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venerdì 24 febbraio 2017

Recensione - I lupi del Calla di Stephen King (Torre Nera #5)

Accennavo sulla pagina fb che sto avendo miliardi di cose da fare in questo periodo e poco tempo per dedicarmi ad altro. Voglio però riprendere a postare con regolarità. Questo è quindi l’inizio di una nuova serie di post che (si spera) non avranno più un mese tra uno e l’altro.

Tengo fede alla promessa che facevo tempo fa. Dopo mesi che siamo lontani torniamo perciò nel Medio Mondo, a trovare Roland e i suoi compagni dove li avevamo lasciati, oltre la città degli smeraldi in stile Mago di Oz, dopo la morte di Tick Tock (con somma gioia di tutti i lettori che come me lo avevano odiato), di nuovo in cammino lungo il sentiero del Vettore. Sono certo che anche a voi è mancata la compagnia di Jake, Susannah, Eddie, Oy e Roland, sono certo che anche voi come me non vedete l’ora di incontrarli di nuovo.
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Titolo: I lupi del Calla
Autore: Stephen King
Anno: 2003                                                     
Editore: Sperling &Kupfer
Pagine: 643




TRAMA

Dopo il mega flashback di La sfera del buio torniamo alla carica con una bella carrellata di eventi. Eddie e Jake viaggiano a Contezza e tornano da Calvin Torre, l’uomo che in Terre desolate aveva venduto a Jake il libro di Charlie Ciù-Ciù, qualcosa di pericoloso e sconosciuto comincia ad albergare dentro Susannah, qualcosa di cui Roland ha ben presto consapevolezza, e il gruppo giunge a Calla Bryn Sturgis, un paese che da tempo ormai è vessato da una dannosissima piaga. Ogni 23 anni dei banditi chiamati lupi giungono a Calla e rapiscono un bambino dalle coppie di gemelli. I piccoli vengono restituiti tempo dopo danneggiati nella mente in modo irrimediabile, ridotti a uno stadio di stupidità, destinati a crescere molto e in modo rapido e a morire molto giovani. Il ka-tet di Roland decide di aiutare il paese a difendersi dall’arrivo dei Lupi, che ormai è solo questione di settimane. Sembra solo un momento di stacco dal viaggio, ma in realtà a Calla Bryn Sturgis c’è molto che a Roland e compagni potrebbe interessare conoscere e che potrebbe diventare di fondamentale importanza per la loro missione.

LA MIA OPINIONE


Stiamo parlando di Stpehen King. Quando Stephen King scrive qualcosa che non mi piace lo si capisce da come ne parlo anche dalla prima parola. Lo stesso per quando scrive qualcosa che mi piace. Quindi immagino che ci siano pochi dubbi a proposito, penso che nessuno di voi sia stato anche solo sfiorato dall’idea che io non abbia apprezzato I Lupi del Calla.

"Cameriere! Due aramostre, subito!"

Siamo al quinto volume della serie, potrebbe essere legittimo aspettarsi che la narrazione cali un po’, che comincino a essere date delle risposte agli interrogativi posti nei libri precedenti e che queste non soddisfino le aspettative, potrebbe essere legittimo aspettarsi di tutto di negativo. Voglio dire, il numero 5 porta male. Il quinto volume di Tokyo Ghoul è quello che mi è piaciuto di meno. Il quinto libro di Harry Potter è un mattonazzo gigantesco. Il quinto volume di Hunter x Hunter è una deviazione dalla trama, bella quanto volete ma pur sempre una deviazione. Più in generale, capita che i libri centrali di una serie siano più deboli rispetto a quelli iniziali e a quelli finali, perché la trama risulta allungata un po’ troppo e molti eventi suonano solo come dei riempitivi in attesa del gran finale. Bé, a onor del vero sulle prime I Lupi del Calla sembra davvero tanto un filler in stile episodi di Garlick Jr. in Dragon Ball tra la saga di Freezer e la saga di Cell. Mentre leggevo il primo capitolo nella testa avevo un solo pensiero, che può sintetizzarsi in “tutto bello, ma che c’entra?”. Non è nemmeno da dire che mi sbagliavo, e basta arrivare al punto del viaggio a Contezza per rendersi conto che di carne al fuoco ne viene messa parecchia. Altro che filler. Una delle cose più interessanti è sicuramente la faccenda del numero diciannove, che è davvero la cosa che più attira chi legge, forse anche grazie alle battute che Eddie ci costruisce sopra, come «andare a diciannove» per dire andare in fumo. In breve, comunque, la cosa è questa: capita che in quasi ogni cosa sia possibile trovare questo numero. Il robot Andy usa la Direttiva Diciannove, i personaggi hanno nomi di diciannove lettere, eccetera. Davvero davvero coinvolgente, io non vedevo l’ora di sapere dove avrebbero portato tutte queste coincidenze!

L’apparizione nella storia di alcuni libri scritti dall’autore stesso è un altro fatto che mi è piaciuto molto, aggiunge sale alla trama, ed è un’altra caratteristica che invita molto la lettura. Direi che una delle qualità principali del libro è questa, offrire tutta una serie di fatti curiosi che verranno spiegati successivamente e che lì per lì mettono moltissima voglia di continuare. E rendono il romanzo particolare, avvincente e stimolante.

Il diciannove avrà a che fare con i templari?

Da questo libro comincia a vedersi un filo conduttore preciso e lineare, molto più che nei romanzi precedenti. Diciamoci la verità, i primi quattro libri possono essere considerati degli stand-alone. Almeno nella misura in cui possono esserlo considerati anche i libri di Harry Potter, non so se mi spiego. Le vicende della storia principale si sviluppano in tutta la serie, ma in ogni libro c’è una trama che comincia e si conclude. Non che questo sia un male, anzi, né significa che l’autore si comporti così perché ancora non conosce come evolverà la storia (la carissima Rowling lo sapeva mentre zio Steve non ne aveva la minima idea, eppure nessuno si lamenta). Dicevo, dunque, che da questo libro non c’è più nulla di episodico, ma il plot va a distendersi in maniera uniforme nei vari romanzi. È vero che c’è una vicenda che ha un inizio e una fine, ma le cose lasciate a metà sono talmente tante e importanti che ha davvero poco senso pensare che possa essere considerato autoconclusivo, anche in senso lato.

Questo è sicuramente un punto di miglioramento per la storia. Non nascondo che quando Stephen King si inventava le cose più strane senza sapere come le avrebbe spiegate questa sua ignoranza di fondo non si notava per niente, anzi, dissimulava proprio bene. Era un mago a cui riesce il trucco ma neppure lui sa come fa. Devo però anche aggiungere che ora che sa quello che fa e che ha in mente tutto lo svolgersi della vicenda fino alla fine la narrazione acquista forza ed energia in più. Non so bene spiegare come né perché, sta di fatto che la penna pare scrivere in modo più sicuro, più energico. Forse è semplicemente una mia impressione, dovuta al fatto che so che ora King non improvvisa più, non lo so, sta di fatto che l’ho sentita. E mi ha fatto molto apprezzare la lettura.

La saga della Torre Nera si configura ne I lupi del Calla, anche se già indizi di ciò si potevano trovare ne La sfera del buio, come centro della produzione kinghiana, come fulcro attorno al quale ruotano tutte le storie che ha scritto. In senso letterale: è mostrata la via attraverso la quale si giunge ai vari presenti alternativi in cui sono ambientate. Non stupisce dunque che appaiano delle vecchie conoscenze per i Fedeli Lettori. Prima di dire a che cosa mi riferisco, andiamo con ordine.

Non so se avrò mai l’occasione di parlarne in modo puntuale qui, comunque Le notti di Salem, il secondo romanzo di Stephen King, quello che lo ha etichettato in modo definitivo come scrittore di horror, a me non è piaciuto. Non è Abyss naturalmente, ma siamo lontani da quello che può definirsi un libro anche solo accettabile. Comunque, tra le poche cose che salvo ci sono il personaggio di padre Donald Callahan e la scena del suo confronto con il vampiro, che è un piccolo capolavoro di tensione in mezzo a eventi che la tensione non sanno fare altro che ammazzarla. Ecco, ne I lupi del Calla il prete fa la sua comparsa (e anche come un personaggio importante!), e la scena con il vampiro viene riproposta in modo praticamente identico. Tra l’altro, ne Le notti di Salem la storia di padre Callahan viene narrata fino a un certo punto e poi basta, viene abbandonato, così di punto in bianco, senza che nulla fosse concluso. Zio Steve ha poi dichiarato che all’epoca non sapeva perché aveva sentito di dover lasciare a metà le vicende del prete, e quando ha cominciato a scrivere la Torre Nera si è reso conto che doveva riprenderlo, che lo aveva abbandonato in attesa di riprendere a raccontare la sua storia insieme a Roland e compagni. Sappiamo tutti che Stephen King dice che le sue storie si costruiscono da sole e che lui si limita soltanto a raccontare quello che i personaggi fanno di propria spontanea volontà, quindi in quest’ottica il suo discorso ha senso. Comunque sia, padre Callahan è un personaggio che se non è né simpatico né piacevole è comunque ben caratterizzato e perciò è se non altro interessante sentire raccontare di lui, perciò non può che essere positiva la sua apparizione.


Padre Callahan si prepara ad affrontare i vampiri.

Il romanzo tiene il ritmo abbastanza bene, va detto. In pratica, il grosso del libro si focalizza sul periodo in cui Roland, Eddie, Jake, Susannah e Oy attendono i lupi a Calla Bryn Sturgis, preparando nel frattempo un piano per sconfiggerli insieme agli abitanti. Si intersecano a questo varie altre sottotrame, alcune che poi andranno a rivelare eventi molto importanti per quanto succederà nei volumi successivi. Il tutto non annoia, anche se bisogna dire che la parte in mezzo è più sotto tono rispetto all’inizio e alla fine. Non dico che sia inutile o che si trascini implorando il lettore di mettere fine alla sua lenta agonia, non dico che sia un palese cumulo di vuoto come le pagine tra 70 e 510 de Il richiamo del cuculo (a me la Rowling giallista non piace, dite quello che volete ma mi ha annoiato a morte), ma non è neppure un focolaio di eventi che si susseguono uno dietro l’altro senza lasciare un attimo di respiro. Del resto, questo è un fatto che ho notato in molti romanzi di Stpehen King, anche quelli più acclamati. Un solo esempio, 22/11/63. Non ditemi che la parte a metà del libro non l’avete trovata molto meno scorrevole del resto, perché allora abbiamo letto due cose diverse.

Ad ogni modo questo non significa che il libro non si legga bene, anzi. Riesce a suscitare la quantità di interesse sufficiente per permettere di continuare senza stancarsi. La trama è ben costruita e ben articolata, e per questo il colpo di scena finale, per quanto intuibile, comunque riesce a creare nel lettore quella giusta quantità di stupore. Insomma, parte un po’ sotto tono o meno, si lascia seguire in modo piacevole e a tratti appassionante.

Non serve, credo, che spenda altre parole sulla scrittura di Stephen King. King scrive da dio e lo sappiamo, e questo libro non fa eccezione. Una scena in particolare verso la fine è scritta in modo fantastico, ma non aggiungo altro per non fare spoiler, e poi, come dicevo prima, anche il confronto tra Callahan e Barlow è un fantastico picco di stile. Ma tutto il libro si mantiene su livelli invidiabili.

Un vecchio di Calla Bryn Sturgis contro uno dei lupi.

Non mi dilungherò nemmeno sui personaggi principali, ormai li conosciamo da quattro libri e sappiamo che sono caratterizzati in modo ottimo. L’unico aspetto notevole a questo proposito è la crescita di Jake, che comincia a svilupparsi durante la storia e si conclude alla fine del libro, con la sua prima sigaretta a significare il suo definitivo passaggio a un’età maggiore. È un momento abbastanza delicato e toccante, reso molto bene, e questo non può che essere buono, visto che parliamo di uno dei personaggi migliori della storia. Sarà da questo libro in poi che il legame tra Jake e Roland diverrà sempre più stretto.

I personaggi nuovi, invece, a parte padre Callahan, ovvero gli abitanti del Calla, sono caratterizzati in modo vario, chi meglio e chi peggio a seconda di quanta importanza hanno poi nella storia. Di conseguenza in certi casi si poteva fare di meglio in certi di peggio, ad ogni modo che personaggi minori siano caratterizzati peggio non costituisce certo un problema.

IN CONCLUSIONE


I lupi del Calla è un signor romanzo, che unisce bene lo stile autoconclusivo dei precedenti con quello scopertamente continuativo del successivo. Un ottimo libro, dunque, che proietta la saga della Torre Nera verso un penultimo volume che, visti gli eventi del finale, aprirà porte (in senso anche letterale!) per nuove possibilità e nuovi sviluppi imprevisti.

VOTO:
 

domenica 29 maggio 2016

Recensione - La Chiamata dei Tre di Stephen King (Torre Nera #2)

Il Medio-mondo ci richiama a sé. È giunto il momento di abbandonare le nostre comode poltrone per sedere sulla sabbia del Mare Occidentale che brilla ai raggi di Luna. È giunto il momento di affidarsi da Fedeli Lettori (come io sono, e spero siate o sarete anche voi) alla fantasia di Stephen King, e calpestare ancora il suolo del sentiero che porta alla Torre Nera.

La Torre Nera quando ci abitava Saruman
L’altra volta il libro non aveva fatto una gran figura. Come siamo messi a questo giro? Scopriamolo subito. Seguiamo Roland nel secondo volume della saga, La chiamata dei tre.
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Titolo: La chiamata dei tre
Autore: Stephen King
Anno: 1987
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 345


 
TRAMA

La chiamata dei tre comincia esattamente dove era terminato L’ultimo cavaliere. Roland ha tenuto il suo conciliabolo con Walter l’uomo in nero e al suo risveglio lo ha trovato morto, ridotto a un mucchio d’ossa. Roland ha ancora in mente quello che Walter gli ha predetto, ovvero l’incontro con tre bizzarre figure: il Prigioniero (rappresentato sulle carte che Walter ha usato per la sua predizione come un uomo con una scimmia avvinghiata al collo), la Signora delle Ombre (rappresentata come una donna con due volti) e infine la Morte, “ma non per te, pistolero”, come sottolinea l’uomo in nero.

Dicevo, Roland si sveglia sulle rive del Mare Occidentale e viene aggredito da un mostro simile a un astice, battezzato aramostra. La battaglia, che vede vincitore il pistolero, lo priva però di alcune dita della mano destra.

Proseguendo lungo la spiaggia, Roland trova una porta, con sopra scritto “Il prigioniero”. Questo è il primo dei tre varchi che Roland troverà nel libro, varchi che lo conducono nel nostro mondo in tempi e luoghi diversi. Ciascuna porta fa arrivare Roland presso la persona che è destinata a seguirlo nel suo cammino: prima il Prigioniero quindi, poi la Signora delle Ombre e infine la Morte. E La chiamata dei tre è proprio il racconto dei viaggi di Roland nel nostro mondo per raccogliere i suoi futuri compagni.

LA MIA OPINIONE


Se L’ultimo cavaliere è il libro che introduce la storia, La chiamata dei tre è quello invece che presenta la maggior parte dei personaggi comprimari. Qui dunque la trama più che svilupparsi si amplia. Roland si avvicina ben poco alla Torre Nera; più che altro si va a delineare il gruppo di personaggi che sarà protagonisti dei libri successivi.

E già da qui si può notare la prima grande differenza rispetto a L’ultimo cavaliere, dove Roland è da solo (oppure insieme a personaggi dello spessore di un foglio di carta) per praticamente tutto il tempo: ne La chiamata dei tre gli vengono affiancati altri personaggi. E questo significa che l’attenzione si focalizza non solo sul pistolero, ma anche su di loro. Che non può essere che qualcosa di positivo.
Un'aramostra in un cameo in Hunter x Hunter

Avevo detto l’altra volta che Roland era alla fin fine uno stereotipo antipatico. Bé, il Roland di questo volume ha una grossa crescita e cambia molto rispetto a quello de L’ultimo cavaliere. Non siamo ai livelli dei libri successivi, ma ovviamente come ogni cambiamento anche quello di Roland è graduale.

Che cosa origina questo cambiamento? Principalmente il fatto che il pistolero si trovi a dover convivere con personaggi che non sono buttati lì a caso senza un carattere come nel libro precedente ma con personaggi veri, complessi e anche molto diversi da lui.

Per cui sì, i personaggi sono il primo grande pregio de La chiamata dei tre. Sono davvero approfonditi, non sono né macchiette né stereotipi, né sono antipatici o banali. Sono personaggi con una storia e un passato che li ha influenzati, sono personaggi veri, concreti, vivi. Sono i personaggi che mi aspetto da Stephen King.

I coprotagonisti che vengono introdotti sono due:Eddie Dean e Odetta Holmes. Non voglio entrare negli spoiler, ma qualche parola su entrambi è d’obbligo.

Eddie Dean è un dipendente, dipendente tanto dall’eroina quanto da suo fratello Henry, anche lui eroinomane. È da tutta la vita che a Eddie è stato ripetuto di essere inferiore a suo fratello, e di dovergli molto, poiché si è sempre fatto in quattro per lui. Proprio per questo Eddie non ha mai tentato realmente di staccarsi da Henry, anzi, lo ha seguito in tutto, anche nei suoi vizi. Come appunto la droga. Sarà proprio l’intervento di Roland a far capitolare la sua vita fino a punti ai quali non avrebbe mai pensato. Come dicevo prima non dirò molto per evitare spoiler, basti sapere che le cose per Eddie precipiteranno a rotta di collo verso il peggio nel giro di meno di un giorno.

Eddie Dean prima di drogarsi faceva il cantante folk
Ecco, io adoro Eddie. Eddie è simpatico, diretto, un po’ scorbutico, cocciuto, e anche discretamente intelligente. Eddie ha sempre la battuta pronta, è davvero pieno di risorse, e possiede una buona dose di coraggio. Ha un linguaggio tutto suo, adora inventare nomi strani e frasi a effetto. Eddie è un personaggio che non mi  è stato simpatico fin dall’inizio, sulle prime lo trovavo un po’ asettico e fondamentalmente anche un po’ stupido. E per certi aspetti sulle prime appare così. Ma mano a mano che lo si conosce basta poco a trovarne i lati positivi. Alla fine, posso dire che tra i personaggi di tutti i libri Eddie sia in assoluto il mio preferito, quello che è sempre in grado di farmi sorridere appena apre bocca.

Eddie è anche il responsabile dell’inizio del cambiamento di Roland cui accenno poche righe sopra. Eddie è infatti profondamente diverso da Roland. Dove il pistolero è pragmatico (più volte di lui si dice che manca di immaginazione) e taciturno Eddie è sognatore e chiacchierone. Roland calcola quello che dice, Eddie parla spesso anche a vanvera. Roland ha un obiettivo che seguirà anche a costo della vita e dei forti valori, Eddie non sa bene dove dirigere la sua vita (e di conseguenza è anche ben poco incline a organizzare e a badare al futuro). Ecco, questo contrasto è un vero toccasana. Eddie bilancia Roland, il quale non solo appare meno antipatico perché limitato dal suo opposto, ma anche è costretto a mettere da parte molto spesso la sua arroganza per andare incontro al suo compagno, e per creare un legame con lui. C’è una scena nella quale è Roland stesso a dire a Eddie che si fida di lui al punto da sapere che, nonostante ne abbia l’occasione, non lo ucciderà. E lo dice a un Eddie che è appena stato trasportato in un altro mondo e il cui unico desiderio è tornare a casa a farsi una dose. Non è scontato per niente che la fiducia di Roland sia ben riposta. Di certo è un gesto che non ci si aspetta per niente dal personaggio che nel libro precedente aveva così tanto calore umano nei confronti degli altri da uccidere sessanta e passa persone senza neppure provare rimorso!

Il fratello di Eddie
Quindi non solo è un gran personaggio, ma aiuta anche Roland ad aprirsi agli altri e in questo modo lo rende un personaggio decisamente più piacevole. Lo rende quel personaggio che nei libri successivi riuscirà a guadagnarsi il rispetto non solo dei personaggi, ma anche del lettore (o almeno, il mio rispetto lo ha guadagnato). Il personaggio che ha reso anche un po’ mia la sua ricerca. Il personaggio con cui sono stato fin proprio alla fine.

L'altra new entry del libro è Odetta Holmes. Odetta viene dalla New York del  1964, ed è una ragazza nera e senza gambe. E si può facilmente capire che nell'America di quegli anni non se la passi  proprio benissimo.

Odetta è una persona  dolce, decisa e coraggiosa. Ha grande iniziativa e mette tutta sé stessa  in quello che fa, ha forti valori personali e ci crede intensamente. Ha anche una doppia seconda personalità, Detta Walker, che è una pazza furiosa  acida, astuta e cattiva con un forte odio verso i bianchi (che con inimitabile  grazia chiama “stinti cazzuti”) e che, oltre all'abitudine di compiere piccoli furti in gioiellerie e adescare  ragazzi bianchi per poi lasciarli nudi e con un palmo di naso nel momento clou dell'appuntamento, vorrebbe ammazzare più o meno tutte le persone che le si oppongono  o che la costringono a fare qualcosa (infatti nutre un odio profondo verso Roland, che l'ha trascinata  nel suo mondo contro la sua volontà). E quando si mette in testa che vuole ammazzarti è parecchio difficile farle cambiare idea. Così, tanto per gradire.

Odetta a prima vista pare essere caratterizzata in modo più abbozzato che Eddie. Ha una personalità, certo, ma è molto meno sfaccettata degli altri. Questo all'apparenza. E in realtà è un'impressione che ho avuto per i tre libri successivi. A tutto questo c'è un ma. Mi sono accorto dopo che fino al sesto libro le scene che sono narrate dal punto di suo punto di  vista sono in realtà pochissime.  È appunto da La canzone di Susannah che il point of view di Odetta comincia a essere utilizzato in modo costante. E infatti da La canzone di Susannah quell'impressione mi è sparita.

Perciò, l'unico motivo per cui Odetta appare meno sfaccettata di Eddie e Roland è soltanto perché ha in effetti molto meno spazio di loro  all'interno della narrazione.

Ah, Detta Walker è anche l'antagonista della seconda parte del romanzo. Scelta più che azzeccata, perché è un avversario davvero ostico da gestire per Roland ed Eddie. Se le ultime centocinquanta pagine del romanzo si sfogliano da sole è anche perché è davvero interessante scoprire che cosa farà e come i protagonisti potranno sconfiggerla.

Le aramostre nella vita privata
spaventano gente in mutande
Quindi sì, seguire le vicende di Roland, Eddie e Odetta è davvero interessante, anche perché, e questo è un grande pregio, i personaggi compiono scelte che non sono necessariamente le più intelligenti e sensate ma sono loro personali e proprie. Per esempio, a tre quarti della storia Eddie fa una cosa stupidissima che Roland aveva passato metà del tempo a dirgli di non fare. Eppure quando succede non ho pensato che Eddie fosse stupido o che. Ho pensato che visto il carattere di Eddie e visti gli eventi quella che prende è sicuramente la  decisione più naturale e coerente con la sua personalità. E questo non può che essere  indice di realismo e profondità del personaggio. E della solita ottima caratterizzazione.

Eddie e Odetta sono vivi. Non sono stereotipi, non sono perfetti. Sono persone con una storia, con i loro problemi, con le loro imperfezioni, le cose che amano e le cose che odiano. Sono personaggi con un passato e un presente difficile, che riescono a far sì che il lettore faccia anche un po' propria la loro storia. Sono persone che uno desidererebbe incontrare per strada. Io vorrei conoscere Eddie. Sono personaggi come Stephen King sa creare.

A questi personaggi così ben delineati si affianca una trama di livello altrettanto alto. E questo va positivamente contro le mie aspettative. Infatti, quando ho capito come si sarebbe svolto il romanzo (ovvero che sarebbe stato tutto incentrato su Roland che trova le tre porte e raccoglie i suoi compagni, la prima cosa che ho pensato è stata che il tutto sarebbe stato molto ripetitivo, con lo schema trovo una porta - entro - trovo il mio futuro compagno - questo ha un problema  - lo risolvo – mi segue. Ecco, sono stato piacevolmente sorpreso perché la principale caratteristica della trama è l'imprevedibilità. Non c'è nessun viaggio nel nostro mondo che sia uguale agli altri, non c'è nessun incontro con un futuro compagno che sia uguale agli altri, non c'è in sostanza nessuna situazione potenzialmente ripetitiva che di fatto lo diventi. A ogni pagina non si sa mai che cosa possa succedere la pagina successiva. La trama prende svolte imprevedibili spesso anche una dietro l'altra. Leggere diventa sinceramente un piacere. Voglio dire, in certi momenti leggevo e non riuscivo a staccarmene tanto non vedevo l'ora di sapere che cosa sarebbe successo. 

La chiamata dei tre (come suppongo ormai si sarà capito) è un romanzo di tutt'altro livello rispetto al suo predecessore. Dove L'ultimo cavaliere aveva una trama piatta La chiamata dei tre diventa imprevedibile e sorprendente. Dove il primo aveva personaggi piatti o mal caratterizzati il secondo trova in personaggi sfaccettati, realistici e coinvolgenti il suo punto di forza. Dove il primo non riusciva a coinvolgere il secondo presenta delle storie che non possono che coinvolgere il lettore fino a fargli credere di farne un po' parte anche lui. Dove il primo veniva bocciato, il secondo trionfa.

La scrittura è decente. Dal volume successivo crescerà decisamente, ma si mantiene  qui comunque su livelli più che discreti. È accettabile , anzi, forse, visti gli altri pregi, è l'elemento di livello un pochettino più basso. Ma resta comunque dignitosa e per nulla brutta. 

Qualcosa che non mi è piaciuto comunque c'è. Poca roba, ma comunque la segnalo.


[SPOILER] La storia d'amore tra Eddie e Odetta non è tirata. Di più. Dai, si conoscono da qualche giorno e tre quarti del tempo Odetta dormiva per lasciare spazio alla sua altra personalità, come cavolo fanno già ad amarsi in eterno forever and ever? Poteva decisamente essere resa meglio questa parte, si poteva aumentare lo spazio di risveglio di Odetta senza che la trama e la tensione ne perdessero troppo. Che poi se uno va a vedere loro due insieme non sono né eccessivamente melensi (a parte quando Odetta lo chiama zuccherino, che non so se sia una scelta del signor Dobner, traduttore anche di questo secondo volume, o sia King stesso che in inglese usa l'esatto corrispettivo di zuccherino, ma fatto sta che comunque è orrendo e inascoltabile come vezzeggiativo) né tirati per i capelli: si completano a vicenda e i loro caratteri stanno bene insieme. Quello che suona male non è la storia d'amore in sé, quanto il fatto che si parlino due ore e poi scoppi tra di loro l'Amore Imperituro che-non-ci-lasceremo-mai. [SPOILER] 

Poi c'è un piccolo momento che mi ha lasciato perplesso. È una frasetta, non va a influire nelll'economia del libro. Ma la dico lo stesso.

È notte. Roland sa che Detta tenterà di rubare le pistole  che ha Eddie. Vuole far sì che lei le rubi, ma sa che non lo farà mai finché lui dorme e se farà fintà non riuscirà mai a ingannarla. Perciò che fa? Questo:

Quando lo sguardo di lei si spostò su di lui, il pistolero non finse di dormire perché si sarebbe accorta dell'inganno: perciò si addormentò davvero. Quando sentì che guardava altrove si svegliò

Cioè, io non so come dorma Stephen King, ma davvero pensa che ci si possa addormentare e svegliare a comando?

Comunque, come dicevo, queste ultime cose che ho segnalato non mi hanno dato particolarmente fastidio. Sono note stonate in una sinfonia che per il resto funziona benissimo, quindi ha poco senso dar loro troppo peso.

"Finalmente una recensione positiva! Che bello!"

IN CONCLUSIONE


Ho già parlato a sufficienza, direi. Che altro resta da aggiungere? Che La chiamata dei tre è davvero un ottimo romanzo in sé, non solo se rapportato al suo predecessore. È un romanzo che conquista, che mette sulla scena situazioni dai risvolti imprevedibili e personaggi davvero ben caratterizzati. È il romanzo che mi aspettavo dallo stesso autore che ha scritto It, per esempio.  È davvero un'ottima lettura, non è neanche molto lungo e scivola via come se nulla fosse. Io l'ho letto in tre giorni, leggendo anche mentre aspettavo di essere interrogato per un esame (quando magari ci si aspetta che uno legga altre cose, tipo gli appunti che aveva studiato per la prima volta un'ora prima perché aveva dimenticato di farseli passare). Provatelo, anche se siete stati delusi dal volume precedente, ed entrerete con piacere nel mondo della Torre Nera.

VOTO: