Visualizzazione post con etichetta D.I.E.T.A.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta D.I.E.T.A.. Mostra tutti i post

venerdì 24 maggio 2019

Fumetti americani e mangaka a scuola di coerenza da Brandon Sanderson


Il professor Sanderson sta scrivendo ai due computer che ha sulla scrivania. Per la precisione, con la mano destra scrive il nuovo romanzo della serie delle Cronache della Folgoluce (chiedendosi come i traduttori italiani abbiano potuto trovare un nome così orribile), mentre con la sinistra un racconto che sarà il prequel di una decalogia di pentalogie che inizierà dalla creazione del mondo e arriverà all’invenzione dei viaggi intergalattici con la magia. Nel frattempo sta ideando lo spin off del seguito della quarta era di Mistborn, e pensa al fatto che stamattina non ha preso il caffè e quindi non riesce a fare troppe cose contemporaneamente. Si trova così intento a pensare che quasi non si accorge che la campanella sta suonando e gli alunni stanno entrando in aula.

Batman si fionda nel banco davanti alla cattedra, Akira Toriyama ed Eichiro Oda in due banchi a metà aula e iniziano a lanciarsi palline di carta. Tite Kubo cammina con le mani in tasca e andatura fiera fino al banco nell’angolo in fondo, masticando un chewing gum. Si siede, si sistema gli occhiali da sole scuri e si mette a braccia conserte. Thanos arriva con in spalla la sua metà di zaino, che contiene solo metà dei libri, e chiede a Batman di fargli copiare i compiti, perché ne ha fatti solo metà. Batman rimane in silenzio. Thanos si va a sedere sconsolato, sperando che il prof gli dia solo metà nota sul registro.

Rocket sfreccia attraverso l’aula e si nasconde dietro Tite Kubo. Ha di nuovo sentito l’irrefrenabile desiderio di rubare la dentiera alla bidella. La bidella entra chiedendo se qualcuno ha visto Rocket. Tite Kubo continua imperterrito a masticare il chewing gum dietro i suoi occhiali neri. La bidella esce. Poco dopo entrano anche Groot, Iron Man, Capitan America e Hulk. Thor liquida la schiera di fan girl urlanti con cuori al posto degli occhi che lo segue tutte le mattine e si siede accanto a Thanos.

"Io sono Iron Man"
Un rumore di vetri rotti fa sussultare il professor Sanderson. È Superman, che anche oggi è entrato volando dalla finestra. Sanderson sospira, pensando a quando dovrà dire al preside che bisogna cambiare finestra per la quindicesima volta in tre settimane. Si alza abbandonando i suoi computer, non prima di avere pensato a sei ambientazioni per altrettanti cicli di romanzi, che dovrebbero essere soltanto la prima era della storia del mondo, in totale composta da sedici ere. Fa l’appello. Rocket si sta provando la dentiera della bidella, quindi risponde sputacchiando e facendo la doccia a Tite Kubo. Tite Kubo continua imperterrito a masticare il chewing gum dietro i suoi occhiali neri. Groot risponde felice «Io sono Groot» quando viene chiamato. Sanderson alza gli occhi al cielo. Groot è un bravo ragazzo, ma ha voti bassissimi, l’unica risposta giusta che dà è all’appello.
«Ora che ci siete tutti» esordisce Sanderson «Introdurrò l’argomento di oggi, ovvero la coerenza narrativa nella gestione dei poteri dei personaggi. Mi duole informarvi che alcuni di voi sono drasticamente overpowered...»

Il dottor Strange si guarda intorno fischiettando. Non ha mai ritenuto eccessivo il suo potere di riavvolgere il tempo. D’altra parte, è grazie a quello che ha il massimo dei voti in tutte le materie. «Ora» prosegue Sanderson «Il perché avete poteri troppo forti è semplice. Ma non lo spiegherò io, lo farà uno di voi. Toriyama, alla cattedra».

Toriyama smette di lanciarsi palline di carta con Oda e corre davanti alla lavagna. «Dunque» chiede Sanderson «Vuoi parlarci di Goku e di quanto diventa forte da super Sayan?»

«Bé, Goku super sayan è sicuramente in grado di distruggere un pianeta…»

«E Goku super sayan di secondo livello?»

Toriyama è in difficoltà. Si guarda intorno sperando che Oda gli suggerisca, ma sta tirando palline di carta contro Tite Kubo, che continua imperterrito a masticare il chewing gum. «Di sicuro è più forte di Cell» balbetta.

«E Goku super sayan di terzo livello?»

Toriyama suda freddo. «Tiene testa a Majin Bu» risponde, con un filo di voce.

«E Goku super sayan God?»

Toriyama crolla, e supplica Sanderson di mandarlo a posto perché aveva detto che quel giorno spiegava. Sanderson gli sorride e lo tranquillizza, per questa volta non gli metterà il voto. «Il problema» spiega poi «è che Goku diventa presto troppo forte, e quindi ben presto i suoi poteri sfuggono qualunque rapporto di proporzionalità con ciò che può fare una persona normale. All’inizio Goku è straordinario perché è più forte e più veloce di un uomo comune, poi perché è molto più forte e molto più veloce di un uomo comune, finché diventa così forte e così veloce che gli standard normali dei lettori non sono più in grado di misurarlo. L’unico modo per misurarlo è valutare la sua forza paragonandola a quella degli antagonisti, che però sono fuori proporzione pure loro. Avete presente come funziona Dragon Ball Super? Goku diventa sempre più forte ma sostanzialmente non si percepisce più nessun cambiamento di capacità da una trasformazione a un’altra, se non che riesce a battere il nemico di turno, cosa che prima non gli riusciva. Questo non è bene per una storia perché il lettore non si stupisce più. Quando i personaggi sanno fare cose che lui non sa fare allora è interessato, ma quando i poteri dei protagonisti escono dai suoi parametri non lo interessano più, lo annoiano e basta».

I libri che Sanderson ha scritto ieri mattina.
La classe è tutta intenta a prendere appunti. «Per i supereroi la questione è un po’ diversa, perché non riguarda tanto la qualità dei poteri, ma la loro quantità. Questo si nota in particolare nei film, più che nei fumetti, visto che gli sceneggiatori Marvel hanno la brutta abitudine di dare al pubblico esattamente quello che si aspetta. Non è che voi partiate fin da subito male, è che presto gli sceneggiatori vi riempiono di talmente tanti super poteri che poi viene da chiedersi come facciate ad avere difficoltà a battere il cattivo, specie quando lui è uno e voi una marea. I maldicenti suggeriscono che quando siete stati colpiti da quei raggi gamma o vi hanno iniettato quel siero del supersoldato vi sia spuntato qualche cromosoma in più. Ad ogni modo, è frustrante vedere come gruppi di personaggi che insieme possono fare praticamente tutto e il contrario di tutto non riescano a sconfiggere una persona, che ok, magari avrà pure lui dei gran superpoteri, ma resta pur sempre uno solo».

Sanderson prende fiato per lasciare che gli alunni finiscano di scrivere. Solo Tite Kubo continua imperterrito a masticare il chewing gum. «Un aspetto importante» continua «Che bisogna considerare è che è inutile e dispersivo inventare troppe cause per la nascita dei superpoteri. È fondamentale, quando si crea un sistema di poteri soprannaturali, che siano la magia, come faccio io nei miei romanzi, o qualunque altra cosa, partire da poche regole semplici, che stiano alla base di tutto, e che chiariscano fin dall’inizio che cosa si può o non si può fare». Si guarda intorno alla ricerca di Togashi. Vorrebbe chiamarlo per fargli i complimenti, visto che il suo sistema del Nen è perfetto sotto questo aspetto, ma anche oggi il suo banco è vuoto. Togashi sarebbe un allievo modello, se non avesse l’abitudine di frequentare le lezioni qualche settimana e poi prendersi pause di sei mesi. «Un esempio è quello dei frutti del diavolo di One Piece. Il loro punto debole è conosciuto fin dall’inizio, e poi Oda ne descrive le tipologie. I poteri derivabili dai frutti del diavolo sono praticamente infiniti, tuttavia esistono dei limiti prefissati che consentono in qualche modo di inquadrarli. Si poteva fare qualcosa di più rigoroso? Naturalmente sì, visto che le premesse delle tipologie non esauriscono tutti i poteri dei frutti, ma questo non è un problema. Invece, un sistema poco rigoroso ma anche privo di criteri logici alla base è quello dei fullbring di Bleach».

Tite Kubo, le emozioni fatte mangaka.
Tite Kubo non si muove di un millimetro quando sente pronunciare il suo nome. Per un secondo smette di masticare. «I fullbring non hanno dei criteri alla base per stabilire quali poteri possono conferire e quali no. Esiste una regola generalissima e molto astratta, che ha l’unico compito di giustificare la presenza di questi poteri, e poi basta, con il fullbring si può sostanzialmente fare quello che si vuole. Questo è poco interessante perché quando si può fare qualunque cosa non c’è problema che non possa essere superato, almeno in potenza. Prendete la mia trilogia di Mistborn. La cosa più interessante dei poteri del…ehm…Lord Reggente» Sanderson si ferma un istante, perché la brutta traduzione italiana gli provoca nausea e voltastomaco. Afferra un gaviscon che tiene in tasca per occasioni simili e lo ingoia sentendosi Kelsier che beve una fiala di Atium. «Dicevo» riprende «che la cosa più interessante dei suoi poteri e che non inseriscono nulla di nuovo rispetto a ciò che è stato detto di Feruchemia e Allomanzia. Si tratta di un loro uso che si poteva derivare dalle premesse di questi due tipi di magia, e la bravura dello scrittore, in questo caso mia, è quella di avere trovato un uso intelligente e non scontato delle regole che lui stesso ha creato. Questo è stimolante per i lettori, e onesto nei loro confronti. Quando qualcuno legge un mio romanzo e vede qualcosa che non capisce sa che c’è sicuramente una spiegazione e che essa è perfettamente inseribile nell’ambientazione, senza forzature. Inventarsi poteri senza regole priva la storia di mordente, perché il lettore sa che intanto può sempre spuntare fuori qualcuno che sa fare esattamente quello che serve. Quando invece ci sono dei limiti, allora si può davvero mettere i personaggi in difficoltà.

«I vostri poteri, amici supereroi, stancano per questo motivo. Perché possono venire fuori da qualunque cosa e non hanno limitazioni. Non esiste un criterio alla base, potenzialmente da qualunque evento accidentale potrebbe venire fuori qualunque genere di potere, che potrebbe essere sviluppato in qualunque modo. Per questo, nell’intero mondo Marvel c’è gente che più o meno sa fare qualunque cosa. Di suo non sarebbe un problema, posto che ogni supereroe viva in una sorta di universo parallelo dove gli altri non esistono, lo diventa quando si decide di riunirli. Perché la coerenza si immola sull’altare del commerciale.

«La magia e i poteri sono una cosa interessante. Per uno come me, sono tre quarti del divertimento quando creo una storia. Per la maggior parte dei miei lettori sono tre quarti del divertimento quando la leggono. Per questo chiedo coerenza e attenzione. Creare poteri a muzzo che sono spettacolari ma insensati non dà valore alla storia, il contrario. Potrebbe affollare di più un cinema e far guadagnare più soldi, ma a discapito della qualità. Ora, non è necessario essere rigorosi quanto lo sono io in Mistborn, dove a ogni metallo corrisponde uno e un solo potere e non si va oltre, e quindi il lettore sa fin dall’inizio tutto quello che possono fare i personaggi, basta mantenere una certa logica e una certa precisione».

Se non seguite le mie regole vi affetto!
Un braccio verde si alza in mezzo alla classe. «Dimmi pure, Junior» lo invita Sanderson.
Junior è visibilmente imbarazzato. È molto probabile che stia ancora pensando al ruolo penoso che gli viene riservato nel film di DB Super su Broly. «Se i poteri non sono coerenti» dice «poi si diventa come me. Trascurati. Dimenticati. Inutili. E a quel punto nemmeno lo psicologo ti salva. E non ti salva nemmeno una nuova serie non tratta dal manga, perché i nemici diventano sempre più forti. Rimani…solo».

Junior abbassa lo sguardo, soffocando un singhiozzo. Crilin e Yamcha si alzano dai loro posti e gli si avvicinano, dandogli delle pacche consolatorie sulla spalla. «Il problema del povero Junior» aggiunse Sanderson con un sorriso di compassione «è quello di moltissimi personaggi. La prima volta che appaiono sono fortissimi e danno molto filo da torcere ai protagonisti. Poi vengono sconfitti ma non uccisi, e rimangono relegati al ruolo di comprimari. Con il fatto che però i protagonisti diventano sempre più forti, questi personaggi passano sempre più in secondo piano e devono venire perciò definitivamente scartati, per necessità di coerenza. Questo è un tipico esempio di sciatteria di trama, perché un plot ben curato non casca in simili inghippi. Per citare di nuovo Mistborn, io ho fin dall’inizio chiaro quali siano i limiti dei poteri che i personaggi possono ottenere, quindi non c’è mai squilibrio. Quando un personaggio è forte lo è in assoluto, e non rapportato alla potenza dei personaggi in quel determinato momento. Per farvi capire, pensate a cosa sarebbe successo se Majin Bu fosse stato risvegliato negli anni di allenamento prima dell’arrivo degli androidi. Di sicuro Goku e gli altri sarebbero stati sconfitti in men che non si dica, e la storia si sarebbe conclusa lì. Sembra quasi che gli antagonisti arrivino secondo un grado di forza crescente per permettere ai protagonisti di essere abbastanza forti per batterli, e questo non succede solo in Dragon Ball, ma in moltissime altre opere. Quello di Dragon Ball è soltanto un esempio macroscopico».

In quel momento suona la campanella. Sanderson rimane in classe ancora qualche minuto a dare i compiti, poi inizia a mettere via tutte le sue cose, e per un attimo smette di pensare a dei libri da scrivere. Sta infilando uno dei suoi portatili nella borsa ma si ferma così, con il computer mezzo fuori e mezzo dentro, e osserva il cielo azzurro attraverso il vetro rotto da Super Man. Si dice che è bello essere un libro o fumetto, perché non muori mai e alla fine ogni cosa nella tua vita va al suo posto, ma è ancora più bello essere quello che è lui, ovvero chi i mondi immaginari li crea. Chi ha il duro e importantissimo compito di regalare un po’ di serenità e oblio agli altri uomini con il potere della sua immaginazione. Per questo per lui è importante svolgere al meglio il suo lavoro, e per questo si permette di insegnarlo agli altri.

Esce dalla classe forse un po’ più pensieroso di come ci è entrato, ma di sicuro un po’ più fiero di sé.

domenica 10 marzo 2019

Cosa ne penso di Dragon Ball Super: Broly


Magari sono io, ma ho sempre pensato che quando una serie comincia a costruirsi sui reboot è perché non ha più molto di nuovo da dire. Che Dragon Ball avesse ormai finito il materiale interessante su cui costruire storie era evidente dalla fine dello Z, già il GT era fiacco e poco innovativo sotto certi aspetti, pur risultando accettabile in generale. Super ha cercato di portare un’operazione di rinnovamento della storia agendo su più fronti. Da un lato ha recuperato vecchi nemici come Freezer, dall’altro ha cercato di estendere il più possibile l’universo aggiungendo elementi di novità alla struttura delle divinità del mondo (con l’aggiunta degli dèi della distruzione e del concetto di universo, da non confondere con quello di linea temporale). Quest’operazione è di sicuro riuscita a livello pratico, ma non qualitativo, visto che Super non brilla né per trama né per personaggi, ed enfatizza tutti i possibili difetti che aveva Dragon Ball originale ma non ne riprende gli aspetti positivi. Come d’altra parte ho già evidenziato qui.

Quando ho scritto l’articolo linkato qui sopra non sapevo che lo sceneggiatore di DB Super fosse Toriyama stesso. Ora che lo so, posso ritrattare quello che ho scritto: non è che gli sceneggiatori di DB Super siano cani, è Toriyama che ha evidentemente finito le idee. Ho inoltre sentito che ha deciso di rendere DB Super più simile al primo Dragon Ball inserendo delle parti comiche consistenti nella storia, cosa che personalmente trovo piuttosto inappropriata. Dopo Freezer, Cell e Majin Bu è piuttosto complicato che una deriva comica della storia non stoni. Comunque sia, tutto questo per dire che sono andato a vedere il film di Broly. Che è un reboot, un reboot che appartiene a una serie che secondo me ha dato da tempo ciò che aveva da dare. Ottime premesse per qualcosa che era destinato a non piacermi.

Nonostante questo sono andato a vederlo con piacere, perché ero curioso. Può sembrare strano, ma siccome tutti ne parlavano bene ho deciso che valeva la pena guardarlo senza partire troppo negativo. Tra l’altro ero con amici, quindi se non ci fosse piaciuto alla peggio potevamo prenderlo in giro insieme. E, incredibile ma vero, non sono stato del tutto deluso.



Dico del tutto perché gli aspetti che non funzionano sono tanti e poco trascurabili. Quello che più mi ha dato fastidio è Freezer. Ora, Freezer è il cattivo di DB per eccellenza. È il primo vero antagonista della serie Z, è crudele, spietato, fortissimo ed esercita potere non solo su un pianeta ma su moltissime galassie. Mette paura solo a sentirne il nome. Perciò non ho apprezzato come sia stato trattato in questo film. Insomma, è diventato alla stregua del Team Rocket, quei cattivi che in teoria sono cattivi in pratica sai che prenderanno soltanto botte. Il cattivo che è cattivo perché sì e di cui tutti dicono di avere paura ma che poi lo si invita alle feste tutti insieme e con cui si ride e si scherza (magari mentre è in un angolo che tiene il broncio e borbotta che tutta questa allegria non fa per lui). Insomma, è ormai la caricatura di un antagonista, e questo mi fa abbastanza tristezza. Fate conto che vuole le sfere del drago (sì, per l’ennesima volta) ma non per ottenere l’eterna giovinezza, come un tempo, ma per diventare più alto di cinque centimetri. Avete capito bene. Diventare più alto.

Questo è l’aspetto macroscopico, ma non si può dire che il resto della trama fili liscio. I personaggi introdotti sono abbastanza piatti e mal caratterizzati. Broly vorrebbe essere ben caratterizzato ma nel concreto non riesce e suona più come un’occasione mancata che altro. E dire che l’idea di fondo non era male, alla fin fine, è sicuramente un’innovazione rispetto al Broly originale, che era figo quanto volete ma voleva pur sempre uccidere Goku perché piangeva nell’incubatrice. Con questo Broly gli sceneggiatori hanno cercato di spiegare come il suo passato lo abbia reso così com’è, rendendolo anche un minimo sfaccettato, ma il tempo dedicato a questo scopo è troppo poco per poter parlare di qualcosa di più che un tentativo. Come dicevo, un’occasione mancata.

Ora, non sto dicendo che negli altri film di DB le cose stessero diversamente. Senza dubbio però in questo tali problemi si fanno sentire in maniera molto marcata, forse perché io sono più grande rispetto a quando ho visto gli altri, o forse perché sono presenti in modo più frequente. Comunque, questa è la prova che, per quanto si provi a innovare, nessuno ha ancora tentato di dare una svolta decisiva DB, apportando un cambiamento davvero sostanziale, sia per quanto riguarda la trama che per quanto riguarda la sua struttura o il modo in cui è narrata. Che poi è quello di cui lamentavo alla fine dell’articolo che ho citato sopra. Non riesco a capacitarmi di come gli sceneggiatori e Toriyama stesso non si rendano conto che, più che dell’aggiunta di universi paralleli, dèi della distruzione o momenti comici di dubbia utilità e scarsa opportunità, DB ha bisogno “soltanto” di un grosso cambiamento a livello di trama, per tornare a essere interessante. Oppure ha bisogno soltanto di finire una volta per tutte.

CAMBIATE DRAGON BALL!!!
Ma a prescindere da questo, dicevo che il film non mi ha deluso. Questo perché c’è un aspetto che non ho ancora considerato qui, e che risulta fondamentale. Anzi, immagino che tutti voi lo stiate aspettando e vi stiate chiedendo perché non ne abbia ancora parlato. Quindi sì, parliamone. I combattimenti. Che come potete immaginare sono i nodi fondamentali del film. E a questo proposito ho da dire solo una cosa: sono stupendi. Sono i migliori combattimenti di tutti gli anime di Dragon Ball in generale (fatta eccezione per la parte di Super che non ho visto e quindi non posso giudicare). Hanno una resa grafica pazzesca innanzitutto, e poi sono coinvolgenti da morire. Sono raccontati da un punto di vista completamente diverso da quello cui DB ci ha abituati. Sono dinamici, filano davanti allo spettatore rapidissimi. Il punto di vista delle singole scene cambia in modo incalzante e spesso non è, molto banalmente, esterno, ma si avvicina ai combattenti nelle posizioni più disparate per rappresentare il nuovo attacco che sta venendo sferrato nel suo iniziare e svilupparsi. È qualcosa di davvero coinvolgente.

Devo dire che questo pregio consente di guardare il film godendoselo con piacere. Non è il massimo, ovvio, anche perché quando la trama non è ridicola (l’altezza di Freezer è il punto peggiore, ma ce ne sono altri) diventa già vista e quindi poco interessante, come per esempio per quanto riguarda l’apparizione di Gogeta. Non è uno spoiler, avanti, si vede in più scene nel trailer. Ovviamente la fusione è preceduta da simpatici (inserite qui finte risate da sitcom americana) siparietti di Vegeta che non vuole unirsi a Goku e di fusioni riuscite male, con prima il Gogeta grasso e poi quello rachitico. Originalità a palate, non c’è che dire. Le scene non sono copiaincollate dal film di Janemba ma poco ci manca. Ah, e d’altra parte un tempo per diventare super saiyan durante la fusione bisognava un minimo allenarsi. Magari non per il primo livello, ma sicuramente per il terzo sì. E invece Gogeta diventa super saiyan  blue nel giro di tre secondi. Tempi accorciati per necessità del film? Sceneggiatori che piegano la coerenza del mondo e della storia come pare a loro? Non lo sapremo mai.

Il film si può dividere grosso modo in due grandi parti. La prima ambientata nel passato prima della distruzione del pianeta Vegeta, la seconda nel presente. Il tempo dedicato alla parte nel passato è, a parer mio, troppo, visto e considerato quello che poi sarà effettivamente utile per la parte nel presente si poteva accorciare senza problemi. Tuttavia, è da dire che la parte nel passato funziona molto meglio di quella nel presente, appunto perché è assente la parte ridicola, e in generale la trama è più articolata, e non è soltanto un’enorme premessa per far combattere i personaggi. Forse avrei apprezzato di più un film totalmente ambientato nel passato, magari un reboot della storia di Bardak. Penso che innanzitutto potrebbe avere una trama più complessa, visto che le cose da mostrare sarebbero davvero molte, e poi risulterebbe più interessante rispetto alle vicende ambientate nel presente di Goku e Vegeta, visto che ormai lì loro sono fortissimi e le sfere del drago risolvono qualunque problema. La butto lì, visto che so che Toriyama legge tutti i miei post. Akira, se non hai idee per il prossimo film, pensaci! Per gli incassi facciamo a metà, non preoccuparti!

Non ho trovato immagini divertenti di Toriyama. Accontentatevi di questa in cui Togashi mi guarda rassegnato.


Una nota di merito va al doppiaggio italiano, che è diventato di colpo fedelissimo all’originale. Sentirete Kakaroth, Senzu, Fusion, Piccolo, e non le rivisitazioni di Mediaset. Non preoccupatevi, ho letto che è stato curato un secondo doppiaggio per la distribuzione in tv, più fedele invece al doppiaggio originale italiano. Tutto normale, quindi.

In definitiva, Dragon Ball Super: Broly funziona così bene dal punto di vista grafico e delle colonne sonore da essere solo per questi motivi una visione piacevole. Questo lo salva soltanto a livello di impatto sullo spettatore, ma la bassa qualità complessiva è innegabile. Non mi stancherò mai di ripeterlo, DB così com’è, sempre uguale da trent’anni, non ha più senso. Se non si trova un modo per limitare il potere delle sfere del drago e la superpotenza dei protagonisti, non si andrà mai da nessuna parte.

Questa non è una recensione perché io qua non recensisco anime, quindi niente voto. Tuttavia, penso vedrete molte recensioni nelle prossime settimane, quindi restate sintonizzati!

domenica 27 maggio 2018

Non entrate in libreria!

A questo giro vi tocca una D.I.E.T.A. invece che una recensione, mi spiace. L’ultima volta abbiamo parlato di fantastico e pregiudizi poco fondati. Oggi volevo cambiare toni, quindi non passerò tutto l’articolo a prendermela con qualcuno. Voglio porre l’attenzione su un fenomeno che ho notato da qualche anno, e che non mi piace per niente.

Come avrete modo di notare dalle prossime recensioni, in questo periodo mi è venuta voglia di darmi alla fantascienza. Non esiste un motivo preciso, mi girava così e basta. D’altra parte fino a poco tempo fa le mie conoscenze fantascientifiche non andavano molto oltre qualche romanzo di Asimov e qualche romanzo di Dick, quelli recensiti qui e pochi altri, e questo immagino sia stato il mio primo stimolo. Mi definisco un appassionato di genere fantastico, e di fantascienza so quanto il mio gatto ne sa di epigrafia greca di età ellenistica. Bisogna assolutamente rimediare


Il mio gatto non apprezza che io evidenzi le sue lacune.
Con questo pensiero sono andato in libreria, armato di soldi, internet pronto per leggere recensioni e tanta voglia di una nuova lettura. Stavo giusto finendo Shining (ebbene sì non lo avevo mai letto, faccio mea culpa, mi percuoto il petto, e vi prego, leggetelo), e qualcosa da leggere dopo mi veniva molto bene. Davanti allo scaffale della fantascienza sono rimasto sconcertato. Ribadisco, non è qualcosa che noto solo ora, lo so da tempo. Ma soltanto adesso, quando sono andato in libreria senza davvero nessuna idea su che romanzo volessi, a parte il suo genere, mi si è palesato davanti agli occhi quanto la situazione sia tragica. La narrativa di genere nelle librerie italiane sta morendo.

Che io abbia scoperto l’acqua calda è piuttosto evidente. Gamberetta faceva notare la stessa cosa in qualche articolo di alcuni anni fa, per dire. Ma avete presente quello che succede a chi ha paura del dentista perché teme che l’operazione gli farà male? Sotto sotto lo sai che non avrai nessun problema, che sono anni che vai in quella sala d’aspetto per altre ragioni e non hai mai sentito urla di dolore o visto schizzi di sangue sulle pareti. Ma quando sei seduto sul lettino ed effettivamente ti rendi conto che non stai sentendo nulla allora ti rilassi e ti tranquillizzi, anche se da preoccuparti non avevi nulla. Ecco, a me è successo l’opposto. Pur conoscendo il problema, per tutto questo tempo non lo avevo mai sentito così urgente.

Prendete lo scaffale della narrativa fantastica di una libreria random di dove vivete. Una libreria di tipo medio, diciamo, non una che contenga soltanto libri scritti da youtuber, ma dove si possa trovare un po’ di tutto. Prendete la parte riservata al fantasy. Troverete scaffali e scaffali di Tolkien e Martin, e basta. Ok, ho esagerato, non è proprio così, ma ci va molto vicino. A parte questi due gli altri autori sono presenti in modo assai poco rappresentativo e incisivo: ci sono un Sanderson o magari un Rothfuss o una Le Guin (accompagnati dal sempre presente Sapkowsky, ma solo per merito del videogioco), ok, ma il fantasy non si ferma mica qua. Ci sono chissà quanti altri autori che magari sono un filino meno famosi di quelli che ho nominato, ma questo è vero solo per l’Italia e neanche sempre, che invece nessuna libreria si fila di striscio. E se osserviamo la parte della fantascienza e dell’horror il discorso è uguale. Per la fantascienza troviamo solo una buona fetta dei romanzi di Dick (ed è l’unica nota positiva, ma non dimentichiamo che se la Fanucci non li ripubblicasse ogni due settimane in edizione diversa questo non succederebbe) la Trilogia della Fondazione e pochissima altra roba di Asimov, La guerra dei mondi, e poi file infinite di romanzi di Star Wars e Doctor Who, sui quali parto prevenuto ma non credo valgano granché. Per quanto riguarda l’horror, invece, abbiamo Dracula, antologie/raccolte complete di racconti di Lovecraft, Twilight e chili e chili e chili e chili e chili e chili e chili di Stephen King. Che non è un male eh, dello zio Steve più c’è n’è meglio è, ma l’horror non è solo Stephen King. Per niente.

Il King dello sguardo.

Se poi confrontate questo scaffale che avete appena osservato con quello di tante altre librerie vi renderete conto che la situazione è identica. Non solo. Se i tre generi principali del fantastico sono così poco presenti, gli altri non ci sono proprio. Avete mai visto nelle librerie italiane steampunk, cyberpunk, new weird (Torre Nera a parte), per citarne solo alcuni? Magari qualche volta sporadicamente, ma si tratta di casualità. Perlopiù questi generi non sono per nulla rappresentati, e quando succede vengono inseriti nel fantasy senza ulteriori specificazioni. Tutto questo va a danneggiare chi come me sarebbe interessato a non fermarsi soltanto a ciò che è famoso. Trovo la situazione deprimente, e il motivo è semplice. Se uno vuole accontentarsi delle letture note, quelle che conoscono tutti, allora la libreria funziona. Quando invece vuoi un minimo approfondire rimani fregato, ed è un peccato. È un peccato perché una libreria dovrebbe anche stimolare i propri lettori, cercando di offrire non soltanto quello che potrebbe comprare chi vuole avvicinarsi a un genere, ma cercando anche di allargare le conoscenze degli appassionati. Io non ho letto Le cronache del ghiaccio e del fuoco, e non lo farò finché Martin non scrive la parola fine, tuttavia ritengo di conoscere il fantastico quel tanto che basta per sapermici raccapezzare, e quindi per cercare di ampliare i miei orizzonti con letture che magari non sono proprio sulla bocca di tutti ma che per un motivo o per l’altro hanno segnato il genere. Oppure che magari non sono nulla di particolare ma comunque hanno il loro perché. L’appassionato sente per natura la necessità di non limitarsi, vuole andare a pescare nel mucchio e cercare qualcosa di interessante. Perché è appassionato appunto, e quindi leggere fantastico gli piace, a prescindere da tutto.

Non è che il problema non abbia soluzioni, anzi: internet apre un milione di porte. E anche un milione di torrent. Ma comunque la cosa lascia almeno a me l’amaro in bocca, visto che comprare un libro, per quel che mi riguarda, è interessante quasi quanto leggerlo. Poter girare per gli scaffali alla ricerca di qualcosa che salti agli occhi e susciti la mia curiosità è davvero stimolante. Mi sento un esploratore nella giungla. Mi immagino avanzare piano piano sul fogliame che scricchiola sotto i miei piedi, mentre intorno a me si levano rumori sconosciuti, e non so se sia una bestia feroce, una popolazione pacifica, un gruppo di cannibali, o chissà cos’altro. Per forza di cose scaric...ehm...comprare un libro online non fa lo stesso effetto.

Se devo cercare delle ragioni per la morte della narrativa di genere me ne vengono in mente due. La prima, molto semplice, è la logica di mercato: se so che Martin e Tolkien vanno, vendo Martin e Tolkien. Non sto ad andare molto oltre. La seconda è più amara, ed è che il fantastico in Italia non vende. A parte gli autori nazionalpopolari che conoscono anche i sassi, gli altri non hanno pubblico. E lo so per esperienza diretta. Circa un anno fa ho ordinato in libreria Alice nel paese della vaporità, e parlando con la commessa ho saputo che oltre alla mia era stata ordinata un’altra copia da tenere in esposizione. Bene, quella copia oggi è ancora là. Ora, è vero che Alice non è proprio il miglior romanzo di Dimitri, ma Dimitri è una delle principali voci del fantastico italiano. È qualche anno che non scrive più, ma sicuramente se uscisse un suo nuovo romanzo tra gli appassionati non passerebbe affatto inosservato. Eppure Alice è ancora lì, a ricordarmi che il lettore medio, quello che bazzica un po’ ovunque senza interessi specifici, non approfondisce. Non cerca, non esplora. Si accontenta della pappa fatta, di ciò che è noto e pubblicizzato. Con buona pace mia e di pochi altri.


Il nodo centrale della questione è questo, secondo me. Il punto è il lettore. Anche perché questo discorso lo faccio con il fantastico, ma credo che non sia l’unico a genere a soffrire di questo problema. Se sentissi gli appassionati, che ne so, di gialli all’inglese o di romanzi d’avventura, sospetto che non mi direbbero qualcosa di molto diverso. Per questo dico che è il lettore che fa cambiare le cose. La libreria ragiona dal suo punto di vista e quindi non proporrà mai ciò che non le fa tornare un guadagno, se quindi si trova a dover rispondere a un pubblico esigente allora cambierà per forza il target dell’offerta. D’altra parte mi rendo conto di proporre qualcosa di non realizzabile (non posso chiedere a qualunque lettore di narrativa di appassionarsi a un genere e di sentire il desiderio di sviscerarlo il più possibile) e anche di non necessario. Il mondo va avanti lo stesso anche se noi pochi appassionati scar...ehm...compriamo libri online. Ma credo che delle librerie più ricche, più interessanti e più varie siano un bene non trascurabile per le persone che le frequentano.

Non c'è soluzione al problema e quindi il mio discorso è fine a sé stesso, direte voi, e in effetti lo è. Ma diventare esigenti è qualcosa che secondo me dobbiamo a noi stessi. Io stesso sto lottando per diventarlo. D'altra parte, se leggere per noi è qualcosa di prezioso oltre che di piacevole, se aggiunge veramente qualcosa in più alla nostra vita, perché dobbiamo accontentarci e non cercare il meglio? 

La smetto qua, che sento che mi sto trasformando in un telepredicatore. Con il prossimo post si torna a parlare di cultura antica, e poi, dopo ormai tre mesi, una nuova recensione, la prima dei libri di fantascienza che come vi dicevo ho letto. Non prometto più regolarità nella pubblicazione perché so che non posso mantenerla. Ma chissà che proprio questa non sia la volta buona...

P.S. Il titolo è provocatorio. Andate in libreria, il nuovo romanzo di Regazzoni non si compra mica da solo! E non vi preoccupate, a me lo hanno regalato per Natale. Quando mi vorrò male a sufficienza lo leggerò e lo recensirò. Giurin giurello.