domenica 27 maggio 2018

Non entrate in libreria!

A questo giro vi tocca una D.I.E.T.A. invece che una recensione, mi spiace. L’ultima volta abbiamo parlato di fantastico e pregiudizi poco fondati. Oggi volevo cambiare toni, quindi non passerò tutto l’articolo a prendermela con qualcuno. Voglio porre l’attenzione su un fenomeno che ho notato da qualche anno, e che non mi piace per niente.

Come avrete modo di notare dalle prossime recensioni, in questo periodo mi è venuta voglia di darmi alla fantascienza. Non esiste un motivo preciso, mi girava così e basta. D’altra parte fino a poco tempo fa le mie conoscenze fantascientifiche non andavano molto oltre qualche romanzo di Asimov e qualche romanzo di Dick, quelli recensiti qui e pochi altri, e questo immagino sia stato il mio primo stimolo. Mi definisco un appassionato di genere fantastico, e di fantascienza so quanto il mio gatto ne sa di epigrafia greca di età ellenistica. Bisogna assolutamente rimediare


Il mio gatto non apprezza che io evidenzi le sue lacune.
Con questo pensiero sono andato in libreria, armato di soldi, internet pronto per leggere recensioni e tanta voglia di una nuova lettura. Stavo giusto finendo Shining (ebbene sì non lo avevo mai letto, faccio mea culpa, mi percuoto il petto, e vi prego, leggetelo), e qualcosa da leggere dopo mi veniva molto bene. Davanti allo scaffale della fantascienza sono rimasto sconcertato. Ribadisco, non è qualcosa che noto solo ora, lo so da tempo. Ma soltanto adesso, quando sono andato in libreria senza davvero nessuna idea su che romanzo volessi, a parte il suo genere, mi si è palesato davanti agli occhi quanto la situazione sia tragica. La narrativa di genere nelle librerie italiane sta morendo.

Che io abbia scoperto l’acqua calda è piuttosto evidente. Gamberetta faceva notare la stessa cosa in qualche articolo di alcuni anni fa, per dire. Ma avete presente quello che succede a chi ha paura del dentista perché teme che l’operazione gli farà male? Sotto sotto lo sai che non avrai nessun problema, che sono anni che vai in quella sala d’aspetto per altre ragioni e non hai mai sentito urla di dolore o visto schizzi di sangue sulle pareti. Ma quando sei seduto sul lettino ed effettivamente ti rendi conto che non stai sentendo nulla allora ti rilassi e ti tranquillizzi, anche se da preoccuparti non avevi nulla. Ecco, a me è successo l’opposto. Pur conoscendo il problema, per tutto questo tempo non lo avevo mai sentito così urgente.

Prendete lo scaffale della narrativa fantastica di una libreria random di dove vivete. Una libreria di tipo medio, diciamo, non una che contenga soltanto libri scritti da youtuber, ma dove si possa trovare un po’ di tutto. Prendete la parte riservata al fantasy. Troverete scaffali e scaffali di Tolkien e Martin, e basta. Ok, ho esagerato, non è proprio così, ma ci va molto vicino. A parte questi due gli altri autori sono presenti in modo assai poco rappresentativo e incisivo: ci sono un Sanderson o magari un Rothfuss o una Le Guin (accompagnati dal sempre presente Sapkowsky, ma solo per merito del videogioco), ok, ma il fantasy non si ferma mica qua. Ci sono chissà quanti altri autori che magari sono un filino meno famosi di quelli che ho nominato, ma questo è vero solo per l’Italia e neanche sempre, che invece nessuna libreria si fila di striscio. E se osserviamo la parte della fantascienza e dell’horror il discorso è uguale. Per la fantascienza troviamo solo una buona fetta dei romanzi di Dick (ed è l’unica nota positiva, ma non dimentichiamo che se la Fanucci non li ripubblicasse ogni due settimane in edizione diversa questo non succederebbe) la Trilogia della Fondazione e pochissima altra roba di Asimov, La guerra dei mondi, e poi file infinite di romanzi di Star Wars e Doctor Who, sui quali parto prevenuto ma non credo valgano granché. Per quanto riguarda l’horror, invece, abbiamo Dracula, antologie/raccolte complete di racconti di Lovecraft, Twilight e chili e chili e chili e chili e chili e chili e chili di Stephen King. Che non è un male eh, dello zio Steve più c’è n’è meglio è, ma l’horror non è solo Stephen King. Per niente.

Il King dello sguardo.

Se poi confrontate questo scaffale che avete appena osservato con quello di tante altre librerie vi renderete conto che la situazione è identica. Non solo. Se i tre generi principali del fantastico sono così poco presenti, gli altri non ci sono proprio. Avete mai visto nelle librerie italiane steampunk, cyberpunk, new weird (Torre Nera a parte), per citarne solo alcuni? Magari qualche volta sporadicamente, ma si tratta di casualità. Perlopiù questi generi non sono per nulla rappresentati, e quando succede vengono inseriti nel fantasy senza ulteriori specificazioni. Tutto questo va a danneggiare chi come me sarebbe interessato a non fermarsi soltanto a ciò che è famoso. Trovo la situazione deprimente, e il motivo è semplice. Se uno vuole accontentarsi delle letture note, quelle che conoscono tutti, allora la libreria funziona. Quando invece vuoi un minimo approfondire rimani fregato, ed è un peccato. È un peccato perché una libreria dovrebbe anche stimolare i propri lettori, cercando di offrire non soltanto quello che potrebbe comprare chi vuole avvicinarsi a un genere, ma cercando anche di allargare le conoscenze degli appassionati. Io non ho letto Le cronache del ghiaccio e del fuoco, e non lo farò finché Martin non scrive la parola fine, tuttavia ritengo di conoscere il fantastico quel tanto che basta per sapermici raccapezzare, e quindi per cercare di ampliare i miei orizzonti con letture che magari non sono proprio sulla bocca di tutti ma che per un motivo o per l’altro hanno segnato il genere. Oppure che magari non sono nulla di particolare ma comunque hanno il loro perché. L’appassionato sente per natura la necessità di non limitarsi, vuole andare a pescare nel mucchio e cercare qualcosa di interessante. Perché è appassionato appunto, e quindi leggere fantastico gli piace, a prescindere da tutto.

Non è che il problema non abbia soluzioni, anzi: internet apre un milione di porte. E anche un milione di torrent. Ma comunque la cosa lascia almeno a me l’amaro in bocca, visto che comprare un libro, per quel che mi riguarda, è interessante quasi quanto leggerlo. Poter girare per gli scaffali alla ricerca di qualcosa che salti agli occhi e susciti la mia curiosità è davvero stimolante. Mi sento un esploratore nella giungla. Mi immagino avanzare piano piano sul fogliame che scricchiola sotto i miei piedi, mentre intorno a me si levano rumori sconosciuti, e non so se sia una bestia feroce, una popolazione pacifica, un gruppo di cannibali, o chissà cos’altro. Per forza di cose scaric...ehm...comprare un libro online non fa lo stesso effetto.

Se devo cercare delle ragioni per la morte della narrativa di genere me ne vengono in mente due. La prima, molto semplice, è la logica di mercato: se so che Martin e Tolkien vanno, vendo Martin e Tolkien. Non sto ad andare molto oltre. La seconda è più amara, ed è che il fantastico in Italia non vende. A parte gli autori nazionalpopolari che conoscono anche i sassi, gli altri non hanno pubblico. E lo so per esperienza diretta. Circa un anno fa ho ordinato in libreria Alice nel paese della vaporità, e parlando con la commessa ho saputo che oltre alla mia era stata ordinata un’altra copia da tenere in esposizione. Bene, quella copia oggi è ancora là. Ora, è vero che Alice non è proprio il miglior romanzo di Dimitri, ma Dimitri è una delle principali voci del fantastico italiano. È qualche anno che non scrive più, ma sicuramente se uscisse un suo nuovo romanzo tra gli appassionati non passerebbe affatto inosservato. Eppure Alice è ancora lì, a ricordarmi che il lettore medio, quello che bazzica un po’ ovunque senza interessi specifici, non approfondisce. Non cerca, non esplora. Si accontenta della pappa fatta, di ciò che è noto e pubblicizzato. Con buona pace mia e di pochi altri.


Il nodo centrale della questione è questo, secondo me. Il punto è il lettore. Anche perché questo discorso lo faccio con il fantastico, ma credo che non sia l’unico a genere a soffrire di questo problema. Se sentissi gli appassionati, che ne so, di gialli all’inglese o di romanzi d’avventura, sospetto che non mi direbbero qualcosa di molto diverso. Per questo dico che è il lettore che fa cambiare le cose. La libreria ragiona dal suo punto di vista e quindi non proporrà mai ciò che non le fa tornare un guadagno, se quindi si trova a dover rispondere a un pubblico esigente allora cambierà per forza il target dell’offerta. D’altra parte mi rendo conto di proporre qualcosa di non realizzabile (non posso chiedere a qualunque lettore di narrativa di appassionarsi a un genere e di sentire il desiderio di sviscerarlo il più possibile) e anche di non necessario. Il mondo va avanti lo stesso anche se noi pochi appassionati scar...ehm...compriamo libri online. Ma credo che delle librerie più ricche, più interessanti e più varie siano un bene non trascurabile per le persone che le frequentano.

Non c'è soluzione al problema e quindi il mio discorso è fine a sé stesso, direte voi, e in effetti lo è. Ma diventare esigenti è qualcosa che secondo me dobbiamo a noi stessi. Io stesso sto lottando per diventarlo. D'altra parte, se leggere per noi è qualcosa di prezioso oltre che di piacevole, se aggiunge veramente qualcosa in più alla nostra vita, perché dobbiamo accontentarci e non cercare il meglio? 

La smetto qua, che sento che mi sto trasformando in un telepredicatore. Con il prossimo post si torna a parlare di cultura antica, e poi, dopo ormai tre mesi, una nuova recensione, la prima dei libri di fantascienza che come vi dicevo ho letto. Non prometto più regolarità nella pubblicazione perché so che non posso mantenerla. Ma chissà che proprio questa non sia la volta buona...

P.S. Il titolo è provocatorio. Andate in libreria, il nuovo romanzo di Regazzoni non si compra mica da solo! E non vi preoccupate, a me lo hanno regalato per Natale. Quando mi vorrò male a sufficienza lo leggerò e lo recensirò. Giurin giurello.

sabato 21 aprile 2018

Il distico elegiaco nella tarda antichità - storia dell'elegia



Commentare il Liber è faticoso. Richiede un grande lavoro di ricerca, che per altro io adoro svolgere, ma devo riconoscere che occupa un sacco di tempo, e io questo tempo attualmente non lo possiedo. Quindi, mentre raccoglierò materiale per il Liber, terrò qualche rubrica più breve e anche più attinente agli studi che sto conducendo ora. La prima è quella che state leggendo ora, e come suggerisce il titolo è dedicata all’uso del distico elegiaco nella poesia tardoantica.

Ho scelto questo argomento, oltre perché ho seguito un corso di letteratura latina tardoantica, anche perché è sicuramente meno trito di Catullo, e quindi potrebbe anche risultare più interessante. La mia idea è quella di trattare l’argomento per autori, osservando come in ogni scrittore il distico venga ripreso e utilizzato diversamente. Per ora ho in programma di parlare di Ausonio, Rutilio Namaziano, Lattanzio e Boezio, ma non è escluso che ne aggiunga altri. È bastata una ricerca rapida per vedere che il distico elegiaco è un metro diffuso nella tardo antichità, ma questo non significa che valga la pena osservare come lo usa ogni scrittore. Insomma, intanto comincio così che già ci vorrà un po’ di tempo, poi vediamo.

Prima di vedere comunque Lattanzio (o chi per lui) e il suo De ave phoenice, ritengo utile ripercorrere un po’ le tappe dell’elegia in ambiente greco e ancora di più in ambiente romano. Quindi rimandiamo Lattanzio al prossimo articolo e ora dedichiamoci a un rapido viaggio tra Archiloco e Ovidio per capire un po’ che cosa sia questo distico elegiaco e perché, in Grecia e nella latinità classica, un autore sceglieva di utilizzare questo metro piuttosto che uno qualunque degli altri.

Lattanzio.

Intanto, il nome. Distico va da sé che deriva dal fatto che è composto da due versi, nella fattispecie un esametro dattilico e un pentametro dattilico. Il termine elegiaco è invece di più incerta derivazione. La tradizione antica ne dà alcune etimologie (tutte comunque tratte dall’ambito poetico in cui era maggiormente usato, e cioè il lamento), mentre la critica moderna propende in modo più o meno uniforme per un’altra interpretazione. Lo si fa risalire a un termine frigio che indicava il flauto che accompagnava i canti eseguiti appunto in distici elegiaci. Il carattere di questi canti era sempre luttuoso o comunque malinconico, e in questo senso il distico elegiaco verrà adoperato per gli epigrammi funebri senza subire nel corso dei secoli relativamente nessuna variazione in quest’utilizzo.

Comunque, già la prima tradizione greca sfrutta il distico non soltanto per la poesia funebre. Possiamo individuare quattro indirizzi principali dell’elegia arcaica: d’amore, di guerra, sentenziosa e politica. Questi indirizzi hanno come punti di contatto lo sfruttamento di un linguaggio comune, la lingua e omerica, e il riportare riflessioni sull’uomo e sulla sua vita rapportate a vari ambiti, almeno in base a quello che possiamo dedurre dai frammenti che possediamo. L’elegia d’amore canta la malinconia e il rimpianto dell’amore passato di gioventù, l’elegia guerresca è un’esortazione a ottenere la virtù e la grandezza attraverso il proprio sacrificio in battaglia, l’elegia politica esorta i cittadini a seguire certe decisioni piuttosto che altre nella vita politica della città, che si inserisce nel più ampio disegno divino, e l’elegia sentenziosa, o gnomica, ha lo scopo di esporre delle verità, che possono anche rientrare nel progetto più ampio della formazione di un codice morale educativo. Questo in linea generale, giusto per dare un’idea dei contenuti di questi generi, che comunque non sono così a compartimenti stagni come potrebbe apparire dalla mia descrizione.

Solone, principale esponente dell'elegia politica.

La tradizione elegiaca viene poi reinventata quasi completamente in età ellenistica per mano di Callimaco. Attraverso questo poeta il distico elegiaco assume una nuova funzione, che poi sarà quella che resterà sua propria nei secoli successivi, ereditando solo in parte e limitatamente quelli che erano i suoi usi precedenti. Resterà quasi sempre tipica dell’elegia quella sfumatura malinconica e lamentosa che ne caratterizzava le origini, ma ora il suo scopo viene fortemente modificato. Callimaco infatti è il primo a scrivere elegie eziologiche. Si tratta di poesie di tipo fortemente erudito, in cui vengono spiegate delle tradizioni, dei toponimi, degli usi, qualunque elemento della cultura di un popolo che possa non essere immediatamente comprensibile. L’elegia di età ellenistica conserverà in ogni sua forma questo taglio dotto: anche la Leonzio di Ermesianatte di Colofone, di cui possediamo frammenti e che consisteva in un’elegia amorosa, comunque era ben lontana dalle poesie di Mimnermo. L’amore veniva trattato attraverso colti riferimenti alle versioni meno note dei miti meno noti, oppure alla letteratura precedente. Nulla a che vedere con il semplice lirismo della prima elegia, quindi, siamo di fronte a un prodotto per un pubblico ben istruito e che, prima che parlare d’amore, vuole divertirsi trovando riferimenti oscuri e difficili a nozioni conosciute da pochi. Un pubblico che cioè gioca con l’autore in una gara di erudizione.

È a questo punto che l’elegia giunge a Roma, e nasce un grande problema. Sulle origini dell’elegia romana si è molto dibattuto. Non ha infatti precedenti con l’elegia di età ellenistica, dal momento che dà grandissimo spazio all’elemento del sentimento soggettivo, che invece i poeti alessandrini trascuravano o usavano come puro pretesto per le loro notazioni colte. Varie ipotesi sono state formulate, tra cui quella che sosteneva che l’elegia romana derivasse da un tipo di elegia ellenistica che presentava caratteristiche analoghe, e di cui non ci è giunta alcuna testimonianza. Ad ogni modo, la critica attuale tende a vedere nell’elegia romana un genere poetico originale, che si è sviluppato autonomamente in ambito latino. Si è formata sul modello dell’elegia amorosa greca ma ha assunto presto caratteri propri. Spinte in questo senso sono per esempio il carme 68 di Catullo, che contiene tutti quelli che saranno poi i temi e i modi tipici dell’elegia successiva, o la decima ecloga di Virgilio, che invece prova a cantare in chiave bucolica un amore tipicamente elegiaco. Queste due grandi esperienze letterarie gettano le basi per gli Amores di Cornelio Gallo, di cui possediamo soltanto frammenti, ma che sappiamo essere la prima opera dell’elegia latina.

Cornelio Gallo.

L’opera di Tibullo, il primo poeta elegiaco latino di cui abbiamo qualcosa di completo, si distingue per l’originalità con cui presenta un amore rilassato e affatto tormentato, un amore bucolico verrebbe da dire. E a ragione, visto che recentemente la critica ha evidenziato come l’elegia di Tibullo dipenda fortemente dall’ecloga X di Virgilio. L’altro elegiaco latino del periodo, Properzio presenta una raffinata ed efficace fusione della poesia amorosa con la poesia erudita di età ellenistica, arrivando a definirsi il Callimaco romano. Come si vede da queste descrizioni brevissime e assolutamente non esaustive, sia Tibullo che Properzio hanno una loro indipendenza molto forte rispetto alla tradizione che li precede. A rompere fortemente qualunque legame e a introdurre un nuovo modo di osservare non solo l’elegia ma anche tutti i generi letterari è un poeta di poco successivo, Ovidio. Ovidio infatti si muove tra i generi con un senso di libertà assoluta, si permette di unirli, contaminarli e rinnovarli a suo piacimento. Questo, oltre che portare una ventata di novità e creare alcuni generi che saranno poi sviluppati nei periodi successivi, come l’epistola metrica in esametri, renderà l’elegia latina un genere definitivamente proprio. Ed è nel momento del suo più grande splendore che ha una brusca caduta.

In età imperiale infatti l’elegia è un genere scarsamente praticato, se non come epigramma, e infatti nei libri di Marziale i distici elegiaci non sono pochi. Sembra quindi che sia morta, un genere letterario sterile che non ha più nulla da dare. Sembra, ma il tardoantico smentisce quest’apparenza.

Dobbiamo innanzitutto sottolineare che in età tardoantica né poeti né prosatori possono fare a meno di rivolgersi al passato glorioso della letteratura classica per comporre le loro opere. L’Imitatio è quindi qualcosa di perfettamente normale, come era normale per i latini di età classica guardare alla poesia greca. La distanza che li separa dai modelli è grande, e ancora più grande è il divario culturale. Tra un poeta che scrive all’epoca di Cicerone e uno che scrive all’epoca di Ausonio c’è una distanza incolmabile a livello di percezione della letteratura. Di conseguenza, quando uno scrittore di età tardoantica riprende modelli di età classica lo fa svuotandoli del significato che avevano al loro tempo e dotandoli di nuove istanze e nuovi scopi.  

In quest’ottica bisogna considerare anche la ripresa del distico elegiaco. Ed ecco che quindi diventa evidente la motivazione che mi ha spinto a scrivere questa serie di articoli: se l’elegia è plasmabile in qualcosa di nuovo e diverso dal passato diventa significativo osservare in quale modo gli autori tardoantichi la utilizzino, contaminandola con i gusti e le mode letterarie della loro epoca. 

Siamo giunti ora al punto di partenza, da qui possiamo osservare Lattanzio, Ausonio, Rutilio e Boezio (e chissà chi altri) dal giusto punto di vista. La storia dell’elegia che ho fatto finora è un bignami del bignami del bignami e non rende affatto merito né giustizia a questo genere letterario, ma consente almeno di comprendere le coordinate generali entro le quali si muove e quindi di poter cogliere le differenze quando un autore prende le distanze dalla tradizione. Quindi non resta nient’altro da dire, se non dare l’appuntamento al prossimo articolo, in cui vedremo un’opera molto strana e la cui interpretazione è tutto fuorché chiara, il De ave phoenice.

martedì 6 marzo 2018

Recensione - Lord of emperors di Guy Gavriel Kay


Una cosa che non ho detto nella scorsa recensione è che ho cominciato a leggere Sailing to Sarantium a maggio e l’ho concluso a giugno. Ho iniziato a leggere il seguito, nonché ultimo romanzo della bilogia, Lord of emperors, a giugno, e l’ho finito a dicembre. Un mese scarso contro circa sei. Credo che questo la dica più lunga riguardo al mio giudizio sul romanzo (soprattutto confrontato con il libro che lo precede) di quanto possa fare l’intera recensione. Detto questo, se invece non siete soddisfatti e volete saperne di più continuate a leggere.

Una nuova recensione!
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Titolo: Lord of emperors
Autore: Guy Gavriel Kay
Anno: 2000                                                     
Editore: Harper Voyager
Pagine: Troppe. Nel sistema decimale, 613




TRAMA 

Il romanzo riprende le avventure di Crispin qualche tempo dopo la fine di Sailing to Sarantium. Non che sia cambiato molto al nostro artigiano di Batiara, e infatti lo troviamo sempre alle prese con il mosaico del santuario di Jad. Le persone cui invece è cambiato qualcosa nel frattempo sono i personaggi intorno a lui. La regina Gisel è giunta a Sarantium dopo la fuga dal colpo di stato ai suoi danni intentato dalla nobiltà Antae, e sulla via di Sarantium si trova pure Pardos, compagno di Crispin. Nel frattempo, a Bassania un medico, Rustem di Kerakek, salva la vita al Re dei Re di Bassania e lo aiuta a sgominare la congiura che stava venendo ordita contro di lui. Il Re dei Re lo ricompensa con la promessa di un’elevazione alla casta dei sacerdoti, a patto però che porti a termine prima un altro incarico, ovvero fare da spia nella città di Sarantium per conto di Bassania. Rustem accetta e si mette in viaggio.

A Sarantium fervono i preparativi per il matrimonio tra Kasia e Carullus, un evento che coinvolge una grande parte della nobiltà e dei nomi importanti della città, tra cui, oltre a Crispin, invitato perché amico dei due, anche Shirin, l’unica danzatrice cui sia concesso portare il profumo che indossa sempre l’imperatrice Alixana, il senatore Plautus Bonosus e la sua famiglia, e molti altri.

Più in generale, tutta Sarantium è il punto di incontro di persone diversissime con scopi diversissimi. È qui che quindi si disvela il progetto della storia, e ciascuno dei personaggi è coinvolto in esso. Che siano pedine di forze più grandi di loro o fautori di eventi che resteranno impressi è qualcosa che spetta a loro stessi scoprire.


LA MIA OPINIONE



Nella recensione di Sailing to Sarantium sottolineavo come per certi aspetti fosse un romanzo anomalo per Guy Gavriel Kay. Con Lord of emperors invece si ritorna nel seminato, e ci troviamo quindi di fronte a un libro molto più tipico. Dalla brevissima sintesi che ho scritto prima già si capisce. Se ricordate infatti una delle particolarità di Sailing to Sarantium era l’avere un solo protagonista e quindi un solo punto di vista preponderante su tutti gli altri. Qui non è così, i personaggi le cui storie si intrecciano sono moltissimi e molti sono i punti di vista. Rustem, Crispin, Alixana, Valerius, Gisel, Pardos, Cleantes (figlio di Plautus Bonosus), Scortius (famoso corridore all’ippodromo) per citare i più importanti, ma ce ne sono anche di minori, come Kasia, Carullus e Taras (altro corridore dell’ippodromo).

Per orientarsi tra i luoghi...

Questo se è da un lato un fatto positivo, visto che se c’è una cosa che Kay sa fare bene è gestire molti personaggi insieme e mandare avanti la trama attraverso i loro vari punti di vista, ha però anche dei risvolti negativi, ovvero che molti dei personaggi punti di vista di questo libro avevano un ruolo relativamente importante nel precedente, o comunque apparivano ben oltre la metà. Di Carullus, Kasia e Vargos per esempio non sappiamo quasi più niente. Ok, sappiamo che Carullus e Kasia si sposano e li vediamo apparire qua e là nel corso della storia, ma restano abbastanza sullo sfondo. Crispin stesso rimane ai margini dello svolgersi della trama per moltissimo tempo, dopo pagina 200 appare ben poco per essere il protagonista. A ben vedere la cosa ha un senso, visto che i punti di vista più usati sono quelli di quei personaggi che hanno un ruolo di primaria importanza nei tragici eventi che sconvolgono Sarantium, e che sono essenzialmente o di natura politica o riguardanti l’ippodromo (tra un libro e l’altro la passione dei Sarantini per i cavalli non è diminuita di una virgola). Hanno un ruolo di grande rilevanza quindi Alixana, Valerius II e gli altri membri della corte, e Scortius. È chiaro che essendo che le vicende principali del romanzo di tipo politico Kasia venga per forza di cose messa da parte. Ma abbiamo seguito il suo personaggio per tutto il libro precedente, l’abbiamo vista salvata da chi voleva sacrificarla, dobbiamo davvero vederla relegata a mera comparsa? A me interessa anche seguire le sue vicende, e lo stesso vale per Crispin.

Che poi ha un senso tutto questo, visto che il tema principale del romanzo è il rapporto tra le gesta dei singoli e i grandi eventi della storia. Ha senso che Kay dedichi grande importanza a descrivere quelli che sono i giochi di potere e gli intrighi che sconvolgeranno la storia di Sarantium e si ripercuoteranno sui secoli successivi, perché il suo scopo è osservare poi anche come con questi si relazionino i piccoli, i personaggi come Crispin che sono solo dei mosaicisti e le loro possibilità di lasciare le proprie orme nella storia sono limitate. Ciò non toglie che mi abbia lasciato l’amaro in bocca vedere che i personaggi cui mi ero affezionato e di cui avevo seguito le vicende per le 524 pagine del romanzo precedente sono stati accantonati senza troppi complimenti.

Poi c’è la questione cui accennavo all’inizio della recensione, ovvero che per finire il libro ho impiegato una vita e mezza. Per la precisione le cose sono andate così. Ho cominciato a leggerlo, e verso pagina 90 ho iniziato a farmi due conti e ad accorgermi che non stava succedendo niente, e mi stavo un po’ annoiando. Poi è arrivato il matrimonio di Kasia e Carullus e lì qualcosa succede, quindi più o meno ho deciso che andare avanti poteva non essere una cosa malvagia. È stata l’illusione di un istante, visto che subito dopo si è tornati al nulla assoluto, con Crispin che scopre cose di cui non mi interessa niente su personaggi di cui non mi interessa niente. Personaggi per altro assai ben caratterizzati, per carità, ben modellati sui loro corrispondenti reali (Pertennius di Eubulus è chiaramente la controparte di Procopio di Cesarea), ma dov’è la trama? Perché non succede qualcosa? A pagina 200 (198, per la precisione) non ho retto più e ho lasciato perdere. Troppo vuoto, troppo nulla a riempire troppe pagine. Davvero, per ben 198 pagine l’unico evento degno di nota che succede è il matrimonio, il resto è roba più o meno rilevante o dimenticabile, e che non si può definire trama. In mezzo a una successione di eventi sapere che cosa scrive Pertennius di Eubulus (un personaggio secondario, per nulla fondamentale) in gran segreto avrebbe potuto anche interessarmi. In mezzo al vuoto cosmico no.

Procopio di Cesarea. 

Mi è tornata voglia di riprendere il libro(cosa per nulla scontata) alcuni mesi dopo e nel giro di un paio di settimane l’ho finito. E devo dire che da pagina 200 in poi cominciano a succedere un po’ più di cose, e quando poi si entra nel vivo delle vicende il ritmo riprende in modo soddisfacente. Peccato che questo avvenga intorno a pagina 360, ovvero dopo la metà del libro. Prima appunto succedono alcune cose ma l’interesse del lettore è nella media, non è proprio al livello di non me ne frega niente ma neppure di non riesco a staccare gli occhi dal libro.

La trama così poco ricca e il ritmo lento per più di metà del libro sono le grandi pecche del romanzo, e se l’ho letto tutto è solo perché il precedente valeva davvero molto. Come dicevo quando Kay si decide a far succedere qualcosa di davvero interessante la lettura diventa davvero molto piacevole. Gli intrighi di corte si seguono con interesse e sono narrati in modo accattivante e interessante, la trama conquista il lettore e lo tiene con il fiato sospeso. Ma tutto il libro sarebbe dovuto essere così, non solo la seconda metà!

Ci sono rimasto male, perché con le premesse di Sailing to Sarantium questa bilogia poteva essere davvero un capolavoro. E invece devo per forza annoverarla tra le storie che hanno cominciato molto bene e hanno continuato peggio, e questo mi spiace. Io volevo darli altri otto Cthulhu, e se possibile anche nove o dieci. Certo, il romanzo ha anche aspetti positivi, ed è il caso di sottolineare anche quelli. I nuovi personaggi sono davvero ben caratterizzati, e la maturazione di Crispin viene finalmente portata a compimento. La vicenda del suo mosaico lo porterà a riflettere su quale sia il suo scopo nel grande libro della storia, se per lui sia possibile lasciare traccia di sé oppure no, per quale motivo gli sia stato affidato proprio quell’incarico e che cosa lui possa fare per arricchire un po’ il mondo. Questa parte è svolta molto bene, e anche la caratteristica principale di Crispin, la rabbia, la prima di cui veniamo a conoscenza in Sailing to Sarantium, viene in qualche modo assorbita nella sua crescita ed evolve in seguito a essa, pur continuando a far parte di lui.

Anche qui si nota la passione di Kay per le scene dalla struttura elaborata e articolata. Un esempio su tutti la scena della notte dopo il matrimonio, che dura qualcosa come settanta pagine e mostra che cosa fanno vari personaggi, come le loro azioni si intrecciano e a unificare tutto quanto c’è il passaggio di una misteriosa portantina. È un modo molto utile per rendere più interessante una situazione che altrimenti sarebbe piuttosto lenta, visto che di fatto in queste settanta pagine non succede quasi niente. Questa tecnica di intrecciare le scene raccontando un breve lasso di tempo da più punti di vista che stanno facendo cose diverse in luoghi diversi dilata molto la narrazione, tanto che appunto Kay impiega settanta pagine per raccontare una notte, e qualcosa come duecentocinquanta per raccontare ventiquattro ore. Personalmente trovo questo metodo molto affascinante, ma mi rendo conto che se c’è poco da dire possa risultare pesante, e, per quanto Kay eviti questo, in particolare nelle famose settanta pagine di notte lo rischia parecchio.

Io volevo un dieci... 

Il romanzo porta a conclusione le vicende di tutti i personaggi introdotti, e lo fa con il consueto stile di Kay, ovvero dando l’impressione di stare leggendo un’opera storica. Quando il ruolo di un personaggio nella vicenda principale si esaurisce racconta il prosieguo della sua vita fino alla morte e spesso anche oltre. L’impressione che si ha è quella di stare osservando il mondo dall’alto tutto di colpo. Il lettore è nei personaggi ma al tempo stesso è anche sopra, è al livello quasi di una divinità, che può contemplare lo scorrere delle storie sotto di sé e l’avvicendarsi di popoli e re. Il mondo di Kay si snoda quindi nella sua volontà di divenire storia, e i suoi romanzi fotografie di questo immenso fiume che non smette mai di scorrere.

Ho trovato molto forte la scena della corsa all’ippodromo, in cui viene condensato tutto il significato del romanzo sulla storia e sui singoli, e in questo modo anche il titolo del libro acquista un senso. Siamo portati a chiederci chi sia il vero signore degli imperatori, se ne esista uno, tanti, se possiamo esserlo anche noi. Sono i momenti come questo i punti forti delle opere di Kay, e ricorrono più volte anche in questa, la scena all’ippodromo è soltanto un esempio.

Non sto a ripetere quelli che erano i pregi di Sailing to Sarantium e che si ritrovano anche qui, su tutti la grandissima verosimiglianza che permea le vicende e che le fa sembrare davvero credibili. Ho avuto modo di apprezzarli, nonostante i lati negativi che ho già elencato.


IN CONCLUSIONE



Lord of emperors è un romanzo che mi ha creato più di un problema. Perché ha quasi tutti i lati positivi che si riscontrano nei romanzi di Kay, e che poi sono quelli che li rendono validi, ma al tempo stesso risulta fiacco e lento per più della metà, e per una buona parte del libro non succede quasi niente. Poteva essere molto meglio, invece risulta nella media. Ma è un peccato, un vero peccato, che la bilogia del Sarantine mosaic debba concludersi con un romanzo ben al di sotto delle aspettative e delle potenzialità del suo autore.

VOTO: