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venerdì 24 maggio 2019

Fumetti americani e mangaka a scuola di coerenza da Brandon Sanderson


Il professor Sanderson sta scrivendo ai due computer che ha sulla scrivania. Per la precisione, con la mano destra scrive il nuovo romanzo della serie delle Cronache della Folgoluce (chiedendosi come i traduttori italiani abbiano potuto trovare un nome così orribile), mentre con la sinistra un racconto che sarà il prequel di una decalogia di pentalogie che inizierà dalla creazione del mondo e arriverà all’invenzione dei viaggi intergalattici con la magia. Nel frattempo sta ideando lo spin off del seguito della quarta era di Mistborn, e pensa al fatto che stamattina non ha preso il caffè e quindi non riesce a fare troppe cose contemporaneamente. Si trova così intento a pensare che quasi non si accorge che la campanella sta suonando e gli alunni stanno entrando in aula.

Batman si fionda nel banco davanti alla cattedra, Akira Toriyama ed Eichiro Oda in due banchi a metà aula e iniziano a lanciarsi palline di carta. Tite Kubo cammina con le mani in tasca e andatura fiera fino al banco nell’angolo in fondo, masticando un chewing gum. Si siede, si sistema gli occhiali da sole scuri e si mette a braccia conserte. Thanos arriva con in spalla la sua metà di zaino, che contiene solo metà dei libri, e chiede a Batman di fargli copiare i compiti, perché ne ha fatti solo metà. Batman rimane in silenzio. Thanos si va a sedere sconsolato, sperando che il prof gli dia solo metà nota sul registro.

Rocket sfreccia attraverso l’aula e si nasconde dietro Tite Kubo. Ha di nuovo sentito l’irrefrenabile desiderio di rubare la dentiera alla bidella. La bidella entra chiedendo se qualcuno ha visto Rocket. Tite Kubo continua imperterrito a masticare il chewing gum dietro i suoi occhiali neri. La bidella esce. Poco dopo entrano anche Groot, Iron Man, Capitan America e Hulk. Thor liquida la schiera di fan girl urlanti con cuori al posto degli occhi che lo segue tutte le mattine e si siede accanto a Thanos.

"Io sono Iron Man"
Un rumore di vetri rotti fa sussultare il professor Sanderson. È Superman, che anche oggi è entrato volando dalla finestra. Sanderson sospira, pensando a quando dovrà dire al preside che bisogna cambiare finestra per la quindicesima volta in tre settimane. Si alza abbandonando i suoi computer, non prima di avere pensato a sei ambientazioni per altrettanti cicli di romanzi, che dovrebbero essere soltanto la prima era della storia del mondo, in totale composta da sedici ere. Fa l’appello. Rocket si sta provando la dentiera della bidella, quindi risponde sputacchiando e facendo la doccia a Tite Kubo. Tite Kubo continua imperterrito a masticare il chewing gum dietro i suoi occhiali neri. Groot risponde felice «Io sono Groot» quando viene chiamato. Sanderson alza gli occhi al cielo. Groot è un bravo ragazzo, ma ha voti bassissimi, l’unica risposta giusta che dà è all’appello.
«Ora che ci siete tutti» esordisce Sanderson «Introdurrò l’argomento di oggi, ovvero la coerenza narrativa nella gestione dei poteri dei personaggi. Mi duole informarvi che alcuni di voi sono drasticamente overpowered...»

Il dottor Strange si guarda intorno fischiettando. Non ha mai ritenuto eccessivo il suo potere di riavvolgere il tempo. D’altra parte, è grazie a quello che ha il massimo dei voti in tutte le materie. «Ora» prosegue Sanderson «Il perché avete poteri troppo forti è semplice. Ma non lo spiegherò io, lo farà uno di voi. Toriyama, alla cattedra».

Toriyama smette di lanciarsi palline di carta con Oda e corre davanti alla lavagna. «Dunque» chiede Sanderson «Vuoi parlarci di Goku e di quanto diventa forte da super Sayan?»

«Bé, Goku super sayan è sicuramente in grado di distruggere un pianeta…»

«E Goku super sayan di secondo livello?»

Toriyama è in difficoltà. Si guarda intorno sperando che Oda gli suggerisca, ma sta tirando palline di carta contro Tite Kubo, che continua imperterrito a masticare il chewing gum. «Di sicuro è più forte di Cell» balbetta.

«E Goku super sayan di terzo livello?»

Toriyama suda freddo. «Tiene testa a Majin Bu» risponde, con un filo di voce.

«E Goku super sayan God?»

Toriyama crolla, e supplica Sanderson di mandarlo a posto perché aveva detto che quel giorno spiegava. Sanderson gli sorride e lo tranquillizza, per questa volta non gli metterà il voto. «Il problema» spiega poi «è che Goku diventa presto troppo forte, e quindi ben presto i suoi poteri sfuggono qualunque rapporto di proporzionalità con ciò che può fare una persona normale. All’inizio Goku è straordinario perché è più forte e più veloce di un uomo comune, poi perché è molto più forte e molto più veloce di un uomo comune, finché diventa così forte e così veloce che gli standard normali dei lettori non sono più in grado di misurarlo. L’unico modo per misurarlo è valutare la sua forza paragonandola a quella degli antagonisti, che però sono fuori proporzione pure loro. Avete presente come funziona Dragon Ball Super? Goku diventa sempre più forte ma sostanzialmente non si percepisce più nessun cambiamento di capacità da una trasformazione a un’altra, se non che riesce a battere il nemico di turno, cosa che prima non gli riusciva. Questo non è bene per una storia perché il lettore non si stupisce più. Quando i personaggi sanno fare cose che lui non sa fare allora è interessato, ma quando i poteri dei protagonisti escono dai suoi parametri non lo interessano più, lo annoiano e basta».

I libri che Sanderson ha scritto ieri mattina.
La classe è tutta intenta a prendere appunti. «Per i supereroi la questione è un po’ diversa, perché non riguarda tanto la qualità dei poteri, ma la loro quantità. Questo si nota in particolare nei film, più che nei fumetti, visto che gli sceneggiatori Marvel hanno la brutta abitudine di dare al pubblico esattamente quello che si aspetta. Non è che voi partiate fin da subito male, è che presto gli sceneggiatori vi riempiono di talmente tanti super poteri che poi viene da chiedersi come facciate ad avere difficoltà a battere il cattivo, specie quando lui è uno e voi una marea. I maldicenti suggeriscono che quando siete stati colpiti da quei raggi gamma o vi hanno iniettato quel siero del supersoldato vi sia spuntato qualche cromosoma in più. Ad ogni modo, è frustrante vedere come gruppi di personaggi che insieme possono fare praticamente tutto e il contrario di tutto non riescano a sconfiggere una persona, che ok, magari avrà pure lui dei gran superpoteri, ma resta pur sempre uno solo».

Sanderson prende fiato per lasciare che gli alunni finiscano di scrivere. Solo Tite Kubo continua imperterrito a masticare il chewing gum. «Un aspetto importante» continua «Che bisogna considerare è che è inutile e dispersivo inventare troppe cause per la nascita dei superpoteri. È fondamentale, quando si crea un sistema di poteri soprannaturali, che siano la magia, come faccio io nei miei romanzi, o qualunque altra cosa, partire da poche regole semplici, che stiano alla base di tutto, e che chiariscano fin dall’inizio che cosa si può o non si può fare». Si guarda intorno alla ricerca di Togashi. Vorrebbe chiamarlo per fargli i complimenti, visto che il suo sistema del Nen è perfetto sotto questo aspetto, ma anche oggi il suo banco è vuoto. Togashi sarebbe un allievo modello, se non avesse l’abitudine di frequentare le lezioni qualche settimana e poi prendersi pause di sei mesi. «Un esempio è quello dei frutti del diavolo di One Piece. Il loro punto debole è conosciuto fin dall’inizio, e poi Oda ne descrive le tipologie. I poteri derivabili dai frutti del diavolo sono praticamente infiniti, tuttavia esistono dei limiti prefissati che consentono in qualche modo di inquadrarli. Si poteva fare qualcosa di più rigoroso? Naturalmente sì, visto che le premesse delle tipologie non esauriscono tutti i poteri dei frutti, ma questo non è un problema. Invece, un sistema poco rigoroso ma anche privo di criteri logici alla base è quello dei fullbring di Bleach».

Tite Kubo, le emozioni fatte mangaka.
Tite Kubo non si muove di un millimetro quando sente pronunciare il suo nome. Per un secondo smette di masticare. «I fullbring non hanno dei criteri alla base per stabilire quali poteri possono conferire e quali no. Esiste una regola generalissima e molto astratta, che ha l’unico compito di giustificare la presenza di questi poteri, e poi basta, con il fullbring si può sostanzialmente fare quello che si vuole. Questo è poco interessante perché quando si può fare qualunque cosa non c’è problema che non possa essere superato, almeno in potenza. Prendete la mia trilogia di Mistborn. La cosa più interessante dei poteri del…ehm…Lord Reggente» Sanderson si ferma un istante, perché la brutta traduzione italiana gli provoca nausea e voltastomaco. Afferra un gaviscon che tiene in tasca per occasioni simili e lo ingoia sentendosi Kelsier che beve una fiala di Atium. «Dicevo» riprende «che la cosa più interessante dei suoi poteri e che non inseriscono nulla di nuovo rispetto a ciò che è stato detto di Feruchemia e Allomanzia. Si tratta di un loro uso che si poteva derivare dalle premesse di questi due tipi di magia, e la bravura dello scrittore, in questo caso mia, è quella di avere trovato un uso intelligente e non scontato delle regole che lui stesso ha creato. Questo è stimolante per i lettori, e onesto nei loro confronti. Quando qualcuno legge un mio romanzo e vede qualcosa che non capisce sa che c’è sicuramente una spiegazione e che essa è perfettamente inseribile nell’ambientazione, senza forzature. Inventarsi poteri senza regole priva la storia di mordente, perché il lettore sa che intanto può sempre spuntare fuori qualcuno che sa fare esattamente quello che serve. Quando invece ci sono dei limiti, allora si può davvero mettere i personaggi in difficoltà.

«I vostri poteri, amici supereroi, stancano per questo motivo. Perché possono venire fuori da qualunque cosa e non hanno limitazioni. Non esiste un criterio alla base, potenzialmente da qualunque evento accidentale potrebbe venire fuori qualunque genere di potere, che potrebbe essere sviluppato in qualunque modo. Per questo, nell’intero mondo Marvel c’è gente che più o meno sa fare qualunque cosa. Di suo non sarebbe un problema, posto che ogni supereroe viva in una sorta di universo parallelo dove gli altri non esistono, lo diventa quando si decide di riunirli. Perché la coerenza si immola sull’altare del commerciale.

«La magia e i poteri sono una cosa interessante. Per uno come me, sono tre quarti del divertimento quando creo una storia. Per la maggior parte dei miei lettori sono tre quarti del divertimento quando la leggono. Per questo chiedo coerenza e attenzione. Creare poteri a muzzo che sono spettacolari ma insensati non dà valore alla storia, il contrario. Potrebbe affollare di più un cinema e far guadagnare più soldi, ma a discapito della qualità. Ora, non è necessario essere rigorosi quanto lo sono io in Mistborn, dove a ogni metallo corrisponde uno e un solo potere e non si va oltre, e quindi il lettore sa fin dall’inizio tutto quello che possono fare i personaggi, basta mantenere una certa logica e una certa precisione».

Se non seguite le mie regole vi affetto!
Un braccio verde si alza in mezzo alla classe. «Dimmi pure, Junior» lo invita Sanderson.
Junior è visibilmente imbarazzato. È molto probabile che stia ancora pensando al ruolo penoso che gli viene riservato nel film di DB Super su Broly. «Se i poteri non sono coerenti» dice «poi si diventa come me. Trascurati. Dimenticati. Inutili. E a quel punto nemmeno lo psicologo ti salva. E non ti salva nemmeno una nuova serie non tratta dal manga, perché i nemici diventano sempre più forti. Rimani…solo».

Junior abbassa lo sguardo, soffocando un singhiozzo. Crilin e Yamcha si alzano dai loro posti e gli si avvicinano, dandogli delle pacche consolatorie sulla spalla. «Il problema del povero Junior» aggiunse Sanderson con un sorriso di compassione «è quello di moltissimi personaggi. La prima volta che appaiono sono fortissimi e danno molto filo da torcere ai protagonisti. Poi vengono sconfitti ma non uccisi, e rimangono relegati al ruolo di comprimari. Con il fatto che però i protagonisti diventano sempre più forti, questi personaggi passano sempre più in secondo piano e devono venire perciò definitivamente scartati, per necessità di coerenza. Questo è un tipico esempio di sciatteria di trama, perché un plot ben curato non casca in simili inghippi. Per citare di nuovo Mistborn, io ho fin dall’inizio chiaro quali siano i limiti dei poteri che i personaggi possono ottenere, quindi non c’è mai squilibrio. Quando un personaggio è forte lo è in assoluto, e non rapportato alla potenza dei personaggi in quel determinato momento. Per farvi capire, pensate a cosa sarebbe successo se Majin Bu fosse stato risvegliato negli anni di allenamento prima dell’arrivo degli androidi. Di sicuro Goku e gli altri sarebbero stati sconfitti in men che non si dica, e la storia si sarebbe conclusa lì. Sembra quasi che gli antagonisti arrivino secondo un grado di forza crescente per permettere ai protagonisti di essere abbastanza forti per batterli, e questo non succede solo in Dragon Ball, ma in moltissime altre opere. Quello di Dragon Ball è soltanto un esempio macroscopico».

In quel momento suona la campanella. Sanderson rimane in classe ancora qualche minuto a dare i compiti, poi inizia a mettere via tutte le sue cose, e per un attimo smette di pensare a dei libri da scrivere. Sta infilando uno dei suoi portatili nella borsa ma si ferma così, con il computer mezzo fuori e mezzo dentro, e osserva il cielo azzurro attraverso il vetro rotto da Super Man. Si dice che è bello essere un libro o fumetto, perché non muori mai e alla fine ogni cosa nella tua vita va al suo posto, ma è ancora più bello essere quello che è lui, ovvero chi i mondi immaginari li crea. Chi ha il duro e importantissimo compito di regalare un po’ di serenità e oblio agli altri uomini con il potere della sua immaginazione. Per questo per lui è importante svolgere al meglio il suo lavoro, e per questo si permette di insegnarlo agli altri.

Esce dalla classe forse un po’ più pensieroso di come ci è entrato, ma di sicuro un po’ più fiero di sé.

domenica 15 maggio 2016

Recensione - Monster di Naoki Urasawa

All’inizio la mia idea era quella che il primo manga recensito sarebbe stato Chrno crusade (e sarebbe stata una bella strigliata a Daisuke Moriyama e al suo fumetto), poi mi sono detto che visto che già la sezione dedicata ai libri si era beccata come inizio una recensione negativa, almeno con i manga potevo cominciare con qualcosa di positivo. Anche perché recensire qualcosa che mi è piaciuto mi fa molto più piacere che parlare invece di qualcosa che non mi è piaciuto (e che come Chrno Crusade è riuscito a distruggere tutte le belle immagini dei miei ricordi). Perciò Chrno Crusade viene rimandato a data da destinarsi e parliamo invece di Monster, di Naoki Urasawa.
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Titolo: Monster
Autore: Naoki Urasawa
Anno: 1995
Volumi: 18
Editore: Planet Manga




TRAMA

La trama di Monster non è complicata. Di più. S’intreccia su di se, poi si attorciglia, poi si intreccia di nuovo, come il tronco di un olivo. Avete presente un quadro di Escher? Ecco. Mille volte peggio. Perciò, quella che spiegherò adesso è una versione molto semplificata e a grandi linee di quella che è la trama. Per la maggior parte attingerò dal primo volume, perché lì ancora il tutto si riesce a seguire bene e quindi può essere sintetizzato facilmente. 

Kenzo Tenma è un giovane e promettente chirurgo giapponese. Una persona seria, abile nel lavoro, soddisfatto della sua vita e innamorato della sua ragazza (che non solo è un’oca da far paura ma è anche la figlia del direttore della clinica dove Tenma lavora). Tenma tira avanti senza farsi troppe domande esistenziali, contentandosi di quello che riceve dalla vita, poco o tanto che sia, e mettendo una grandissima dose di costanza e dedizione nel suo lavoro di medico. 

È proprio il suo stesso mestiere, però, a rompere la serenità della sua vita, mettendolo di fronte a problemi nei quali non esiste una risposta giusta e una sbagliata. Nel momento della scelta, dunque, Tenma decide di restare ligio a quei principi che lo caratterizzano come medico e che lo hanno spinto a intraprendere quella professione (“tutte le vite hanno lo stesso valore”), e quando si trova a scegliere se operare un bambino in punto di morte oppure operare il sindaco, anch’egli in punto di morte, ma giunto alla clinica più tardi rispetto al bambino, sceglie, contro le speranze e la volontà di tutti i suoi superiori, di salvare il bambino.

Questo bambino, di nome Johan, è reduce da una brutta esperienza: la sera precedente i suoi genitori sono stati uccisi a colpi di pistola. La polizia brancola nel buio, e come se non bastasse la situazione si complica in seguito ad altri omicidi: vengono trovati avvelenati il primario di neurochirurgia, il vice dirigente e il dirigente della clinica dove lavora Tenma, che è stato severamente punito a causa della sua scelta di lasciar morire il sindaco e la cui carriera è perciò destinata a non decollare mai. Contemporaneamente, il bambino e la sorellina, ricoverata con lui, spariscono misteriosamente.

In seguito alla morte dei tre, Tenma ottiene una promozione. L’ispettore Lunge, incaricato di indagare sui tre omicidi, ha forti sospetti su Tenma, ma non riesce a trovare sufficienti prove per accusarlo.

Passano nove anni, nei quali Tenma continua il proprio mestiere e in tutta la Germania si verificano omicidi di coppie di anziani. Sarà nel tentare di risolvere questo caso che Tenma incontrerà di nuovo Johan, autore di questi delitti e di molti altri, e, sentendosi responsabile per averlo tenuto in vita, deciderà di partire in una lunga ricerca per porre rimedio al proprio “errore”. Una ricerca attraverso il passato di Johan e i suoi piani futuri, nel tentativo di scoprire chi realmente sia questo “mostro” che Tenma involontariamente ha tenuto in vita.
 
"Ti andrebbe un po' di Schweppes, solo io e te?"

LA MIA OPINIONE


Monster è un manga pieno di potenzialità. Un manga coinvolgente, che va letto tutto d’un fiato (come per la cronaca non ho fatto io, naturalmente), ma che vuole fare anche riflettere, che sa coniugare momenti più riflessivi e tranquilli con momenti incalzanti che non lasciano al lettore un attimo di respiro. 
Urasawa ha talento. Può piacere o non piacere perché un mangaka molto particolare, ma trovo che il suo talento sia innegabile.

Urasawa è un innanzitutto un ottimo disegnatore. Le sue tavole sono ricche e precise, e i suoi personaggi sono davvero ben caratterizzati fisicamente. Avete presente quei mangaka che utilizzano due o tre modelli per disegnare i protagonisti? Quelli i cui fumetti hanno poi personaggi tutti uguali salvo che per la pettinatura diversa? Ecco, dimenticateli completamente. Urasawa disegna ogni personaggio in modo diverso dagli altri, ciascuno con il proprio fisico e il proprio modo di vestire. Inoltre non ha il vizio di dimenticare un po’ troppo spesso gli sfondi (qualcuno ha detto Tite Kubo?). C’è poco da dire per quanto mi riguarda, i disegni sono promossi a pieni voti.
Tite Kubo al Lucca Comics 2015
L’effetto visivo in Monster è molto importante poiché, credo, è uno dei maggiori fattori che a volte proprio impedisce di staccarsi dalla lettura. Io come accennavo all’inizio ho impiegato diversi mesi a leggerlo, ma soltanto perché io sono pigro come non so che cosa ed era un periodo che con la lettura di manga non andavo molto d’accordo. Ma nel momento della lettura mi era impossibile fare come faccio spesso, ovvero leggere qualche pagina, fare dell’altro, leggere, fare dell’altro, eccetera. Dovevo leggere, perché ogni pagina tirava dietro l’altra. Quando finalmente mi è passata l’inerzia e mi è tornata la voglia di manga ho letto qualcosa come dodici volumi in quattro giorni. Che non sono molti, ma considerando che era il periodo che passavo le mie giornate a lezione (mica come ora, che ho più tempo libero che ho un pensionato), bé, credo che questo numero significhi molto. E, come dicevo, credo che il fattore visivo, ovvero sceneggiatura e disegni, sia ciò che rende la lettura così coinvolgente.

 E già che ci siamo, voglio dire qualcosa anche sulla sceneggiatura. Perché oltre al disegno, la sceneggiatura è ciò che in Monster salta più all’occhio. Perché è realizzata davvero molto bene.

Urasawa dimostra davvero una gestione sapiente delle immagini. Riesce a creare giochi di sguardi tra personaggi che non dicono nulla ma lasciano intendere, sa cosa mostrare e che cosa invece è meglio lasciare nell’ombra, per non rivelare troppo subito al lettore, sa quando interrompere una scena e quando poi riprenderla, per creare così la giusta dose di tensione, sa come impostare una vignetta in modo che sia bella da guardare e che contemporaneamente crei emozioni nel lettore. Inoltre, cosa che secondo me molti mangaka dovrebbero imparare, sa gestire i tempi della narrazione (a parte, come dirò poi, nel finale), cosicché non si ha mai la sensazione che le cose siano state fatte troppo di fretta. Mi è capitato spesso di rendermi conto che una storia non mi prendeva per il semplice fatto che tutto avveniva così velocemente che non riuscivo a starle al passo. Ecco, con Monster questo non mi è successo.

Ok, a volte Urasawa esagera nel senso opposto e la tira un po’ tanto per le lunghe. Ma tutto sommato succede relativamente poco, perciò possiamo tranquillamente perdonarlo.

A sinistra Kenzo Tenma. 
A destra di nuovo Kenzo Ten Naoki Urasawa.
E fin qui tutto rose e fiori. E in effetti, se si osserva Monster dal punto di vista puramente tecnico, dal punto di vista della padronanza di Urasawa degli strumenti narrativi e del disegno, direi che c’è ben poco che gli si può contestare. Dove secondo me arrivano i problemi è quando passiamo a parlare della trama. E non mi riferisco ai contenuti, anche se pure qua due parole bisognerebbe dirle, in particolare sul fatto che a volte (non spesso, a onor del vero) Urasawa decide che ha voglia di creare scene di tensione facili e allora fa fare ai personaggi cose stupide solo perché finiscano nei guai. È uno stratagemma un po’ pigro e anche inutile, visto che in tutto il resto del manga dimostra di non averne bisogno. 

Ma, dicevo, non mi riferisco in particolare ai contenuti. Il problema della trama e nel modo in cui viene presentata.

È chiaro che Urasawa voleva fare qualcosa di originale e innovativo, voleva raccontare una storia in un modo diverso, una storia che si focalizzasse sulle vicende personali di quei personaggi che poi sono più o meno protagonisti della trama principale. L’idea è sicuramente buona. Però, almeno per me, i risultati non lo sono altrettanto.

Infatti, per raccontare ogni evento Urasawa introduce un personaggio nuovo, e tramite il suo punto di vista introduce anche la nuova situazione in cui si evolve la trama. Fin qui nessun problema, è una strategia narrativa che può offrire diversi spunti, direte voi. E lo direi anche io. Se non fosse che la narrazione non comincia da quando le vicende del nuovo personaggio si intrecciano con la trama principale. Comincia molto ma molto ma molto prima. Non dico che ci venga raccontata anche l’infanzia dei personaggi, ma spesso ci voglio anche centinaia di pagine perché le vicende del singolo personaggio si ricolleghino con il plot, per avere poi magari minime conseguenze nel suo svolgersi! Mi è capitato diverse volte di domandarmi che cosa stesse succedendo, quale senso avesse quello che stavo leggendo nelle vicende di Johan e Tenma. Che poi il senso ce l’ha, è raro che Urasawa allunghi il brodo in maniera del tutto inutile, ma appunto, si impiegano magari dieci capitoli per introdurre un personaggio che alla fine della fiera ha un ruolo decisamente poco importante e suo il contributo per l’evolversi della trama non è fondamentale al punto da meritare così tanto spazio.

"I'm killing in the rain..."
Per questa ragione trovo difficile riassumere la trama dei volumi oltre il primo. Perché quello che c’è sul serio di rilevante e importante è mischiato in mezzo a moltissime altre informazioni che riguardano le sottotrame dei vari personaggi ma non quella di Tenma e Johan.

Che poi le diverse sottotrame si seguono davvero bene. A volte sono belle, altre volte meno, altre volte sono irritanti, ma il talento di Urasawa, come ripeterò fino alla nausea, le rende tutte molto coinvolgenti. Il problema vero è che il plot principale viene perso di vista un po’ troppo spesso, e questo disorienta il lettore. O almeno, ha senza dubbio disorientato me.

Diciamo che la principale impressione che ho avuto è che l’autore nel pensare la storia non sia stato in grado di definire bene ciò che sia utile e ciò che non lo sia. Che abbia semplicemente avuto molte idee, per la maggior parte buone e interessanti tra l’altro, e le abbia buttate giù, senza però pensare a un modo elegante e organico per presentarle. E quindi ha reso il tutto un po’ troppo dispersivo, almeno per i miei gusti. E questa è una delle principali ragioni per cui non posso considerare Monster il capolavoro che tutti dicono. È un fumetto con potenzialità e con un autore di talento a tirarne le fila. Ma non riesce a diventare un capolavoro.

La ragione principale per la quale la trama riesce comunque a piacere nonostante tutto quello che ho scritto sopra è che tutti (o quasi) i personaggi che vengono introdotti hanno una psicologia molto approfondita e una caratterizzazione davvero ben fatta. Tutti hanno un passato che li ha influenzati e li ha resi così come ora li vediamo, tutti agiscono in modo
Grimmer è felice, e si vede!
sensato e coerente con la loro personalità. Molti, anche se magari protagonisti di sottotrame che non sono proprio emozionanti, riescono comunque a fare breccia nel cuore del lettore. In molti casi mi sono trovato quasi più interessato alle vicende dei singoli personaggi piuttosto che alla trama generale (che comunque mano a mano che si va avanti diventa più sfumata). Di alcuni personaggi ho desiderato che sopravvivessero alle vicende in cui si trovavano coinvolti. Di qualcuno sono stato felice che morisse. Di qualcun altro mi è molto dispiaciuto. Nessuno però mi ha lasciato indifferente.


Se devo scegliere i personaggi che mi hanno colpito di più, direi Grimmer e Martin. Il primo è protagonista di alcune tra le scene migliori e più coinvolgenti dell’intero manga, il secondo appare per relativamente poco tempo ma è riuscito a imprimersi nella mia immaginazione più degli altri, sarà anche forse per il fatto che gli riconosco affinità di carattere con me. 

Martin, olio su tela
Una piccola menzione meritano anche i due personaggi principali, Johan e Tenma. Entrambi sono ben caratterizzati, Tenma serio, composto, ligio, individualista e molto autoreferenziale, e Johan, angelico, affascinante, misterioso e spietato. Nei primi volumi la figura di Tenma domina la scena, mentre via via che si prosegue l'attenzione si sposta maggiormente sugli altri personaggi, relegando spesso Tenma a comprimario che svolge un ruolo minore nella vicenda. E questo non può che giovare: Tenma è sì approfondito ma comunque non è in grado di catturare l'attenzione del lettore per ben 18 volumi; del resto, non ha alcuna maturazione psicologica: il Tenma dell'ultimo volume è uguale a quello del primo (questo discorso vale anche per Johan, comunque). Perciò focalizzare l'attenzione sui personaggi secondari, decisamente più in evoluzione, tiene viva l'attenzione. Leggere di personaggi che maturano è più interessante alla lunga di leggere di personaggi che rimangono uguali, per quanto caratterizzati bene siano.

Se i personaggi fossero stati più piatti o meno variegati credo che giungere alla fine sarebbe stato tutt’altro che semplice. Invece, così si riesce ad arrivare all’ultimo volume, sperando nel gran finale. Che non arriva.

L’ultimo volume è molto sottotono. Ha diverse parti che mi hanno emozionato, ma nel complesso risulta meno convincente degli altri, considerando pure che il capitolo finale, quello in cui vengono al pettine i nodi della trama principale, risolve tutto nel giro di pochissime pagine, che è francamente un po’ riduttivo per qualcosa che si trascina dietro da 17 e 200 pagine. Non dico che sia talmente breve da lasciare spiazzati (chi ha detto 20th Century Boys?), ma si poteva decisamente fare di meglio. 

"Mettete un Pulcherrimum! Ho una famiglia da mantenere!"

IN CONCLUSIONE


Alla fine di tutto, Monster è un thriller psicologico con diverse qualità, che tenta di usare una struttura narrativa originale, fallisce nel farlo e trasforma quello che poteva essere un pregio in un difetto che ne rende più complessa la lettura. Non è sicuramente da buttare via, anzi, a livello tecnico è valido, ha un messaggio (che ovviamente non dico, lo lascio da scoprire a chi ha voglia di leggersi il manga) e una gamma di personaggi davvero ben fatti. Si distingue sicuramente dalla media, ma non riesce ad andare molto oltre.

IL GIUDIZIO DI HISOKA: