sabato 20 aprile 2019

Recensione - I figli di Matusalemme (la storia futura quarta parte)


Ho letto La storia futura di Robert Heinlein poco meno di un anno fa. Se la sto recensendo ora è perché sono pignolo e precisino e se inizio un ciclo di recensioni lo devo finire. Quindi, a ottobre ho recensito tutti i tre volumi di racconti che compongono il ciclo, ora mi dedico ai romanzi. Qui trovate quello che penso sul primo in ordine cronologico, I figli di Matusalemme, che si colloca dopo l’ultimo dei racconti brevi.
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Titolo: I figli di Matusalemme
Autore: Robert Heinlein
Anno: 1958 (la prima edizione divisa in tre parti è del 1941)                                        
Editore: Mondadori
Pagine: 238



TRAMA

Esistono uomini diversi dagli altri. Esistono ma vivono in incognito, di nascosto rispetto alle persone normali. Si tratta degli Howard, un gruppo di famiglie i cui membri, diversi anni prima, hanno preso parte a un esperimento genetico per allungare la durata della loro vita. Mary Sperling, il primo personaggio che ci presenta il romanzo, è una di queste persone, e, nonostante sembri intorno alla trentina, in realtà ha più di centottanta anni. Le famiglie Howard hanno da poco deciso di rivelare al mondo la propria esistenza, in quanto sulla Terra ormai la situazione politica è tranquilla e c’è stabilità, e quindi si pensa che gli uomini siano pronti a venire a conoscenza di questi segreti.

Questa decisione è stata presa dalla totalità dei membri delle famiglie riunita in consiglio. Tuttavia, non poteva rivelarsi più sbagliata. Nella gente comune si è insinuato il dubbio che le famiglie Howard tengano nascosto il segreto della longevità, e non vogliano condividerlo. Viene presto varato un piano governativo che prevede la detenzione di tutti i membri delle famiglie. È ormai il panico, e urgono soluzioni drastiche, ed è in questo clima che emerge Lazarus Long, strano membro delle famiglie che è sempre stato sulle sue...

LA MIA OPINIONE 


I figli di Matusalemme si può dividere in due grosse parti. La prima è quella che ho raccontato sopra e, devo dire la verità, non è granché. Si legge, per carità, e ha anche qualche scena d’azione più che discreta, ma non mi ha convinto. Sarà che Lazarus Long non risulta, almeno qui, un personaggio così incisivo, sarà che gli eventi, specie andando avanti, sfiorano il lettore senza coinvolgerlo troppo, non lo so. Sta di fatto che comunque non mi ha preso molto. La seconda parte, invece, è decisamente meglio. E mi tocca metterla sotto spoiler.


Sostanzialmente, l’unica soluzione che Lazarsu Long trova per salvare le famiglie Howard dai progetti del governo è quello di rubare un’astronave e portare via i geoidi dal geoide tutti insieme. La fuga dalla Terra ha successo e quindi il romanzo passa a raccontare le avventure delle famiglie Howard sui vari pianeti su cui atterrano e cercano di stabilirsi. Questi pianeti sono due, in pratica, quello dei Jockaira e quello del Piccolo Popolo. Ecco, non voglio rivelarvi troppo, ma entrambe le civiltà sono descritte e mostrate veramente bene. Sono originali, interessanti, e ben costruite. Si vede che Heinlein le ha pensate molto attentamente e in modo molto preciso, sono approfondite e credibili. Insomma, sono entrambe delle ottime idee e sono anche ben gestite.

Dove il romanzo cade ancora è nel finale. Non voglio rivelare nulla, ma l’ho trovato un po’ anticlimatico e di comodo. In buona sostanza, le famiglie Howard si trovano la pappa fatta e ogni problema viene risolto da sé. 

[FINE SPOILER]

Gli spiegoni scientifici costituiscono una parte importante del romanzo, e sono importanti per lo svolgersi della trama. Sono in buona sostanza solo due, ma sono di discreta lunghezza, in particolare il primo, e quindi rimangono impressi. Uno riguarda la possibilità di viaggiare a velocità maggiori di quella della luce, l’altro non lo rivelo per non fare altri spoiler. Ad ogni modo, devo dire che sono discreti, nel senso che si seguono e si fanno capire persino da chi come me è un profano dell’argomento. Tuttavia, la nota dolente è che sono senza dubbio troppo lunghi, e quindi non riescono a mantenere viva l’attenzione del lettore per tutto il tempo. Mi riferisco in particolare a quello sui viaggi oltre la velocità della luce, che in certi punti è davvero soporifero.

Comunque, ed è la cosa più importante, suonano credibili. Com’è ovvio se uno si mette a spulciare risultano scientificamente scorretti (lo sanno anche i sassi che non si può viaggiare oltre la velocità della luce), ma non lo sembrano. Credo che questo sia un grande merito per un autore di fantascienza (e di fantasy in generale), il travestire la sua falsità talmente bene da farla suonare vera. Certo, ci sono scrittori che non fanno così, vedi Asimov, ma c’è anche da dire che la sua fantascienza è molto meno hard di tante altre, e gli spiegoni sono ridotti al minimo, se non assenti. Non è questo il caso, ed è assodato che Heinlein non disdegna di piegare la verità scientifica per i suoi scopi. E se ancora questo non fosse chiaro, aspettate che recensisca Time enough for love.

I personaggi sono caratterizzati in modo discreto ma molto altalenante. Mary Sperling è accettabile e nulla più, ma va bene, tanto mano a mano che la storia prosegue continua a perdere di importanza. Un personaggio che trovo stereotipato e in ultima analisi piuttosto vuoto (anche un po’ antipatico) è Andrew Libby. Ve lo ricordate? È il protagonista di Disadattato, l’ultimo racconto che ho recensito nella scorsa puntata della storia futura. Ho l’impressione che Heinlein gli fosse molto affezionato, e onestamente faccio fatica a capire perché. È il classico Dexter ma senza laboratorio e senza sorella sflangia gioielli a carico. Non ha un tratto di personalità che sia uno se non l’essere un genio. E ok, d’accordo, mi può andare bene per introdurlo, ma poi mi aspetto anche qualcos’altro. Il fatto è che ricopre pure un ruolo importante nella storia, eppure è spesso quanto un foglio di carta. Avete presente Sleeping Beauties? Il romanzo che Stephen King ha scritto insieme al figlio Owen un paio di anni fa? L’ho letto poco tempo fa ma non lo recensirò perché non mi va di bacchettare lo zio Steve, vi basti sapere che ha ventordicimila personaggi e di questi solo una piccola parte è ben caratterizzata. Gli altri sono nomi scritti su carta, e mentre li leggevo non mi dicevano nulla perché non riuscivo a ricordarmi neanche chi fossero. Ecco, per Libby il discorso è esattamente identico.

Libby si prepara a partire sulla sua astronave che supera la velocità della luce.

Per quanto riguarda Lazarus, Long la cosa è particolare, nel senso che è in effetti un personaggio ben caratterizzato, e in Time enough for love, lungo romanzo interamente dedicato a lui, fa una gran figura. Voglio dire, non è per nulla semplice che un protagonista che non ha quasi evoluzione psicologica, e grazie alla sua esperienza di vita millenaria non ha più spunti di crescita o comunque cose da imparare, riesca a reggere da solo sulle proprie spalle qualcosa come novecento e passa pagine di libro senza diventare noioso, saccente o antipatico. O tutte e tre le cose insieme. Quindi quando ha il dovuto spazio Lazarus Long è un personaggio di tutto rispetto. Ne I figli di Matusalemme, però, non risulta né particolarmente interessante né particolarmente brillante, insomma colpisce molto meno il lettore di quanto accada dove invece è il protagonista assoluto. Perché sì, per quanto ricopra un ruolo molto importante e gli sia dedicato molto spazio, non si può dire che Lazarus Long sia il protagonista, così come in realtà non si può dire che lo sia Mary Sperling. In realtà, il vero protagonista del romanzo è la totalità delle famiglie Howard. Lazarus e Mary sono solo due membri che hanno un po’ più attenzione degli altri, ma di fatto non emergono come protagonisti in tutto e per tutto. Questo se da un lato è originale, dall’altro però impedisce al lettore di affezionarsi a un personaggio in particolare.

In buona sostanza, quanto vale I figli di Matusalemme? Bisogna porre questa domanda considerandolo però sotto due aspetti, di cui il primo è la sua appartenenza al ciclo della Storia Futura. Ricorderete che i voti che ho dato ai racconti erano molto altalenanti, e quindi alla fine ho concluso la terza parte della recensione dicendo che il fascino della Storia Futura sta più nella sua architettura d’insieme che nelle singole parti che la compongono. I figli di Matusalemme, in quest’ottica, rappresenta una tessera discreta del mosaico, che tutto sommato non aumenta né diminuisce la media della qualità dei racconti. C’è da dire, però, che è superiore in fatto di idee. Le due civiltà in cui i pellegrini spaziali incappano sono davvero interessanti, e anche abbastanza originali, come dicevo prima, e idee così buone è difficile trovarne all’interno dell’antologia.

E preso come romanzo a sé stante? Sotto questo aspetto, è un romanzo che consiglierei ma con riserve. Tanto per cominciare, trovo che letto da solo, senza conoscere la Storia Futura, renda molto meno. E più in generale si sente qua e là che ormai ha quasi settant’anni, e certe parti iniziano a puzzare di vecchio. Non è, per dire, come i romanzi di Asimov, che per quanto abbiano la loro età comunque appaiono freschi e genuini, o, ancora di più, come i romanzi di Dick. Oltre tutto dove le idee non sono eccelse l’attenzione del lettore non viene stuzzicata a dovere. Insomma, non è che sia brutto, alla sufficienza piena ci arriva senza dubbio. Ma di sicuro Heinlein ha dimostrato, anche nell’antologia stessa, di saper fare di meglio.

IN CONCLUSIONE



Pregi o difetti che abbia, I figli di Matusalemme è un romanzo fondamentale nella cronologia della Storia Futura, perché introduce il personaggio fondamentale di Lazarus Long e anticipa molti temi che saranno ripresi in modo ampio in Time enough for love. Nel bene e nel male, dunque, se uno vuole fare il precisino come me e leggersi tutta la serie, è una tappa imprescindibile.


VOTO: 
 

mercoledì 3 aprile 2019

Recensione - Hyperion di Dan Simmons

Dan Simmons è un grande nome della fantascienza, ma non solo. Ha spaziato attraverso vari generi, passando per l’horror e per il noir. Vanta una collezione di premi letterari notevole e, pensate un po’, come mi riferisce la mia personale rete di spie incaricata di pedinare gli scrittori che recensisco, – oppure come ho letto su Wikipedia, a voi la scelta – ha addirittura ricevuto un dottorato ad honorem. Insomma, sembrerebbe proprio trattarsi di un pezzo grosso della scrittura.

Quando ho comprato il romanzo di cui voglio parlare oggi, Hyperion, non sapevo nulla sul suo autore, e in realtà sapevo ben poco anche riguardo al libro. Ero a conoscenza del fatto che fosse l’inizio di un ciclo, i Canti di Hyperion, e che fosse di genere fantascientifico, e forse nient’altro. Sta di fatto che, se al momento mi ha attirato a tal punto da acquistarlo, l’ho lasciato perdere per alcuni mesi, perché ero impegnato a leggere la tappa finale della storia futura del nostro pianeta secondo Robert Heinlein, ovvero le scappatelle incestuose di Lazarus Long (scherzi a parte, avevo detto che avrei recensito Time enough for love e lo farò, prima o poi, perché è un libro che mi ha lasciato dall’inizio alla fine con due punti interrogativi al posto degli occhi). Quando ho deciso di prendere finalmente in mano Hyperion e leggerlo, dunque, ne sapevo tanto quanto nel momento in cui l’ho comprato. Ci è voluto molto poco però perché me ne facessi un’idea. E quest’idea non è proprio lusinghiera, diciamo, come invece potrebbe suggerire la sfilza di premi che Dan Simmons ha collezionato nel corso della sua carriera.
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Titolo: Hyperion
Autore: Dan Simmons
Anno: 1989                                       
Editore: Fanucci (precedentemente editato da Interno Giallo)
Pagine: 536. Sarebbero potute essere 500 in meno e non sarebbe cambiato nulla.



TRAMA

Il romanzo comincia con un certo Console che si trova da qualche parte a suonare il pianoforte, circondato da descrizioni inutili e pompose di stratocumuli, gimnosperme e tante altre cose di cui al lettore interessa poco. Il Console scopre di essere stato convocato per un pellegrinaggio sul pianeta Hyperion, insieme ad altri sei pellegrini. Le regole per i pellegrinaggi sono semplici: la Chiesa Shrike seleziona sette pellegrini tra coloro che fanno la richiesta e consente loro di visitare le Tombe del Tempo, dove potranno incontrare la misteriosa creatura denominata Shrike. Di questi pellegrini sei verranno uccisi, mentre uno vedrà realizzato un proprio desiderio. Il pellegrinaggio del Console è l’ultimo, poiché i barbari Ouster stanno per invadere Hyperion e le Tombe del Tempo, che viaggiano a indietro nel tempo dal futuro, stanno per aprirsi, ovvero riallinearsi con il presente.

Risultati immagini per dan simmons
Descrizioni inutili di stratocumuli e gimnosperme, che felicità!

Tutto questo non è spiegato all’inizio, e infatti sulle prime è piuttosto difficile mettere insieme tutti i pezzi e capire che cosa sta succedendo. Comunque, l’azione si sposta sulla nave spaziale in viaggio verso Hyperion con i sette pellegrini a bordo. Dopo un’infinita descrizione dei sette pellegrini e dello spazio, della luce, dei pianeti e bla bla bla, l’allegra combriccola decide di ammazzare il tempo cercando di capire perché, tra tutte le persone che vogliono fare il pellegrinaggio, siano stati scelti proprio loro, che neppure aderiscono al culto Shrike. Uno dei membri, Sol Weintraub, suggerisce pure che debba esserci un qualche legame tra loro (perché? Non viene mai spiegato) e che quindi valga la pena che ciascuno racconti la sua storia. Il romanzo è quindi composto quasi interamente dalle storie raccontate dai pellegrini, intervallate dal viaggio verso le Tombe del Tempo.

LA MIA OPINIONE


Hyperion è un romanzo lungo. E non solo per il numero di pagine, che è comunque discreto, ma anche in relazione ai fatti raccontati. Hyperion è soltanto una enorme premessa a quella che è la trama principale, che sostanzialmente ha inizio alla fine del libro, quando i protagonisti arrivano finalmente alle Tombe del Tempo. Non serve che mi metta io a sottolineare perché questa non è una buona idea. Magari sono ingenuo io, ma mi verrebbe da pensare che uno scrittore dalla fama e dai riconoscimenti di Dan Simmons dovrebbe sapere che un romanzo fatto di flashback e spezzoni di viaggio dove non succede nulla di interessante, un romanzo dove sostanzialmente la trama non procede di una virgola dall’inizio alla fine, non è proprio il massimo.

Comunque, facciamo finta di niente. Facciamo finta che siccome lo scopo del romanzo è raccontare i passati dei protagonisti uno dovrebbe fregarsene della trama principale. D’altra parte, Stephen King ha scritto La sfera del buio e nessuno ce l’ha con lui per questo, a me è piaciuto e l’ho pure recensito positivamente qui su questi schermi. Il punto è che anche così il libro non ne esce bene per niente. Su sei racconti ne salvo in toto soltanto uno, il quarto, il racconto di Sol Weintraub, che ho trovato intenso e coinvolgente. Il tema non è originale, in pratica la figlia di Weintraub riceve una maledizione che la costringe a perdere ogni giorno un giorno della propria vita, fino a regredire allo stato di bebé e dunque, prima o poi, morire. Beniamina Button, praticamente. Qualche aspetto nel racconto non funziona, ma nel complesso è davvero ben scritto e ben strutturato. Tuttavia, è l’unico su cui posso esprimermi in toni così lusinghieri. Il primo racconto, quello del prete cattolico Lenar Hoyt è discreto, con qualche caduta di stile qua e là e un finale poco coerente e un filino di cattivo gusto, che controbilanciano uno sviluppo coinvolgente con un mistero che riesce a interessare il lettore e che viene svelato poco a poco. Il secondo racconto,  quello del colonnello Fedhman Kasssad, è una Waterloo. Parlarne male è sparare sulla croce rossa, vi basti sapere che inizia con Kassad che partecipa a una simulazione virtuale di guerra per allenamento, incontra una donna in una radura e senza nemmeno rivolgerle parola (!) inizia a copularci come un coniglio. E lei è consenziente. E questo succede più volte. Come dicevo, sparare sulla croce rossa.

"Cirano, amico mio, abbracciami, guascone!" 
Il terzo racconto è del poeta Martin Sileno (personaggio su cui avrò modo di tornare in seguito), ed è un enorme boh. Succedono le peggio cose, tra cui anche un bel genocidio degli abitanti di una città, tanto per gradire, gli eventi non hanno un legame logico e i personaggi si comportano come degli idioti. Un esempio su tutti, il re Billy, che quando rimane soltanto Martin Sileno nella città e tutti gli altri abitanti sono stati uccisi, invece che farlo arrestare si beve le sue idiozie su “lo Shrike non mi uccide perché è la mia musa” (cosa vuol dire? Simmons non lo spiega mai). Ora, Sileno non è davvero responsabile degli omicidi, ma quale persona sana di mente gli crederebbe? Invece re Billy lo ascolta e poi viene ucciso pure lui. Karma.

Il quarto racconto è quello di Weintraub, il quinto è quello di Brawne Lamia, e non è proprio al livello di quello di Kassad ma è sotto quello di Sileno. Che non è molto in alto. In poche parole, è una storia che vorrebbe essere thriller ma anche qui la gente ha il vizio di fare cose stupide a caso. Lamia viene incaricata di scoprire chi ha cercato di uccidere un suo cliente, ma presto la sua indagine inizierà a prendere pieghe random senza senso. Ah, so che è uno spoiler ma chissene, a un certo punto viene messa incinta da un cyborg.

"Il tuo padrone era un pignolo..."
L’ultimo racconto è quello del Console, ed è in tutta sincerità dimenticabile e poco interessante. Come potete vedere, dunque, il livello complessivo delle storie è molto basso. E oltre a questo nemmeno i personaggi che le raccontano sono caratterizzati in modo particolare. Alcuni hanno giusto quelle due o tre caratteristiche che lo distinguono dagli altri e basta, come per esempio Sol Weintraub, che è pacato e tranquillo, e Kassad, che è quello freddo e duro, e basta, altri invece sono anonimi del tutto, come Lamia o il Templare di cui non ricordo il nome, il settimo pellegrino che sparisce prima di poter raccontare la sua storia. L’unico che Simmons riesce a caratterizzare un filo meglio degli altri (rimanendo comunque sotto la soglia dell’accettabile) è Martin Sileno. C’è da dire però che Sileno mi ricorda molto lo stile di certi autori italiani, che rendono volgari i propri personaggi a caso e quindi più che caratterizzarli li fanno essere costantemente fuori luogo. Ecco, Sileno mi ha dato proprio quest’impressione. Ok, è un personaggio sopra le righe, ma la sua volgarità e i suoi eccessi stonano, perché sono senza senso. In altri casi l’avrei chiamata ipercaratterizzazione, a questo giro non me la sento e dirò soltanto che è l’ennesimo caso di caratterizzazione non riuscita.

Lo stile di Simmons non è nulla di particolare. Come ho già avuto modo di sottolineare, tende a essere prolisso e a soffermarsi per secoli su descrizioni di dettagli di poca importanza, che quindi potrebbe evitare e rendere così più agile la narrazione. In generale, anche quando non ci sono descrizioni, la storia procede in maniera lenta e coinvolgente solo a sprazzi, mentre per il resto l’interesse del lettore non viene per nulla stuzzicato.  

Simmons sembra avere una predilezione per le citazioni e i riferimenti ai classici della letteratura inglese. I titoli dei romanzi di tutta la saga si riferiscono alle opere del poeta John Keats, che appare come personaggio (in un modo che è complicato spiegare) nella storia di Brawne Lamia. Altre citazioni sono sparse qua e là in tutto il romanzo. Per quanto mi riguarda, tutto questo aggiunge poco al libro in sé, sia in positivo che in negativo. Non capisco bene il motivo per cui Simmons li abbia inseriti, ma sono abbastanza ininfluenti a livello di apprezzamento della storia.

IN CONCLUSIONE


Come romanzo a sé stante Hyperion è un totale buco nell’acqua, come inizio di una saga non è per nulla entusiasmante, visto che in pratica rimanda tutta la trama ai libri successivi. La coerenza interna è quasi del tutto inesistente e i personaggi non sono per nulla caratterizzati, e questa situazione diventa ancora più imbarazzante se considerata la supposta bravura del suo autore. Insomma, una lettura che sconsiglio sotto tutti i punti di vista. Io però avevo comprato anche il seguito quindi me lo sono letto e voi vi beccate la recensione. In realtà non l’ho finito perché non ce la facevo più, è ancora peggio di questo, quindi non so se lo recensirò. Altrimenti passerò a Lazarus Long, vediamo.

VOTO: 

domenica 10 marzo 2019

Cosa ne penso di Dragon Ball Super: Broly


Magari sono io, ma ho sempre pensato che quando una serie comincia a costruirsi sui reboot è perché non ha più molto di nuovo da dire. Che Dragon Ball avesse ormai finito il materiale interessante su cui costruire storie era evidente dalla fine dello Z, già il GT era fiacco e poco innovativo sotto certi aspetti, pur risultando accettabile in generale. Super ha cercato di portare un’operazione di rinnovamento della storia agendo su più fronti. Da un lato ha recuperato vecchi nemici come Freezer, dall’altro ha cercato di estendere il più possibile l’universo aggiungendo elementi di novità alla struttura delle divinità del mondo (con l’aggiunta degli dèi della distruzione e del concetto di universo, da non confondere con quello di linea temporale). Quest’operazione è di sicuro riuscita a livello pratico, ma non qualitativo, visto che Super non brilla né per trama né per personaggi, ed enfatizza tutti i possibili difetti che aveva Dragon Ball originale ma non ne riprende gli aspetti positivi. Come d’altra parte ho già evidenziato qui.

Quando ho scritto l’articolo linkato qui sopra non sapevo che lo sceneggiatore di DB Super fosse Toriyama stesso. Ora che lo so, posso ritrattare quello che ho scritto: non è che gli sceneggiatori di DB Super siano cani, è Toriyama che ha evidentemente finito le idee. Ho inoltre sentito che ha deciso di rendere DB Super più simile al primo Dragon Ball inserendo delle parti comiche consistenti nella storia, cosa che personalmente trovo piuttosto inappropriata. Dopo Freezer, Cell e Majin Bu è piuttosto complicato che una deriva comica della storia non stoni. Comunque sia, tutto questo per dire che sono andato a vedere il film di Broly. Che è un reboot, un reboot che appartiene a una serie che secondo me ha dato da tempo ciò che aveva da dare. Ottime premesse per qualcosa che era destinato a non piacermi.

Nonostante questo sono andato a vederlo con piacere, perché ero curioso. Può sembrare strano, ma siccome tutti ne parlavano bene ho deciso che valeva la pena guardarlo senza partire troppo negativo. Tra l’altro ero con amici, quindi se non ci fosse piaciuto alla peggio potevamo prenderlo in giro insieme. E, incredibile ma vero, non sono stato del tutto deluso.



Dico del tutto perché gli aspetti che non funzionano sono tanti e poco trascurabili. Quello che più mi ha dato fastidio è Freezer. Ora, Freezer è il cattivo di DB per eccellenza. È il primo vero antagonista della serie Z, è crudele, spietato, fortissimo ed esercita potere non solo su un pianeta ma su moltissime galassie. Mette paura solo a sentirne il nome. Perciò non ho apprezzato come sia stato trattato in questo film. Insomma, è diventato alla stregua del Team Rocket, quei cattivi che in teoria sono cattivi in pratica sai che prenderanno soltanto botte. Il cattivo che è cattivo perché sì e di cui tutti dicono di avere paura ma che poi lo si invita alle feste tutti insieme e con cui si ride e si scherza (magari mentre è in un angolo che tiene il broncio e borbotta che tutta questa allegria non fa per lui). Insomma, è ormai la caricatura di un antagonista, e questo mi fa abbastanza tristezza. Fate conto che vuole le sfere del drago (sì, per l’ennesima volta) ma non per ottenere l’eterna giovinezza, come un tempo, ma per diventare più alto di cinque centimetri. Avete capito bene. Diventare più alto.

Questo è l’aspetto macroscopico, ma non si può dire che il resto della trama fili liscio. I personaggi introdotti sono abbastanza piatti e mal caratterizzati. Broly vorrebbe essere ben caratterizzato ma nel concreto non riesce e suona più come un’occasione mancata che altro. E dire che l’idea di fondo non era male, alla fin fine, è sicuramente un’innovazione rispetto al Broly originale, che era figo quanto volete ma voleva pur sempre uccidere Goku perché piangeva nell’incubatrice. Con questo Broly gli sceneggiatori hanno cercato di spiegare come il suo passato lo abbia reso così com’è, rendendolo anche un minimo sfaccettato, ma il tempo dedicato a questo scopo è troppo poco per poter parlare di qualcosa di più che un tentativo. Come dicevo, un’occasione mancata.

Ora, non sto dicendo che negli altri film di DB le cose stessero diversamente. Senza dubbio però in questo tali problemi si fanno sentire in maniera molto marcata, forse perché io sono più grande rispetto a quando ho visto gli altri, o forse perché sono presenti in modo più frequente. Comunque, questa è la prova che, per quanto si provi a innovare, nessuno ha ancora tentato di dare una svolta decisiva DB, apportando un cambiamento davvero sostanziale, sia per quanto riguarda la trama che per quanto riguarda la sua struttura o il modo in cui è narrata. Che poi è quello di cui lamentavo alla fine dell’articolo che ho citato sopra. Non riesco a capacitarmi di come gli sceneggiatori e Toriyama stesso non si rendano conto che, più che dell’aggiunta di universi paralleli, dèi della distruzione o momenti comici di dubbia utilità e scarsa opportunità, DB ha bisogno “soltanto” di un grosso cambiamento a livello di trama, per tornare a essere interessante. Oppure ha bisogno soltanto di finire una volta per tutte.

CAMBIATE DRAGON BALL!!!
Ma a prescindere da questo, dicevo che il film non mi ha deluso. Questo perché c’è un aspetto che non ho ancora considerato qui, e che risulta fondamentale. Anzi, immagino che tutti voi lo stiate aspettando e vi stiate chiedendo perché non ne abbia ancora parlato. Quindi sì, parliamone. I combattimenti. Che come potete immaginare sono i nodi fondamentali del film. E a questo proposito ho da dire solo una cosa: sono stupendi. Sono i migliori combattimenti di tutti gli anime di Dragon Ball in generale (fatta eccezione per la parte di Super che non ho visto e quindi non posso giudicare). Hanno una resa grafica pazzesca innanzitutto, e poi sono coinvolgenti da morire. Sono raccontati da un punto di vista completamente diverso da quello cui DB ci ha abituati. Sono dinamici, filano davanti allo spettatore rapidissimi. Il punto di vista delle singole scene cambia in modo incalzante e spesso non è, molto banalmente, esterno, ma si avvicina ai combattenti nelle posizioni più disparate per rappresentare il nuovo attacco che sta venendo sferrato nel suo iniziare e svilupparsi. È qualcosa di davvero coinvolgente.

Devo dire che questo pregio consente di guardare il film godendoselo con piacere. Non è il massimo, ovvio, anche perché quando la trama non è ridicola (l’altezza di Freezer è il punto peggiore, ma ce ne sono altri) diventa già vista e quindi poco interessante, come per esempio per quanto riguarda l’apparizione di Gogeta. Non è uno spoiler, avanti, si vede in più scene nel trailer. Ovviamente la fusione è preceduta da simpatici (inserite qui finte risate da sitcom americana) siparietti di Vegeta che non vuole unirsi a Goku e di fusioni riuscite male, con prima il Gogeta grasso e poi quello rachitico. Originalità a palate, non c’è che dire. Le scene non sono copiaincollate dal film di Janemba ma poco ci manca. Ah, e d’altra parte un tempo per diventare super saiyan durante la fusione bisognava un minimo allenarsi. Magari non per il primo livello, ma sicuramente per il terzo sì. E invece Gogeta diventa super saiyan  blue nel giro di tre secondi. Tempi accorciati per necessità del film? Sceneggiatori che piegano la coerenza del mondo e della storia come pare a loro? Non lo sapremo mai.

Il film si può dividere grosso modo in due grandi parti. La prima ambientata nel passato prima della distruzione del pianeta Vegeta, la seconda nel presente. Il tempo dedicato alla parte nel passato è, a parer mio, troppo, visto e considerato quello che poi sarà effettivamente utile per la parte nel presente si poteva accorciare senza problemi. Tuttavia, è da dire che la parte nel passato funziona molto meglio di quella nel presente, appunto perché è assente la parte ridicola, e in generale la trama è più articolata, e non è soltanto un’enorme premessa per far combattere i personaggi. Forse avrei apprezzato di più un film totalmente ambientato nel passato, magari un reboot della storia di Bardak. Penso che innanzitutto potrebbe avere una trama più complessa, visto che le cose da mostrare sarebbero davvero molte, e poi risulterebbe più interessante rispetto alle vicende ambientate nel presente di Goku e Vegeta, visto che ormai lì loro sono fortissimi e le sfere del drago risolvono qualunque problema. La butto lì, visto che so che Toriyama legge tutti i miei post. Akira, se non hai idee per il prossimo film, pensaci! Per gli incassi facciamo a metà, non preoccuparti!

Non ho trovato immagini divertenti di Toriyama. Accontentatevi di questa in cui Togashi mi guarda rassegnato.


Una nota di merito va al doppiaggio italiano, che è diventato di colpo fedelissimo all’originale. Sentirete Kakaroth, Senzu, Fusion, Piccolo, e non le rivisitazioni di Mediaset. Non preoccupatevi, ho letto che è stato curato un secondo doppiaggio per la distribuzione in tv, più fedele invece al doppiaggio originale italiano. Tutto normale, quindi.

In definitiva, Dragon Ball Super: Broly funziona così bene dal punto di vista grafico e delle colonne sonore da essere solo per questi motivi una visione piacevole. Questo lo salva soltanto a livello di impatto sullo spettatore, ma la bassa qualità complessiva è innegabile. Non mi stancherò mai di ripeterlo, DB così com’è, sempre uguale da trent’anni, non ha più senso. Se non si trova un modo per limitare il potere delle sfere del drago e la superpotenza dei protagonisti, non si andrà mai da nessuna parte.

Questa non è una recensione perché io qua non recensisco anime, quindi niente voto. Tuttavia, penso vedrete molte recensioni nelle prossime settimane, quindi restate sintonizzati!

lunedì 22 ottobre 2018

Il distico elegiaco nella tarda antichità - Ausonio

Con lo scorso post mi sono occupato di un autore sostanzialmente sconosciuto. Se ricordate infatti il De ave Phoenice è attribuito a Lattanzio solo in via ipotetica, e comunque non è possibile collocarlo con certezza in un certo periodo della sua vita e quindi ricostruire il suo scopo e le ragioni della sua composizione. Questa volta invece voglio prendere in esame una situazione radicalmente opposta. Ausonio è infatti un autore di cui conosciamo moltissimo, e sulla cui biografia siamo informati dettagliatamente.

Forse non ho mai avuto modo di dirlo, comunque non amo le biografie degli scrittori. Tuttavia, non posso che riconoscere la loro indubbia utilità, e di certo può giovare osservare a grandi linee la vita di Ausonio. Innanzitutto, nasce all’inizio del quarto secolo d.c. e muore sulla fine dello stesso secolo. Sua città natale è Burdigala, in Francia, l’odierna Bordeaux, e suo padre è medico. Tuttavia, egli intraprende gli studi di retorica, prima a Burdigala e poi a Tolosa, nella scuola di suo zio. Terminati gli studi, esercita l’avvocatura per un periodo e poi fonda una propria scuola di retorica. Si colloca in questo periodo il suo momento di massimo splendore. Ausonio diventa talmente famoso da essere chiamato a ricoprire il ruolo di precettore di Graziano, figlio dell’imperatore Valentiniano I.

Durante il periodo alla corte imperiale la fama di Ausonio gli consente di non svolgere solo incarichi di tipo professionale. Egli ricopre anche diverse cariche pubbliche, come per esempio il consolato nel 379. Questo lasso di tempo di grandi trionfi per lui corrisponde al momento in cui Graziano è al potere. Alla sua morte Ausonio è costretto ad allontanarsi dalla corte, e a tornare nel suo paese di nascita, dove muore intorno al 395.

Che cosa è importante di questa biografia? Essenzialmente la parte centrale. Ciò che influenza in maniera decisiva la sua attività poetica è il suo ruolo di maestro e di retore. L’opera di Ausonio non si configura come caratterizzata da una particolare ideologica alla sua base, ma come un esercizio di stile di una persona che possiede e maneggia in maniera egregia gli strumenti della retorica. Ausonio è stato tacciato di essere uno sterile erudito, e sotto certi aspetti questa definizione non gli sta nemmeno troppo stretta. Personalmente, non è di certo uno degli autori che apprezzo di più. Tuttavia, non c’è dubbio che incarni in maniera efficace le tendenze retoriche e stilistiche dell’epoca in cui è vissuto, e quindi, almeno inserito nel contesto del quarto secolo, non risulta fuori luogo, anzi, così diventa persino chiaro perché era così apprezzato da diventare precettore di Graziano, figlio dell’imperatore.

Graziano
La componente retorica dell’opera di Ausonio è necessaria per spiegare l’uso che egli fa del distico elegiaco. Per capirlo vorrei esaminare parti di alcune opere, le Epistulae, i Parentalia e i Caesares. Mentre le prime sono una serie di lettere in versi e in prosa composte nel periodo dopo la morte di Graziano, i Parentalia sono costituiti da trenta componimenti dedicati ad altrettanti parenti di Ausonio, e i Caesares da una serie di brevi poesie ciascuna deputata alla descrizione di un imperatore. Vedete cosa intendevo? Se osservate i contenuti delle opere come li ho appena elencati, notate che in quasi nessuna (con la parziale esclusione forse delle Epistulae) è sottesa una qualche ideologia. Servono o per mostrare erudizione oppure per mettere in gioco l’abilità dell’autore nella composizione, o al massimo per mettere in scena quelli che sono alcuni topoi della poesia contemporanea o precedente, come l’invito di amici. Tuttavia, avremo modo di osservare, e questa è la caratteristica più importante di Ausonio, come l’impostazione retorica conduca Ausonio a esiti diversi rispetto allo pseudo Lattanzio.

Cominciamo con l’esaminare i Caesares.L’opera è divisa in due parti, una composta da monostici e l’altra da tetrastici. Ciò che ci interessa sono i tetrastici, ovvero poesie di quattro versi ciascuna, perché sono tutte in distici elegiaci, mentre i monostici sono in esametri. Vediamo il tetrastico numero 7, quello dedicato a Nerone.

Aeneadum generis qui sextus et ultimus heres,
polluit et clausit Iulia sacra Nero.
Nomina quot pietas, tot habet quoque crimina vitae.
Disce ex Tranquillo: set meminisse piget.

Della stirpe degli eneadi sesto e ultimo erede,
che infangò e concluse la sacra famiglia di Iulo, è Nerone.
Quanti i nomi che doveva rispettare, tanti i crimini della sua vita.
Imparalo da Tranquillo: ricordarlo mi addolora.

In questo caso nella traduzione ho preferito rimanere un po’ più sul difficile e sul meno bello a leggersi, mantenendo però il più possibile i costrutti e soprattutto la posizione delle parole del testo latino. La ragione è semplice, vorrei che si comprendesse facilmente l’alto livello di elaborazione della poesia. Come vedete il soggetto della prima frase, che occupa i primi due versi, si trova alla fine del secondo verso, e questa, anche per una lingua come il latino, non è di sicuro una posizione usuale. Lo stesso si può dire per il terzo verso, che, pur rifiutando una struttura interna che collochi le parole in un qualche ordine, costituisce comunque un’espressione molto brachilogica e sintetica. Insomma, già da questo si può capire come Ausonio, pur non presentando difficoltà a livello di contenuti, possa non essere agevole alla lettura per via del manierismo che caratterizza il suo stile.

Lo scopo dell’opera è come dicevo quello di mostrare l’erudizione dell’autore e la sua capacità di comporre versi. Ausonio vuole semplicemente evidenziare che è in grado di scrivere una poesia di quattro versi su ogni imperatore, e basta, non vuole andare oltre. Siamo di fronte a esibizioni di bravura e di erudizione, e questo lo vediamo sia dallo stile barocco che ho già evidenziato sia dai frequenti richiami alla tradizione letteraria. Il più evidente è quello dell’ultimo verso, in cui Ausonio invita il lettore a imparare la vita di Nerone non dalle sue poesie bensì dall’opera di Svetonio (chiamato nel testo con il cognomen Tranquillo), noto per uno scritto dedicato alla vita dei primi imperatori da Cesare fino a Domiziano. C’è un altro riferimento, molto evidente anche questo, nell’incipit della poesia. Le prime parole riprendono modificato il celeberrimo inizio del De rerum natura. Da “aeneadum genetrix” Ausonio deriva il suo “aeneadum generis”. Anche altri luoghi del componimento possono essere associati a passi di altri poeti, tuttavia questo è il più evidente e anche il più sicuro, visto che si tratta della evidente ripresa di un punto importante e quindi facilmente impresso nella memoria del poema di Lucrezio.

Svetonio Tranquillo
Tocca ora cercare di capire quale sia il ruolo del distico elegiaco in questo sfoggio di cultura e di stile. Potrebbe venire da pensare che ci troviamo in una situazione simile a quella di Lattanzio, in cui il metro non aveva una vera e propria relazione con il contenuto. In realtà io credo che qui Ausonio voglia rifarsi alla grande tradizione dell’elegia erudita che inizia con Callimaco e con Properzio arriva a Roma. Certo, della profondità di questa tradizione in Ausonio resta poco o niente: quello che in Properzio era una scusa per fare della grande poesia qui diventa lo scopo stesso della poesia, riducendone così lo statuto a puro mezzo per esibire questa conoscenza. Insomma, il vecchio ruolo del distico elegiaco è sì ripreso ma ridotto all’osso al punto da essere scarno e svilito.

Non credo serva soffermarsi ulteriormente sui Caesares. Voglio invece passare a leggere una delle Epistulae. Si tratta della prima lettera della raccolta, destinata ad Assio Paolo.

Tandem eluctati retinacula blanda morarum
Burdigalae molles linquimus illecebras
Santonicamque urbem vicino acessimus agro.
Quod tibi si gratum est, optime Paule, proba.
Cornipedes rapiant imposta pertorrita mulae,
vel cisio triiugi, si placet, insilias,
vel celerem mannum vel ruptum terga veredum
conscendas, propere dummodo iam venias,
inastantis revocant quia nos sollemnia paschae
libera nec nobis est mora desidiae.
Perfer in excursu vel teriuga milia epodon
vel falsas lites, quas schola vestra serit;
nobiscum invenies, multas quia linquimus istic
nugarum veteres cum sale reliquias.

Dopo avere finalmente superato I blandi vincoli dell’attesa
lascio i languidi piaceri di Burdigala
e giungo a Santonica, nel territorio vicino.
Valuta se questo ti è gradito, ottimo Paolo.
Le mule dagli zoccoli unghiati tirino le carrozze a loro imposte,
o, se preferisci, salta sul carro a tre cavalli,
o sali sul rapido manno, o sul veredo dalla schiena
ferita, purché tu mi raggiunga di fretta,
poiché ci chiamano le solennità della Pasqua
incombente, e non c’è spazio per il tempo libero.
Porta nella tua visita tre epodi
o le false liti che costruisce la vostra scuola;
troverai con me molti resti di vecchi
divertimenti che ho lasciato qui.

Il tema della poesia è un classico, ovvero l’invito rivolto dal poeta a un amico. Se lo confrontate con i carmi di Catullo che trattano lo stesso argomento, però, vi rendete conto di moltissime differenze. Non è mia intenzione soffermarmi su tutte, anche perché riguardano i fatti più svariati (dalla lingua ai singoli luoghi del testo), e sarei costretto ad andare fuori da quello che è il mio intento. Mi limiterò quindi soltanto a evidenziare la stranezza del metro elegiaco. I carmi di Catullo che costituiscono inviti agli amici sono infatti scritti in endecasillabi faleci. La scelta di Ausonio appare quindi non convenzionale. Si potrebbe provare anche ad accostare quest’epistola a un altro tipo di poesia, quella delle Silvae di Stazio. Ora, ammetto la mia ignoranza. Io non conosco questa raccolta così bene da stabilire se effettivamente contenga degli antecedenti significativi di questa epistola, tuttavia sono abbastanza sicuro che non ne abbia, e per un semplice motivo. Le Silvae di Stazio sono poesia d’occasione, mentre quella di Ausonio no. Non dico che Ausonio non potrebbe avere avuto presente una silva di Stazio, dico che vista la natura molto diversa delle due raccolte è difficile che la scelta del metro possa avere una motivazione comune.

Come spieghiamo quindi il distico elegiaco? A parer mio, qui ci troviamo in una situazione di uso del metro svuotato del suo significato. Non esiste una vera ragione per scegliere il distico elegiaco al posto dell’esametro, semplicemente il suo uso si può ricondurre alla volontà del poeta di ricorrere a vari metri della tradizione. Nell’Epistulae infatti troviamo anche esametri o anche abbinamenti originali, come nel caso dell’epistola 2. In buona sostanza, qui Ausonio si muove in modo diverso che con i Caesares, scegliendo di utilizzare il distico elegiaco senza una ragione precisa, e non per rifarsi a una tradizione.

Ausonio
Veniamo ora ai Parentalia. L’opera si configura, come dicevo, come una raccolta di poesia dedicata a una serie di parenti defunti di Ausonio. Ho deciso di riportare qui la prefazione, che ha com’è ovvio carattere programmatico.

nomina carorum, iam condita funere iusto
fleta prius lacrimis, nunc memorabo modis,
nuda, sine ornatu fandique carentia cultu:
sufficit inferiis exequialis honos.
Nenia, funereis satis officiosa querellis,
annua ne tacitus munera praetereas,
quae Numa cognatis sollemnia dedicat umbris,
ut gradus aut mortis postulat aut generis.
Hoc satis est tumulis, satist est telluris egenis:
voce ciere animas funeris instar habet.
Gaudent compositi cineres sua nomina dici:
frontibus hoc scriptis et monumenta iubent.
Ille etiam, maesti cui defuit urna sepulcri,
nomine ter dicto, paene sepultus erit.
At tu, quicumque es, lector, qui fata meorum
dignaris maestis commemorare elegis,
inconcussa tuae percurras tempora vitae
et praeter iustum funera nulla fleas.

I nomi dei miei cari, già sepolti secondo i riti.
che prima ho pianto in lacrime, ora ricorderò in versi,
nudi, senza ornamenti, che mancano di cura stilistica:
basta ai morti l’onore dei riti funebri.
Nenia, che si dà da fare per le lamentazioni mortuarie,
non trascurare in silenzio la festa annuale
che Numa ha dedicato alle ombre dei parenti,
come richiedere il tipo di morte e la parentela.
Questo basta alle tombe, basta anche a chi è non ha terra:
chiamare le anime ha l’aspetto di un funerale.
Gioiscono le cenere che sia pronunciato il loro nome:
lo ordinano anche le scritte sui sepolcri.
Anche a chi mancò l’urna della triste tomba,
chiamato tre volte sarà quasi sepolto.
E tu, lettore, chiunque tu sia, che il destino dei miei
ti degni di ricordare con queste infelici elegie,
percorri sicuro il tempo della tua vita
e non piangere nessuna morte più del giusto.

Qui la situazione è ben diversa dalle precedenti. Qui l’uso del distico elegiaco è motivato, e da più di una ragione. Innanzitutto, bisogna invocare il genere letterario dei Parentalia, riconducibile all’epigramma funebre, per quanto senza dubbio presenti tratti di grande originalità. Come ricorderete dall’articolo sulla storia dell’elegia, la funzione primaria e originale del distico elegiaco era proprio quella associata alla poesia dedicata ai morti. Quindi qui Ausonio si rivela assai tradizionale, riproponendo una elegia, potremmo dire, alla maniera antica. Tuttavia, questo richiamo non va inteso come una grande influenza sull’opera: la precedente poesia elegiaca è di certo richiamata dalla scelta del metro ma non costituisce in alcun modo un ipotesto. Il suo utilizzo è quindi da associare, ancora una volta, con la volontà di Ausonio di mostrare la sua erudizione.

Vediamo quindi di tirare le conclusioni. Con Ausonio ci troviamo di fronte a un autore colto e ben consapevole della tradizione letteraria che lo precede, al punto da rendere la sua ripresa e allusione un punto fondamentale della sua poesia. Alla volontà di mostrare cultura può essere in tutti i casi, in fondo in fondo, ricondotto l’uso del distico elegiaco, con il fatto che a volte la sua funzione originale appare svilita o ridotta del suo valore. Se quindi può apparire un utilizzo sterile e superficiale, è tuttavia da sottolineare che la poesia di Ausonio si mantiene su livelli alti, se non emotivamente almeno formalmente, e questo restituisce un minimo di dignità a un metro che, per esempio, lo pseudo Lattanzio uso solo a scopo di esercizio.

La carrellata su Ausonio può concludersi qui. Nel prossimo articolo voglio esaminare il poema di Rutilio Namaziano, il De reditu suo, che riserva sorprese ancora diverse da quelle che abbiamo trovato in Ausonio. Saremo di fronte a un distico elegiaco usato davvero in modo originale, in un poema che spesso è stato considerato solo un collage di versi di poeti precedenti.