domenica 5 marzo 2017

Recensione - La canzone di Susannah di Stephen King (Torre Nera #6)

Alla fine de I lupi del Calla la situazione era precipitata in modo rapidissimo. Susannah è fuggita attraverso la porta e ha viaggiato tra i mondi controllata da Mia, un demone nato dentro di lei che ha il compito di partorire. Soltanto due vettori ormai reggono i mondi, e nel covo dei lupi i Frangitori sono in continuazione al lavoro per distruggerli. Il Re Rosso ha quasi completato il suo progetto di gettare i mondi nel caos. Roland e il suo ka-tet, affiancati da padre Callahan, hanno poco tempo per tentare di risolvere la situazione. Seguiamoli dunque in questa penultimo volume delle loro avventure, che riserva per i lettori davvero delle sorprese inaspettate.
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Titolo: La canzone di Susannah
Autore Stephen King
Anno: 2004                                                        
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 400




TRAMA

Il ka-tet di Roland si divide in due gruppi. Entrambi viaggiano attraverso i mondi per giungere a New York in momenti differenti. Oy, Jake e Padre Callahan arrivano nel 1999 all’inseguimento di Susannah e Mia, per impedirle di recarsi dai servi del Re Rosso che sono stati incaricati di farla partorire. Mia ha stipulato un patto con l’uomo in nero, Walter O’Dim, o Randall Flagg, come gli piace farsi chiamare, che prevede che una volta partorito il bambino sarà consegnato a lei insieme al difficile e onorevole compito di crescerlo.

Roland ed Eddie sono nel Maine nel 1977, con lo scopo di verificare l’acquisto da parte di Calvin Torre del pezzo di terra che contiene la rosa, probabilmente manifestazione di uno dei vettori ancora in piedi. Qui, in seguito a una serie di eventi, trovano rifugio presso un uomo, John Cullum, e dopo essere stati con lui decidono di fare visita a una persona che hanno sentito nominare spesso e che sono certi abbia un ruolo molto importante nella loro vicenda. Una persona che, casualmente, abita proprio nel Maine...

Il peggior nemico dell'uomo in nero.

LA MIA OPINIONE


La canzone di Susannah è diverso dai romanzi che lo precedono. Avevo accennato a questo cambiamento già nella recensione de I lupi del Calla, e ora è il momento di parlarne con precisione. Se I lupi del Calla aveva una sua vicenda autoconclusiva ma poi lasciava aperte alcune vicende molto importanti perché fossero svolte e risolte nei libri successivi, La canzone di Susannah abbandona completamente lo stile autoconclusivo per diventare il tassello centrale di un puzzle composto dagli ultimi tre libri. Le vicende narrate in questi tre romanzi sono uniche, La canzone di Susannah non ha senso se non dopo I lupi del Calla e prima de La Torre Nera. Infatti non abbiamo qui un inizio uno svolgimento e una fine, abbiamo soltanto lo svolgimento, che riprende e sviluppa quanto era stato lasciato in sospeso ne I lupi del Calla e lo proietta poi verso la sua conclusione nel volume successivo.

Questa trasformazione, almeno su di me, ha avuto un effetto positivo. Ha innanzitutto rinnovato lo spirito della saga e le sue modalità di sviluppo. Non che ce ne fosse bisogno, ma è stata comunque benvenuta. Inoltre ha reso ancora più grande la tensione verso gli sviluppi dell’ultimo volume. Se anche questo fosse stato autoconclusivo come potevano esserlo il primo o il secondo sono certo che lo stacco con La Torre Nera sarebbe stato meno incisivo e meno efficace. Così invece ha funzionato alla perfezione.

La carne messa al fuoco in questo libro è davvero molta. Cominciamo con l’imminente nascita del figlio di Susannah/Mia, che si chiamerà Mordred, e del quale si scopre l’identità del padre. Siamo di fronte al primo grande colpo di scena del romanzo, e anche a uno dei momenti meglio arrangiati di tutta la saga. Stephen King, quando ancora scriveva senza sapere che cosa sarebbe successo la pagina dopo, aveva fatto succedere determinate cose, e ora che invece ha dei piani più precisi si esibisce in un esempio di continuità retroattiva che fa quadrare le sue nuove idee con quello che era già accaduto. Inutile dire che le cose funzionano a meraviglia, non dico che sembra che lo zio Steve avesse tutto in mente fin dall’inizio ma quasi. Volete un indizio su chi sia il padre di Mordred? Non è lui.

Mordred, io sono tuo...ah, no.

Entrano poi in scena i cosiddetti uomini bassi, che erano stati nominati nel romanzo precedente da Callahan, e viene portato avanti il progetto di acquisto del terreno con la rosa-vettore. Ed è in mezzo a questi sviluppi, di per sé molto interessanti, che avviene il secondo grande colpo di scena del libro, quello che si poteva già subodorare dal volume precedente ma che nessuno avrebbe mai creduto si sarebbe realizzato fino a quando non lo ha letto con i propri occhi. Lo metto sotto spoiler perché è bello grosso.

[SPOILER]In sostanza, a un certo punto della storia Eddie e Roland si trovano a parlare con Stephen King stesso, lo Stephen King del 1977, quello alcolista tanto per capirci. King si rappresenta in modo divertito, autoironico e sincero, mostrando quali fossero i suoi punti deboli all’epoca, i suoi lati fragili, e si rimprovera attraverso i suoi personaggi. Non che sia quello lo scopo della sua apparizione, ma quando Eddie osservandolo commenta con un po’ di distacco e un po’ di apprensione che beve un po’ troppo bé, non si può non notare uno sguardo rassegnato e quasi di scusa dell’autore verso il proprio passato. Oltre a essere geniale di suo, l’inserimento dell’autore stesso come personaggio (non è originale, va detto, ma sicuramente fa il suo effetto e risulta senz’altro inaspettato) costituisce anche uno svolgimento non banale di un nodo della trama che risulterà fondamentale negli eventi del libro successivo. Stephen King è la voce di Gan, il mezzo attraverso il quale viene narrata la storia di Roland, tant’è vero che alla fine della sua visita il pistolero lo esorta a continuare a scrivere, a non lasciare la serie in sospeso, altrimenti la sua ricerca della Torre Nera non avrà mai una fine. La cosa interessante è che questo prende spunto da una storia vera: c’è stato un momento in cui Stephen King ha sognato che i suoi personaggi venissero a fargli visita e lo esortassero a continuare! [SPOILER]

In questo volume non vengono introdotti molti personaggi nuovi, non importanti almeno, a parte Mia, che viene approfondita e dotata di una personalità interessante e sfaccettata. Quello che fa King a questo giro è concentrarsi (come del resto aveva già fatto ne I lupi del Calla con Jake) sullo sviluppo dei personaggi che ha già, e qui siamo al turno di Susannah. Susannah, come dicevo nelle recensioni precedenti, era il membro del ka-tet che si faceva sentire di meno, quello che non è che attirasse meno le simpatie del lettore ma che sicuramente era non era presente quanto gli altri, non restava altrettanto impresso. Quel genere di personaggio che resta sullo sfondo della storia e dopo due giorni che hai chiuso il libro già lo hai dimenticato. Ecco, non so se Stephen King si sia accorto di questo in corso d’opera, se fosse tutto già programmato, se sono io che penso troppo o se è colpa del Chupacabra, comunque in questo romanzo il punto di vista di Susannah viene assunto in modo stabile (per ovvie ragioni, visto che rimane separata dagli altri quattro dall’inizio alla fine), e questo permette al lettore di conoscerla bene, di imparare ad apprezzarla non solo come soprammobile di contorno tanto bello e simpatico ma di avere con lei un rapporto profondo e diretto come quello che ha con gli altri personaggi. Insomma, se siamo arrivati a leggere al sesto libro non è soltanto perché vogliamo sapere se Roland troverà la Torre Nera. Certo, quello è importante, ma quello che conta sul serio non come finirà la storia, ma come finiranno i personaggi. Perlomeno, questo vale per me, non so per gli altri. Io sono arrivato al punto che quello che mi importava era trascorrere del tempo con i protagonisti, più che la trama in sé. Ed è bello finalmente avere occasione di legare anche con Susannah, oltre che con gli altri quattro.

Padre Donald Callahan contro Barlow il vampiro.

Il ritmo del romanzo procede in modo incalzante e imprevedibile. Un po’ grazie ai colpi di scena, un po’ grazie alla sequela di eventi che si verificano uno dietro l’altro, ho trovato difficile staccarmi dalla lettura. Lo stile coinvolgente di King unito alla sua capacità di interessare e generare tensione trascina il lettore in una spirale dalla quale è impossibile uscire finché non ha concluso il libro. Parlo per me, ma io avevo una curiosità pazzesca di sapere che cosa sarebbe successo, che altra idea inaspettata Stephen King avrebbe tirato fuori dal suo cappello a cilindro. A tutto questo va aggiunto l’effetto che fa il finale, un brano tratto dal diario di un personaggio che non svelo per non fare spoiler, che visto quello che è stato detto nel libro pare annunciare che gli eventi precipiteranno in modo incontrollabile se non verrà fatto qualcosa. C’è un altro fattore che sconvolge il lettore nella lettura del finale, ma non posso rivelarlo per questioni di spoiler.

Non che vada proprio tutto bene, qualche critica da muovere la ho. Per esempio, l’inizio è più lento del resto del romanzo, e a volte si perde un po’. Esempio. Chiunque abbia letto un libro di Stephen King sa che questi conosce tutti i suoi personaggi, dal primo all’ultimo, come le sue tasche. Ed è un’ottima cosa, è il motivo per il quale sono così ben caratterizzati. Ecco, però non è necessario che anche il lettore li conosca uno per uno come se li conoscesse da quando andavano all’asilo insieme. Con i personaggi importanti è buono e giusto e importante che sia così, con quelli che appaiono per tre pagine no. Anzi, è da evitare. Ne La canzone di Susannah ci sono qualcosa come una quindicina di pagine dedicate a un personaggio che nella vicenda ha un ruolo marginale, sparisce subito dopo e non apparirà mai più. Ma a che sono servite? Dai, è un errore da dilettanti, lo fa Regazzoni per dirne una, non posso trovarlo in un romanzo di Stephen King, romanzo che per quanto riguarda tutti gli altri aspetti si mantiene su ottimi livelli. Mi rendo conto che sia un peccato veniale, ma mi ha comunque lasciato l’amaro in bocca. Non doveva esserci, bastava così poco per evitarlo!

IN CONCLUSIONE


A parte quello che ho appena scritto ciò di cui posso lamentarmi è davvero poco e insignificante. La canzone di Susannah è un ottimo romanzo, coinvolgente ed efficace, che, pur essendo in modo scoperto un ponte tra il quinto e il settimo volume, raggiunge livelli eccellenti di caratterizzazione personaggi, colpi di scena e tensione. È un tipico esempio in cui il libro-ponte verso il volume finale non funziona da semplice connettivo in cui il brodo viene allungato. La canzone di Susannah ha molto da dire, davvero davvero molto, e questo si sente.

Siamo quasi alla fine ormai. La Torre Nera è sempre più vicina. Stringiamoci al nostro Din e prepariamoci all’ultima parte viaggio.


VOTO:

venerdì 24 febbraio 2017

Recensione - I lupi del Calla di Stephen King (Torre Nera #5)

Accennavo sulla pagina fb che sto avendo miliardi di cose da fare in questo periodo e poco tempo per dedicarmi ad altro. Voglio però riprendere a postare con regolarità. Questo è quindi l’inizio di una nuova serie di post che (si spera) non avranno più un mese tra uno e l’altro.

Tengo fede alla promessa che facevo tempo fa. Dopo mesi che siamo lontani torniamo perciò nel Medio Mondo, a trovare Roland e i suoi compagni dove li avevamo lasciati, oltre la città degli smeraldi in stile Mago di Oz, dopo la morte di Tick Tock (con somma gioia di tutti i lettori che come me lo avevano odiato), di nuovo in cammino lungo il sentiero del Vettore. Sono certo che anche a voi è mancata la compagnia di Jake, Susannah, Eddie, Oy e Roland, sono certo che anche voi come me non vedete l’ora di incontrarli di nuovo.
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Titolo: I lupi del Calla
Autore: Stephen King
Anno: 2003                                                     
Editore: Sperling &Kupfer
Pagine: 643




TRAMA

Dopo il mega flashback di La sfera del buio torniamo alla carica con una bella carrellata di eventi. Eddie e Jake viaggiano a Contezza e tornano da Calvin Torre, l’uomo che in Terre desolate aveva venduto a Jake il libro di Charlie Ciù-Ciù, qualcosa di pericoloso e sconosciuto comincia ad albergare dentro Susannah, qualcosa di cui Roland ha ben presto consapevolezza, e il gruppo giunge a Calla Bryn Sturgis, un paese che da tempo ormai è vessato da una dannosissima piaga. Ogni 23 anni dei banditi chiamati lupi giungono a Calla e rapiscono un bambino dalle coppie di gemelli. I piccoli vengono restituiti tempo dopo danneggiati nella mente in modo irrimediabile, ridotti a uno stadio di stupidità, destinati a crescere molto e in modo rapido e a morire molto giovani. Il ka-tet di Roland decide di aiutare il paese a difendersi dall’arrivo dei Lupi, che ormai è solo questione di settimane. Sembra solo un momento di stacco dal viaggio, ma in realtà a Calla Bryn Sturgis c’è molto che a Roland e compagni potrebbe interessare conoscere e che potrebbe diventare di fondamentale importanza per la loro missione.

LA MIA OPINIONE


Stiamo parlando di Stpehen King. Quando Stephen King scrive qualcosa che non mi piace lo si capisce da come ne parlo anche dalla prima parola. Lo stesso per quando scrive qualcosa che mi piace. Quindi immagino che ci siano pochi dubbi a proposito, penso che nessuno di voi sia stato anche solo sfiorato dall’idea che io non abbia apprezzato I Lupi del Calla.

"Cameriere! Due aramostre, subito!"

Siamo al quinto volume della serie, potrebbe essere legittimo aspettarsi che la narrazione cali un po’, che comincino a essere date delle risposte agli interrogativi posti nei libri precedenti e che queste non soddisfino le aspettative, potrebbe essere legittimo aspettarsi di tutto di negativo. Voglio dire, il numero 5 porta male. Il quinto volume di Tokyo Ghoul è quello che mi è piaciuto di meno. Il quinto libro di Harry Potter è un mattonazzo gigantesco. Il quinto volume di Hunter x Hunter è una deviazione dalla trama, bella quanto volete ma pur sempre una deviazione. Più in generale, capita che i libri centrali di una serie siano più deboli rispetto a quelli iniziali e a quelli finali, perché la trama risulta allungata un po’ troppo e molti eventi suonano solo come dei riempitivi in attesa del gran finale. Bé, a onor del vero sulle prime I Lupi del Calla sembra davvero tanto un filler in stile episodi di Garlick Jr. in Dragon Ball tra la saga di Freezer e la saga di Cell. Mentre leggevo il primo capitolo nella testa avevo un solo pensiero, che può sintetizzarsi in “tutto bello, ma che c’entra?”. Non è nemmeno da dire che mi sbagliavo, e basta arrivare al punto del viaggio a Contezza per rendersi conto che di carne al fuoco ne viene messa parecchia. Altro che filler. Una delle cose più interessanti è sicuramente la faccenda del numero diciannove, che è davvero la cosa che più attira chi legge, forse anche grazie alle battute che Eddie ci costruisce sopra, come «andare a diciannove» per dire andare in fumo. In breve, comunque, la cosa è questa: capita che in quasi ogni cosa sia possibile trovare questo numero. Il robot Andy usa la Direttiva Diciannove, i personaggi hanno nomi di diciannove lettere, eccetera. Davvero davvero coinvolgente, io non vedevo l’ora di sapere dove avrebbero portato tutte queste coincidenze!

L’apparizione nella storia di alcuni libri scritti dall’autore stesso è un altro fatto che mi è piaciuto molto, aggiunge sale alla trama, ed è un’altra caratteristica che invita molto la lettura. Direi che una delle qualità principali del libro è questa, offrire tutta una serie di fatti curiosi che verranno spiegati successivamente e che lì per lì mettono moltissima voglia di continuare. E rendono il romanzo particolare, avvincente e stimolante.

Il diciannove avrà a che fare con i templari?

Da questo libro comincia a vedersi un filo conduttore preciso e lineare, molto più che nei romanzi precedenti. Diciamoci la verità, i primi quattro libri possono essere considerati degli stand-alone. Almeno nella misura in cui possono esserlo considerati anche i libri di Harry Potter, non so se mi spiego. Le vicende della storia principale si sviluppano in tutta la serie, ma in ogni libro c’è una trama che comincia e si conclude. Non che questo sia un male, anzi, né significa che l’autore si comporti così perché ancora non conosce come evolverà la storia (la carissima Rowling lo sapeva mentre zio Steve non ne aveva la minima idea, eppure nessuno si lamenta). Dicevo, dunque, che da questo libro non c’è più nulla di episodico, ma il plot va a distendersi in maniera uniforme nei vari romanzi. È vero che c’è una vicenda che ha un inizio e una fine, ma le cose lasciate a metà sono talmente tante e importanti che ha davvero poco senso pensare che possa essere considerato autoconclusivo, anche in senso lato.

Questo è sicuramente un punto di miglioramento per la storia. Non nascondo che quando Stephen King si inventava le cose più strane senza sapere come le avrebbe spiegate questa sua ignoranza di fondo non si notava per niente, anzi, dissimulava proprio bene. Era un mago a cui riesce il trucco ma neppure lui sa come fa. Devo però anche aggiungere che ora che sa quello che fa e che ha in mente tutto lo svolgersi della vicenda fino alla fine la narrazione acquista forza ed energia in più. Non so bene spiegare come né perché, sta di fatto che la penna pare scrivere in modo più sicuro, più energico. Forse è semplicemente una mia impressione, dovuta al fatto che so che ora King non improvvisa più, non lo so, sta di fatto che l’ho sentita. E mi ha fatto molto apprezzare la lettura.

La saga della Torre Nera si configura ne I lupi del Calla, anche se già indizi di ciò si potevano trovare ne La sfera del buio, come centro della produzione kinghiana, come fulcro attorno al quale ruotano tutte le storie che ha scritto. In senso letterale: è mostrata la via attraverso la quale si giunge ai vari presenti alternativi in cui sono ambientate. Non stupisce dunque che appaiano delle vecchie conoscenze per i Fedeli Lettori. Prima di dire a che cosa mi riferisco, andiamo con ordine.

Non so se avrò mai l’occasione di parlarne in modo puntuale qui, comunque Le notti di Salem, il secondo romanzo di Stephen King, quello che lo ha etichettato in modo definitivo come scrittore di horror, a me non è piaciuto. Non è Abyss naturalmente, ma siamo lontani da quello che può definirsi un libro anche solo accettabile. Comunque, tra le poche cose che salvo ci sono il personaggio di padre Donald Callahan e la scena del suo confronto con il vampiro, che è un piccolo capolavoro di tensione in mezzo a eventi che la tensione non sanno fare altro che ammazzarla. Ecco, ne I lupi del Calla il prete fa la sua comparsa (e anche come un personaggio importante!), e la scena con il vampiro viene riproposta in modo praticamente identico. Tra l’altro, ne Le notti di Salem la storia di padre Callahan viene narrata fino a un certo punto e poi basta, viene abbandonato, così di punto in bianco, senza che nulla fosse concluso. Zio Steve ha poi dichiarato che all’epoca non sapeva perché aveva sentito di dover lasciare a metà le vicende del prete, e quando ha cominciato a scrivere la Torre Nera si è reso conto che doveva riprenderlo, che lo aveva abbandonato in attesa di riprendere a raccontare la sua storia insieme a Roland e compagni. Sappiamo tutti che Stephen King dice che le sue storie si costruiscono da sole e che lui si limita soltanto a raccontare quello che i personaggi fanno di propria spontanea volontà, quindi in quest’ottica il suo discorso ha senso. Comunque sia, padre Callahan è un personaggio che se non è né simpatico né piacevole è comunque ben caratterizzato e perciò è se non altro interessante sentire raccontare di lui, perciò non può che essere positiva la sua apparizione.


Padre Callahan si prepara ad affrontare i vampiri.

Il romanzo tiene il ritmo abbastanza bene, va detto. In pratica, il grosso del libro si focalizza sul periodo in cui Roland, Eddie, Jake, Susannah e Oy attendono i lupi a Calla Bryn Sturgis, preparando nel frattempo un piano per sconfiggerli insieme agli abitanti. Si intersecano a questo varie altre sottotrame, alcune che poi andranno a rivelare eventi molto importanti per quanto succederà nei volumi successivi. Il tutto non annoia, anche se bisogna dire che la parte in mezzo è più sotto tono rispetto all’inizio e alla fine. Non dico che sia inutile o che si trascini implorando il lettore di mettere fine alla sua lenta agonia, non dico che sia un palese cumulo di vuoto come le pagine tra 70 e 510 de Il richiamo del cuculo (a me la Rowling giallista non piace, dite quello che volete ma mi ha annoiato a morte), ma non è neppure un focolaio di eventi che si susseguono uno dietro l’altro senza lasciare un attimo di respiro. Del resto, questo è un fatto che ho notato in molti romanzi di Stpehen King, anche quelli più acclamati. Un solo esempio, 22/11/63. Non ditemi che la parte a metà del libro non l’avete trovata molto meno scorrevole del resto, perché allora abbiamo letto due cose diverse.

Ad ogni modo questo non significa che il libro non si legga bene, anzi. Riesce a suscitare la quantità di interesse sufficiente per permettere di continuare senza stancarsi. La trama è ben costruita e ben articolata, e per questo il colpo di scena finale, per quanto intuibile, comunque riesce a creare nel lettore quella giusta quantità di stupore. Insomma, parte un po’ sotto tono o meno, si lascia seguire in modo piacevole e a tratti appassionante.

Non serve, credo, che spenda altre parole sulla scrittura di Stephen King. King scrive da dio e lo sappiamo, e questo libro non fa eccezione. Una scena in particolare verso la fine è scritta in modo fantastico, ma non aggiungo altro per non fare spoiler, e poi, come dicevo prima, anche il confronto tra Callahan e Barlow è un fantastico picco di stile. Ma tutto il libro si mantiene su livelli invidiabili.

Un vecchio di Calla Bryn Sturgis contro uno dei lupi.

Non mi dilungherò nemmeno sui personaggi principali, ormai li conosciamo da quattro libri e sappiamo che sono caratterizzati in modo ottimo. L’unico aspetto notevole a questo proposito è la crescita di Jake, che comincia a svilupparsi durante la storia e si conclude alla fine del libro, con la sua prima sigaretta a significare il suo definitivo passaggio a un’età maggiore. È un momento abbastanza delicato e toccante, reso molto bene, e questo non può che essere buono, visto che parliamo di uno dei personaggi migliori della storia. Sarà da questo libro in poi che il legame tra Jake e Roland diverrà sempre più stretto.

I personaggi nuovi, invece, a parte padre Callahan, ovvero gli abitanti del Calla, sono caratterizzati in modo vario, chi meglio e chi peggio a seconda di quanta importanza hanno poi nella storia. Di conseguenza in certi casi si poteva fare di meglio in certi di peggio, ad ogni modo che personaggi minori siano caratterizzati peggio non costituisce certo un problema.

IN CONCLUSIONE


I lupi del Calla è un signor romanzo, che unisce bene lo stile autoconclusivo dei precedenti con quello scopertamente continuativo del successivo. Un ottimo libro, dunque, che proietta la saga della Torre Nera verso un penultimo volume che, visti gli eventi del finale, aprirà porte (in senso anche letterale!) per nuove possibilità e nuovi sviluppi imprevisti.

VOTO:
 

sabato 18 febbraio 2017

Commento integrale al Liber di Catullo. Carme 1.


Più di un mese fa avevo annunciato il commento a Catullo, ignaro del fatto che non avrei potuto scrivere in modo continuativo per parecchio. Ora finalmente riesco a dedicarmi a questo progetto, in ritardo sulla tabella di marcia di almeno due poesie. Quasi tre. Oh, bé, poteva andare peggio immagino.

Quindi, dopo la lezioncina noiosa ma necessaria dell’altra volta lanciamoci subito nel vivo dell’azione. Vediamo subito il primo carme del Liber, prima nel testo originale e poi in traduzione.


Cui dono lepidum novum libellum
arida modo pumice expolitum?
Corneli, tibi: namque tu solebas
meas esse aliquid putare nugas
iam tum cum ausus es unus Italorum
omne aevum tribus explicare cartis
doctis, Iuppiter, et laboriosis.
Quare habe tibi quicquid hoc libelli
qualecumque; quod, patrona virgo,
plus uno maneat perenne saeclo.

A chi dedico questo libretto bello nuovo,
appena levigato con l’arida pietra pomice?
A te, Cornelio: infatti tu eri solito
pensare che le mie stupidaggini valgano qualcosa,
già allora, quando, unico tra gli italici,
hai osato raccontare la storia di tutte le epoche in tre libri
eruditi, per Giove, e laboriosi!
Accetta questo libretto, qualunque cosa 
valga; possa, o vergine protettrice,
durare perenne oltre un secolo.


Il metro, per chi fosse interessato, è l’endecasillabo falecio. La mia traduzione non è il massimo, me ne rendo conto, a volte è faticosa e in certi punti usa termini che non direbbe nemmeno vostra nonna. Ma sono sicuro che se aveste voluto una buona traduzione sareste andati a leggervi Quasimodo, e non Aproposidoketon. Quella che ho riportato qui ha lo scopo semplicemente di costituire un buon parallelo tra testo in latino e testo in italiano, in modo tale che, se uno volesse, potrebbe istituire con facilità un confronto.

Un endecasillabo falecio.

Da dove cominciare? Questo componimento, in quanto primo della raccolta, è davvero succoso e ricco di informazioni. È senza dubbio una poesia programmatica, c’è disaccordo tra gli studiosi se Catullo l’avesse pensata come proemio all’intero Liber così com’è giunto a noi oppure soltanto alle prime sessanta poesie, affermando così implicitamente che l’opera catulliana era stata concepita non come un libro solo ma come più opere. Non ho elementi a sufficienza per schierarmi con una di queste posizioni, o eventualmente per prenderne una mia, né penso che in questo caso faccia una particolare differenza appoggiare l’una o l’altra idea. Per semplicità, perciò, supporrò che questa poesia costituisca il preambolo di tutto il Liber. 

Il contenuto é semplice: ci troviamo di fronte alla dedica del libro, destinata a Cornelio Nepote. Questa scelta non é casuale, né é dovuta esclusivamente a un rapporto d'amicizia che legava i due, ma può essere collegata a precise linee di poetica di Catullo, che egli ritrova nell'opera di Nepote. Tornerò su questo nello specifico in seguito, per ora é importante ricordare chi fosse Nepote: amico di Attivo e Cicerone (del quale é all'incirca un contemporaneo, nasce nello stesso periodo ma muore alcuni anni dopo di lui) fu autore di opere note più per la grande erudizione che le caratterizzava che per l'eleganza o la bellezza dello stile. L'unico dei suoi scritti giunto fino a noi é il De viris illustribus (raccolta di biografie di uomini famosi), anche se originariamente doveva contare sedici libri, mentre né é pervenuto unio soltanto. Aveva scritto anche gli Exempla (opera in cinque libri nella quale venivano elencati esempi di festa di valore compiute da personaggi del passato) e i Chronica, che narravano in tre libri per tavole sinottiche eventi storici avvenuti in luoghi diversi del mondo. É proprio ai Chronica che si riferisce Catullo in questa poesia.

Detto questo andiamo con ordine. Già il primo verso si rivela molto interessante, in quanto delinea due aspetti essenziali della poesia catulliana. In primo luogo è molto importante l’uso dell’aggettivo lepidus, parola fondamentale nella produzione di tutti i poeti neoterici. Lepos significa “grazia”, ed era una delle qualità che i neoteroi, attingendo dalla tradizione letteraria alessandrina e da Callimaco in particolare, attribuivano alle proprie poesie: non versi aspri, ma garbati e arguti, conditi con un pizzico di leziosità dovuta all’uso dei diminutivi. E proprio con un diminutivo (libellum significa “libretto”) Catullo definisce subito dopo la propria opera, collocandola così in modo inequivocabile nel solco della nuova poesia. Questo primo verso da solo segna con una linea di demarcazione incancellabile tra il Liber di Catullo e tutta la poesia che lo precede. L’opera è neoterica dall’inizio alla fine, e Catullo vuole metterlo in chiaro fin dall’inizio. In quest’ottica la parola novus, che accompagna il libellum insieme a lepidum, può essere intesa non soltanto in senso di “nuovo”, “appena scomposto”, ma anche di “innovativo”. È indubbio a mio parere che Catullo volesse intendere anche questo con l’uso di questa parola, perché così facendo va a caratterizzare ulteriormente la già ben marcata modernità che è concentrata in questo endecasillabo falecio d’apertura. 


Un pezzo di Catulio.

C’è di più oltre a quanto detto finora. Questo primo verso contiene anche un allusione all’opera di un poeta di età ellenistica, ovvero Melagro di Gadara. Il riferimento è al primo verso (dettaglio non certo casuale) della poesia di apertura della sua antologia, che raccoglieva poesie sue e di molti altri autori, come lui stesso ci tiene a sottolineare, e che ci è tramandata nel libro IV dell’Antologia Palatina. Questo verso recita così:

Μοῦσα φίλα, τίνι τάνδε φέρεις πάγκαρπον ἀοιδάν;

Cara Musa, a chi porti questo canto dai molti frutti?

In caso ve lo steste chiedendo la risposta è no, non ho l’Antologia Palatina intera a casa da consultare, però ho un internet intero che supplisce senza problemi. Le somiglianze con il verso di Catullo sono talmente evidenti che non serve stare troppo tempo a sottolinearle. Qual è dunque lo scopo di questa evidente citazione? La risposta è che essa costituisce la non dichiarata affermazione di un altro principio di poetica, che Catullo e anche gli altri neoteroi avevano fatto proprio, e che deriva dall’influenza della letteratura di età ellenistica. Si tratta dell’intertestualità, che aveva come fine il dimostrare la grande erudizione dell’autore. Infatti più ricercata era la citazione maggiore e più raffinata appariva la sua cultura. Siamo una seconda volta di fronte a un elemento della poesia alessandrina, che a questo punto possiamo definire con abbondanza di prove antecedente imprescindibile della poesia neoterica.

Può quindi sorgere spontaneo un dubbio. Sappiamo che tutta la poesia latina nasce dall’esperienza letteraria di età ellenistica. Dove risiede dunque l’originalità dichiarata in modo implicito ed esplicito da Catullo, se per ora ciò che dichiara era presente anche nella poesia di Ennio e Livio Andronico, per citarne soltanto un paio?
Nepote. Notare la gioia immensa che prova a essere citato da Catullo.

La differenza consiste nel riutilizzo del modello ellenistico. Ennio, nel proemio degli Annales, si dichiara sia poeta filologo sia reincarnazione di Omero, mostra sé stesso come naturale continuatore della poesia più antica e della poesia nuova, di punto d’incontro tra due tradizioni diverse della poesia greca con anche la tradizione latina. Ennio si presenta come nuovo Omero ma anche come nuovo Callimaco, nuovo poeta erudito. Anche Catullo vuole essere poeta erudito, ma della tradizione precedente recupera un aspetto che la poesia che veniva prima di lui aveva trascurato. La letteratura ellenistica mostra un gusto particolare per tutto ciò che è piccolo, quotidiano, particolare e per traslato tecnico. Mostra sì gli eroi e gli dèi ma ama anche mostrare gli uomini nella loro vita di tutti i giorni, nella loro semplicità e ingenua bellezza, tratteggiando dei quadretti molto particolareggiati e vividi. In una poesia come quella di Ennio il lepos o l’uso frequente di diminutivi non avrebbero avuto senso, l’attenzione non è rivolta al piccolo ma a ciò che è solenne, epico, e il poeta diventa istruttore della comunità. Mentre per esempio avrebbero potuto avere senso in un mimiambo di Eroda, o in un idillio di Teocrito.

Catullo e gli altri poetae novi, quindi, vogliono sì ricercare l’erudizione e la raffinatezza ma in un ambito diverso dai loro predecessori, e anche più vicino alla sensibilità e al gusto di un poeta ellenistico. Per questo assumono anche un'altra regola di poetica di età ellenistica, ovvero la brevitas (“brevità”), che contrastava contro la lunghezza spesso eccessiva dei poemi delle epoche precedenti. Infatti il carme 1 di Catullo è lungo una decina di versi mentre quello di Meleagro, che pure è modello diretto, supera i 50. Anche nei carmina docta, quando il canto si eleva e la poesia diventa più lunga, l’attenzione del poeta resta comunque sui dettagli, si focalizza sugli aspetti più intimistici o psicologici delle vicende. Il carme 64, per fare un esempio, è un epillio (“piccolo epos”) eppure ha ben poco di epico e solenne, è piuttosto avvolto da un velo di malinconia, di lontananza crepuscolare che somiglia alla sensazione che danno i ricordi d’infanzia. Questa è la quintessenza dell’originalità di Catullo e degli altri neoteroi, è il cuore pulsante che anima la loro poesia.

"Qualcuno ha detto cuore? Posso darvi una mano io"

Temo di avere divagato, ma credo che questo discorso sia fondamentale per capire davvero Catullo. Comunque, ora posso tornare al commento puntuale dei versi. Passando perciò all’endecasillabo successivo, Catullo specifica ulteriormente quanto sia recente il suo libretto, addirittura è appena stato levigato dalla pomice (termine qui usato al femminile ma di solito maschile in latino), cioè è stato proprio concluso da poco. Nel terzo verso si risponde alla domanda del primo, e appunto viene indicato Nepote come destinatario della dedica del Liber. Mentre raccontavo chi fosse Nepote accennavo alle ragioni di questa dedica. Ce ne sono due: una esplicita e l’altra no. Quella esplicita è dichiarata nel verso successivo: Nepote ha sempre pensato che le poesie di Catullo avessero un qualche valore, e quindi è più che giusto che a lui sia dedicato il libro che le contiene. La ragione implicita è naturalmente più importante dal punto di vista poetico, e va dedotta da quello che viene detto nei tre versi successivi. 

Viene menzionata soltanto una delle tre opere di Nepote, i Chronica, dei quali ho già parlato. Ecco, questo è stato in passato oggetto di un’interpretazione critica scorretta: si pensava che Catullo chiamasse in causa i Chronica in quanto opera di storia universale (e quindi monumentale) in netta contrapposizione con la brevità del suo libretto, che pure non è meno laboriosus dello scritto di Nepote. In realtà non è così, e basta riflettere un attimo sulla questione per rendersene conto. Può essere utile attuare un confronto. I Chronica era lunghi tre libri. Livio scrive un’opera storica su Roma che copre un arco di circa settecento anni, e per farlo impiega centoquarantadue libri. Quanti libri sarebbero dovuti servire per una trattazione esauriente della storia universale di ogni parte del mondo conosciuto? Sicuramente molti più di tre! Di conseguenza possiamo pensare che l’opera di Nepote non fosse affatto monumentale come l’argomento potrebbe indurre a credere, ma che anzi fosse particolarmente ridotta. Possiamo affermare cioè che facesse della brevitas un proprio punto di forza fondamentale. Ecco quindi che si esplicita il filo conduttore nascosto tra Nepote e Catullo, un aspetto di poetica comune e innovativo rispetto alla tradizione. Quindi Nepote non viene nominato per creare un contrasto, ma anzi, per instaurare un legame e quindi in modo implicito per aggiungere altra carne al fuoco alla dichiarazione di originalità e di principi compositivi contenuta nel primo verso.

L’adesione alla tradizione della poesia latina si nota nell’uso frequentissimo di figure di suono, quali l’allitterazioni e l’omoteleuti. Per quanto riguarda le prime troviamo, per esempio, ausus es unus, per quanto riguarda i secondi lepidum novum libellum, poi solebas meas nugas e doctis laboriosis (ma potrei citarne altri). Le figure di suono sono quindi il principale ponte tra Catullo e il passato, e hanno lo scopo di sottolineare punti importanti della poesia.

L’ottavo verso invita Nepote a prendere il Liber per quello che è. Non è del resto la prima affermazione di modestia del componimento, anche il nugas del quarto verso ha un significato analogo. Ovviamente quella di Catullo è una modestia di rito, e questo appare evidente nell’ultimo verso. Qui la Musa (invocata come patrona virgo) viene invitata a proteggere l’opera, e a farla vivere perenne per più di un secolo. L’ossimoro tra l’enfatico “perenne” e il modesto “più di un secolo” svela l’ironia contenuta nella’umiltà di Catullo, che appare invece del tutto consapevole della grandezza della propria poesia. 

L'opera di Catullo durerà molto più di questo libro!

Siamo giunti alla fine, tiriamo quindi le conclusioni del commento di questo primo carme. Per quanto riguarda il contenuto costituisce la dedica del libro a Nepote, sul piano interpretativo svela i punti focali della poetica di Catullo: brevitas, erudizione (in latino doctrina), raffinatezza, attenzione al piccolo e al quotidiano. Questi principi derivati dalla poesia ellenistica si uniscono alla forma e alle figure retoriche tipiche invece della tradizione latina.

La presenza di un proemio potrebbe fare pensare a una sistemazione organica delle poesie, ma vedremo che non è così. Non siamo di fronte a un canzoniere in stile Petrarca, ma anzi, siamo quanto più lontani possibile da un’idea del genere di raccolta poetica. Comunque, tutto questo sarà più chiaro leggendo le prossime poesie. Per ora ho parlato fin troppo. Giuro che comunque i prossimi commenti saranno più brevi, questo era lungo perché la poesia proemiale è sempre densissima di significato. Con le altre andremo più spediti. La prossima poesia che ci aspetta è quella dedicata al passero di Lesbia in vita. Spero di riuscire a pubblicare il commento il prima possibile, in modo da tornare in carreggiata con pubblicazioni più o meno costanti. A presto!

domenica 15 gennaio 2017

Che cos'ha che non va Dragon Ball Super

Siete tutti tornati dalle vacanze? Avete mangiato come se non ci fosse un domani, vi siete imbottiti peggio degli hamburger dell’Heart Attack Grill? Molto bene! Non c’è nulla di meglio per tornare sul pezzo (e per fare da contraltare alla festosità dilagante che cominciava a essere troppa, con Natale Capodanno ed Epifania a distanza ravvicinata non finisci di fare gli auguri per uno che già ti arrivano quelli per il successivo) che parlare di qualcosa che non mi piace, e che è stato portato in Italia proprio durante queste vacanze. Quindi udite udite, forse per la prima volta nella storia del blog parlerò di un argomento che è vagamente attuale (non che parlare di attualità mi interessi particolarmente, altrimenti non gestirei un blog dedicato alla cultura antica).

Dragon Ball Super è giunto sui nostri schermi il 23 dicembre grazie a Merdaset, che dopo la cinquantesima replica di fila della serie Z ha pensato che fosse una buona idea trovare qualcosa di nuovo. Io tendenzialmente guardo pochissima tv, però ecco, quando l’ho saputo ho detto, perché no? Del resto con Dragon Ball ci sono cresciuto, da piccolo lo avrò guardato almeno venti volte (non sto scherzando, mi piaceva talmente tanto che registravo ogni puntata per poterla riguardare. Non fate quella faccia, ognuno ha avuto le sue fisse autistiche quando era piccolo) e quindi chissà che non avrei potuto divertirmi e appassionarmi un po’ come facevo allora. Quindi vuoi la nostalgia, vuoi la curiosità, mi sono messo a guardarlo. E sì, in caso ve lo steste chiedendo la gente parla ancora di “eliminare” invece che “uccidere”, si insulta ancora dicendo “essere spregevole” (che comunque detto con la voce di Vegeta ha un che di nostalgico) e via dicendo. Goku non dice più urca però. I cambiamenti.

Vi siete imbottiti come questo panino?
Ma non è dell’adattamento Mediaset che volevo parlare. Volevo spendere due parole per dire un po’, dopo averne visto la bellezza di ventisette episodi, se questo Dragon Ball Super valga la pena di essere guardato oppure no. Questa però non è una recensione (anche perché teoricamente qui non recensisco anime, poi è il mio blog quindi ci faccio quello che voglio, ma questo è un altro discorso), è una D.I.E.T.A., perché non voglio limitarmi a esprimere la mia opinione ma voglio anche fare un discorso più ampio, ovvero spiegare un po’ come DB Super riprenda caratteristiche, strutture e moduli della serie originale e li riutilizzi, se con buoni effetti oppure no lo vedremo più avanti. Quindi alla fine dirò se mi è piaciuto o no (dal titolo qualcuno di voi potrebbe già intuire), ma lo farò attraverso un discorso diverso da quelli delle recensioni, ponendomi da un punto di vista differente.

Per ora in Italia sono state messe in onda due saghe, quella dedicata al signore della distruzione Lord Bills e  alla sua ricerca del super Sayan god e quella che racconta del ritorno in vita di Freezer, e della sua volontà di vendicarsi dei Sayan che lo hanno fatto fuori. Ora, ritengo utile fare due discorsi separati riguardo queste due saghe, perché presentano tratti differenti e a loro modo reinterpretano (in meglio o in peggio che sia) in modo diverso quello che era lo schema di Dragon Ball di gestire le vicende nel loro svolgimento. Cominciamo quindi parlando di Lord Bills.

Chiunque abbia guardato anche solo una puntata di Dragon Ball (ovvero il 99% degli italiani, é improbababile non essere mai incappati in qualcuna delle repliche di Italia 1) si é potuto rendere conto che non é che fosse esattamente un campione di velocità. C'erano intere puntate in cui la trama non proseguiva di una virgola e i personaggi non facevano altro che pestarsi tutto il tempo con il risultato che la situazione a fine episodio si era di fatto nella stessa situazione dell'inizio. Questo, se da un lato era fastidioso, era in qualche modo legittimato dal fatto che l'anime doveva tenere le distanze dal manga e quindi doveva per forza proseguire più lentamente. E poi diciamoci la verità, i combattimenti erano così epici che non importava che la trama non proseguisse, anzi, a volte si voleva che durassero di più.

Questo a proposito del Dragon Ball originale. E il Super? Bene, vi farà piacere sapere che anche il Super (AAAAAAARGH) é stralento. E ora gli sceneggiatori non possono più giustificarsi perché poveri cari mica possono superare il manga. Anzi, questa poteva essere proprio l'occasione per dare all'anime di Dragon Ball una bella dose di snellezza e di fluidità. Non riesco a capire la scelta di proseguire con ritmi biblici e l'unico motivo per il quale le saghe durano quindici episodi invece che novanta come l'originale é che la trama é ridotta ai minimi termini, quindi anche ad allungarla finisci relativamente presto. Che poi, se si dilungassero in combattimenti coinvolgenti come la serie Z sarebbe quasi apprezzabile, ma le digressioni qui sono decisamente inutili, tipo la parte dedicata a Pilaf o quella della morra cinese. Sono soltanto diramazioni evitabili che vorrebbero suonare comiche ma, almeno per quel che riguarda me, hanno annoiato e basta.

Lord Bills e suo fratello gemello.
Passiamo a parlare della trama. Akira Toriyama era un autore molto abile, e si era di certo reso conto che, siccome aveva dato ai combattimenti un ruolo molto importante nella sua storia, doveva gestirli molto bene, altrimenti avrebbe rischiato di affossare del tutto la trama sotto un cumulo di risse senza capo né coda. Perciò i combattimenti importanti sono quasi sempre rimandati il più possibile, e di solito si inserisce una quest secondaria che però é fondamentale per realizzare l'obiettiivo dei protagonisti, che di solito, sotto sotto, altro non é che sconfiggere l'antagonista di turno. Nel caso della saga di Freezer si tratta di trovare le sfere del drago, nel caso di Cell impedire che questi trovi C-17 e C-18, nel caso di Majin bu imparare a padroneggiare la fusione. La saga di Lord Bills tenta più o meno di fare una cosa del genere: quando il signore della distruzione attacca la nave dove si svolge il compleanno di Bulma (non commento) Goku si trova da unaltra parte, e arriverà soltanto nel momento del bisogno. Oltre che essere già visto, è pure un metodo abbastanza fiacco per rimandare il combattimento finale, che infatti si svolge praticamente subito dopo, rallentato soltanto dalla puntata imbarazzante della morra cinese. Non c’è tensione, non c’è aspettativa, non c’è niente, ci si trova catapultati al climax finale (Goku vs Lord Bills) senza neanche aver avuto il tempo di registrare quello che stava succedendo. Del resto, questo è quello che succede nella maggior parte dei film di Dragon Ball: arriva il nemico, lo andiamo a combattere, vinciamo, fine del film, trama non pervenuta. Però appunto una cosa del genere può funzionare in un film, che è ristretto nello spazio di unora e mezza, ma da un anime, anche se adattamento di un film, mi aspetto qualche cosa di diverso, di più elaborato. Mi aspetto che succeda qualcosa, e invece nella saga di Lord Bills non succede praticamente niente.

Infine anche nella saga di Lord Bills appaiono le sfere del drago, e il loro uso viene completamente tradito rispetto a quello della serie originale. Toriyama è sempre stato attento a non utilizzare le sfere per sciogliere i nodi della trama, ma soltanto per ripararne le conseguenze negative alla sua conclusione. Per fare ciò in modo coerente Toriyama ha inventato la clausola che il drago Shenron non possa intervenire su chi è più forte di lui, ma anche così non sarebbe stato difficile aggirare in qualche modo questo cavillo e liberarsi comunque dei nemici. Tuttavia questo non avviene mai, perché Toriyama sa bene che così qualunque forma di tensione sarebbe sparita: perché parteggiare per i protagonisti, perché sentirsi in ansia per loro, perché provare interesse per come prosegue la storia se tanto si fosse già saputo che le sfere del drago avrebbero risolto tutto? Ecco, nella saga di Lord Bills le sfere del drago vengono utilizzate proprio per questo scopo, per risolvere un problema altrimenti irrisolvibile. In pratica, per servire ai personaggi la pappa fatta, per bloccare qualunque possibile sviluppo interessante della trama e chiudere tutto subito.

E il metodo per evocare il super Sayan god è semplicemente incoerente con tutto quello che è stato detto sui Sayan fino a oggi. Non faccio spoiler, ma non ha proprio senso. E il super Sayan god è brutto. Non c’è molto da dire, è semplicemente brutto. Pace.

In buone parole, la saga di Lord Bills utilizza le sfere del drago, peculiarità dell’universo di Dragon Ball, in modo maldestro e con l’unico effetto di smorzare la tensione e l’interesse impedendo qualunque evoluzione interessante della trama, e cerca di riprodurre la struttura della serie Z ma non riesce e gli effetti sono una storia povera in cui, a parte il combattimento finale, non succede niente di interessante. Non vale la pena guardarla, a parer mio.

La faccia che ha fatto Lord Bills quando ha visto come Italia 1 ha tradotto il suo nome.
Per quanto riguarda la parte di Freezer, ho meno da dire perché devo ammettere che i metodi di riutilizzo degli schemi della serie originale cambiano, e questo porta, almeno per quanto riguarda, a una maggiore approvazione della saga, anche se distante dalla sufficienza. Perlomeno la saga di Freezer mi ha lasciato qualcosa e ha diversi elementi molto buoni. Intanto la struttura della trama è quella tipica dei film, e nonostante prima la criticassi devo dire che in questo caso è gestita molto bene, e quindi riesce a risultare efficace, anche perché abbiamo di nuovo Goku, a questo giro insieme a Vegeta, rallentati, e quindi una buona metà della battaglia è combattuta senza di loro. Inutile dire che saranno questi ultimi a salvare la giornata (non è uno spoiler, pensavate che sarebbe stato Crilin a sferrare il colpo di grazia?). In secondo luogo le sfere del drago sono qui usate in modo più intelligente, perché questa volta danno un aiuto molto consistente al nemico, mettendo i protagonisti in seria difficoltà. Inoltre succedono davvero delle cose, e la risoluzione dei problemi non è affidata a Shenron ex machina ma i personaggi devono sudarsela.

Insomma, la saga di Freezer riesce molto meglio nel riutilizzo degli strumenti che Dragon Ball metteva a disposizione, e se non presentasse problemi di altro genere (buchi logici, parti interessanti non sfruttate a dovere, finale anticlimatico che è tutto fumo e niente e arrosto e Whis con i poteri a muzzo che prende ad accettate la tensione) sarebbe una buona saga, al livello di quelle della serie Z ma dotata di maggiori snellezza e scorrevolezza. Purtroppo, così posso solo dire che è davvero una grande occasione mancata.

Possiamo dire perciò che DB Super, cercando di restituire vita a tutti quegli elementi, a tutte quelle peculiarità, a tutti quei moduli di struttura della trama che hanno reso famoso Dragon Ball, in parte ci riesce e in parte no. Nonostante questo suo parziale successo, la serie presenta altri difetti che di fatto non la rendono poi troppo degna di nota. Questa è la prova di ciò che dicevo in un post alcuni mesi fa, che Dragon Ball di per sé presenta ancora delle qualità valide e interessanti, ma hanno necessità di essere migliorate, di non essere riproposte tali e quali ma di passare attraverso un filtro di rinnovamento. Inoltre c’è bisogno (ma questo non sarebbe da dire, dovrebbe essere implicito per qualunque cosa) di buoni sceneggiatori che sappiano combinarli a una trama solida e non banale, cosa che in DB Super in generale non avviene.  È un vero peccato, perché una modifica strutturale degli elementi portanti della serie avrebbe potuto aprire a nuovi orizzonti, e produrre un anime che riuscisse a risultare accattivante anche per chi con Dragon Ball ci è cresciuto e ha visto qualche anime in più. E magari non si accontenta proprio di qualcosa a livello base.

La mossa segreta usata da Goku contro Freezer.
Che poi questo mi suggerisce un altro pensiero. Ormai in Dragon Ball non succede praticamente nulla di davvero influente, perché tutto a fine saga viene riparato dalle sfere del drago. Alla fine anche queste saghe nuove non porteranno nessun cambiamento se non che i personaggi diventeranno sempre più forti e pertanto dovranno avere avversari più forti, e fine. Se ne potrebbero proporre allinfinito! Sarebbe davvero interessante se in un momento questo cambiasse, se ci fosse un evento che portasse a conseguenze durature nella trama, a modifiche sostanziali e magari inaspettate. Sarebbe sicuramente un ottimo motivo per guardare DB Super, e potrebbe senza dubbio rinnovare un po di interesse anche in chi ormai è stufo che vada tutto bene. Ma visto landazzo, non penso di potermi aspettare una cosa del genere.


In breve, se siete curiosi guardate DB Super, se vi aspettate qualcosa di nuovo e innovativo abbassate di molto i vostri standard. O non guardatelo. A voi la scelta.