venerdì 14 aprile 2017

Recensione - One Outs di Shinobu Kaitani


Se non si fosse capito, io sono un patito delle strategie. Tanto mi piacciono le strategie quanto poco mi piace lo sport. Quando la gente mi chiede che squadra tifo rispondo che preferisco la peste, ho imparato giusto un mese fa che cosa sia il fuorigioco e penso che l’unico evento sportivo che ho guardato per intero siano stati i tuffi alle olimpiadi di quest’estate. Ed è stato un puro caso.

In realtà a me non piace fare sport. Guardarlo giocare non è certo così male, specialmente se posso mettermi a capire i funzionamenti della partita, e cercare così di stabilire quale possa essere il modo migliore per vincere. Non lo faccio perché poi non mi viene mai la voglia, ma in realtà fare da spettatore mi piace pure. Comunque sia, di non rientra tra le mie attività preferite, e quindi potrebbe suonare strano che oggi io mi presenti a recensire One Outs, un manga che parla di sport. Ma ehi, avete presente la prima premessa? A me piacciono le strategie. E dire One Outs è dire strategia.
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Titolo: One Outs
Autore: Shinobu Kaitani
Anno: 1998                                                  
Volumi: 20
Editore: Inedito in Italia (su internet esiste la traduzione in inglese di un buon 70% dei volumi, ma per alcuni bisogna rassegnarsi a guardare l’anime. O a imparare il giapponese).


TRAMA

Hiromichi Kojima è il battitore di una squadra di baseball abbastanza scarsa, i Lycaons. Questa è la sua ultima stagione prima di ritirarsi, e sarebbe suo desiderio vincere il campionato. È durante la sua ricerca di quel qualcosa che gli manca per vincere che Kojima si imbatte nel one outs, un gioco che viene praticato clandestinamente a Okinawa e che è oggetto di scommesse da parte del pubblico, che consiste in qualcosa di molto semplice: il lanciatore deve eliminare il battitore segnando almeno due strike su tre. Campione di questo gioco è il misterioso e taciturno Tokuchi Toua, che non è in grado di lanciare palle particolarmente rapide ma non ha mai perso una volta. È questo l’inizio nella vita di Tokuchi di un radicale cambiamento, che lo porterà a fare di tutto per realizzare il sogno di Kojima e portare i Lycaons alla vittoria del campionato. D’ora in poi però sarà assunto in base a un contratto molto particolare fatto su misura per lui, un contratto dove vengono messe in gioco somme di denaro altissime, e che uno scommettitore come lui non può permettersi di rifiutare.

Tokuchi Toua mentre rappa.

LA MIA OPINIONE


Io non sapevo niente di baseball quando ho cominciato a leggere One Outs, e quando dico niente intendo proprio zero col buco. Ma questo non è stato per nulla un problema, mi sono armato di Wikipedia e pazienza e con un po’ di ricerca mi è stato tutto chiaro. In sostanza, non conoscere il baseball non impedisce di leggere e soprattutto apprezzare One Outs.

Come anticipavo prima, sport e strategie sono le due componenti essenziali della storia. Questo non deve stupirci, visto che l’autore è Shinobu Kaitani, che ha disegnato e sceneggiato anche Liar Game, che non ho mai recensito su questo blog ma sappiate che mi piace parecchio (a parte il finale, ma voglio autoconvincermi che il finale sia un’orrenda allucinazione collettiva). Ecco, Liar Game per chi non lo conoscesse è il trip mentale fatto manga. E One Outs, che cronologicamente lo precede, non è affatto da meno.

Tokuchi si prepara a un sevizio.
Tokuchi Toua è, prima che un buon giocatore di baseball, un ottimo stratega, un fine lettore dell’animo umano e un ardito scommettitore. Queste sue tre caratteristiche combinate insieme creano il suo personale e imbattibile stile di gioco, che consiste nel capire l’avversario e trovare il modo migliore per vincerlo. In questo modo costruisce le strategie che lo portano alla vittoria della partita.

Le strategie sono l’aspetto più coinvolgente di tutto il manga. È uno spettacolo seguirle, cercare di anticipare Tokuchi oppure di capire che cosa ha in mente di fare. Spesso anche gli avversari utilizzano metodi di questo genere per cercare di vincere, e ciò non fa altro che aumentare la tensione e l’attenzione. Osservare come alla fine l’avversario viene messo al muro nel modo più astuto possibile, come già da parecchio tempo Tokuchi avesse previsto che la partita avrebbe preso una determinata direzione e quindi si fosse già premurato per rispondere in modo efficace è davvero interessante. Io personalmente mentre leggevo non riuscivo a smettere, dovevo a tutti i costi sapere come andava a finire. Giusto per darvi un’idea, vi racconto questo. Non so se l’ho mai detto comunque io ho molta difficoltà a non fare nulla per tanto tempo. Non riesco perciò per esempio a guardare serie tv, perché guardare è un atto passivo, e mi annoio. Stesso discorso vale per gli anime. Riesco invece a leggere perché leggere è qualcosa di attivo, e quindi mi tiene sufficientemente impegnato. Altra cosa, come accennavo prima alcuni volumi di One Outs non sono mai stati tradotti in inglese, bisogna guardare l’anime. Ecco, premesso tutto questo, ho guardato una cosa come sei episodi di One Outs in una mattina. Che per me non è tanto, di più, è come se un astemio si trincasse dieci birre in una serata. Questo per dare l’idea di quanto mi ha appassionato.

Tokuchi soddisfatto. Ha appena innaffiato il girasole che ha in testa.
C’è un altro elemento molto coinvolgente, che insieme alle strategie costituisce uno dei punti meglio riusciti di tutto il manga. Sto parlando di Tokuchi Toua, che non solo è il protagonista, è la figura che domina tutta la storia. Anche i comprimari vengono spesso relegati sullo sfondo della scena, Tokuchi è il centro dell’attenzione dell’autore. Solo in certi momenti si fa largo la figura di Izumi Takami, che pare può rivaleggiare con Tokuchi. Comunque sono solo alcuni momenti, per il resto del tempo Tokuchi la fa da padrone. E questa è una delle mosse più azzeccate che l’autore potesse fare.

Tokuchi è per certi aspetti un personaggio monocorde. Non si scopre nulla del suo passato, e lo vediamo sempre calmo, controllato e padrone della situazione. È ben caratterizzato, ma non è affatto approfondito psicologicamente e non ha un’evoluzione. Il Tokuchi del primo volume è identico a quello dell’ultimo. Eppure Tokuchi svolge in modo perfetto quello che è il suo ruolo, ovvero essere la colonna portante di tutta la storia. Tokuchi ha carisma, ha la capacità di affascinare il lettore. È il tipico personaggio che non sbaglia mai, ma ha intorno a sé un alone di mistero sufficiente per bilanciare questa sua fastidiosa perfezione. Ha sempre tutto sotto controllo e sa qual è la soluzione, ed è anche freddo, calcolatore e dalla parlata tagliente e acuta. Insomma, è una variazione piacevole del personaggio troppo perfetto perché invece che essere un insopportabile saccente a cui viene tutto bene è una figura a volte ambigua, severa e spesso cattiva nei confronti degli altri. Tokuchi è il motivo per cui leggere One Outs non è ripetitivo né lento, ma sempre affascinante ed emozionante, perché oltre che offrire delle strategie molto ben elaborate mette in scena un personaggio carismatico che con la sua altezzosa superiorità conduce il lettore, insieme agli altri membri della squadra, alla demolizione degli avversari.

"Maledetto Tokuchi... Mi ha relegato a comparsa..."
La trama è semplice, fin troppo semplice. Tuttavia, per evitare una generalizzazione dannosa, mi sembra sensato dividerla in due grossi filoni. Il primo che racconta delle partite giocate da Tokuchi, il secondo quello che vede Tokuchi ricoprire un altro ruolo, su cui non aggiungo altro per evitare spoiler. Bisogna dire che la prima parte è per certi aspetti migliore. Nella seconda le strategie si fanno molto diverse, se nella prima erano applicate alle partite in modo diretto (e quindi erano spesso inserite in una serrata spirale di tattiche), nella seconda vengono applicate per così dire ai giocatori (continuo a essere poco chiaro per non finire in spoiler), e questo porta il tutto a scivolare un po’ senza rimanere molto impresso. Per dire, nella seconda parte intere partite vengono raccontate nel giro di pochi capitoli, e questo naturalmente priva un po’ la storia del suo mordente. È vero che vengono approfonditi altri aspetti, tipo viene fornito a Tokuchi un rivale degno di questo nome, vengono rivelati i retroscena che risiedono dietro al baseball professionistico e in un paio di volumi la lotta strategica non è più a livello di partite ma a livello di contratto e acquisto. Ma resta comunque sempre l’impressione che quel qualcosa che rendeva speciale la prima parte sia andato irrimediabilmente perso.

Ah, la trama si conclude in realtà nel volume 19, il 20 racconta una storia a sé ambientata in un punto del volume 18 (se non mi sbaglio). Fate finta che non esista perché è un drastico calo di qualità rispetto a quello che viene prima, il nemico che sembra pericoloso è un idiota e il lettore capisce dieci anni prima perché la sua tattica andrà storta. In sostanza è un’aggiunta di cui non si sentiva il bisogno e che anzi, non fa altro che abbassare la qualità. Saltatela, tanto è l’ultimo volume, o se proprio desiderate leggerla fatelo coprendovi le orecchie con le mani e ripetendo forte “se non sento non è vero”. Ma fidatevi che non vi perdete niente.

Sempre senza cadere in spoiler volevo dire due parole sul finale. Il finale è di per sé abbastanza casuale, si vede lontano un miglio che Kaitani non sapeva bene come concludere e quindi ha deciso di dare un taglio netto a tutto. Quindi di suo non è il massimo, tuttavia viene reso con sufficiente malinconia e riesce a dare un senso di tristezza che non ci sta affatto male. È di nuovo grazie al fatto che il lettore ha avuto modo di simpatizzare con Tokuchi, e quindi non può fare a meno di rimanerci un po’ male. Quindi diciamo che un po’ per l’astuzia dell’autore un po’ per il carisma di Tokuchi quello che sarebbe stato un finale un po’ tirato riesce a essere almeno dignitoso. Del resto sappiamo che Kaitani non ci sa fare con i finali. Non dirò altro se non Liar Game. Chi ha orecchie per intendere...

Shinobu Kaitani il giorno della sua laurea.
Ci sono varie sbavature qui e là che intaccano lo scorrere piacevole della lettura. Le più evidenti sono nella parte dedicata a Kurai, Muruwaka e Sugadaira, dove la sospensione dell’incredulità che viene richiesta è decisamente eccessiva. Si vede che Kaitani ha deciso di strafare, e propone situazioni che, per quanto possibili, suonano davvero esagerate. Di nuovo non dico di più per non fare spoiler, comunque questa esagerazione è davvero fastidiosa: One Outs tira avanti grazie alle strategie e all’intelligenza di Tokuchi. Di colpo invece, fortunatamente per poco, pare che intelligenza e astuzia non contino più, l’importante è avere innata l’abilità di superare un record mondiale, il tutto senza aver mai praticamente mosso un dito. Ma per favore.

Non che in quella parte vada tutto male, niente affatto. A onor del vero, il discorso tenuto a Sugadaira da Tokuchi merita sul serio, ma controbilancia solo in parte le assurdità di trama.

I disegni all’inizio non sono granché, ma migliorano molto. Nei primi volumi sono mal fatti, mano a mano che prosegue diventa meglio, fino a raggiungere verso la fine quello stile elegante e slanciato che caratterizzerà anche Liar Game.

IN CONCLUSIONE


One Outs è un manga di tutto rispetto, che pur non riuscendo a diventare un capolavoro è ricco di buone qualità, ha un protagonista carismatico e coinvolgente e delle strategie davvero ben realizzate. La lettura non è quasi mai noiosa e la storia, per quanto semplice e ridotta all’osso, prosegue in modo interessante, anche se a volte osa troppo poco. È un manga nella media,e che a volte riesce a elevarsi un po’ sopra gli standard tipici, ma non sempre e ogni tanto ricade anche in qualche errore da principiante. Insomma, vale la pena recuperarlo, specie se si amano le strategie e i trip mentali, ma tuttavia bisogna sapere che, pur essendo una lettura di tutto rispetto, non andrà molto oltre quello.

IL GIUDIZIO DI HISOKA:

domenica 9 aprile 2017

Commento integrale al Liber di Catullo. Carme 2.

Eccoci tornati a parlare di Catullo e del suo Liber. Dopo aver esaminato il ricco e complesso componimento proemiale possiamo immergerci nella lettura dell’opera avendo presenti le coordinate principali della poetica di Catullo come lui stesso le ha espresse.

Come forse ho già avuto modo di ricordare, il Liber non è una raccolta organica né dotata di un ordine premeditato (non è il Canzoniere di Petrarca, per capirci), anche se ovviamente esistono riferimenti che passano tra una poesia e l’altra e quindi le mettono in relazione. È quello che succede con i carmi 2 e 3, che sono vicini per un motivo: formano un dittico, in cui lo stesso tema viene affrontato in maniera continuativa. All’inizio avevo pensato di commentarli insieme, ma l’articolo stava assumendo dimensioni abnormi (quasi come una puntata di Abyss, per intenderci), quindi ho deciso di separarli. Il tema in questione è l’animaletto caro alla donna amata, in questo caso il passero.

Passiamo quindi subito a vedere quello che ci aspetta oggi, ovvero il carme 2.

Passer, deliciae meae puellae,
quicum ludere, quem in sinu tenere,
cui primum digitum dare adpetenti
et acris solet incitare morsus,
cum desiderio meo nitenti
carum nescioquid libet iocari,
et solaciolum sui doloris,
credo, ut cum gravis acquiescat ardor:
tecum ludere sicut ipsa possem
et tristis animi levare curas!

Passero, delizia della mia ragazza,
con te gioca e ti tiene in grembo,
a te dà la punta del dito perché la becchi,
e incita i tuoi morsi rabbiosi,
quando al mio amore piace
fare un non so quale dolce gioco,
e consolazione al suo dolore, credo,
affinché allora il grave ardore si acquieti:
con te potessi come lei giocare
e alleviare le tristi pene dell’anima!

Segnalo come sempre che questa traduzione non vuole essere né poetica né ben fatta, vuole rendere al lettore l’immediato significato del testo. Serve cioè per permettermi di lavorarci sopra e di condurvi attraverso la sua interpretazione.

La donna amata e il suo passero.
La poesia si rivolge al passero della donna amata da Catullo, che per ora non ha nome ma lo acquisirà presto. Viene descritta una scena di gioco tra i due, e da questa scena quotidiana poi il poeta passa subito a parlare di sé stesso e dei suoi sentimenti. Dall’esterno si passa all’interno, il punto focale della attenzione del poeta si sposta dal passero a sé. Del resto, e questo lo vedremo in tutto il Liber, il centro della poesia di Catullo è Catullo stesso, e anzi, compito della poesia diventa dare voce a quello che gli si agita dentro, far parlare l’interiorità (sempre secondo un modulo letterario: la poesia di Catullo, come ho già avuto modo di dire, non è scritta di getto ma meditata e calcolata, anche quando non lo sembra affatto, e per questo non bisogna pensare che tutto quello che racconta tragga davvero spunto da un fatto reale, né che provi realmente tutti i sentimenti che descrive).

Viene qui introdotto il tema amoroso, che sarà centrale in tutto il resto del Liber, e viene presentato in un’ottica positiva. L’aspetto negativo del rapporto d’amore, costituito dal tradimento e dalla sofferenza, che emergerà a più riprese in molte delle poesie successive, è qui solamente accennato sul finale, quando appunto si passa a parlare del poeta. Il resto della poesia è però dedicata alla donna e alla contemplazione in un momento di svago e quotidianità. Questa vista assorbe completamente Catullo, e sottrae alla sua fantasia qualunque spazio per parlare del suo dolore.

Regalare uccelli alle donne romane era una prassi diffusa. Catullo però nel ritrarre la donna che ama insieme al suo animale domestico riprende un modulo della poesia alessandrina, e non da un poeta qualunque, bensì da Meleagro, che, come di certo ricordate aveva già preso a modello per il carme proemiale. Sotto il suo nome infatti, nel libro VII dell’Antologia Palatina, ci sono stati tramandati due epigrammi dedicati a una cicala e a una cavalletta. Il tema è quindi ellenistico, ma calato nella realtà romana.

Il carme è un’elaborata trama di giochi e allusioni, di serietà e parodia. Qualche commentatore ha voluto esagerare: ha pensato che il passero celi in realtà un doppio senso osceno. A parte il fatto che, se così fosse, la parte finale perderebbe di senso (come potrebbe il poeta auspicare di alleviare le proprie pene con il passero se il passero fosse un’allusione sessuale?), una simile interpretazione è senza dubbio esagerata. Non è sbagliato tuttavia cercare nella poesia parole che significano più di quanto sembrino, e che rimandano ad ambiti ben precisi. In particolare, troviamo qua e là parole che appartengono al lessico erotico. L’esempio più evidente di questo è il verbo ludere, che viene ripetuto più volte, e che, oltre che giocare, può indicare anche il compiersi dell’atto sessuale, ma anche desiderium era termine frequente della poesia d’amore. Con quest’uso ambiguo di termini che rimandano ad un contesto ben più malizioso di questo Catullo vuole mettere in atto la parodia del filone della poesia ellenistica in cui si sta inserendo: si parla sì di animaletti domestici, ma sottintesa alla descrizione c’è l’attrazione del poeta verso la proprietaria del passero, attrazione che viene mascherata nella descrizione innocente del gioco di farsi becchettare le dita.


La cavalletta di Meleagro.
Accanto a questa parodia ce n’è un’altra, e di un genere letterario molto più serio. I primi versi contengono l’invocazione del passero, e sono molto elaborati. Dopo l’apostrofe che dà inizio al componimento segue un’apposizione (deliciae meae puellae), cui si aggiungono ben tre proposizioni relative, che ci danno informazioni su che cosa il passero fa, dando così inizio alle descrizioni dei giochi tra l’animaletto e la donna. L’uso di relative in successione è tipico degli inni agli dèi: un esempio notissimo è quello dell’incipit del De rerum natura di Lucrezio, dove Venere è accompagnata da due relative (“quae mare navigerum,/quae terras frugiferentis concelebras...”). Adottando con il passero le stesse modalità espressive dell’innografia, Catullo vuole lodarlo con un eccessivo innalzamento dello stile, che ricade così in un effetto di comica esagerazione. Del resto il passero è posseduto dalla donna amata, e questo è abbastanza perché possa essere equiparato ironicamente a un dio.

Su questi due livelli si articola la parodia, che costituisce la cifra più importante dell’intero componimento, e gli conferisce originalità. Senza questi elementi, sarebbe facile bollarlo come una banale imitazione di Meleagro, che ben poco ha da offrire di nuovo. Invece l’adozione ironica di moduli della poesia alta lo distacca decisamente dalla fredda formalità di certi versi degli epigrammi di età ellenistica. Inoltre, l’uso del vezzeggiativo solaciolum è un tratto tipicamente neoterico.

Proprio per questo in questa poesia il contenuto è meno importante che nel carme 1. L’unico elemento notevole è sul finale, quando come dicevo prima viene anticipato l’elemento di sofferenza presente nel rapporto d’amore. Catullo sostiene che, come la donna amata, anche lui può trovare conforto alle sue pene. Che si parli d’amore è qui evidente dal lessico e dal contesto, e quindi viene da pensare che la donna amata non lo corrisponda. Il componimento assume perciò una sfumatura diversa. Il poeta sta immaginando la donna con il passero, o forse la sta osservando da lontano. Comunque sia, egli si trova distante da lei, e questo spiega l’ironica divinizzazione del passero: l’uccellino fa quello che vorrebbe fare il poeta, ovvero passare del tempo con la donna. In quest’ottica, la descrizione dei giochi viene velata da una patina quasi di rimpianto da parte di Catullo per la sua impossibilità a prendervi parte.

Voglio infine soltanto accennare qualche problema relativo alla struttura del testo. Come dicevo all’inizio, la traduzione che propongo è per così dire di servizio. In realtà, se avessi voluto dare una traduzione più accurata avrei innanzitutto dovuto esaminare le varie correzioni che sono state fatte in alcuni punti della poesia. Innanzitutto, qualche editore ipotizza la caduta di alcuni versi tra il verso 6 e il 7. Inoltre, crea alcuni problemi dare un senso a ut al verso 8. Io l’ho tradotto come una congiunzione finale, ma c’è anche chi lo ha espunto e ha modificato o in tum il cum che viene subito dopo o in posse il possem del verso successivo. Un’altra soluzione adottata è stato dare a ut una sfumatura interrogativa, oppure considerare ut cum come un unico nesso causale. Vi offro soltanto le varie ipotesi, senza però prendere una posizione precisa, e nella traduzione sopra ho soltanto seguito l’interpretazione che viene data solitamente.


Credo che questo sia sufficiente per capire, cosa che non è scontata, che non siamo davanti semplicemente a una poesia qualunque su un passero e la donna amata, ma l’operazione compiuta dal poeta è più arguta, più letteraria. È qui del resto che possiamo ammirare la bravura di Catullo, ed è questa una linea interpretativa che possiamo seguire anche per interpretare altri autori antichi. Capita spesso che nei libri di scuola o nelle spiegazioni degli insegnanti si privilegi l’aspetto grammaticale o quello culturale; come se spiegando la Divina Commedia ci si limitasse a tracciare un profilo biografico dei personaggi che Dante incontra o a fare l’analisi grammaticale e logica dei versi. Capite che ci si perderebbe tutto l’aspetto ideologico e letterario dell’opera. Questo aspetto è presente anche nelle opere antiche, anche se appunto spesso viene trascurato. Mio obiettivo è anche quello di porre l’accento su questo.


Quindi, ricapitolando, il primo approccio con la poesia di Catullo dopo il carme proemiale ci presenta l’immagine di un poeta che cerca di conciliare modi della poesia ellenistica con la tradizione romana e in chiave parodica, e che vela con questa patina ironica quelli che sono gli argomenti più intimistici, che verranno meglio approfonditi nelle poesie successive.

Sinceramente, non so quando riuscirò a postare il commento al carme 3, se tutto va bene tra un paio di settimane. Comunque non mollo, anche se sono consapevole che il commento al Liber non lo finirò mai tiro avanti imperterrito! Alla prossima!

giovedì 30 marzo 2017

Recensione - Il richiamo del cuculo di Robert Galbraith (J.K. Rowling)

Facciamo un gioco. Immaginate di essere una donna di 52 anni qualunque, dove per qualunque intendo “più ricca della regina d’Inghilterra”. Immaginate di avere alle spalle sette libri che hanno venduto 450 milioni di copie, sono stati tradotti in 77 lingue e sono stati spunto per otto film di altrettanto successo. Immaginate che dopo tutto questo vi venga di nuovo voglia di scrivere, perché per voi scrivere prima che un lavoro è un piacere. Scrivereste inevitabilmente qualcosa di del tutto diverso dai famosi sette libri precedenti, no? Perché volete staccarvi quel marchio che ingombra, che viene prima di voi. Volete dimostrare che siete bravi anche con altri generi e non solo con il fantasy, che vendete perché avete talento e non per il vostro nome.

Ecco, immaginate tutto questo e sarete J. K. Rowling dopo che ha scritto il suo primo romanzo giallo, Il richiamo del cuculo. Che oggi è qui su questi schermi.
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Titolo: Il richiamo del cuculo
Autore: Robert Galbraith (la carissima zia Jo sotto pseudonimo)
Anno: 2013                                                         
Editore: Salani
Pagine: 547




TRAMA 

Cormoran Strike è un investigatore privato, e non se la sta passando bene in questo periodo. Ha poco lavoro, pochi soldi e una fidanzata con cui le cose vanno sempre peggio. Quando perciò incontra la sua nuova segretaria temporanea, Robin, non pensa che da lì a poco la sua vita prenderà una svolta, per quanto difficile, e lei ne sarà parte integrante.

Lula Laundry, famosa modella, è morta, è caduta dalla finestra del suo appartamento. Secondo la polizia è suicidio, ma il fratello John non è convinto. Per questo si reca da Strike: vuole che sia lui a indagare e a svelare la verità. Per Strike questa è l’occasione d’oro per guadagnare un po’ di soldi, rimettere in sesto la sua vita e rendersi conto se quello che è adesso e il mestiere che fa sono davvero ciò che desidera oppure solo il ripiego per qualcosa che non è mai riuscito a realizzare.

Il detective Cormoran mentre cattura un colpevole.

LA MIA OPINIONE


Il richiamo del cuculo è stato scritto sotto lo pseudonimo di Roberth Galbraith, e le ragioni di questa scelta le ho spiegate prima. Sta di fatto che prima che la Rowling facesse il coming out il romanzo aveva venduto pochino, qualcosa come 1500 copie cartacee (inutile dire che dopo invece le vendite sono salite alle stelle). La prima ragione che viene in mente a chiunque, la stessa che era venuta in mente a me, era che mentre Rowling è un nome che conoscono anche i sassi, Galbraith lo conoscono soltanto gli economisti e non si aspettano certo che pubblichi un giallo. Se poi si aggiunge che probabilmente il romanzo di un esordiente aveva ricevuto una pubblicità scadente, ecco spiegate le cause del flop. Bé, questo lo pensavo prima di leggere il libro, dopo che l’ho letto posso dire che la situazione, almeno a parer mio, è diversa.

Ora che tutti sanno che la Rowling è Galbraith l’intento iniziale dello pseudonimo è andato a farsi friggere. Infatti Il richiamo del cuculo è un libro che campa sul nome che l’autrice si è creata.

A me piace la Rowling. Ho adorato i libri di Harry Potter, ho cominciato il primo a sei anni e finito l’ultimo a dodici. Li avrò letti tantissime volte, non scherzo se dico che avrò superato la decina per ciascuno. Ok, non saranno dei capolavori di stile, ma hanno millemila altri pregi che  fanno dimenticare presto il fatto che, per esempio, la Rowling usi puntini di sospensione molto spesso dove non servono. Sono degli ottimi libri, che bilanciano uno stile non eccellente con ottime idee, una eccellente caratterizzazione dei personaggi, trame non scontate e molta ironia. Il richiamo del cuculo è invece un tremendo passo indietro. Quindi non è che non ha venduto perché povero caro non lo conosceva nessuno. Anche per quello, ma anche perché a conti fatti è un brutto romanzo, almeno secondo me.

E non è che la Rowling sia diventata di colpo stupida e abbia dimenticato come caratterizzare un personaggio. Strike è ben costruito, non è di certo un protagonista memorabile ma fai il suo sporco lavoro. I momenti in cui ricorda i tempi nell’esercito, in cui riflette su cosa fare di sé stesso, in cui ricorda la storia con la sua fidanzata, sono tutte parti in cui a parlare è una voce ben precisa, una voce che il lettore ha imparato a conoscere, non un punto di vista generico e asettico. Anche Robin, per quanto sia un po’ meno approfondita, va bene. E anche l’ambiente delle super modelle e degli stilisti in cui si svolge gran parte della storia è rappresentato con una precisione e una efficacia non da poco. Le scene rappresentate sono vivide e realistiche. Per dirne una, i personaggi sono tutti volgari e fumano tutti come dei turchi. Sembrano dettagli scontati, sembrano quelle cose che gli scrittori italiani inseriscono a caso nei loro romanzi per fare i trasgressivi, ma in realtà ci stanno molto bene. Del resto non credo che tra gli stilisti e le super modelle regnino una sobrietà e un’astinenza monacali, eppure sarebbe stato facile sfociare nell’eccessivo, nell’ipercaratterizzazione, nel troppo che suona surreale tanto quanto il poco. La Rowling evita tutto questo. Ma il libro non funziona comunque.

Avete mai letto un libro di Agatha Christie? Io tra la prima e la seconda superiore ho avuto il periodo in cui mangiavo pane e Agatha Christie. Li ho letti praticamente tutti nel giro di circa un anno, ne leggevo quasi uno al giorno. E non è che io avessi tanto tempo libero e non facessi altro che leggere, semplicemente i romanzi della Christie si leggono da soli. Ne cominci uno, ti prende e non fai in tempo a dire bah che toh, è finito ed era fantastico, avanti il prossimo. E sapete perché è così? Perché i gialli di Agatha Christie sono abbastanza brevi e vi succedono un sacco di cose. Nel giro di duecento pagine scarse c’è tempo per tre omicidi, caratterizzazione dei personaggi, approfondimento psicologico, evoluzione dei personaggi, gente che si sposa, gente che si lascia, gente che litiga, Hastings che ride dietro a Poirot per le sue manie, e venti-trenta pagine di spiegazione che tengono il lettore con il fiato sospeso. Il richiamo del cuculo è l’esatto opposto.

Ancora una volta mi sono lasciata prendere la mano...

Se tornate alla scheda del libro a inizio recensione vedrete che il dura la bellezza di 547 pagine. Più del doppio dei romanzi più lunghi della Christie. Cominciate già a intuire qual è il problema? È proprio come state pensando. Il richiamo del cuculo è un inutile polpettone.

Un romanzo giallo deve tenere viva l’attenzione del lettore e deve essere ricordabile. Perché lo scrittore di gialli è un prestigiatore che deve mostrare al lettore una magia e al tempo stesso ingannarlo, spostare la sua attenzione su certi dettagli e nasconderne altri in modo da rendere più difficile possibile capire il trucco. Se però il lettore non ricorda i punti salienti della vicenda come potrà partecipare alla sfida di capire l’assassino prima dell’investigatore? È come guardare lo spettacolo del prestigiatore al buio totale. Invece ciò che è affascinante è poterlo osservare sotto ogni aspetto e rendersi conto che è nella sua limpidezza che consiste l’inganno, che il trucco è in qualche modo pulito, è onesto, perché è essenziale ma allo stesso tempo in grado di illuderti. La bellezza di leggere un libro della Christie è proprio questa, che per duecento pagine ti fa credere una cosa e poi ti svela che non era vera, e lo si poteva capire, tutti gli elementi erano in bella vista, non nascosti sotto un cumulo di inutilità.

Tutto questo per dire che Il richiamo del cuculo è troppo lungo per quello che ha da raccontare. Il centro del romanzo è occupato dagli interrogatori, e dura qualcosa come 350 pagine. E questo è dannoso per due motivi. Il primo, perché impedisce ai dettagli di essere ricordabili: di un interrogatorio di due o tre pagine è facile tenere a mente tutti gli elementi, anche quando magari di interrogatori così ce ne sono cinque o sei. Ma quando ci sono dieci interrogatori di quasi trenta pagine l’uno, inframmezzati per altro da altre vicende che non c’entrano niente, tipo i problemi di Strike o roba simile bé, la situazione è ben diversa. Il lettore non può gareggiare con l’investigatore, sente qualcosa che si va a contraddire con quello che ha dichiarato un altro personaggio ma non può rendersene conto perché magari ha sentito dire quella cosa duecento pagine prima, e così piano piano perde coinvolgimento in quello che legge. Sia ben chiaro, non sto dicendo che in un giallo gli indizi non debbano essere nascosti, sto dicendo che esistono modi eleganti per nasconderli. E allungare il brodo a dismisura non rientra tra questi.

La reazione di zia Jo alla mia recensione.

Il secondo motivo è che gli interrogatori sono una fase di stallo. Vengono ascoltate le versioni di ognuno dei sospettati e quindi per forza di cose la trama non può andare avanti. Anche per questo devono essere corti, perché non è piacevole leggere una storia dove non succede niente. Quindi, trenta pagine di interrogatori possono avere un senso, 300 e passa invece no, anzi, sono un ottimo modo per uccidere l’interesse del lettore e per affossare la sua voglia di continuare la lettura.

Tutto questo rende nullo il buono di cui ho parlato prima. Perché va bene, Strike è caratterizzato, ma leggere 300 pagine di nulla su un personaggio ben caratterizzato è comunque noioso. Anche quando verso pagina 440 la Rowling si decide a far succedere qualcosa è comunque una ripresa fiacca e che viene salutata con freddezza dal lettore ormai sfinito. Anche Harry Potter aveva dei punti meno entusiasmanti di altri, ma lì c’era l’ironia oppure la trovata bizzarra che mantenevano vivo l’interesse, che facevano venir voglia di continuare la lettura. Qui per forza di cose non c’è nulla di tutto ciò, e quindi la noia è dietro l’angolo.

E poi arriviamo al finale. Non voglio fare spoiler, per quanto se vi dicessi chi è l’assassino vi risparmierei noia e tempo. Semplicemente, vi basti sapere che per quante spiegazioni si tenti di dare il tutto continua a suonare abbastanza stupido. Non perché la soluzione di per sé non abbia senso, credo che lo abbia (non ne sono sicuro perché grazie alle famose 300 pagine di interrogatori non ricordo tutti gli elementi fondamentali del caso), il fatto è che c’è un incoerenza di fondo che, per quanto si noti che specie verso la fine l’autrice abbia cercato di giustificarla, in pratica continua a suonare senza senso. Non dico di più, se lo leggete capirete subito di cosa sto parlando.

Conan dopo aver letto chi è l'assassino.

IN CONCLUSIONE


Il richiamo del cuculo è un romanzo noioso, troppo lungo e pieno di parti inutili. Ha delle qualità positive che gli impediscono di cadere negli Abyssi della brutta letteratura e lo stile funziona, ma comunque non è riuscito a piacermi. Non è il male assoluto, questo no, ma è ben lontano dall’essere anche solo accettabile. Quindi in caso ve lo steste chiedendo no, non ho al momento intenzione di leggere i due seguiti (anche se il secondo me lo ha regalato qualcuno in qualche occasione) ne ho avuto abbastanza per un po’ di Cormoran Strike e di Robin.  Peccato, dalla Rowling mi sarei aspettato di più, almeno a livello di idee e coinvolgimento.

VOTO:
 

giovedì 16 marzo 2017

Recensione - Steel Ball Run di Hirohiko Araki


La recensione di oggi non sarà oggettiva. So che non è una novità, visto che ogni recensione è la mia opinione e non la verità svelata. Intendevo dire che quella di oggi sarà particolarmente poco oggettiva.

Le bizzarre avventure di Jojo è uno di quei manga che io non mi stufo mai di leggere. Nelle ultime settimane  mi sono messo riletto tutta la settima serie, e ho deciso che su questo blog non poteva assolutamente mancare un articolo su Araki. Quindi se ve lo steste chiedendo sì, è trash. Sì, ci sono poteri assurdi. Sì, i personaggi sono quasi tutti mal caratterizzati. Sì, la trama ha dei risvolti insensati.

Sì, è maledettamente geniale.
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Titolo: Steel Ball Run
Autore: Hirohiko Araki
Anno: 2006                                               
Volumi: 24
Editore: Star Comics




TRAMA

Dai, davvero volete sapere la trama? Davvero pensate che nel momento in cui spunta fuori un portatore di stand con poteri impensabili e intenzioni ostili importi la trama? Mamma mia, come siete pignoli. E va bene.

Siamo in America sul finire del 1800, e il ricco Stephen Steel ha organizzato una corsa a cavallo che partirà da una costa e giungerà a quella opposta. Il viaggio è lungo e difficile, ma il premio è molto ricco, e per questo i partecipanti sono molti e accaniti. Tra questi troviamo alcuni personaggi molto particolari, come Sandman, l’indiano che partecipa per riscattare la sua gente, Pocoloco, che partecipa perché non ha nulla da fare e gli è stato predetto che avrà un periodo molto fortunato, e tanti altri. Un giovane ex-fantino che ha perso l’uso delle gambe in un incidente, Johnny Joestar, tocca la sfera di ferro di un partecipante, J.Lo Zeppeli, e riprende per un attimo a poter camminare. La cosa lo spinge a cercare di scoprire il segreto di questa sfera, e così si lancia nella Steel Ball Run, divenendo ben presto amico di J.Lo e correndo insieme a lui nella gara. Il cammino è erto di insidie: non solo qualcuno dall’Italia, paese natale di Zeppeli, vuole impedire che loro arrivino sani e salvi alla fine, ma qualcosa di ben più misterioso (e pericoloso!) si nasconde dietro la corsa. Qualche con cui ben presto J.Lo e Johnny, volenti o nolenti, dovranno entrare in contatto...


Ad Araki piace, e si vede.

LA MIA OPINIONE


Se avete già letto Jojo sapete cosa aspettarvi, e Steel Ball Run soddisferà in modo perfetto le vostre aspettative. Forse riuscirà perfino a stupirvi.

Nessuno penso che, aprendo a caso una serie di Jojo, creda di trovare i pregi che normalmente rendono un fumetto bello e di qualità. Eppure, Jojo ha un’attrattiva tutta sua, riesce a risultare straordinario pur avendo delle premesse di ben scarso valore. Questo per il motivo che nominavo all’inizio. Jojo è geniale.

E badate, non nel senso con cui potrei definire geniale Liar Game, per dirne uno. O Hunter x Hunter. Ha una genialità tutta sua, tutta particolare, che poi è la genialità unica di Araki.

Ok, forse posso smettere di ripetere sempre la stessa cosa e provare a spiegarmi. Jojo è geniale perché è composto da una serie infinita di trovate che sono una più assurda dell’altra eppure vengono sfruttate al massimo nelle loro potenzialità. Perché quando un personaggio ha un potere lo usa in modo furbo e astuto e sempre variegato (per farvi un esempio di ciò che intendo, è la differenza che passa tra come Rufy usa l’elasticità del suo corpo e come invece la usa Hokushin in Yu degli spettri), cercando di ideare la strategia più intelligente ed efficace in quel momento. L’uso abile dei poteri dei personaggi è di certo la caratteristica più notevole di tutte le serie di Jojo, e Steel Ball Run non fa eccezione. Araki è davvero fantastico in questo, e ciò rende i combattimenti davvero molto interessanti da leggere e da seguire. Non troviamo mazzate alla Dragon Ball o alla Bleach, la strategia la fa da padrona, e appunto, come dicevo prima, la strategia meditata e calcolata nei minimi dettagli e nei suoi risvolti più inaspettati.

Come sa chiunque abbia letto un capitolo di Jojo, i combattimenti sono la struttura portante della trama, che in sostanza è solo un metodo per collegare le une con le altre le varie battaglie. Bisogna dire che Araki fin dall’inizio è stato un patito delle strategie e infatti fin dalla terza serie (quella dove vengono per la prima volta introdotti gli stand, il marchio di fabbrica di Jojo) sui combattimenti non si poteva trovare nulla da dire. Se Stardust Crusaders è la parte che mi è piaciuta di meno è perché lì la trama veramente non esiste, è solo un pretesto per menare le mani. Perché sì, ad Araki della trama non frega niente, quello che gli interessa è inventarsi qualche idea assurda per mettere in seria difficoltà i personaggi e poi inventarsene un’altra per salvarli. Nonostante questo con il trascorrere degli anni è diventato sempre più bravo a creare trame perlomeno decenti, e Steel Ball Run rappresenta un perfetto esempio di ciò. Qui abbiamo un plot che in effetti ha diversi colpi di scena, diverse parti in causa che lottano tra di loro e degli snodi che non sono scontati. Ci sono dei cambi di bandiera e dei tradimenti, perfino. Tutto subordinato alle battaglie e comunque con un ruolo che è rilevante solo in modo relativo, ma voglio dire, per Jojo questi sono passi da gigante!

Wekapipo in una comoda posizione per combattere.

Vi dirò di più, i personaggi non sono proprio da buttare via. Se in Stardust Crusaders avevano tutti quanti una personalità spessa quanto una razza, qui siamo messi meglio. Sia protagonisti che antagonisti hanno un passato ben definito e questo li ha resi in misura diversa quello che sono al momento della storia, inoltre hanno tutti quelle due o tre caratteristiche che li identificano. Per esempio, di solito J.Lo è quello che agisce in modo avventato e impetuoso mentre Johnny quello più riflessivo e prudente (eccetto quando si parla delle sfere di ferro e delle sue gambe). Come vedete non è nulla di particolare, è una caratterizzazione appena accettabile, che di certo in un altro caso avrei cassato come poco precisa e raffazzonata. Ma non in Jojo.

Vi chiedete perché? Semplice. Ha poco senso applicare in modo rigido e asettico dei criteri di valutazione come fossero regole universali di qualità. È stupido che io dica che ogni manga con personaggi poco caratterizzati o con combattimenti senza strategie è brutto. Bisogna osservare caso per caso ciò che l’autore voleva realizzare e trasmettere.

Quando crea e disegna Le bizzarre avventure di Jojo Araki non vuole sfornare qualcosa di profondo o ben organizzato. Vuole soltanto dare corpo alle sue idee assurde, vuole stupire e coinvolgere, vuole che il lettore resti di stucco a leggere della strategia che si è inventato il protagonista con i poteri di trasformare le sopracciglia in fruste contro il cattivo che invece si solletica sempre il naso perché quando starnutisce emette un gas tossico che scioglie tutto ciò con cui entra in contatto. Non gli interessa una caratterizzazione profonda dei personaggi o una trama ricca di snodi, punta su ben altro, ed è questo che va valutato nell’ottica di capire ciò che si ha di fronte piuttosto che inserirlo nel proprio schema mentale rigido e inflessibile di qualità o non qualità.

Quindi Steel Ball Run soddisfa perfettamente lo scopo per cui è stato pensato e realizza in pieno quelli che sono i suoi obiettivi. Vogliamo parlare della sceneggiatura? Avete mai letto qualcosa di così coinvolgente come le sceneggiature di Araki? Non sono come quelle di Urasawa, ma centrano perfettamente nel segno. Spesso rappresentano le scene prese a rallentatore nei loro minimi sviluppi, cambiano prospettiva per mostrare la stessa azione da punti diversi, hanno l’unico scopo a seconda dei casi o di tenere il lettore con il fiato sospeso, o di rendere anche il gesto più semplice qualcosa di assurdo, insensato o bizzarro. In qualunque altro manga non avrebbero senso, ma sono fatte apposta per Jojo.

Quanto a idee, siamo ai massimi storici. Nessuna delle serie precedenti conteneva situazioni così folli, eppure trattate dai personaggi in modo così serio. Un esempio sotto spoiler.


[SPOILER]La Steel Ball Run si rivela presto come una scusa, un pretesto ideato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump Funny Valentine per bombardare la Corea del Nord impossessarsi di un oggetto di capitale importanza nella storia del mondo, un oggetto leggendario e straordinario che possiede un potere smisurato, e che è stato diviso in nove pezzi nascosti in nove punti diversi in tutta l’America. Sto parlando del – tenetevi forte – corpo di Gesù Cristo in persona personalmente!

Non so se mi spiego. Gesù Cristo. In America. Non è semplicemente geniale?[SPOILER]

Ok, mi rendo conto che è assurdo, ma come dicevo prima non conta, non importa, è perfetto così! Questo è quello che uno si deve aspettare da Jojo, e questo è quello che riceve. Quindi sì, Steel Ball Run non è per tutti, perché va preso per quello che è, soltanto così si può apprezzare seriamente.

II combattimenti, che già lodavo in precedenza, seguono l’usuale schema che ritroviamo anche nelle altre serie di Jojo, ed è poi la ragione, insieme alla sceneggiatura, per la quale sono così coinvolgenti. Lo schema è pressappoco questo. Si comincia in una situazione di normalità, in cui i protagonisti stanno facendo qualcosa di ordinario, come per esempio che ne so, comporre canzoni che ripetono in loop pizza-mozzarella. D’improvviso succede qualcosa di strano, che i protagonisti non riescono a spiegare e che presto scopriranno essere diretto contro di loro. A questo punto salta fuori che quello è il potere di un nemico che li sta attaccando per qualche ragione che non importa a nessuno, quello che conta è capire la vera natura di quel potere per poterlo poi contrastare. Dopo aver subito vari attacchi ed essere stati feriti nei modi più improponibili (ferite che scompariranno magicamente a fine della battaglia, ma di nuovo non importa a nessuno), i protagonisti intuiscono in cosa davvero consista il potere nemico e lo respingono con una strategia inaspettata. Seguono varie pagine di sberle ignoranti e il nemico è finito, possiamo passare al prossimo.

Questo schema è sfruttato in tutte le sue potenzialità, in tutte le sue variazioni possibili e immaginabili. Ed è per questo che i combattimenti sono così ben realizzati, perché i protagonisti si trovano sempre nella peggiore situazione possibile (ulteriore esempio di questo è che i nemici sanno quasi sempre che potere hanno i protagonisti, ma non vale mai il contrario) e devono trovare soluzioni sempre più ingegnose per uscirne vivi. Questa costante situazione di svantaggio di quei personaggi per cui il lettore parteggia genera una tensione che non se ne va quasi mai e tiene in continuazione con il fiato sospeso. Del resto, c’è un motivo se i combattimenti di Jojo sono tra i migliori che io abbia mai letto.

Il presidente degli Stati Uniti che ha organizzato la steel ball run.

IN CONCLUSIONE


In caso qualcuno si stesse chiedendo perché ho deciso di recensire per prima la settima serie la ragione è semplice: mi andava di rileggere questa, e del resto le serie di Jojo sono abbastanza indipendenti l’una dall’altra, quindi non creava alcun problema.

Comunque, Steel Ball Run è un manga molto ben realizzato, che si propone di intrattenere il lettore con trovate assurde e poteri impensabili, con una vagonata di tensione e picchi di stupore a ogni pagina, e ci riesce in modo perfetto. Se vi piace il genere, se amate il trash, non potete perdervelo. Se vi piacciono le mazzate con strategia e intelligenza non potete perdervelo. Se cercate il fumetto della vita, la grande opera d’arte seria e che si prende sul serio, bé, allora girate al largo.

IL GIUDIZIO DI HISOKA:

mercoledì 8 marzo 2017

Recensione - La Torre Nera di Stephen King (Torre Nera #7)

Siamo giunti al gran finale. Chi se lo aspettava, eh? Io no di sicuro, a un certo punto mi ero convinto che le recensioni della Torre Nera sarebbero rimaste ferme a metà. Fortunatamente non è così, e quindi potete avere anche voi lo stesso onore di Eddie, Susannah, Jake e Oy, lo stesso onore che ho avuto io e che hanno avuto tanti altri Fedeli Lettori in tutto il mondo. Seguire Roland fino alla fine, fino in cima alla Torre per scoprire che cosa essa ha in serbo per il pistolero.

Parlare non serve. Immergiamoci nella storia.
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Titolo: La Torre Nera
Autore Stephen King
Anno: 2004                                                         
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 803




TRAMA 

Siamo alle battute finali della storia. Padre Callahan, Jake e Oy si infiltrano nel Dixie Pig per salvare Susannah e impedire la nascita di Mordred, figlio di due padri (Roland e il Re Rosso) e di due madri (Mia e Susannah). Ancora separato da Roland ed Eddie, e presto diviso anche da padre Callahan, che si ferma a combattere i vampiri per coprirgli le spalle, Jake si trova a introdursi solo con Oy nella tana del nemico, dovendo affrontare il ka-tet dei suoi scagnozzi.

Nel frattempo Roland ed Eddie si trovano ancora nel Maine, nel quando in cui hanno incontrato Stephen King. e devono ritornare al più presto a dare man forte al resto del ka-tet. Non prima, naturalmente, di essersi assicurati che il terreno con la rosa, il terreno che ospita uno degli ultimi Vettori ancora in piedi, possa ricevere protezione e difesa dagli uomini del Re Rosso e dall’associazione che questi controlla e attraverso la quale agisce nel mondo che noi tutti conosciamo. 


LA MIA OPINIONE


Leggete La Torre Nera. Qualunque giudizio io possa esprimere qui in questa recensione sarà sempre e comunque riduttivo rispetto a quello che è il libro. Leggetelo perché è un’esperienza che non vi capiterà più nella vita. Questo è il vero Stephen King, lo stesso di It, lo stesso di Misery, quello che sconvolge, che fa amare i personaggi come amici di vecchia data, che si fa odiare per quello che succede nella storia, quello che conquista e non lascia andare, che apre mondi dai quali non vorresti andare mai via, che fa compiere viaggi verso confini che mai nessuno avrebbe immaginato, che ti porta in cima alla Torre Nera solo per farti scoprire che c’è ancora una porta da attraversare.

Ho adorato questo libro. L’ho adorato pur detestando quello che succedeva in certi punti, pur avanzando a stento in certi altri che proprio non volevo leggere, pur trovandomi avvolto da cappe di malinconica solitudine mano a mano che proseguivo con la storia.

Qui non c’è un racconto, c’è la vita gente, i personaggi sono così vivi che ti sembra di averli vicino. Ti sembra di essere davvero a Fine-Mondo, a Fedic, nel Maine, davanti alla Torre Nera. Non c’è nulla di più vero di quello che prende prepotentemente vita dalle pagine di questo romanzo.

La lettura è qualcosa di strano, che ha fatto nascere in me emozioni contrastanti e che non ho molto cercato di conciliare. Da un lato avevo una voglia pazzesca di continuare, di non staccarmi mai dalla pagina per non spezzare l’incantesimo, di interrompere all’improvviso quell’assurdo viaggio a Contezza accanto a Roland che stavo conducendo attraverso le parole di Stephen King. Dall’altro però leggere diventava sempre più difficile mano a mano che la trama proseguiva, ogni evento era come un pugno in faccia. Non aspettatevi lieti fine gratuiti o risoluzioni facili, tutto ciò che può andare male va male e quel senso di vuoto che ti rimane nello stomaco quando dici addio agli amici più cari non vi lascerà mai dall’inizio alla fine.


Molto spesso emergono nella storia all’improvviso momenti malinconici che danno un sapore dolce alla lettura. Come quando tornano alla mente ricordi di tanti anni fa, e ci si culla nella loro serenità, così succede in certi punti del libro. L’esempio più lampante e più genuino, più evocativo e intenso, è proprio all’inizio, quando la tartarughina d’avorio di Padre Callahan viene paragonata alla barchetta di George Denbrough, che esce per sempre dalla storia alla fine del primo capitolo di It.

La trama è davvero ben realizzata. All’inizio pensavo che King avesse deciso di concentrare troppe cose nel volume finale, mentre avrebbe fatto meglio a dilazionare anche all’interno del sesto la risoluzione di qualche nodo principale. In realtà mi sbagliavo, le vicende si seguono in modo magnifico in un crescendo di tensione sempre maggiore e a ciascun evento è dedicato lo spazio necessario. Nonostante siamo al volume finale viene introdotta ulteriore carne al fuoco, e questo è bene, perché rende ancora più palpabile la tensione. Smettere di leggere diventa impossibile, le pagine sono un vortice di eventi che intrappola e trascina fino alla fine. I dolori di Roland e del ka-tet sono i dolori del lettore, e lo stesso vale per le gioie.

Viene introdotto un discreto numero di nuovi personaggi. Poi visto che stiamo leggendo un libro di Stephen King e non Bleach tutti questi personaggi sono ben caratterizzati. Una menzione va a parer mio a Pimli, il capataz di Algul Siento (il luogo dove sono tenuti prigionieri i Frangitori), che non è semplicemente un cattivone versione 2.0 ma ha una personalità precisa e anche con le sue particolarità. È un umano in mezzo ai mostri e a persone con poteri paranormali e si vede, si vede eccome!

Volete sapere di un personaggio che invece è particolarmente insignificante? Il Re Rosso. Appare venti pagine scarse e non fa niente se non attaccare Roland. Di solito l’antagonista finale si suppone che abbia una personalità un po’ più sfaccettata, ma bisogna anche considerare un fatto di importanza non trascurabile. Il Re Rosso è sì l’antagonista principale, ma diciamoci la verità: a chi fregava, mentre leggeva, sapere se sarebbe stato sconfitto, e a chi invece fregava arrivare finalmente in cima alla Torre Nera? La Torre batte decisamente il Re per quanto riguarda interesse e importanza, e questo lo riconosceva anche Stephen King. Per questo motivo a mio avviso non ha speso troppo tempo per caratterizzarlo in qualche modo particolare, perché alla fine della fiera quello che importava era ben altro.


Questa è senza ombra di dubbio la degna conclusione che la serie meritava. Un romanzo in cui vengono risolte tutte le questioni aperte (compresa quella con Randall Flagg, ancora in ballo da L’ultimo cavaliere) ma che contemporaneamente offre nuovi dubbi e nuove domande, che aggiunge molti elementi nuovi al mondo di Roland e che allo stesso tempo riesce a creare forti collegamenti con romanzi di Stephen King che lo hanno preceduto. È il punto di incontro di tutto l’universo che King ha creato nel corso del suo lavoro di scrittore, il centro attorno al quale vortica la sua fantasia.

Un senso di smarrimento vi accompagnerà per la lettura aumentando sempre di più mano a mano che proseguite, e quando arriverete al finale sentirete sulle spalle anche voi il peso del lungo viaggio, rimarrete desolati davanti a ciò che sta succedendo e alla fine non potrete che convenire che, come dice Stephen King stesso, che sia bello o brutto, originale o banale, quello non poteva che essere l’unico finale della serie.

A dirla tutta esistono due finali, uno dedicato ad alcuni personaggi, un altro ad altri. Entrambi sono intensi, inaspettati (specialmente il secondo!) e coerenti con tutto il resto. Non credo che qualcuno al mondo abbia ascoltato l’invito di Stephen King scritto tra il primo e il secondo finale, per quanto fosse molto sentito. Insomma, dopo sette volumi non si può non volere arrivare in fondo!

Volevo infine approfittare di questo spazio per dire due parole sulla serie in generale, ora che siamo giunti all’ultima recensione. La saga della Torre Nera ha alti e bassi, questo lo sapete. Il primo libro detiene la medaglia d’argento come peggior libro recensito finora su questo blog, l’ultimo al contrario è tra i migliori. Ma questo non importa, perché gli alti non soltanto controbilanciano i bassi ma anzi, ne avanza per i beati. La Torre Nera non è una saga epica nel senso che segue vicende che hanno luogo per centinaia di migliaia di anni in una terra fantastica, né perché ha come protagonisti un gruppo di eroi votati al bene per principio. È assai distante, almeno sotto questo punto di vista, dal fantasy in stile Tolkien, nonostante questo resti un modello dichiarato e imprescindibile. Tuttavia è epico perché racconta la storia di cinque figure grandiose, cinque persone che si imprimeranno nel cuore del lettore come se questi li conoscesse da una vita, che sono molto più vive di tanti che si credono vivi e che invece si limitano ad occupare spazio. Il più grande punto di forza della serie è proprio il ka-tet, l’amicizia (anche se parlare di amicizia è riduttivo, il ka-tet è molto di più!) tra Roland, Jake, Oy, Susannah ed Eddie. Dopo viene tutto il resto.

La trama prosegue in modo discontinuo e affatto calcolato, ma non è importante. La scrittura è straordinaria. Leggetela, fidatevi, leggetela, e non ne resterete delusi. Viaggerete nei mondi più disparati, vivrete vite che mai avete immaginato al fianco dei vostri compagni più fedeli, che non vi lasceranno mai. Siete ka-tet, siete uno di molti. Questa è la vostra forza.

Zio Steve dopo aver visto il voto in fondo all'articolo.

IN CONCLUSIONE


Dico la verità, mi dispiace concludere questo gruppo di recensioni, mi ha permesso di trascorrere ancora un po’ di tempo insieme al mio Dihn Roland e agli altri. Mi ha anche permesso di riscoprire che cosa ho amato di questa serie e di cercare di trasmetterne un po’ anche a chi mi legge. So di non esserci riuscito, ma perché l’unico modo per capire davvero che cosa sia la saga della Torre Nera è leggerla.

Voglio infine ringraziare Stephen King per aver scritto questi libri. Non lo faccio perché spero che mi legga, è ovvio che non mi leggerà mai, ma lo ringrazio lo stesso, perché se ho potuto sognare per un po’ è tutto merito suo.

A Stephen King io dico grazie.

Lunghi giorni e piacevoli notti.

VOTO: