lunedì 11 giugno 2018

Il distico elegiaco nella tarda antichità - Lattanzio e il "De ave phoenice"


La tarda antichità è un periodo particolare e interessante per moltissime ragioni, non ultimo il fatto che nella fortissima tradizione pagana si fa strada, e rapidamente prende piede al punto da soppiantarla, la nascente cultura cristiana. Non è il momento di discutere se il cristianesimo abbia portato o meno vantaggi all’impero romano, è indubbio tuttavia che nella sua formazione abbia attinto a piene mani al patrimonio culturale del paganesimo. Tutti sanno che il 25 dicembre, prima del Natale cristiano, era la festa pagana del Sol Invictus, ed è diventata festività cristiana solo in seguito all’ambigua politica dell’imperatore Costantino nei confronti della religione. Questo è un esempio molto noto, ma ce ne sono moltissimi altri. Per questo, se fino a poco tempo fa si tendeva a distinguere una letteratura latina cristiana e una pagana, ora questa divisione sta venendo meno, e sta diventando sempre più forte la consapevolezza che paganesimo e cristianesimo si intrecciano in più modi. Il primo fornisce al secondo il materiale per integrare e costruire il proprio repertorio di immagini e simboli, e per spiegare e sostenere le proprie tesi, mentre il secondo trova nel primo un modo per valorizzare le proprie idee anche di fronte a una cultura che sta subendo un cambiamento tanto veloce da essere percepibile all’interno di una sola vita.

Questa premessa è fondamentale per non stupirci di fronte alla disinvoltura con cui certi autori cristiani utilizzano le immagini o il linguaggio pagano (sto pensando ad Arnobio, nella cui opera Cristo viene connotato quasi come un nuovo Epicuro). Questa disinvoltura è anche ciò che impedisce a noi moderni di trarre giudizi troppo unilaterali o affrettati su certe opere, tra cui, per esempio, il De ave phoenice, di cui parliamo adesso.

Il De ave phoenice è un’opera curiosa su più fronti. Consiste in un poemetto di nemmeno 200 versi, in cui viene descritta la fenice, uccello mitico e particolare (si narrava che fosse unico e che risorgesse dalle proprie ceneri), la cui figura entra nella mitologia greca e latina dalla tradizione egizia. Il primo problema è l'incerta paternità dell’opera. Gregorio di Tours la attribuisce a Lattanzio, e probabilmente sulla scorta di questa attribuzione molti manoscritti che la riportano indicano Lattanzio come autore. Tuttavia Gregorio, vissuto duecento anni dopo Lattanzio, è il primo a citare il poemetto, prima nessuno scrittore afferma di esserne a conoscenza, e probabilmente per questa incertezza alcuni manoscritti lo indicano come anonimo. 

Gregorio di Tours

L’attribuzione a Lattanzio non è sicura per varie ragioni. Intanto, bisogna capire in quale momento della sua vita possa essere collocata. Sappiamo che Lattanzio era un retore africano, originariamente di fede pagana, assai noto per le sue doti di scrittore e per questo convocato a Nicomedia dall’imperatore Diocleziano. È in questo periodo, nel quale hanno luogo le più forti persecuzioni di Diocleziano nei confronti dei cristiani, che Lattanzio si converte. Trova la morte nel 325, mentre svolgeva il ruolo di precettore per il figlio del nuovo imperatore Costantino. Ora, ammettendo che Lattanzio sia effettivamente l’autore del De ave phoenice, lo ha scritto da giovane oppure da anziano? Nel periodo africano, oppure in quello presso la corte dell’imperatore? La domanda non può in realtà ricevere una risposta se prima non si cerca di cogliere qual è il vero significato dell’opera, cosa che in molti hanno provato a fare ma senza giungere mai a un’opinione condivisa. Ci sono infatti quelli che pensano che sia un’opera cristiana, e quindi vada collocata nella seconda parte della vita di Lattanzio, e quelli che pensano sia pagana, e quindi appartenga invece alla prima parte. A complicare le cose c’è anche un’altra questione, ovvero la metrica. È scritto, come potrete immaginare, in distici elegiaci, nonostante in realtà non appartenga a nessuno dei generi letterari che di solito usavano questo metro. Anzi, vista la sua natura potrebbe al massimo essere considerato un epillio, genere che di solito richiedeva l’uso dell’esametro.

Cercare di capire se l’opera sia cristiana o pagana può gettare luce anche sul contesto in cui è stata composta, e quindi aiutarci anche a capire perché il distico elegiaco venga utilizzato all’apparenza così impropriamente.

Come dicevo prima, una grande parte della simbologia e del linguaggio pagano viene ripreso senza problemi dai cristiani. Perciò, l’opera presenta due significati diversi a seconda che il suo contenuto sia interpretato come cristiano o pagano. L’ambiguità riguardo la confessione dell’autore è dovuta al fatto che nell’opera ci sono rimandi che possono portare a entrambe le culture. Può essere utile osservare qualche esempio.

Costantino.

Il poemetto è abbastanza povero di contenuti, si configura, come dicevo prima, come una descrizione della fenice e del suo modo di vivere. Non ritengo utile riportarlo tutto, mi limiterò alle parti che possono risultare per noi interessanti. In particolare, può essere utile osservare la sezione riservata a quello che è l’aspetto più particolare della fenice, ovvero il rito con cui si dà fuoco e rinasce dalle proprie ceneri. Il testo recita in questo modo.

Tum ventos claudit pendentibus Aeolus antris,
ne violent fabris aera purpureum
75                                         neu concreta noto pubes per inania caeli
submoveat radios soli set obsit avi.
Construit inde sibi seu nidum sive sepulchrum:
nam perit, ut vivat, se tamen ipse creat.
[…]
Tunc inter varios animam commendat odores,
depositi tanti nec timet illa fidem.
95                                          Interea corpus genitali morte peremptum
aestuat et flammam parturit ispe calor,
aetherioque procul de lumine concipit ignem:
flagrat et ambustum solvitur in cineres.

Allora Eolo chiude i venti negli antri scoscesi,
 perché non disturbino con il loro soffio l’aria purpurea,
75                            e le nuvole, addensate dal vento attraverso il vuoto del cielo
non cancellino i raggi del sole e ostacolino l’uccello.
Lì si costruisce un nido o un sepolcro,
infatti muore per vivere, e tuttavia si ricrea da sé.
[…]
Allora affida via l’anima tra i vari profumi,
e non dubita della sicurezza di un tale abbandono.
95                             Nel frattempo il corpo strappato dalla morte che porta vita
arde e lo stesso calore genera fiamma,
e prende fuoco dalla lontana luce nell’aria:
brucia, e consumato si dissolve in cenere.


La traduzione come sempre vuole essere di servizio e niente più. In questo caso mi sono preso qualche liberta per rendere più chiaro un testo che tradotto alla lettera non sarebbe risultato così immediato, ma comunque la traduzione continua a non avere pretese. Se si osserva il testo latino saltano subito agli occhi alcuni fatti. Intanto l’espressione “per inania caeli“ è una reminiscenza dal De rerum natura di Lucrezio. Suona strano che un’opera di stampo cristiano citi un poema pagano, e per di più contenente una dottrina che sosteneva la totale indifferenza degli dèi nei confronti dell’uomo e la materialità dell’anima. È vero, più in generale, che tutta l’opera è densa di citazioni dai classici. Né è un esempio il primo verso, che recita in questo modo.

Est locus in primo felix oriente remotus

Cominciare la descrizione di un luogo con “est locus” è un modulo tipico della poesia epica, lo troviamo in Virgilio e Ovidio, per nominarne solo alcuni. Un altro caso di reminiscenza classica è il peremptum usato al verso 95, molto comune in Virgilio per indicare la morte in modo forte ed espressivo. La citazione da Lucrezio quindi non va intesa in senso ideologico. Il De rerum natura viene ripreso nel suo essere un classico della letteratura, piuttosto che per le idee che espone. Questa soluzione comunque non soddisfa del tutto, almeno a parer mio, visto che non spiega comunque perché, nonostante la scarsa attenzione ai contenuti, un cristiano dovrebbe scegliere di citare Lucrezio. Questo forse apparirà più chiaro proseguendo con l’analisi del poema.

Lucrezio.

Il passo sopra riportato non contiene però soltanto riferimenti alla letteratura pagana. Tanto per cominciare, l’espressione commendare animam è tipica del linguaggio cristiano. Assume anche un significato particolare il modo in cui viene indicata la morte. Si parla di morte genitali, ovvero di morte che dà vita. Quest’ossimoro si ripete più volte nel corso del poema, e ha lo scopo di indicare l’assurdità e l’unicità del processo attraverso cui nasce la fenice, talmente straordinario e incomprensibile che può essere espresso solo tramite la figura retorica dell’inconciliabilità, ovvero appunto l’ossimoro. Ora, l’ossimoro era una figura retorica molto cara agli autori cristiani. Infatti, il messaggio di Cristo è rivoluzionario, cambia il modo di osservare la vita e il mondo, è assurdo e inconciliabile rispetto all’ottica pagana del passato, e questo stridore, questa situazione in cui i valori tradizionali entrano in frizione con la modernità risulta espressa nel suo modo più efficace attraverso gli ossimori. È quindi possibile vedere la frequente ripetizione dell’ossimoro come un indizio della cristianità del nostro autore. In questo caso, il tema della fenice non può che essere allegorico. Andrebbe quindi a essere figura di Cristo, il quale è risorto dopo la propria morte.

Chi vuole sostenere la cristianità o meno dello scrittore il De ave phoenice ricorre a molti altri indizi sparsi nel testo, tuttavia sono tutti più o meno riconducibili alla tipologia di quelli che ho elencato finora. Non penso valga la pena di riportare altri passi: il testo è di valore poetico modesto. Linkerò in fondo all’articolo un sito dove leggere il poemetto per intero, per chi fosse interessato. Ora, veniamo all’argomento principale, ovvero il metro. Possiamo chiederci di nuovo, perché Lattanzio o chi per lui usano il distico elegiaco per un breve poema sulla fenice? Rispondendo a questa domanda ci rendiamo conto che il discorso fatto finora sulla confessione dell’autore non è futile, anzi, tutt’altro. È scegliendo una delle due possibilità che possiamo anche avanzare un’ipotesi sulle ragioni del metro.

Consideriamo questo. Quando un certo elemento si diffonde nella cultura diventa patrimonio comune. Se sentiamo una persona per strada dire a qualcun altro “sei un Giuda”, questo non significa che la persona in questione sia cristiana, semplicemente l’idea di Giuda come traditore è entrata a fare parte della mentalità comune. Allo stesso modo, possiamo pensare che un autore pagano che scrive in un periodo in cui il cristianesimo è diffuso utilizzi termini ed espressioni cristiane in quanto suo patrimonio culturale, piuttosto che perché creda veramente nei valori che esprimono. In questo senso, le ripresa delle espressioni cristiane non potrebbe costituire un indizio della confessione dell’autore. Diventa più plausibile quindi l’idea che egli sia pagano.

Abbiamo visto prima come l’opera presenti frequenti riferimenti alla letteratura classica. Se c’era un genere in cui questi abbondavano erano le esercitazioni scolastiche. Sappiamo che spesso gli alunni ricevevano il compito di comporre poesie su argomenti di repertorio o comunque canonici, rispettando determinate condizioni: magari citando determinati autori, o seguendo una particolare struttura, o utilizzando un certo metro. Vedete che la questione comincia a risolversi? Possiamo pensare che il De ave phoenice fosse un’esercitazione scolastica, e in questo modo riusciamo a dissipare tutti i dubbi che avevamo, in particolare quello del metro. In quest’ottica infatti il distico elegiaco non viene utilizzato con un vero e proprio significato, ma semplicemente è una delle condizioni imposte dal maestro all’allievo per la sua composizione. Lo troviamo svuotato quindi di qualunque possibile significato: è soltanto un ornamento, nulla di più. A questo punto, quindi, pur essendo impossibile stabilire se Lattanzio sia o meno l’autore, possiamo dire che se lo fosse e se davvero l’opera fosse soltanto un’esercitazione allora non potrebbe che appartenere al suo primo periodo, quello in cui non aveva ancora abbracciato la fede cristiana.

Privo di ogni valore, il distico elegiaco viene in questo caso impiegato in modo arbitrario e senza alcun legame con la letteratura classica, e rispecchia quindi quel pregiudizio che per anni ha riguardato il tardo antico, ovvero che in quest’epoca la grande cultura del passato risulta arida e impoverita. Tuttavia, non è sempre così, avremo modo di vederlo analizzando altre opere. Il discorso su Lattanzio può quindi ritenersi concluso. La prossima volta è mia intenzione dedicarmi a Ausonio, per osservare un modo veramente opposto di comporre in distici elegiaci.

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domenica 27 maggio 2018

Non entrate in libreria!

A questo giro vi tocca una D.I.E.T.A. invece che una recensione, mi spiace. L’ultima volta abbiamo parlato di fantastico e pregiudizi poco fondati. Oggi volevo cambiare toni, quindi non passerò tutto l’articolo a prendermela con qualcuno. Voglio porre l’attenzione su un fenomeno che ho notato da qualche anno, e che non mi piace per niente.

Come avrete modo di notare dalle prossime recensioni, in questo periodo mi è venuta voglia di darmi alla fantascienza. Non esiste un motivo preciso, mi girava così e basta. D’altra parte fino a poco tempo fa le mie conoscenze fantascientifiche non andavano molto oltre qualche romanzo di Asimov e qualche romanzo di Dick, quelli recensiti qui e pochi altri, e questo immagino sia stato il mio primo stimolo. Mi definisco un appassionato di genere fantastico, e di fantascienza so quanto il mio gatto ne sa di epigrafia greca di età ellenistica. Bisogna assolutamente rimediare


Il mio gatto non apprezza che io evidenzi le sue lacune.
Con questo pensiero sono andato in libreria, armato di soldi, internet pronto per leggere recensioni e tanta voglia di una nuova lettura. Stavo giusto finendo Shining (ebbene sì non lo avevo mai letto, faccio mea culpa, mi percuoto il petto, e vi prego, leggetelo), e qualcosa da leggere dopo mi veniva molto bene. Davanti allo scaffale della fantascienza sono rimasto sconcertato. Ribadisco, non è qualcosa che noto solo ora, lo so da tempo. Ma soltanto adesso, quando sono andato in libreria senza davvero nessuna idea su che romanzo volessi, a parte il suo genere, mi si è palesato davanti agli occhi quanto la situazione sia tragica. La narrativa di genere nelle librerie italiane sta morendo.

Che io abbia scoperto l’acqua calda è piuttosto evidente. Gamberetta faceva notare la stessa cosa in qualche articolo di alcuni anni fa, per dire. Ma avete presente quello che succede a chi ha paura del dentista perché teme che l’operazione gli farà male? Sotto sotto lo sai che non avrai nessun problema, che sono anni che vai in quella sala d’aspetto per altre ragioni e non hai mai sentito urla di dolore o visto schizzi di sangue sulle pareti. Ma quando sei seduto sul lettino ed effettivamente ti rendi conto che non stai sentendo nulla allora ti rilassi e ti tranquillizzi, anche se da preoccuparti non avevi nulla. Ecco, a me è successo l’opposto. Pur conoscendo il problema, per tutto questo tempo non lo avevo mai sentito così urgente.

Prendete lo scaffale della narrativa fantastica di una libreria random di dove vivete. Una libreria di tipo medio, diciamo, non una che contenga soltanto libri scritti da youtuber, ma dove si possa trovare un po’ di tutto. Prendete la parte riservata al fantasy. Troverete scaffali e scaffali di Tolkien e Martin, e basta. Ok, ho esagerato, non è proprio così, ma ci va molto vicino. A parte questi due gli altri autori sono presenti in modo assai poco rappresentativo e incisivo: ci sono un Sanderson o magari un Rothfuss o una Le Guin (accompagnati dal sempre presente Sapkowsky, ma solo per merito del videogioco), ok, ma il fantasy non si ferma mica qua. Ci sono chissà quanti altri autori che magari sono un filino meno famosi di quelli che ho nominato, ma questo è vero solo per l’Italia e neanche sempre, che invece nessuna libreria si fila di striscio. E se osserviamo la parte della fantascienza e dell’horror il discorso è uguale. Per la fantascienza troviamo solo una buona fetta dei romanzi di Dick (ed è l’unica nota positiva, ma non dimentichiamo che se la Fanucci non li ripubblicasse ogni due settimane in edizione diversa questo non succederebbe) la Trilogia della Fondazione e pochissima altra roba di Asimov, La guerra dei mondi, e poi file infinite di romanzi di Star Wars e Doctor Who, sui quali parto prevenuto ma non credo valgano granché. Per quanto riguarda l’horror, invece, abbiamo Dracula, antologie/raccolte complete di racconti di Lovecraft, Twilight e chili e chili e chili e chili e chili e chili e chili di Stephen King. Che non è un male eh, dello zio Steve più c’è n’è meglio è, ma l’horror non è solo Stephen King. Per niente.

Il King dello sguardo.

Se poi confrontate questo scaffale che avete appena osservato con quello di tante altre librerie vi renderete conto che la situazione è identica. Non solo. Se i tre generi principali del fantastico sono così poco presenti, gli altri non ci sono proprio. Avete mai visto nelle librerie italiane steampunk, cyberpunk, new weird (Torre Nera a parte), per citarne solo alcuni? Magari qualche volta sporadicamente, ma si tratta di casualità. Perlopiù questi generi non sono per nulla rappresentati, e quando succede vengono inseriti nel fantasy senza ulteriori specificazioni. Tutto questo va a danneggiare chi come me sarebbe interessato a non fermarsi soltanto a ciò che è famoso. Trovo la situazione deprimente, e il motivo è semplice. Se uno vuole accontentarsi delle letture note, quelle che conoscono tutti, allora la libreria funziona. Quando invece vuoi un minimo approfondire rimani fregato, ed è un peccato. È un peccato perché una libreria dovrebbe anche stimolare i propri lettori, cercando di offrire non soltanto quello che potrebbe comprare chi vuole avvicinarsi a un genere, ma cercando anche di allargare le conoscenze degli appassionati. Io non ho letto Le cronache del ghiaccio e del fuoco, e non lo farò finché Martin non scrive la parola fine, tuttavia ritengo di conoscere il fantastico quel tanto che basta per sapermici raccapezzare, e quindi per cercare di ampliare i miei orizzonti con letture che magari non sono proprio sulla bocca di tutti ma che per un motivo o per l’altro hanno segnato il genere. Oppure che magari non sono nulla di particolare ma comunque hanno il loro perché. L’appassionato sente per natura la necessità di non limitarsi, vuole andare a pescare nel mucchio e cercare qualcosa di interessante. Perché è appassionato appunto, e quindi leggere fantastico gli piace, a prescindere da tutto.

Non è che il problema non abbia soluzioni, anzi: internet apre un milione di porte. E anche un milione di torrent. Ma comunque la cosa lascia almeno a me l’amaro in bocca, visto che comprare un libro, per quel che mi riguarda, è interessante quasi quanto leggerlo. Poter girare per gli scaffali alla ricerca di qualcosa che salti agli occhi e susciti la mia curiosità è davvero stimolante. Mi sento un esploratore nella giungla. Mi immagino avanzare piano piano sul fogliame che scricchiola sotto i miei piedi, mentre intorno a me si levano rumori sconosciuti, e non so se sia una bestia feroce, una popolazione pacifica, un gruppo di cannibali, o chissà cos’altro. Per forza di cose scaric...ehm...comprare un libro online non fa lo stesso effetto.

Se devo cercare delle ragioni per la morte della narrativa di genere me ne vengono in mente due. La prima, molto semplice, è la logica di mercato: se so che Martin e Tolkien vanno, vendo Martin e Tolkien. Non sto ad andare molto oltre. La seconda è più amara, ed è che il fantastico in Italia non vende. A parte gli autori nazionalpopolari che conoscono anche i sassi, gli altri non hanno pubblico. E lo so per esperienza diretta. Circa un anno fa ho ordinato in libreria Alice nel paese della vaporità, e parlando con la commessa ho saputo che oltre alla mia era stata ordinata un’altra copia da tenere in esposizione. Bene, quella copia oggi è ancora là. Ora, è vero che Alice non è proprio il miglior romanzo di Dimitri, ma Dimitri è una delle principali voci del fantastico italiano. È qualche anno che non scrive più, ma sicuramente se uscisse un suo nuovo romanzo tra gli appassionati non passerebbe affatto inosservato. Eppure Alice è ancora lì, a ricordarmi che il lettore medio, quello che bazzica un po’ ovunque senza interessi specifici, non approfondisce. Non cerca, non esplora. Si accontenta della pappa fatta, di ciò che è noto e pubblicizzato. Con buona pace mia e di pochi altri.


Il nodo centrale della questione è questo, secondo me. Il punto è il lettore. Anche perché questo discorso lo faccio con il fantastico, ma credo che non sia l’unico a genere a soffrire di questo problema. Se sentissi gli appassionati, che ne so, di gialli all’inglese o di romanzi d’avventura, sospetto che non mi direbbero qualcosa di molto diverso. Per questo dico che è il lettore che fa cambiare le cose. La libreria ragiona dal suo punto di vista e quindi non proporrà mai ciò che non le fa tornare un guadagno, se quindi si trova a dover rispondere a un pubblico esigente allora cambierà per forza il target dell’offerta. D’altra parte mi rendo conto di proporre qualcosa di non realizzabile (non posso chiedere a qualunque lettore di narrativa di appassionarsi a un genere e di sentire il desiderio di sviscerarlo il più possibile) e anche di non necessario. Il mondo va avanti lo stesso anche se noi pochi appassionati scar...ehm...compriamo libri online. Ma credo che delle librerie più ricche, più interessanti e più varie siano un bene non trascurabile per le persone che le frequentano.

Non c'è soluzione al problema e quindi il mio discorso è fine a sé stesso, direte voi, e in effetti lo è. Ma diventare esigenti è qualcosa che secondo me dobbiamo a noi stessi. Io stesso sto lottando per diventarlo. D'altra parte, se leggere per noi è qualcosa di prezioso oltre che di piacevole, se aggiunge veramente qualcosa in più alla nostra vita, perché dobbiamo accontentarci e non cercare il meglio? 

La smetto qua, che sento che mi sto trasformando in un telepredicatore. Con il prossimo post si torna a parlare di cultura antica, e poi, dopo ormai tre mesi, una nuova recensione, la prima dei libri di fantascienza che come vi dicevo ho letto. Non prometto più regolarità nella pubblicazione perché so che non posso mantenerla. Ma chissà che proprio questa non sia la volta buona...

P.S. Il titolo è provocatorio. Andate in libreria, il nuovo romanzo di Regazzoni non si compra mica da solo! E non vi preoccupate, a me lo hanno regalato per Natale. Quando mi vorrò male a sufficienza lo leggerò e lo recensirò. Giurin giurello.