domenica 23 settembre 2018

Recensione - La storia futura di Robert Heinlein (Prima Parte)


L’ho anticipato poco tempo fa, mi è presa la mania della fantascienza. Non c’è una spiegazione, semplicemente questo è quello che ho voglia di leggere al momento. Siccome le mie conoscenze in ambito di fantascienza non andavano molto oltre Asimov, ho deciso di cominciare proprio dalle basi, cercando però di cogliere un po’ di tutto.

Se c’è un autore che è un pilastro della fantascienza classica insieme ad Asimov è Robert Heinlein. Di Heinlein io avevo sentito dire qualcosa, ma era roba generica e a caso, quindi non avevo molte idee su chi fosse e cosa avesse scritto. Ho deciso perciò di cominciare da quello che mi sembrava un ciclo abbastanza ricco, che mi potesse dare già un quadro piuttosto completo su che cosa pensasse Heinlein e come scrivesse. Mi riferisco alla Storia futura, un ciclo di racconti e qualche romanzo che Heinlein ha scritto nell’arco di moltissimi anni in ordine sparso, e poi ha raccolto cronologicamente in un unico volume. La Storia futura racconta gli episodi della storia dell’umanità dal 1951 (1939 nella pubblicazione su rivista) al 4272, mostrando il suo progresso tecnologico, la sua conquista dello spazio, la sua crescita genetica e sociale.

Per la precisione i racconti e i romanzi raccolti nel volume arrivano fino al 2210. A completare il quadro ci sono due romanzi non inseriti nella raccolta ma che fanno tuttavia parte a pieno titolo del ciclo, e sono Universo e Lazarus Long l’immortale. Questi ultimi due non li ho letti, lo farò a brevissimo, mentre ho completato la lettura degli altri racconti. Non penso riuscirò a recensirli tutti in una volta, quindi questa è la prima puntata del mio resoconto del viaggio nel mondo di Heinlein e della Storia futura. Per l’occasione non darò a ogni racconto un voto in dieci Cthulhu, ma da uno a cinque mini Cthulhu.

Esprimere un giudizio sintetico che riassuma il contenuto delle recensioni dei singoli racconti è difficile. Non so dire se La storia futura mi sia effettivamente piaciuta o l’abbia trovata una raccolta piuttosto mediocre, anche vista la fama di cui gode il suo autore. Non so stabilirlo perché i racconti sono un numero discreto e sono stati scritti nell’arco di anni, quindi più che una fotografia di un momento della scrittura di Heinlein osserviamo un grafico del suo sviluppo. Se riuscirò cercherò di trarre delle conclusioni alla fine, per ora immergiamoci nella Storia Futura e vediamo che cosa ha da dirci. 

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Titolo: Storia Futura
Autore: Robert Heinlein
Anno: 1997 – 1999                                        
Editore: Mondadori
Pagine: Tante, sono quattro volumi




TRAMA

Chiaramente è impossibile parlare di trama per un insieme di racconti. Tuttavia è possibile tracciare un quadro di insieme delle vicende che questi racconti trattano nella loro totalità. Come ho già detto, si parla dell’evoluzione della Terra e del genere umano per i prossimi tremila anni, più o meno. Heinlein mostra i primi esperimenti scientifici per viaggiare nello spazio, e le difficoltà tecniche in cui incappano gli studiosi. Col procedere del tempo l’uomo riesce a superare queste difficoltà e si trova a fondare le prime colonie sulla Luna, poi sugli altri pianeti, fino a costruire un impero tanto vasto quanto precario. Ed è in questa precarietà che la Terra vive una crisi politica che la cambia profondamente, e che darà poi l’apertura a una nuova razza umana.

Ok, mi rendo conto che da questo riassunto si capisca poco o niente. Quindi vediamo di esaminare i racconti uno per uno.

LA MIA OPINIONE


1) La linea della vita
Il primo racconto è breve e veloce. Hugo Pinero, un famoso scienziato, riesce a costruire una macchina in grado di calcolare con una precisione perfetta la durata futura della vita di una persona. La scoperta procura a Pinero grande fama e gloria, ma contemporaneamente lo metterà anche in grave pericolo. Non tutti, infatti, sono felici di questa scoperta, e anzi, non tutti ne traggono vantaggio. Saranno queste persone che cercheranno di riportare la situazione alla condizione precedente all’invenzione di Pinero, per riprendere a guadagnare e non finire sull’orlo del fallimento.

Dopo l'invenzione di Pinero, nessuno vuole fare lo scamb degli occhi...
L’idea non è particolarmente originale, a dirla tutta, ma il racconto si legge con scorrevolezza e senza annoiarsi. Già da qua si può osservare la passione che Heinlein ha per gli spiegoni scientifici, che qui però occupano una parte marginale della narrazione e quindi non ostacolano più di tanto la fluidità del racconto. La storia non è incalzante ma procede spedita alle sue conclusioni e a lettura terminata le venti e passa pagine di cui è composto il racconto sembrano molte meno. È un inizio discreto, che tuttavia non è esente da qualche difetto. Se devo elencare quegli aspetti che mi hanno reso meno piacevole la lettura c’è in primo luogo il fatto che il climax della storia si svolge troppo velocemente per coinvolgere il lettore. Come dicevo la velocità è una caratteristica che riguarda tutto il racconto, ma devo dire che se il ritmo avesse rallentato un po’ nel momento in cui i nodi vengono al pettine mi sarei goduto di più la lettura. L’altro problema è che la trama è abbastanza fumosa, e in un racconto più pesante e meno snello avrebbe inciso non poco nella sua gradevolezza. Siamo nella media, quindi, e pregi e difetti più o meno si bilanciano.

VOTO:

2) Le strade devono correre
Il secondo racconto del ciclo è più ambizioso del primo. Più ampio e più articolato, getta uno sguardo su come la società della Terra dell’imminente futuro si è evoluta tramite la tecnologia. In particolare, le città sono state cambiate dall’invenzione di un nuovo tipo di strada, i marciapiedi mobili. Non esistono quindi più mezzi di trasporto, perché sono le strade stesse, scorrendo a grandissima velocità, a portare in giro le persone. Sono nate così le città mobili, che vengono gestite da una grande rete di ingegneri e programmatori con il compito di controllare che non ci siano guasti e che nulla vada storto.

In quest’ambientazione seguiamo il punto di vista di Larry Gaines, ingegnere capo dei marciapiedi mobili della città di Diego Reno. Mentre questi è a cena con un ospite un marciapiede viene bloccato, provocando la morte di molte persone. Gaines viene incaricato di scoprire i responsabili del sabotaggio, che come scoprirà ben presto, non si tratta di un fenomeno isolato. È l’inizio di un pericoloso progetto che potrebbe portare allo stallo di tutte le città mobili del paese.

Più ambizioso, dicevo, ma anche peggio riuscito, Le strade devono correre prende quelli che erano i problemi de La linea della vita e li amplifica, senza mettere sull’altro piatto della bilancia dei pregi che facciano da contrappeso. Gli spiegoni rallentano moltissimo la prima parte del racconto, e la seconda, quella che vede Gaines cercare di risolvere il sabotaggio, non è per nulla coinvolgente. Mi spiego. In soldoni, la trama non è nulla di particolare, e procede nel modo più scontato possibile. C’è un problema, il protagonista deve risolverlo, lo risolve, fine di tutto. Non che ci sia per forza qualcosa di male in questo, ma se a una trama scarsamente articolata e priva di colpi di scena o sviluppi imprevisti si aggiunge una narrazione senza mordente, bé, è chiaro che si dà una bella badilata in faccia al lettore.

L'effetto che mi ha fatto questo racconto.
Le strade devono correre ha un ritmo narrativo mediocre, rasente al pessimo, che affossa del tutto quelle che sono le idee interessanti (l’ambientazione, in sostanza) e rende ancora meno apprezzabili quegli aspetti che di per sé non brillerebbero (trama e caratterizzazione dei personaggi). Vi avverto che il ritmo scadente sarà più o meno il ritornello della recensione di quasi tutti i racconti de La storia Futura, quindi sono abbastanza propenso a ritenerlo in generale un difetto della scrittura di Heinlein, piuttosto che un incidente di percorso. Ed è un problema non da poco, perché danneggia tutto il resto. È come avere delle buone idee ma esprimerle in un italiano sgrammaticato: le idee non emergeranno mai, se il modo in cui vengono proposte non coinvolge chi legge. Le strade devono correre è quindi un passo indietro rispetto a La linea della vita, e anche in generale una lettura che ho apprezzato ben poco. Si può fare di molto peggio, ma è ben lontano dall’essere accettabile.

VOTO:

3) A volte esplodono
A volte esplodono è ambientato in una centrale nucleare, e in questo Heinlein si dimostra avanti rispetto ai suoi tempi, quando i rischi dell’energia nucleare non erano ancora così ben conosciuti e temuti. Infatti, in questa centrale nucleare, siccome ogni minimo errore potrebbe provocare un’esplosione e quindi la morte di moltissime persone, il personale è sottoposto a stress e a pressioni psicologiche fortissime. Per ovviare questo problema un team di psicologi si occupa di monitorare lo stato mentale di ogni singola persona che lavora lì, dall’operaio allo scienziato, con il potere di allontanare chiunque mostri anche un debole segno di instabilità a livello psicologico. Il personale di un marchingegno così pericoloso non può permettersi cedimenti mentali, perché rischierebbe di portare alla tanto temuta esplosione. In questo contesto si inseriscono le vicende di alcuni scienziati e delle loro scoperte.

Come vedete sono stato piuttosto generico sulla trama, e la ragione è che non me la ricordo così bene. Questo perché A volte esplodono presenta lo stesso problema de Le strade devono correre, ma, se è possibile, moltiplicato. Il ritmo è inesistente. Il racconto ti fa mettere bene a tuo agio con ambientazione e personaggi ma poi non decolla mai, procede sempre volando basso e non raggiunge mai un apice, un climax, un punto di discesa dalla salita precedente. Non l’ho trovato noioso, ma l’ho letto e alla fine ho pensato “Ah, e quindi?”. Le situazioni non coinvolgevano, i personaggi neppure, non c’era nulla che destasse la mia attenzione. Tant’è vero che appunto ricordo quello che succede solo in modo generico e superficiale.


A volte esplodono.
Con questo non dico che la trama non sia ben pensata o che i personaggi non abbiano una loro personalità. La hanno, a dirla tutta, ma non basta a salvare il racconto dall’essere una lettura anonima e poco interessante.

VOTO:


4) L’uomo che vendette la Luna
Il quarto racconto della raccolta è in realtà un romanzo breve. Le vicende raccontate sono quelle di Delos Harriman, imprenditore capriccioso, egoista e senza scrupoli con molte idee bizzarre e grande volontà di realizzarle a qualunque costo. George Strong, suo socio in affari, sa bene com’è fatto Harriman, e sa anche bene che di solito i suoi progetti strambi hanno successo contro ogni aspettativa. Quando perciò Harriman gli propone di essere i primi a costruire un razzo per arrivare sulla Luna, a malincuore decide di accettare, preparandosi ad assistere agli ingegnosi e incredibili piani del suo compagno.

L’uomo che vendette la Luna è un ottimo romanzo, ed è la prima lettura veramente buona che il ciclo offra. Non è esente da difetti, perché anche qui il ritmo narrativo sul finale è piuttosto scarso e le vicende si risolvono senza un vero e proprio climax, tuttavia c’è un aspetto che fa dimenticare queste lacune, ed è il personaggio principale. Harriman è il protagonista assoluto dall’inizio alla fine del racconto, e questo è bene, perché riesce a rendere il tutto davvero interessante. Harriman ha delle idee assurde, esagerate e complicate da mettere in pratica, e tutti sono contro di lui, tutti non fanno che ripetergli che non può farcela. E il lettore, pagina dopo pagina, vede come in realtà Harriman riesca a superare qualunque ostacolo e a realizzare quello che nessuno avrebbe mai pensato. E questo non è surreale, né suona esagerato, perché Harriman si trova davvero davanti a dei grossi problemi, ma ogni volta trova dei modi ingegnosi per risolverli. Il suo piano di vendere la Luna, con tutte le implicazioni politiche e sociali che comporta e con tutti i risvolti che ha, programmati per rispondere alle reazioni della comunità mondiale, previste con la massima accuratezza, è interessantissimo, e coinvolge il lettore perché viene presentato in tutta la sua complessità e lo porta a chiedersi se davvero Harriman riuscirà a realizzarlo.

Harriman appena arrivato sulla Luna.
L’idea di base è quindi molto molto interessante, e la trama risulta coinvolgente, anche se è molto semplice, e non presenta colpi di scena o eventi imprevisti. Il fatto più importante è che Harriman è un personaggio molto ben caratterizzato e molto carismatico, che attira fin da subito le simpatie del lettore e quindi è in grado di reggere su di sé il peso di tutta la storia, è in grado di fungere da elemento catalizzatore dell’interesse di chi legge. Harriman è astuto ed egoista, e non si fa scrupoli a ingannare le persone per realizzare ciò che vuole. La motivazione principale che lo spinge ad andare sulla Luna è soltanto il desiderio che ha fin da piccolo di farlo. Nessuna motivazione economica o sociale, niente di niente. Tutto il castello che costruisce lo fa solamente per andare lui stesso sulla Luna e coronare un suo desiderio. Ma nonostante l’egoismo Harriman ha dalla sua l’acume, l’intelligenza e il carisma che non solo lo rendono un personaggio molto ben costruito ma fanno sì che sia piacevole leggerne le vicende.

Alla fine del racconto ho pensato era ora, era ora di leggere qualcosa all’altezza della fama di Heinlein. Pur avendo dei difetti quindi L’uomo che vendette la Luna è una lettura di tutto rispetto che vi consiglio di recuperare. Fidatevi, Harriman salva tutto, e compensa anche quello che non va. Provare per credere.

VOTO:

5) Dalila e il costruttore spaziale
L’uomo che vendette la Luna è l’ultimo racconto del primo volume. Il secondo si apre con Dalila e il costruttore spaziale, che pur non vedendo neppure da lontano gli apici delle avventure di Harriman è un racconto molto breve che si fa leggere con piacere. La trama è molto semplice: Piccolo Larsen è il sovrintendente alla costruzione di una stazione spaziale. Nella migliore tradizione di viaggi (per mare o nello spazio poco importa) Larsen è un deciso maschilista che non vuole donne nella sua squadra. Per questa ragione rimane molto infastidito quando scopre che il nuovo ingegnere inviato dalla Terra come tecnico radio appartiene al gentil sesso. Gloria Brooks McNye, questo è il suo nome, porterà sconvolgimenti in una squadra tutta maschile, e costringerà Larsen a rivedere le proprie idee.

Nulla di originale, come potete vedere, ma Dalila e il costruttore spaziale non è un brutto racconto. Rapido, vivace e leggero, si legge bene e volentieri. La trama è ridotta ai minimi termini e i personaggi sono caratterizzati quel tanto che basta perché il lettore familiarizzi con loro nelle poche pagine in cui appaiono, ma va bene. Insomma, una lettura agile che intrattiene con la sua semplicità.

VOTO:

6) Autista spaziale
A Dalila e il costruttore spaziale segue un altro racconto breve, Autista spaziale, che vede come protagonista Jake Pemberton autista di un’astronave di linea tra la Terra e la Luna. Pemberton ha problemi con la moglie, che mal sopporta le assenze del marito a causa del suo lavoro, ma decide comunque di partire per un nuovo viaggio non appena convocato. Dovrà affrontare alcuni problemi a bordo e poi compiere una scelta sulla sua vita futura, scelta che coinvolgerà per forza di cose anche la moglie.

Se da come l’ho raccontato io sembra che Autista spaziale abbia una trama interessante sappiate che è un errore. Gli eventi che succedono sono buttati lì senza un perché, iniziano e finiscono senza climax e il lettore se li vede scivolare davanti in modo indifferente. Tutta la parte del viaggio fino alla Luna potrebbe essere eliminata e la storia non cambierebbe di una virgola. Il ritmo è quindi pessimo, come in A volte esplodono, anzi peggio. Anche l’evento finale, quello che dovrebbe essere il fulcro della storia, avviene in maniera sciatta e poco interessante, e si risolve in modo piatto, senza che nel lettore sia suscitato alcun interesse. Il racconto peggiore finora, privo di qualunque motivo di attrattiva.

VOTO:

Per ora è tutto ma...


Direi che ho parlato a sufficienza. Sono giunto a recensire circa un quarto dei racconti, e per ora c’è stato una sola lettura che mi ha soddisfatto quasi del tutto. Al momento, il grande problema della scrittura di Heinlein è la scarsa gestione del ritmo. Vedremo se proseguendo con i racconti qualcosa cambierà, oppure si aggiungeranno altri difetti.

lunedì 11 giugno 2018

Il distico elegiaco nella tarda antichità - Lattanzio e il "De ave phoenice"


La tarda antichità è un periodo particolare e interessante per moltissime ragioni, non ultimo il fatto che nella fortissima tradizione pagana si fa strada, e rapidamente prende piede al punto da soppiantarla, la nascente cultura cristiana. Non è il momento di discutere se il cristianesimo abbia portato o meno vantaggi all’impero romano, è indubbio tuttavia che nella sua formazione abbia attinto a piene mani al patrimonio culturale del paganesimo. Tutti sanno che il 25 dicembre, prima del Natale cristiano, era la festa pagana del Sol Invictus, ed è diventata festività cristiana solo in seguito all’ambigua politica dell’imperatore Costantino nei confronti della religione. Questo è un esempio molto noto, ma ce ne sono moltissimi altri. Per questo, se fino a poco tempo fa si tendeva a distinguere una letteratura latina cristiana e una pagana, ora questa divisione sta venendo meno, e sta diventando sempre più forte la consapevolezza che paganesimo e cristianesimo si intrecciano in più modi. Il primo fornisce al secondo il materiale per integrare e costruire il proprio repertorio di immagini e simboli, e per spiegare e sostenere le proprie tesi, mentre il secondo trova nel primo un modo per valorizzare le proprie idee anche di fronte a una cultura che sta subendo un cambiamento tanto veloce da essere percepibile all’interno di una sola vita.

Questa premessa è fondamentale per non stupirci di fronte alla disinvoltura con cui certi autori cristiani utilizzano le immagini o il linguaggio pagano (sto pensando ad Arnobio, nella cui opera Cristo viene connotato quasi come un nuovo Epicuro). Questa disinvoltura è anche ciò che impedisce a noi moderni di trarre giudizi troppo unilaterali o affrettati su certe opere, tra cui, per esempio, il De ave phoenice, di cui parliamo adesso.

Il De ave phoenice è un’opera curiosa su più fronti. Consiste in un poemetto di nemmeno 200 versi, in cui viene descritta la fenice, uccello mitico e particolare (si narrava che fosse unico e che risorgesse dalle proprie ceneri), la cui figura entra nella mitologia greca e latina dalla tradizione egizia. Il primo problema è l'incerta paternità dell’opera. Gregorio di Tours la attribuisce a Lattanzio, e probabilmente sulla scorta di questa attribuzione molti manoscritti che la riportano indicano Lattanzio come autore. Tuttavia Gregorio, vissuto duecento anni dopo Lattanzio, è il primo a citare il poemetto, prima nessuno scrittore afferma di esserne a conoscenza, e probabilmente per questa incertezza alcuni manoscritti lo indicano come anonimo. 

Gregorio di Tours

L’attribuzione a Lattanzio non è sicura per varie ragioni. Intanto, bisogna capire in quale momento della sua vita possa essere collocata. Sappiamo che Lattanzio era un retore africano, originariamente di fede pagana, assai noto per le sue doti di scrittore e per questo convocato a Nicomedia dall’imperatore Diocleziano. È in questo periodo, nel quale hanno luogo le più forti persecuzioni di Diocleziano nei confronti dei cristiani, che Lattanzio si converte. Trova la morte nel 325, mentre svolgeva il ruolo di precettore per il figlio del nuovo imperatore Costantino. Ora, ammettendo che Lattanzio sia effettivamente l’autore del De ave phoenice, lo ha scritto da giovane oppure da anziano? Nel periodo africano, oppure in quello presso la corte dell’imperatore? La domanda non può in realtà ricevere una risposta se prima non si cerca di cogliere qual è il vero significato dell’opera, cosa che in molti hanno provato a fare ma senza giungere mai a un’opinione condivisa. Ci sono infatti quelli che pensano che sia un’opera cristiana, e quindi vada collocata nella seconda parte della vita di Lattanzio, e quelli che pensano sia pagana, e quindi appartenga invece alla prima parte. A complicare le cose c’è anche un’altra questione, ovvero la metrica. È scritto, come potrete immaginare, in distici elegiaci, nonostante in realtà non appartenga a nessuno dei generi letterari che di solito usavano questo metro. Anzi, vista la sua natura potrebbe al massimo essere considerato un epillio, genere che di solito richiedeva l’uso dell’esametro.

Cercare di capire se l’opera sia cristiana o pagana può gettare luce anche sul contesto in cui è stata composta, e quindi aiutarci anche a capire perché il distico elegiaco venga utilizzato all’apparenza così impropriamente.

Come dicevo prima, una grande parte della simbologia e del linguaggio pagano viene ripreso senza problemi dai cristiani. Perciò, l’opera presenta due significati diversi a seconda che il suo contenuto sia interpretato come cristiano o pagano. L’ambiguità riguardo la confessione dell’autore è dovuta al fatto che nell’opera ci sono rimandi che possono portare a entrambe le culture. Può essere utile osservare qualche esempio.

Costantino.

Il poemetto è abbastanza povero di contenuti, si configura, come dicevo prima, come una descrizione della fenice e del suo modo di vivere. Non ritengo utile riportarlo tutto, mi limiterò alle parti che possono risultare per noi interessanti. In particolare, può essere utile osservare la sezione riservata a quello che è l’aspetto più particolare della fenice, ovvero il rito con cui si dà fuoco e rinasce dalle proprie ceneri. Il testo recita in questo modo.

Tum ventos claudit pendentibus Aeolus antris,
ne violent fabris aera purpureum
75                                         neu concreta noto pubes per inania caeli
submoveat radios soli set obsit avi.
Construit inde sibi seu nidum sive sepulchrum:
nam perit, ut vivat, se tamen ipse creat.
[…]
Tunc inter varios animam commendat odores,
depositi tanti nec timet illa fidem.
95                                          Interea corpus genitali morte peremptum
aestuat et flammam parturit ispe calor,
aetherioque procul de lumine concipit ignem:
flagrat et ambustum solvitur in cineres.

Allora Eolo chiude i venti negli antri scoscesi,
 perché non disturbino con il loro soffio l’aria purpurea,
75                            e le nuvole, addensate dal vento attraverso il vuoto del cielo
non cancellino i raggi del sole e ostacolino l’uccello.
Lì si costruisce un nido o un sepolcro,
infatti muore per vivere, e tuttavia si ricrea da sé.
[…]
Allora affida via l’anima tra i vari profumi,
e non dubita della sicurezza di un tale abbandono.
95                             Nel frattempo il corpo strappato dalla morte che porta vita
arde e lo stesso calore genera fiamma,
e prende fuoco dalla lontana luce nell’aria:
brucia, e consumato si dissolve in cenere.


La traduzione come sempre vuole essere di servizio e niente più. In questo caso mi sono preso qualche liberta per rendere più chiaro un testo che tradotto alla lettera non sarebbe risultato così immediato, ma comunque la traduzione continua a non avere pretese. Se si osserva il testo latino saltano subito agli occhi alcuni fatti. Intanto l’espressione “per inania caeli“ è una reminiscenza dal De rerum natura di Lucrezio. Suona strano che un’opera di stampo cristiano citi un poema pagano, e per di più contenente una dottrina che sosteneva la totale indifferenza degli dèi nei confronti dell’uomo e la materialità dell’anima. È vero, più in generale, che tutta l’opera è densa di citazioni dai classici. Né è un esempio il primo verso, che recita in questo modo.

Est locus in primo felix oriente remotus

Cominciare la descrizione di un luogo con “est locus” è un modulo tipico della poesia epica, lo troviamo in Virgilio e Ovidio, per nominarne solo alcuni. Un altro caso di reminiscenza classica è il peremptum usato al verso 95, molto comune in Virgilio per indicare la morte in modo forte ed espressivo. La citazione da Lucrezio quindi non va intesa in senso ideologico. Il De rerum natura viene ripreso nel suo essere un classico della letteratura, piuttosto che per le idee che espone. Questa soluzione comunque non soddisfa del tutto, almeno a parer mio, visto che non spiega comunque perché, nonostante la scarsa attenzione ai contenuti, un cristiano dovrebbe scegliere di citare Lucrezio. Questo forse apparirà più chiaro proseguendo con l’analisi del poema.

Lucrezio.

Il passo sopra riportato non contiene però soltanto riferimenti alla letteratura pagana. Tanto per cominciare, l’espressione commendare animam è tipica del linguaggio cristiano. Assume anche un significato particolare il modo in cui viene indicata la morte. Si parla di morte genitali, ovvero di morte che dà vita. Quest’ossimoro si ripete più volte nel corso del poema, e ha lo scopo di indicare l’assurdità e l’unicità del processo attraverso cui nasce la fenice, talmente straordinario e incomprensibile che può essere espresso solo tramite la figura retorica dell’inconciliabilità, ovvero appunto l’ossimoro. Ora, l’ossimoro era una figura retorica molto cara agli autori cristiani. Infatti, il messaggio di Cristo è rivoluzionario, cambia il modo di osservare la vita e il mondo, è assurdo e inconciliabile rispetto all’ottica pagana del passato, e questo stridore, questa situazione in cui i valori tradizionali entrano in frizione con la modernità risulta espressa nel suo modo più efficace attraverso gli ossimori. È quindi possibile vedere la frequente ripetizione dell’ossimoro come un indizio della cristianità del nostro autore. In questo caso, il tema della fenice non può che essere allegorico. Andrebbe quindi a essere figura di Cristo, il quale è risorto dopo la propria morte.

Chi vuole sostenere la cristianità o meno dello scrittore il De ave phoenice ricorre a molti altri indizi sparsi nel testo, tuttavia sono tutti più o meno riconducibili alla tipologia di quelli che ho elencato finora. Non penso valga la pena di riportare altri passi: il testo è di valore poetico modesto. Linkerò in fondo all’articolo un sito dove leggere il poemetto per intero, per chi fosse interessato. Ora, veniamo all’argomento principale, ovvero il metro. Possiamo chiederci di nuovo, perché Lattanzio o chi per lui usano il distico elegiaco per un breve poema sulla fenice? Rispondendo a questa domanda ci rendiamo conto che il discorso fatto finora sulla confessione dell’autore non è futile, anzi, tutt’altro. È scegliendo una delle due possibilità che possiamo anche avanzare un’ipotesi sulle ragioni del metro.

Consideriamo questo. Quando un certo elemento si diffonde nella cultura diventa patrimonio comune. Se sentiamo una persona per strada dire a qualcun altro “sei un Giuda”, questo non significa che la persona in questione sia cristiana, semplicemente l’idea di Giuda come traditore è entrata a fare parte della mentalità comune. Allo stesso modo, possiamo pensare che un autore pagano che scrive in un periodo in cui il cristianesimo è diffuso utilizzi termini ed espressioni cristiane in quanto suo patrimonio culturale, piuttosto che perché creda veramente nei valori che esprimono. In questo senso, le ripresa delle espressioni cristiane non potrebbe costituire un indizio della confessione dell’autore. Diventa più plausibile quindi l’idea che egli sia pagano.

Abbiamo visto prima come l’opera presenti frequenti riferimenti alla letteratura classica. Se c’era un genere in cui questi abbondavano erano le esercitazioni scolastiche. Sappiamo che spesso gli alunni ricevevano il compito di comporre poesie su argomenti di repertorio o comunque canonici, rispettando determinate condizioni: magari citando determinati autori, o seguendo una particolare struttura, o utilizzando un certo metro. Vedete che la questione comincia a risolversi? Possiamo pensare che il De ave phoenice fosse un’esercitazione scolastica, e in questo modo riusciamo a dissipare tutti i dubbi che avevamo, in particolare quello del metro. In quest’ottica infatti il distico elegiaco non viene utilizzato con un vero e proprio significato, ma semplicemente è una delle condizioni imposte dal maestro all’allievo per la sua composizione. Lo troviamo svuotato quindi di qualunque possibile significato: è soltanto un ornamento, nulla di più. A questo punto, quindi, pur essendo impossibile stabilire se Lattanzio sia o meno l’autore, possiamo dire che se lo fosse e se davvero l’opera fosse soltanto un’esercitazione allora non potrebbe che appartenere al suo primo periodo, quello in cui non aveva ancora abbracciato la fede cristiana.

Privo di ogni valore, il distico elegiaco viene in questo caso impiegato in modo arbitrario e senza alcun legame con la letteratura classica, e rispecchia quindi quel pregiudizio che per anni ha riguardato il tardo antico, ovvero che in quest’epoca la grande cultura del passato risulta arida e impoverita. Tuttavia, non è sempre così, avremo modo di vederlo analizzando altre opere. Il discorso su Lattanzio può quindi ritenersi concluso. La prossima volta è mia intenzione dedicarmi a Ausonio, per osservare un modo veramente opposto di comporre in distici elegiaci.

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