Abbiamo
conosciuto Roland ne L’ultimo cavaliere.
Abbiamo conosciuto i personaggi comprimari suoi ne La chiamata dei tre. Ora è finalmente il
momento di metterci davvero alla ricerca della Torre Nera. Cominciamo insieme a
Roland, Eddie e Susannah il viaggio verso il luogo che sostiene tutti i mondi.
Del resto, l’esperienza del libro precedente era stata molto positiva.
Sicuramente Stephen King, il paroliere (come ama definirsi lui stesso), non
deluderà la fiducia di noi Fedeli Lettori (anche qui per usare le sue parole).
Bando alle
ciance, cominciamo!
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Autore Stephen King
Anno: 1991
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 438
TRAMA
Il libro
riprende alcuni mesi dopo la fine de La
chiamata dei tre. In questo lasso di tempo Roland ha insegnato a Susannah e
a Eddie a sparare, con l’obiettivo di trasformarli in pistoleri, ruolo che non
consiste semplicemente nel maneggiare delle pistole ma nell’assimilare una
serie di valori che nello sparare trovano la loro completa realizzazione
(ricordo a proposito ciò che devono ripetere prima di sparare, quella litania
dove sbagliare comporta il “dimenticare il volto del proprio padre”, che
significa aver perso quei valori guida attraverso cui orientare la vita). Sarà
a questo punto che i tre decideranno di partire lungo il sentiero che congiunge
due Vettori (ovvero due colonne portanti dei mondi). La Torre Nera si trova
proprio nel punto di incrocio di tutti i sentieri che collegano i vettori.
Ma le cose
non sono così semplici. Roland comincia ad essere in crisi, e la causa dei suoi
problemi è da cercare in Jake, la sagoma di cartone il ragazzino morto alla fine del primo libro.
Infatti, dopo la morte di Jack Mort (provocata da Roland nel libro precedente)
l’omicidio di Jake perpetrato da quest’ultimo, omicidio che aveva permesso a
Jake di finire nel mondo di Roland, è annullato (Roland ha ucciso Mort prima
che ammazzasse Jake) e quindi il ragazzino è ancora vivo e soffre di crisi di identità:
una parte di lui è più che convinta di aver trascorso del tempo nel deserto e
ha ricordi vividi di quel periodo, l’altra parte ritiene queste idee un cumulo
di idiozie. Jake seguirà segnali misteriosi mandatigli da chissà chi, troverà
la rosa, e infine dovrà confrontarsi con la realtà, e capire se i ricordi del
deserto sono realtà oppure finzione.
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"Se non leggete i miei libri vi farò un'offerta che non potrete rifiutare" |
LA MIA OPINIONE
Quando ci si
mette Stephen King riesce a tirare fuori dei capolavori. Quando non ci si mette
gli escono delle ciofeche. Terre desolate
non è né l’uno né l’altro.
In realtà
definire questo romanzo è difficile. La prima impressione che resta è di totale
indifferenza. Che cosa ho appena letto? Un libro che aveva passi molto incisivi
e altri da mettersi le mani nei capelli. E che quindi nel complesso vanno a
bilanciarsi e ad annullarsi. E alla fine al lettore rimane ben poco.
Non posso
definirlo un brutto romanzo, perché non posso dire che non mi è piaciuto, non
come non mi è piaciuto L’ultimo cavaliere,
non come non mi è piaciuto Le notti di
Salem (sul quale scriverò qualche riga prima o poi). Ma alla fin fine i
libri che mi sono piaciuti sono altri.
Che cosa
posso dire di positivo? La scrittura sale decisamente di livello. Ricordate
quello che dicevo a proposito de La
chiamata dei tre, che la scrittura tutto sommato nella media era in realtà
l’anello un po’ più debole di tutta la per gli altri aspetti eccellente
architettura del romanzo? Ecco, sicuramente questo non si può dire riguardo a Terre desolate. Qui troviamo uno Stephen
King davvero in forma sotto questo punto di vista, in grado di regalare momenti
di vera tensione (come nell’avventura di Jake nella casa stregata) e altri di
pace e serenità (come la scena a Crocefiume). La penna di King si destreggia
con maestria tra le situazioni che vuole creare e le emozioni che vuole
suscitare. Mi è capitato spesso di fermarmi a riflettere su quanto fosse
scritta bene la scena che stavo leggendo, con i dettagli giusti segnalati al
punto giusto in modo da caratterizzare la situazione e renderla di impatto sul
lettore. Dal punto di vista puramente tecnico, quindi, trovo ben poco da
contestare. Anzi, se La chiamata dei tre fosse
stato scritto con questo stile sarebbe stato un romanzo ancora migliore!
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La casa stregata menzionata sopra |
Ma lo stile
è forse l’unica caratteristica che promuovo in toto. Lo stile e la
caratterizzazione di Jake. Se vi ricordate (e se non lo ricordavate dovrebbe
magari ve lo ha fatto tornare in mente il mio commento di poche righe fa),
nella recensione de L’ultimo cavaliere
lamentavo l’inconsistenza del personaggio di Jake. Ecco, in Terre desolate King sopperisce con
abilità a questa mancanza, dando a Jake quella caratterizzazione che durante la
sua precedente apparizione mancava. Il Jake che va a scuola, che vede il
deserto dietro ogni porta che apre, che ha amnesie, che ha paura di essere
pazzo, che legge con sgomento un tema che era certo di non aver scritto e che
contiene frasi incomprensibili (e qui tra l’altro c’è una gustosa frecciatina
abbastanza scoperta al modo intellettualoide di ragionare di certe persone), che
gira disorientato per la città, senza capire neppure lui che cosa sta facendo, è
una persona reale. È un ragazzino con emozioni, sentimenti, con un modo di
pensare. Non quella figurina spessa come un foglio di carta del primo libro.
Tra l’altro Jake è pure simpatico. Non quanto Eddie, ma le sue avventure si
seguono volentieri anche grazie alla sua personalità.
E fin qui ho
elencato cose buone. Ma, come accennavo prima, sono le uniche. Il resto aleggia
in un’atmosfera di mediocrità che a volte riesce a elevarsi sopra il livello
medio altre volte ne va molto sotto.
Susannah
resta ancora il personaggio un po’ anonimo de La chiamata dei tre. Come avevo detto in quella recensione,
bisognerà aspettare il sesto libro per avere una buona e precisa
caratterizzazione di Susannah. Giova invece al team dei protagonisti l’aggiunta
del bimbolo Oy, che con la sua simpatia rende davvero piacevole la lettura in
certi punti. Poi io sono sensibilissimo a cuccioli e quant’altro (lo so, è una
cosa estremamente maschia, ma che ci volete fare, su certi punti proprio casco
come una pera cotta) e quindi la sua presenza già di per sé era un bel tocco
che corona ben bene la squadra dei viaggiatori della Torre Nera. È un po’ la
ciliegina sulla torta.
Siamo invece
messi peggio dal punto di vista degli antagonisti. In questo romanzo ne
troviamo principalmente due, ovvero Gasher e il suo capo Tick-Tock (la banda
conta anche altri membri, ma non vengono particolarmente approfonditi). Gasher
non è un personaggio brillantissimo, ma alla fine della fiera risulta
accettabile è un pazzo assassino, ma è un pazzo assassino tutto sommato con un
po’ di personalità, ed è cattivo senza risultare ridicolo. Ripeto, non è il
massimo, ma va bene, specialmente per un personaggio che nella trama ha un
ruolo relativamente importante.
Tick-Tock
invece è il principale antagonista del
libro, e ha un ruolo più ampio, tant’è vero che farà anche una piccola
apparizione nel romanzo successivo. Ecco, Tick-Tock è in poche parole
imbarazzante. È pure lui un pazzo, ma va bene, in città sono più o meno tutti i
pazzi. Il fatto è che Tick-Tock è cattivo e ridicolo. Basti sapere che…ma che
ve lo dico a fare? Leggete qui e fatevi la vostra idea.
“La donna bruna mandò un altro grido
stridulo. Tick-Tock si girò per metà verso di lei con un sorriso pigro negli
angoli della bocca e prima che Jake potesse rendersi conto di che cosa stava
succedendo, di che cosa in realtà era già successo, la donna indietreggiava
barcollando, con gli occhi strabuzzati per la sorpresa e il dolore, mentre con
le mani annaspava su uno strano tumore che le era apparso al centro del petto.
[Jake capisce che Tick-Tock le ha tirato un pugnale, la donna muore dopo
mezz’ora di movimenti inconsulti] <<Gliel’avevo detto che mi dava
fastidio quella risata>> commentò Tick-Tock.„
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La mia reazione quando leggo certe cose |
Ma Stephen
King, seriamente? Ci mancava solo che Tick-Tock si esibisse in un latrato
gutturale con le braccia allargate e gli occhi rossi, dicendo:<<Ma quanto
sono cattivo!>>
Capite bene
che è un po’ tanto chiedere al lettore di prendere sul serio un antagonista del
genere. In una parodia o comunque in un romanzo che non voglia essere preso sul
serio andrebbe bene, ma qui proprio no.
Inoltre, e
secondo me è questo il problema principale, la trama spesso non conquista. Le
prime duecento pagine più o meno raccontano di Jake e del suo tentativo di
entrare nel mondo di Roland e di Roland, Dean e Susannah che tentano di aiutare
Jake dalla loro parte. Ecco, la parte nel mondo di Jake, ovvero nel nostro
mondo, si legge bene ed è interessante, mentre la parte nel mondo di Roland è
più noiosa, perché succedono meno cose e offre meno spunti. Anche quando il
gruppo si unisce, la narrazione procede in maniera piana e poco coinvolgente.
Per esempio, la parte del viaggio a Crocefiume trasferisce sì perfettamente il
senso di serenità e pace che provano i personaggi, ma poi risulta anche
decisamente poco coinvolgente. Quando invece il gruppo arriva alla città di Lud
ed è costretto a dividersi, la parte di Jake e Roland è interessante, quella di
Susannah ed Eddie molto meno. La trama si riprende poi nel finale.
Come si può
notare, ci sono sì i punti interessanti ma sono intervallati da altri molto più
piatti, che rallentano la narrazione e spengono la voglia di proseguire. E
questo è male, sia perché il libro precedente era una sorpresa a ogni pagina
sfogliata sia perché questo ha dei passi che davvero ti impediscono di
staccarti dalla lettura (nomino di nuovo l’avventura di Jake nella casa
stregata perché sul serio mi è rimasto impresso). Se fosse scritto tutto a quei
livelli sarebbe davvero un gran libro, anche superiore a La chiamata dei tre.
Ci sono poi
alcuni pezzi che non risultano senza arte né parte e neppure risultano
coinvolgenti, e altri che sono semplicemente trash, tipo la lotta tra Susannah
(per l’occasione tramutata di nuovo in Detta Stinti-cazzuti-vi-mangerò-le-palle Walker) e il demone. Che di per sé è ben
scritto, se non fosse che più che un romanzo di Stephen King sembra la
sceneggiatura di un film porno di bassa lega. Ora, nessuno vieta a Stephen King
di far sì che il sesso sia l’unico modo per combattere i demoni, ma
sinceramente io i dialoghi di Odetta li ho trovati ridicoli. Non fosse per i
dialoghi trash, come dicevo prima, non avrei nulla da dire, perché la scrittura
per il resto è davvero efficace. Ma proprio per questo mi lamento: perché
questa differenza crea uno stridore che dà fastidio.
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E se non vi vanno gli indovinelli, una partita a carte! |
Un’ultima
nota sul il finale, con l’apparizione di Blaine il Mono, che sarebbe un po’ un
tentativo di rinnovare (senza perdere tensione, del resto parliamo di Stephen
King) il cliché del fantasy da Gollum in poi della gara di indovinelli. Che
dire, ho apprezzato, come ho apprezzato il fatto che Blaine abbia una
caratterizzazione. E forse questo è l’unico punto che davvero suona inaspettato
in una trama che fino ad ora è proseguita senza particolari colpi di scena.
E ora
permettetemi un’altra breve considerazione sul finale, questa volta sotto
spoiler.
[SPOILER]Ho sentito spesso persone lamentarsi del
finale del libro troncato a metà di netto. Non è un’interruzione da poco: si
decide di cominciare una gara di indovinelli contro Blaine e toh, il libro
finisce, ci vediamo alla prossima. In realtà questo aspetto a me non ha dato
fastidio per niente, anzi, ho apprezzato una scelta così coraggiosa. Forse è
stato perché avevo già il seguito, La
sfera del buio, pronto sulla scrivania. Ma ho apprezzato. Mi distacco
quindi decisamente da quanti critichino il brusco taglio alla narrazione
provocato da questo finale improvviso. [SPOILER]
Ah, quasi
dimenticavo: in questo libro viene per la prima volta introdotto il concetto di
Ka-tet come unione di ka, di destini. Roland, Jake, Eddie, Susannah e Oy sono
Ka-tet, sono uno di tanti. Sono persone che condividono il proprio futuro a un
livello più profondo di una semplice comunanza di obiettivi. Sono cinque che
proseguono con un cuore solo, una mente sola, una volontà sola. Potrebbe sembrare
una fonte di scelte narrative facili. In realtà non è così, e lo si vedrà bene
anche e specialmente nei libri successivi.
IN CONCLUSIONE
Terre desolate è un libro che non fa né
caldo né freddo. Che offre esempi di ottima narrativa ma anche cadute di stile
considerevoli. Che presenta personaggi ben caratterizzati ma anche Tick-Tock.
Che alla fine lascia un senso di insoddisfazione, nonostante abbia pure degli
aspetti positivi. In breve, non pessimo, ma neppure buono. Passabile, se
vogliamo, ma nel senso di passarlo velocemente per leggere il successivo. Se
letto in poco tempo forse rende meglio, io ho impiegato due settimane. Forse se
letto in cinque o sei giorni si sente meno lo scarso coinvolgimento della
trama. Probabilmente non lo saprò mai.
