie di avventure una più folle dell’altra, accompagnato da una serie di personaggi ricorrenti. Il motivo di queste avventure è Baka che cerca di sfuggire al suo dovere e ai suoi compiti, inventandosi le cose più assurde e finendo nelle situazioni più disparate.

Siamo di fronte quindi a una storia di stampo umoristico, ma non per questo leggera o priva di senso. Togashi rimane sempre lui, e quindi le situazioni che si generano nella trama sono complicate, tortuose e cervellotiche ma non puntano sull’azione, come invece in Hunter x Hunter, bensì sull’assurdo e sul ridicolo. Una lettura che a me personalmente ha divertito e intrippato al tempo stesso, cosa che, oltre a non essere facile da realizzare in generale, è secondo me anche non semplice da trovare nei manga, che spesso, quando vogliono essere umoristici, cadono nel ridicolo. Molto divertente è anche la storia dietro il titolo, che Togashi ha scelto pensando che alien si scrivesse con la E (da cui la E che segue a Level). Quando si è reso conto dell’errore, ha finto che la E venisse da E.T. Questo, e il fatto che nel primo volume Togashi dichiari di avere una doppia personalità, una che disegna e l’altra che sceneggia, sono già di per sé indice del tono dell’intera opera. Consiglio quindi di leggerla a chi vuole qualcosa di divertente ma non facile, dove la fantasia dell’autore procede a briglia sciolta senza alcun limite.

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domenica 21 maggio 2017

Recensione - Hunter x Hunter di Yoshihiro Togashi

Che Hunter x Hunter mi piaccia penso non sia un mistero per nessuno. Voglio dire, basta guardare il metodo che uso per dare i voti ai manga per accorgersene. Se ho deciso di parlarne è perché non può mancare su questi schermi la recensione di quello che è a tutti gli effetti il mio manga preferito, la ragione, potremmo dire, che mi ha spinto a leggere manga. Se nel lontano settembre 2007, in vacanza al mare, mia mamma non avesse comprato il volume 18 di Hunter x Hunter per farmi una sorpresa (all’epoca guardavo l’anime su Italia 1), probabilmente ora la sezione manga di questo blog non sarebbe aperta. Quindi questa recensione non vi dirà molto di più sulle mie opinioni di quanto già non sappiate, ma vuole essere un tributo a un manga straordinario. E una viva esortazione a leggerlo.
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Titolo: Hunter x Hunter
Autore: Yoshihiro Togashi
Anno: 1998                                                   
Volumi: 33 (in prosecuzione quando a Togashi viene voglia di lavorare)
Editore: Planet Manga




TRAMA

Gon è un ragazzino che vive con sua zia sull’Isola Balena. Non ha mai conosciuto suo padre Jin, che lo ha abbandonato in fasce per continuare a svolgere il suo mestiere, l’hunter/cacciatore, un lavoro assai ambito che, in parole povere, consiste nell’occuparsi delle questioni più disparate (ecologia, archeologia, cattura dei criminali, scienza, biologia, e quant’altro) ma in modo avventuroso e spesso anche pericoloso: i cacciatori non sono studiosi quanto piuttosto ricercatori sul campo, avventurieri sempre in cerca di nuove scoperte e nuove conoscenze nel loro ambito lavorativo. Il padre di Gon è uno dei più grandi cacciatori del mondo, ed  è per conoscerlo che Gon decide di sostenere l’esame per diventare cacciatore a sua volta. Lungo la strada verso il luogo dell’esame conosce Leolio, all’apparenza superficiale e orgoglioso che vuole essere hunter solo per soldi, Kurapika, freddo e calcolatore che vuole diventare hunter per vendicare lo sterminio del suo clan, e soprattutto Killua, un ragazzino della stessa età di Gon che  nasconde più di un segreto sul suo passato.

L’esame da cacciatore è solo il primo passo che conduce Gon sulle tracce di suo padre, ma è qui che il ragazzino fa la conoscenza di alcune persone che sarà destinato a incontrare di nuovo: oltre al presidente degli hunter Netero, lo spietato e sadico Hisoka.

Hisoka che corre al pc a leggere la recensione.

LA MIA OPINIONE


Sono quasi certo di poter indovinare quello che avete pensato leggendo la trama. È banale. Questo vi siete detti. Non ve ne faccio una colpa. Succede a tutti. Perché è la verità, le premesse sono quanto di più banale io riesca a pensare. È quello che viene dopo che rompe gli schemi.

Hunter x Hunter si distingue dalla maggior parte degli shonen di combattimento per tutta una serie di caratteristiche. Intanto è vero, si combatte ma relativamente poco. Quest’aspetto non è preponderante come in molti altri shonen di successo, in cui i combattimenti sono uno strumento fondamentale per permettere alla trama di proseguire, dove non costituiscono addirittura la trama stessa. In questo momento sto pensando a Le bizzarre avventure di Jojo, ma in realtà ce ne sono molti altri di questo genere. Bé, Hunter x Hunter si distacca da questo modello, e si sviluppa intorno a una trama complessa che accoglie anche delle situazioni tipiche dei thriller: abbiamo i pedinamenti, la consegna degli ostaggi, le trattative con il nemico, ma anche le prove psicologiche, gli agguati, i personaggi che si infiltrano nel covo del nemico, e quant’altro. La tensione diventa in questi momenti palpabile, fuoriesce dalla pagina e conquista il lettore. Quando ci sono combattimenti, sono più che altro l’esito della situazione, il momento culminante di una vicenda che non può che concludersi così. In Hunter x Hunter non capita quindi sempre che qualunque situazione si risolva a mazzate, ma spesso le cose prendono direzioni più complesse. Senza contare che Togashi respinge quel modulo tipico dello shonen (di cui ho parlato anche nel post di qualche tempo fa) che prevede che i combattimenti siano tutti uno contro uno, anzi, capita spesso che un personaggio solo si ritrovi ad affrontare più di un avversario contemporaneamente. Quando ci sono i combattimenti uno contro uno, questa situazione riceve una spiegazione realistica e sensata, che di solito è che separare degli alleati rende la vittoria più facile che se si combattesse in gruppo, e non “questo è il suo combattimento”, come invece succede sempre, per esempio, in Bleach.

In secondo luogo, i personaggi hanno una psicologia complessa e approfondita. Scordatevi le macchiette alla Hiro Mashima o i classi personaggetti da shonen senza infamia e senza lode. In Hunter x Hunter ognuno ha la propria personalità, e molti subiscono una crescita non indifferente nel corso della storia. Posso citare molti esempi ma quello più convincente è Killua, che, se all’inizio pare molto sicuro di sé, si rivela invece come uno dei personaggi più fragili della storia, ed è costretto a prendere tutta una serie di mazzate dalla vita prima di riuscire a tirare fuori la grinta e a smettere di fuggire di fronte alle difficoltà.

Non fidatevi di Hisoka se vi chiede una mano..

I rapporti tra i personaggi sono descritti in modo magnifico. L’amicizia tra Gon e Killua è sincera e sfaccettata, è un’amicizia vera, reale, una di quelle che potremmo vedere nella vita di tutti i giorni. Un’amicizia non priva di ombre come si scoprirà con il procedere della storia, ma che comunque riesce a mantenersi salda e alla fine diventa occasione di crescita per entrambi. Se all’inizio, come Gon stesso ammette, lui è quello impulsivo mentre Killua quello con la testa sulle spalle, presto le cose non si riveleranno così bianche e nere e sarà proprio questa un ottimo momento per tutti e due per riparare a certi propri difetti.

Mano a mano che la storia prosegue il numero di personaggi aumenta in modo esponenziale, e Togashi riesce a renderli tutti ben caratterizzati. Sono veramente pochi i personaggi privi di personalità e piatti come una sagoma di cartone, i più sono davvero ben fatti. Anche quando Togashi introduce tanti personaggi in un colpo solo poi si prende la briga di soffermarsi su ciascuno di loro e descrivere bene il suo carattere. Ne sono un esempio le formichimere, che, nonostante siano davvero molte e siano pure dei nemici, quindi un qualunque altro autore di shonen non avrebbe esitato a caratterizzarli in modo stereotipato e sbrigativo, hanno invece personalità sfaccettate e a volte anche non scontate.

Già che ci siamo dico due parole sugli antagonisti. Una delle cose ottime di Hunter x Hunter è che gli antagonisti non sono cattivi cattivoni che vogliono conquistare il mondo perché sì, né persone pronte a farsi le scarpe l’uno con l’altro, o esseri crudeli che uccidono i loro compagni come mosche e poi sghignazzano davanti ai loro cadaveri. Prendiamo ad esempio la Brigata Fantasma. I membri della Brigata sono uniti da un legame solido e sincero, sono tra di loro amici, non semplicemente compagni. Non sono cattivi in assoluto, anzi, viene spesso mostrato il loro lato umano e solidale. Con questo non intendo dire che viene mostrata la loro triste storia che li ha resi cattivi, perché questo, oltre che essere di suo qualcosa di già visto, servirebbe ad attirare la pietà dei lettori ma li dipingerebbe come cattivi. I membri della Brigata invece piangono per i propri compagni, scendono a patti con i nemici per loro, scherzano, si prendono in giro, sono leali e fedeli. Questi loro sentimenti sono descritti così, come vengono descritti quelli dei protagonisti. Un personaggio come Pakunoda è di gran lunga più umano e di animo gentile di Kurapika, che è uno dei protagonisti eppure è peggiore di lei. E questo avviene in modo naturale, non c’è un’enfatizzazione da parte di Togashi del capovolgimento dei ruoli, non c’è bisogno di sottolineare questa differenza (come invece avverrà nella saga delle formichimere, ma questo per altri motivi). Sia Kurapika che Pakunoda sono persone, e in quanto tali nessuno di loro due è perfetto, e soprattutto non è scritto da nessuna parte che Kurapika debba essere migliore solo perché è un protagonista.

Hisoka mentre lancia iper raggio.

Come logica conseguenza di quello che ho appena detto, bene e male non hanno un confine netto e definito. I protagonisti non agiscono nel giusto necessariamente, e nella saga delle formichimere, quando a venire protetto è l’interesse di un paese invece che quello del gruppetto di Gon e compagni, questo diventa chiaro. La figura del Re delle formichimere ha questo come solo scopo, capovolgere del tutto la figura del nemico malvagio che vuole conquistare tutto, trasformandola in quella di un sovrano illuminato, che si trova a scontrarsi contro i protagonisti che, volendo mantenere l’ordine costituito, di fatto rinunciano a intervenire sulle contraddizioni e le ingiustizie della società. L’uomo è malvagio e questa malvagità risiede in lui naturalmente è la banale conclusione, ma non è banale il suo raggiungimento, il modo in cui viene presentata e l’operazione che viene effettuata attraverso i personaggi. Non è banale di suo ed è ancora meno banale in uno shonen. Il Re è poi un gran personaggio, approfondito e caratterizzato, la cui crescita interiore è descritta in modo stupendo, tanto quanto il suo rapporto con Komugi, la ragazzina che gli farà capire nuove cose sugli esseri umani. Anche le tre guardie reali contribuiscono a questo capovolgimento, e sono tra l’altro tutte e tre dei personaggi molto ben riusciti, ma la figura del Re è decisamente più incisiva.

La trama, a parte all’inizio, non è affatto banale. È imprevedibilie e coinvolge il lettore con grande facilità. Molto tempo è dedicato ai ragionamenti e alle strategie, ma anche, in particolare nella saga ora in corso, alle discussioni burocratiche e ai rapporti tra paesi. Riesce a essere originale tanto che a partire da un certo punto Gon passa in secondo piano, un’intera saga ha Killua per protagonista con Gon relegato a figura che non ha alcuno svolgimento attivo nello sviluppo della storia pur essendo fondamentale, e poi nell’ultima, quella in corso, addirittura appare soltanto in un capitolo, e in maniera molto marginale. È chiaro che a Togashi un protagonista troppo shonen come Gon sta stretto (riesce a gestire molto meglio Killua, la cui psicologia evolve in modo perfetto), e per questo lo ha fatto passare in cavalleria rispetto ad altri personaggi che invece gli vanno più a genio. Di certo Gon riapparirà in qualche modo, e sono davvero curioso di sapere come.


Dicevo che i combattimenti non sono una parte fondamentale della trama. È vero, ma va aggiunto altro: sono del tutto basati sulle strategie. Infatti, manco a dirlo, i combattimenti di Hunter x Hunter mi piacciono tantissimo. Ce ne sono alcuni pazzeschi, ma sul serio, non sono brillanti come quelli di Jojo, nel senso che quelli di Jojo, sono sempre assurdi e strani, ma sono coinvolgenti, dannazione, ed estremamente geniali e ben realizzati. Sto pensando al combattimento tra Quoll e Hisoka raccontato nei capitoli che non sono ancora stati raccolti in volume, gente, quello è straordinario. I combattimenti di Hunter x Hunter sono il massimo, non ne troverete di migliori da nessun altra parte. Sul serio. Tra l’altro, anche qui, come in molti altri shonen, i personaggi hanno poteri particolari. Qui sono chiamati Nen, ovvero in poche parole una specie di forza vitale. Il Nen è però diverso dai poteri tipici shonen. Intanto, è molto più articolato e caratterizzato, ha moltissime regole e moltissimi utilizzi che vengono tutti spiegati. Non è come l’aura di Dragon Ball, per dire, con cui alla fine ci puoi fare quello che vuoi, da lanciare onde energetiche a trasformare la gente in caramelle. Il Nen ha dei confini ben precisi, ma questo lo rende paradossalmente molto più interessante, perché il lettore stesso può seguire quello che sta succedendo cercando di indovinare in quale modo i personaggi faranno per ostacolare i poteri avversari. L’autore dimostra la sua bravura proprio così, facendo delle regole un punto di forza, e delle limitazioni un mezzo per coinvolgere il lettore.

Una cosa va nominata, ed è una nota dolente. I disegni sono scostanti. A me il tratto di Togashi piace, ma obiettivamente spesso non sono il massimo. Quelli usciti su Shonen Jump in certi punti sono proprio osceni. Questo è dovuto un po’ ai problemi di Togashi, che soffre moltissimo i tempi stretti della pubblicazione. Io nella scheda iniziale facevo ironia su questo, comunque è indubbio che Togashi abbia dei problemi reali. Certo, qualcuno la chiama svogliatezza. Può essere, io non lo credo, penso solo che sia un buon modo per fare battute, ma di certo non rispecchia una situazione reale.

A volte però a rendere brutti i disegni non sono i problemi dell’autore. Per esempio, il capitolo 337 ha dei disegni pessimi, ma in questo caso io sono sicuro che sia una scelta voluta. Ragioniamo. Il capitolo 337 contiene un complicato discorso sull’anima, sulla vita, sulla redenzione e sulla possibilità o meno di cambiare la propria vita. Quindi porca miseria, e sì, mi arrabbio perché ho letto gente che criticava questo capitolo in ogni modo possibile, se Togashi lo ha disegnato male non è perché non ne aveva voglia, per una volta non è per quello, è perché voleva che il lettore si concentrasse sui contenuti. Si vede, gente, si vede palesemente, alla fine c’è perfino una tazza con i bordi storti, ci mancava solo che scrivesse all’inizio “GUARDATE CHE L’HO FATTO APPOSTA”! Perché se la saga delle formichimere ha dei significati, sono contenuti tutti nel dialogo tra il Re e Netero e in questo capitolo. E anzi, visto che il capovolgimento delle prospettive di bene e male è operato un po’ ovunque nel corso della storia, oserei dire che la redenzione e la possibilità di cambiare la propria vita è il tema principale della saga delle formichimere, un tema che emerge abbastanza tardi, è vero, ma è sufficiente. Che cosa fa il Re, se non trovare un senso alla sua vita? Che cosa fanno Yupi e Wapf, se non trovare un senso alla loro vita? Che cosa fa la formi chimera Koala, se non trovare un senso alla sua vita? Certo, ciascuno di loro lo fa in un modo diverso, chi lo trova nell’accettazione dell’altro, chi nell’amore e nella devozione, chi nella sincerità e nel lavoro faticoso di riparazione ai propri errori.

Alla fine Hunter x Hunter è proprio questo. Un fumetto che parla di avventure, di azione, di combattimenti, di misteri, che rifugge le divisioni e i giudizi facili per offrire una visione delle cose problematica e grigia, ma anche che mano a mano che prosegue vuole parlare della vita e della crescita. Io voglio essere come Jin, lo so che non è una brava persona, ma è sempre alla ricerca di qualcosa, di un obiettivo. Sa come godersi la vita, sa come seguire la propria strada e sa che in ogni cosa si può trovare uno stimolo per andare avanti. Ed è a questo che esorta Gon: a trovare la propria via, raccogliendo sempre nuovi sproni, nuove cose che vale la pena conoscere, nuova bellezza e nel frattempo crescere. La curiosità è la cosa che caratterizza la maggior parte dei personaggi di Hunter x Hunter, da Hisoka a Jin a Netero al Re e a tanti altri. Alla fine, questo è quello che può dirci. Siate curiosi, mettetevi a prova. Scoprirete sempre qualcosa di nuovo. Dietro ogni curva c’è qualcosa di ancora più interessante che potete conoscere.

      IN CONCLUSIONE

Ho già parlato troppo. Ma il fatto è che Hunter x Hunter è spettacolare, e non lo dico solo perché per me ha un enorme valore affettivo. Anche per quello, ma anche perché davvero merita molto. Perciò seguite il mio consiglio. Leggetelo. Spendete bene quel poco di tempo libero che avete e non resterete delusi, non potrete far altro che farvi conquistare da Gon e dal suo mondo, dall’amicizia sua e di Killua, dalla crudeltà di Hisoka, dall’umanità del Re delle formichimere, dal mondo così realistico e al tempo stesso magico che prende vita nelle pagine di questo fumetto.

IL GIUDIZIO DI HISOKA:

mercoledì 26 ottobre 2016

Recensione - Yu degli spettri di Yoshihiro Togashi


L’altra volta ho parlato di Dragon Ball e di quelle sue caratteristiche che gli shonen moderni hanno deciso di riprendere. Sempre per restare nell’ottica di osservare cosa hanno da dire i figli di Dragon Ball, oggi voglio spendere qualche parola su Yu degli spettri, manga abbastanza vecchio ma che se non è un pilastro del suo genere almeno è una colonnina. Di sicuro ha contribuito a influenzare in modo sostanziale una gran fetta dei manga che hanno i morti e chi li governa come protagonisti, in primis Bleach. Merita perciò un minimo di attenzione, anche perché per essere uno shonen del suo calibro è abbastanza breve, e questo va contro la legge che dice che il tuo manga è uno shonen solo se è lungo quanto la Bibbia, l’Iliade, l’Odissea e la Divina Commedia messe assieme. Vediamo dunque che cosa riserva per noi la storia di Yusuke e dei suoi compagni, e quali sono state le mie impressioni a lettura conclusa.

La lunghezza minima di un manga shonen. E questo è solo il primo volume.
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Titolo: Yu degli spettri
Autore: Yoshihiro Togashi
Anno: 1990                                                 
Volumi: 19
Editore: Star Comics




TRAMA

Yusuke è un giovane teppista. Non segue mai le lezioni e anzi spesso marina la scuola, fuma, gioca d’azzardo, ha la simpatica abitudine di sollevare le gonne delle ragazze, è irriverente verso i professori e verso le autorità. I suoi compagni di scuola lo temono perché è anche molto abile nelle scazzottate, i professori lo detestano e lo considerano un cattivo esempio per gli altri studenti, la madre, rimasta senza marito, lo ignora. L’unica persona che cerca di riportarlo sulla retta via senza il disprezzo che gli dimostrano i professori è la sua amica d’infanzia Keiko, che invece è una ragazza seria e responsabile.

Un giorno il teppista Yusuke, mentre sta immancabilmente marinando la scuola, vede un bambino che sta per essere investito da un auto, e fa una cosa che nemmeno lui si sarebbe aspettato da sé stesso: lo salva, e viene investito al suo posto. Muore nell’incidente, e viene accolto da Botan, colei che guida le anime dei defunti nell’oltre tomba, che lo informa che la sua morte è stata inutile (il bambino non si sarebbe fatto nulla) e anzi non era prevista. Inizia così un lungo percorso di riabilitazione per Yusuke per riavere la propria vita, percorso che lo porterà ad approfondire sempre di più il mondo degli spiriti e il suo rapporto con il mondo degli spettri. Comincerà a lavorare per il mondo spirituale, trovando in Hiei e Kurama dei fedeli compagni, nel tentativo di salvare i mondi dai continui pericoli che li minacciano.

LA MIA OPINIONE


Yu degli spettri è il primo manga realizzato da Yoshihiro Togashi, l’autore di Hunter x Hunter, che è, come immagino si possa facilmente intuire, il mio manga preferito. Non lo è razionalmente, lo è a livello emotivo oltre che ovviamente per meriti oggettivi del fumetto stesso. Quindi, quando ho letto Yu degli spettri la prima volta cinque anni fa e quando l’ho riletto appena un mesetto fa fare il confronto con Hunter x Hunter e osservare come Togashi sia migliorato sotto molti aspetti è stato per me qualcosa di automatico.

Togashi è famoso per l'ordine con cui lavora.
L’autore prende ispirazione da Dragon Ball, e, se questo si nota meno nei primissimi volumi, basta proseguire un po’ con la storia perché diventi evidente. Come dicevo nell’articolo l’altra volta, Hiei è sia fisicamente che nel carattere la copia sputata di Vegeta. Oppure, la saga del torneo delle tenebre, la più lunga di tutto il manga, si rifà ai numerosi tornei che si svolgono in Dragon Ball. Questi due punti valgano a titolo d’esempio, perché se ne potrebbero elencare anche degli altri. Non è che questa influenza dia sempre fastidio, nel caso del torneo non mi ha fatto né caldo né freddo, mentre in quello di Hiei risulta un po’ antipatica perché suona molto come un atto di pigrizia dell’autore, che sembra che dica “toh, perché inventare una caratterizzazione quando c’è quella di Vegeta già bell’e pronta?”.

D’altra parte, e questo è più interessante, sono già presenti quegli elementi che caratterizzeranno l’opera più matura di Togashi, Hunter x Hunter, che poi sono anche le sue qualità migliori e lo alzano dalla media degli shonen comuni, Dragon Ball compreso. Qui sono meno evidenti, un po’ perché probabilmente Togashi doveva ancora lavorarci su, un po’ perché sono coperte da tutti quegli elementi tipicamente shonen che poi saranno abbandonati in HxH ma che ora sono parte integrante della trama forse in modo anche più imponente rispetto alle qualità stesse che tanto decanto. Abbiamo perciò un tentativo di caratterizzare in modo non banale gli antagonisti, tentativo che con Toguro riesce ma fino a un certo punto (a parte alla fine della saga a lui dedicata prima sembra soltanto un Cattivo da ShonenTM) , e invece funziona bene con Sensui e con i suoi sei compagni (chi più chi meno comunque tutti hanno una personalità). Abbiamo dei combattimenti che non si basano solo su chi fa la mossa più forte ma su chi fa la mossa più intelligente (anche se le mazzate hanno ancora un ruolo importante, molto più che in HxH). Insomma, la volontà di staccarsi dal paradigma classico dello shonen c’è, non riesce sempre e non riesce sempre bene.

Il fatto più notevole, il primo che salta agli occhi a lettura terminata, è che Yu degli Spettri è un manga in evoluzione. Comincia in modo discreto (i primi due volumi sono interessanti), ha una brusca svolta alla Dragon Ball che rende peggiori i volumi 3,4 e 5, si tira su con il 6, poi introduce la prima grande saga, il torneo delle tenebre, che si conclude nel volume 13. Questa saga, oltre che essere vincolata sotto molti aspetti a Dragon Ball, è abbastanza altalenante. Alterna buoni momenti, come direi tutti i combattimenti di Yusuke, ad altri che funzionano molto meno, vuoi perché sono poco ispirati, vuoi perché non mostrano nulla di particolare e scivolano senza lasciare nessuna impressione forte, positiva o negativa che sia. La trama prosegue poi per altri tre volumi con la saga di Sensui e del capitolo oscuro, che invece merita. Ha tratti che suonano anche scontati (lo stupore per la malvagità degli uomini, che, come dire, non è esattamente qualcosa di nuovo) ma che vengono trattati con degli accenti un po’ morbosi che non mi sono dispiaciuti affatto. Sto pensando in questo momento in particolare al discorso di Itsuki all’inizio del volume 16, ma tratti simili si possono trovare anche in altri punti qua e là. Poi ci sono, come dicevo prima, degli antagonisti caratterizzati in modo discreto e un ritmo incalzante che invoglia a proseguire la lettura. Questa saga è l’esempio di come una trama può risultare buona nonostante non sia molto elaborata (del resto, è composta in gran parte da combattimenti). Il duello con Sensui è ben costruito e si legge tutto d’un fiato. Insomma, non mi posso lamentare.

Toguro in un quadro di Escher.
Inizia a questo punto l’ultima saga, che occupa i tre volumi finali, e riguardo alla quale voglio spendere qualche parola in più. Questa saga, per dirla da critico serio quale sono, mi ha esaltato da morire e mentre leggevo avrei abbracciato Togashi. Ok, forse non ero così tanto esaltato, ma ha delle premesse davvero interessanti, e procede in un modo che tiene col fiato sospeso. La cosa che mi è piaciuta è che ci sono tre forze, i cosiddetti tre re, ciascuna con i propri obiettivi, le proprie abilità e i punti deboli, tre forze destinate a scontarsi e con ciascuna delle quali si allea uno dei protagonisti. Questa saga segue dunque lo sviluppo dei tre re in un ampio arco di tempo, osserva il rapporto tra i protagonisti e il re con cui si sono alleati e descrive le manovre che questi tre sovrani attuano per opporsi l’uno all’altro. Sono per la maggior parte mosse di spionaggio o di diplomazia, i combattimenti sono relegati soltanto alla fine, e questo conferisce fascino alla storia. Ci si trova di fronte a trame di tradimenti interni, riunioni strategiche, insomma, tutta una serie di cose che mi hanno mandato in brodo di giuggiole. Unica pecca? È troppa corta. Avrei letto venti volumi di trame politiche e tradimenti interni e riunioni strategiche. E invece di volumi ce ne sono praticamente due e mezzo. In pratica, esalta tantissimo per le premesse che ha e per la carne che mette al fuoco, ma poi decide di tagliare corto e quindi non mostra tutto ciò che prometteva. Lascia l’amaro in bocca? In realtà direi di no, ma poteva diventare qualcosa in grado di gasarmi come ben poco altro.

I personaggi sono tutti abbastanza ben fatti. Non sono eccezionali ma rimangono impressi, non hanno grossi sviluppi psicologici (a parte Yusuke, che invece cresce e diventa più responsabile e meno menefreghista con il procedere della storia) ma restano coerenti con sé stessi. Come ho accennato prima, invece gli antagonisti sono abbastanza variabili. Quelli principali sono più o meno bene approfonditi, Toguro meno degli altri ma Sensui e i suoi uomini vanno bene. Gli avversari del torneo delle tenebre, a parte qualche caso sparuto, sono abbastanza anonimi, e destinati a essere dimenticati dopo tre pagine dalla loro sconfitta. Invece ho apprezzato molto i tre re dell’ultima saga, perché tutti e tre sono ben caratterizzati e tra le altre cose sfuggono a una vera categorizzazione morale. Quando vengono presentati potrebbe essere immediato, basandosi sui loro ideali, individuare il re con cui si allea Yusuke come quello buono, quello con cui si allea Kurama come quello un po’ neutrale che però non cadrà mai nella malvagità, e quello con cui si allea Hiei come il cattivo. In realtà non è così, nel senso che l’alleato di Kurama si rivelerà un personaggio subdolo e manipolatore (ma avrà anche momenti in cui manifesta una inaspettata dolcezza, rivolgendosi al figlio), e che l’alleato di Hiei, nonostante ripeto i suoi ideali deprecabili, mostrerà di possedere una sensibilità molto umana, e il lettore non potrà fare a meno di provare un po’ di pietà per lei. Insomma, i personaggi introdotti nella terza saga sono complessi e grigi. Certo, anche qua posso dire che se la saga fosse stata più lunga questo approfondimento psicologici sarebbe potuto essere narrato in modo più disteso e meno compresso. Ma va bé.

La morigerata mamma di Yusuke.
E poi c’è quello per cui Yu degli spettri è famoso. La nota dolente. Il finale. Non farò spoiler, ma posso parlarne in linea generale, visto che è noto, almeno in sintesi, qual è il problema. In sostanza, a metà della terza saga Togashi interrompe la narrazione, si prende un capitolo in cui i personaggi si raccontano a voce quello che è successo dove la storia si è interrotta, seguono alcuni capitoli riempitivi e poi c’è il finale. Tra l’altro, leggendo il capitolo-riassuntone di cui dicevo mi sono mangiato le mani, perché cavolo, vengono dette un sacco di cose interessanti, che in pratica sconvolgono gran parte di quello che sapevamo sui rapporti tra il mondo spirituale e quello degli spettri, ma appunto sono raccontate. Avrebbero potuto costituire degli ottimi colpi di scena, movimentando ancora di più il finale della saga dei tre re, così invece suonano soltanto come un’occasione sprecata.

Poi va bé, la ragione di questa interruzione improvvisa è che Togashi era troppo stressato dai tempi di pubblicazione e non riusciva più a reggerli, e quindi ha deciso di piantare tutto lì dando un finale raffazzonato. In realtà il fatto che la terza saga fosse molto rapida è indice che già da tempo Togashi cominciava a soffrire la pubblicazione, quindi è probabile che questa drastica decisione sia esito di un’accumulazione di problemi che durava da un bel po’. È un peccato che sia finita così, perché, come non finirò mai di ripetere, avrei adorato leggere la saga nella sua interezza e narrata senza fretta, ma tant’è, non possiamo certo lamentarci se Togashi stava male. Certo, poi non dobbiamo stupirci se con Hunter x Hunter è diventato uno dei Quattro Re delle Pause, viste le premesse sarebbe stato stupido aspettarci altro.

L’ultimo capitolo comunque non è male, anzi, è riuscito a commuovermi a sufficienza (non tanto per la faccenda dei colori dei pulsanti che ho trovato un po’ tanto mielosa) quanto per via delle ultimissime pagine e in particolare dell’ultima, che mi ha dato un forte senso di malinconia, mi ha fatto davvero sentire che la storia stava finendo e che a me quella storia mancava. È un po’ lo stesso senso di malinconia che si respira spesso nei primi due volumi, ma qui arricchito dalla consapevolezza che si sta per girare l’ultima pagina. Per cui mi è piaciuto e, nonostante i capitoli che lo precedono non siano proprio il massimo, merita molto.

IN CONCLUSIONE


Yu degli spettri è un manga in crescita, che all’inizio (primi due volumi esclusi) non riesce a colpire ma poi piano si sviluppa sempre di più, si distacca sempre di più dal modello sempre più scomodo di Dragon Ball e riesce a creare qualcosa di meritevole. Perciò ho deciso di valutare questa evoluzione, più che l’impatto complessivo che ha avuto la lettura. Del resto, questa parabola  ascendente è talmente evidente e importante nell’economia della trama che è impossibile non tenerne conto. Perciò vi consiglio di leggerlo, in particolare se vi piacciono gli shonen non sarete delusi, anche se magari all’inizio potrebbe non sembrare.

IL GIUDIZIO DI HISOKA: