domenica 21 maggio 2017

Recensione - Hunter x Hunter di Yoshihiro Togashi

Che Hunter x Hunter mi piaccia penso non sia un mistero per nessuno. Voglio dire, basta guardare il metodo che uso per dare i voti ai manga per accorgersene. Se ho deciso di parlarne è perché non può mancare su questi schermi la recensione di quello che è a tutti gli effetti il mio manga preferito, la ragione, potremmo dire, che mi ha spinto a leggere manga. Se nel lontano settembre 2007, in vacanza al mare, mia mamma non avesse comprato il volume 18 di Hunter x Hunter per farmi una sorpresa (all’epoca guardavo l’anime su Italia 1), probabilmente ora la sezione manga di questo blog non sarebbe aperta. Quindi questa recensione non vi dirà molto di più sulle mie opinioni di quanto già non sappiate, ma vuole essere un tributo a un manga straordinario. E una viva esortazione a leggerlo.
______________________________________________
Titolo: Hunter x Hunter
Autore: Yoshihiro Togashi
Anno: 1998                                                   
Volumi: 33 (in prosecuzione quando a Togashi viene voglia di lavorare)
Editore: Planet Manga




TRAMA

Gon è un ragazzino che vive con sua zia sull’Isola Balena. Non ha mai conosciuto suo padre Jin, che lo ha abbandonato in fasce per continuare a svolgere il suo mestiere, l’hunter/cacciatore, un lavoro assai ambito che, in parole povere, consiste nell’occuparsi delle questioni più disparate (ecologia, archeologia, cattura dei criminali, scienza, biologia, e quant’altro) ma in modo avventuroso e spesso anche pericoloso: i cacciatori non sono studiosi quanto piuttosto ricercatori sul campo, avventurieri sempre in cerca di nuove scoperte e nuove conoscenze nel loro ambito lavorativo. Il padre di Gon è uno dei più grandi cacciatori del mondo, ed  è per conoscerlo che Gon decide di sostenere l’esame per diventare cacciatore a sua volta. Lungo la strada verso il luogo dell’esame conosce Leolio, all’apparenza superficiale e orgoglioso che vuole essere hunter solo per soldi, Kurapika, freddo e calcolatore che vuole diventare hunter per vendicare lo sterminio del suo clan, e soprattutto Killua, un ragazzino della stessa età di Gon che  nasconde più di un segreto sul suo passato.

L’esame da cacciatore è solo il primo passo che conduce Gon sulle tracce di suo padre, ma è qui che il ragazzino fa la conoscenza di alcune persone che sarà destinato a incontrare di nuovo: oltre al presidente degli hunter Netero, lo spietato e sadico Hisoka.

Hisoka che corre al pc a leggere la recensione.

LA MIA OPINIONE


Sono quasi certo di poter indovinare quello che avete pensato leggendo la trama. È banale. Questo vi siete detti. Non ve ne faccio una colpa. Succede a tutti. Perché è la verità, le premesse sono quanto di più banale io riesca a pensare. È quello che viene dopo che rompe gli schemi.

Hunter x Hunter si distingue dalla maggior parte degli shonen di combattimento per tutta una serie di caratteristiche. Intanto è vero, si combatte ma relativamente poco. Quest’aspetto non è preponderante come in molti altri shonen di successo, in cui i combattimenti sono uno strumento fondamentale per permettere alla trama di proseguire, dove non costituiscono addirittura la trama stessa. In questo momento sto pensando a Le bizzarre avventure di Jojo, ma in realtà ce ne sono molti altri di questo genere. Bé, Hunter x Hunter si distacca da questo modello, e si sviluppa intorno a una trama complessa che accoglie anche delle situazioni tipiche dei thriller: abbiamo i pedinamenti, la consegna degli ostaggi, le trattative con il nemico, ma anche le prove psicologiche, gli agguati, i personaggi che si infiltrano nel covo del nemico, e quant’altro. La tensione diventa in questi momenti palpabile, fuoriesce dalla pagina e conquista il lettore. Quando ci sono combattimenti, sono più che altro l’esito della situazione, il momento culminante di una vicenda che non può che concludersi così. In Hunter x Hunter non capita quindi sempre che qualunque situazione si risolva a mazzate, ma spesso le cose prendono direzioni più complesse. Senza contare che Togashi respinge quel modulo tipico dello shonen (di cui ho parlato anche nel post di qualche tempo fa) che prevede che i combattimenti siano tutti uno contro uno, anzi, capita spesso che un personaggio solo si ritrovi ad affrontare più di un avversario contemporaneamente. Quando ci sono i combattimenti uno contro uno, questa situazione riceve una spiegazione realistica e sensata, che di solito è che separare degli alleati rende la vittoria più facile che se si combattesse in gruppo, e non “questo è il suo combattimento”, come invece succede sempre, per esempio, in Bleach.

In secondo luogo, i personaggi hanno una psicologia complessa e approfondita. Scordatevi le macchiette alla Hiro Mashima o i classi personaggetti da shonen senza infamia e senza lode. In Hunter x Hunter ognuno ha la propria personalità, e molti subiscono una crescita non indifferente nel corso della storia. Posso citare molti esempi ma quello più convincente è Killua, che, se all’inizio pare molto sicuro di sé, si rivela invece come uno dei personaggi più fragili della storia, ed è costretto a prendere tutta una serie di mazzate dalla vita prima di riuscire a tirare fuori la grinta e a smettere di fuggire di fronte alle difficoltà.

Non fidatevi di Hisoka se vi chiede una mano..

I rapporti tra i personaggi sono descritti in modo magnifico. L’amicizia tra Gon e Killua è sincera e sfaccettata, è un’amicizia vera, reale, una di quelle che potremmo vedere nella vita di tutti i giorni. Un’amicizia non priva di ombre come si scoprirà con il procedere della storia, ma che comunque riesce a mantenersi salda e alla fine diventa occasione di crescita per entrambi. Se all’inizio, come Gon stesso ammette, lui è quello impulsivo mentre Killua quello con la testa sulle spalle, presto le cose non si riveleranno così bianche e nere e sarà proprio questa un ottimo momento per tutti e due per riparare a certi propri difetti.

Mano a mano che la storia prosegue il numero di personaggi aumenta in modo esponenziale, e Togashi riesce a renderli tutti ben caratterizzati. Sono veramente pochi i personaggi privi di personalità e piatti come una sagoma di cartone, i più sono davvero ben fatti. Anche quando Togashi introduce tanti personaggi in un colpo solo poi si prende la briga di soffermarsi su ciascuno di loro e descrivere bene il suo carattere. Ne sono un esempio le formichimere, che, nonostante siano davvero molte e siano pure dei nemici, quindi un qualunque altro autore di shonen non avrebbe esitato a caratterizzarli in modo stereotipato e sbrigativo, hanno invece personalità sfaccettate e a volte anche non scontate.

Già che ci siamo dico due parole sugli antagonisti. Una delle cose ottime di Hunter x Hunter è che gli antagonisti non sono cattivi cattivoni che vogliono conquistare il mondo perché sì, né persone pronte a farsi le scarpe l’uno con l’altro, o esseri crudeli che uccidono i loro compagni come mosche e poi sghignazzano davanti ai loro cadaveri. Prendiamo ad esempio la Brigata Fantasma. I membri della Brigata sono uniti da un legame solido e sincero, sono tra di loro amici, non semplicemente compagni. Non sono cattivi in assoluto, anzi, viene spesso mostrato il loro lato umano e solidale. Con questo non intendo dire che viene mostrata la loro triste storia che li ha resi cattivi, perché questo, oltre che essere di suo qualcosa di già visto, servirebbe ad attirare la pietà dei lettori ma li dipingerebbe come cattivi. I membri della Brigata invece piangono per i propri compagni, scendono a patti con i nemici per loro, scherzano, si prendono in giro, sono leali e fedeli. Questi loro sentimenti sono descritti così, come vengono descritti quelli dei protagonisti. Un personaggio come Pakunoda è di gran lunga più umano e di animo gentile di Kurapika, che è uno dei protagonisti eppure è peggiore di lei. E questo avviene in modo naturale, non c’è un’enfatizzazione da parte di Togashi del capovolgimento dei ruoli, non c’è bisogno di sottolineare questa differenza (come invece avverrà nella saga delle formichimere, ma questo per altri motivi). Sia Kurapika che Pakunoda sono persone, e in quanto tali nessuno di loro due è perfetto, e soprattutto non è scritto da nessuna parte che Kurapika debba essere migliore solo perché è un protagonista.

Hisoka mentre lancia iper raggio.

Come logica conseguenza di quello che ho appena detto, bene e male non hanno un confine netto e definito. I protagonisti non agiscono nel giusto necessariamente, e nella saga delle formichimere, quando a venire protetto è l’interesse di un paese invece che quello del gruppetto di Gon e compagni, questo diventa chiaro. La figura del Re delle formichimere ha questo come solo scopo, capovolgere del tutto la figura del nemico malvagio che vuole conquistare tutto, trasformandola in quella di un sovrano illuminato, che si trova a scontrarsi contro i protagonisti che, volendo mantenere l’ordine costituito, di fatto rinunciano a intervenire sulle contraddizioni e le ingiustizie della società. L’uomo è malvagio e questa malvagità risiede in lui naturalmente è la banale conclusione, ma non è banale il suo raggiungimento, il modo in cui viene presentata e l’operazione che viene effettuata attraverso i personaggi. Non è banale di suo ed è ancora meno banale in uno shonen. Il Re è poi un gran personaggio, approfondito e caratterizzato, la cui crescita interiore è descritta in modo stupendo, tanto quanto il suo rapporto con Komugi, la ragazzina che gli farà capire nuove cose sugli esseri umani. Anche le tre guardie reali contribuiscono a questo capovolgimento, e sono tra l’altro tutte e tre dei personaggi molto ben riusciti, ma la figura del Re è decisamente più incisiva.

La trama, a parte all’inizio, non è affatto banale. È imprevedibilie e coinvolge il lettore con grande facilità. Molto tempo è dedicato ai ragionamenti e alle strategie, ma anche, in particolare nella saga ora in corso, alle discussioni burocratiche e ai rapporti tra paesi. Riesce a essere originale tanto che a partire da un certo punto Gon passa in secondo piano, un’intera saga ha Killua per protagonista con Gon relegato a figura che non ha alcuno svolgimento attivo nello sviluppo della storia pur essendo fondamentale, e poi nell’ultima, quella in corso, addirittura appare soltanto in un capitolo, e in maniera molto marginale. È chiaro che a Togashi un protagonista troppo shonen come Gon sta stretto (riesce a gestire molto meglio Killua, la cui psicologia evolve in modo perfetto), e per questo lo ha fatto passare in cavalleria rispetto ad altri personaggi che invece gli vanno più a genio. Di certo Gon riapparirà in qualche modo, e sono davvero curioso di sapere come.


Dicevo che i combattimenti non sono una parte fondamentale della trama. È vero, ma va aggiunto altro: sono del tutto basati sulle strategie. Infatti, manco a dirlo, i combattimenti di Hunter x Hunter mi piacciono tantissimo. Ce ne sono alcuni pazzeschi, ma sul serio, non sono brillanti come quelli di Jojo, nel senso che quelli di Jojo, sono sempre assurdi e strani, ma sono coinvolgenti, dannazione, ed estremamente geniali e ben realizzati. Sto pensando al combattimento tra Quoll e Hisoka raccontato nei capitoli che non sono ancora stati raccolti in volume, gente, quello è straordinario. I combattimenti di Hunter x Hunter sono il massimo, non ne troverete di migliori da nessun altra parte. Sul serio. Tra l’altro, anche qui, come in molti altri shonen, i personaggi hanno poteri particolari. Qui sono chiamati Nen, ovvero in poche parole una specie di forza vitale. Il Nen è però diverso dai poteri tipici shonen. Intanto, è molto più articolato e caratterizzato, ha moltissime regole e moltissimi utilizzi che vengono tutti spiegati. Non è come l’aura di Dragon Ball, per dire, con cui alla fine ci puoi fare quello che vuoi, da lanciare onde energetiche a trasformare la gente in caramelle. Il Nen ha dei confini ben precisi, ma questo lo rende paradossalmente molto più interessante, perché il lettore stesso può seguire quello che sta succedendo cercando di indovinare in quale modo i personaggi faranno per ostacolare i poteri avversari. L’autore dimostra la sua bravura proprio così, facendo delle regole un punto di forza, e delle limitazioni un mezzo per coinvolgere il lettore.

Una cosa va nominata, ed è una nota dolente. I disegni sono scostanti. A me il tratto di Togashi piace, ma obiettivamente spesso non sono il massimo. Quelli usciti su Shonen Jump in certi punti sono proprio osceni. Questo è dovuto un po’ ai problemi di Togashi, che soffre moltissimo i tempi stretti della pubblicazione. Io nella scheda iniziale facevo ironia su questo, comunque è indubbio che Togashi abbia dei problemi reali. Certo, qualcuno la chiama svogliatezza. Può essere, io non lo credo, penso solo che sia un buon modo per fare battute, ma di certo non rispecchia una situazione reale.

A volte però a rendere brutti i disegni non sono i problemi dell’autore. Per esempio, il capitolo 337 ha dei disegni pessimi, ma in questo caso io sono sicuro che sia una scelta voluta. Ragioniamo. Il capitolo 337 contiene un complicato discorso sull’anima, sulla vita, sulla redenzione e sulla possibilità o meno di cambiare la propria vita. Quindi porca miseria, e sì, mi arrabbio perché ho letto gente che criticava questo capitolo in ogni modo possibile, se Togashi lo ha disegnato male non è perché non ne aveva voglia, per una volta non è per quello, è perché voleva che il lettore si concentrasse sui contenuti. Si vede, gente, si vede palesemente, alla fine c’è perfino una tazza con i bordi storti, ci mancava solo che scrivesse all’inizio “GUARDATE CHE L’HO FATTO APPOSTA”! Perché se la saga delle formichimere ha dei significati, sono contenuti tutti nel dialogo tra il Re e Netero e in questo capitolo. E anzi, visto che il capovolgimento delle prospettive di bene e male è operato un po’ ovunque nel corso della storia, oserei dire che la redenzione e la possibilità di cambiare la propria vita è il tema principale della saga delle formichimere, un tema che emerge abbastanza tardi, è vero, ma è sufficiente. Che cosa fa il Re, se non trovare un senso alla sua vita? Che cosa fanno Yupi e Wapf, se non trovare un senso alla loro vita? Che cosa fa la formi chimera Koala, se non trovare un senso alla sua vita? Certo, ciascuno di loro lo fa in un modo diverso, chi lo trova nell’accettazione dell’altro, chi nell’amore e nella devozione, chi nella sincerità e nel lavoro faticoso di riparazione ai propri errori.

Alla fine Hunter x Hunter è proprio questo. Un fumetto che parla di avventure, di azione, di combattimenti, di misteri, che rifugge le divisioni e i giudizi facili per offrire una visione delle cose problematica e grigia, ma anche che mano a mano che prosegue vuole parlare della vita e della crescita. Io voglio essere come Jin, lo so che non è una brava persona, ma è sempre alla ricerca di qualcosa, di un obiettivo. Sa come godersi la vita, sa come seguire la propria strada e sa che in ogni cosa si può trovare uno stimolo per andare avanti. Ed è a questo che esorta Gon: a trovare la propria via, raccogliendo sempre nuovi sproni, nuove cose che vale la pena conoscere, nuova bellezza e nel frattempo crescere. La curiosità è la cosa che caratterizza la maggior parte dei personaggi di Hunter x Hunter, da Hisoka a Jin a Netero al Re e a tanti altri. Alla fine, questo è quello che può dirci. Siate curiosi, mettetevi a prova. Scoprirete sempre qualcosa di nuovo. Dietro ogni curva c’è qualcosa di ancora più interessante che potete conoscere.

      IN CONCLUSIONE

Ho già parlato troppo. Ma il fatto è che Hunter x Hunter è spettacolare, e non lo dico solo perché per me ha un enorme valore affettivo. Anche per quello, ma anche perché davvero merita molto. Perciò seguite il mio consiglio. Leggetelo. Spendete bene quel poco di tempo libero che avete e non resterete delusi, non potrete far altro che farvi conquistare da Gon e dal suo mondo, dall’amicizia sua e di Killua, dalla crudeltà di Hisoka, dall’umanità del Re delle formichimere, dal mondo così realistico e al tempo stesso magico che prende vita nelle pagine di questo fumetto.

IL GIUDIZIO DI HISOKA:

mercoledì 10 maggio 2017

Commento integrale al Liber di Catullo. Carme 3.

L’altra volta avevo pronosticato il prossimo post su Catullo nel giro di due settimane. È passato un mese. La puntualità non è il mio forte, ma non importa! Vediamo subito che cosa ha in serbo per noi il carme 3 di Catullo!

Il carme 2 e il carme 3 costituiscono il dittico del passero della donna amata. Nel carme 2 abbiamo visto la descrizione di un momento di gioco della donna con il suo animaletto, e abbiamo visto come negli ultimi versi quello che pareva solo un quadretto raffinato diventava specchio dell’insoddisfazione del poeta. Nel carme 3 troviamo raccontata la morte del passero. Vediamo come Catullo tratta questo tema, e come lo interpreta attraverso le istanze della poesia neoeterica e attraverso la sua spiccata sensibilità artistica.

Lugete o Veneres Cupidinesque
et quantum est hominum uenustiorum.
passer mortuus est meae puellae.
passer deliciae meae puellae.
quem plus illa oculis suis amabat.
nam mellitus erat suamque norat
ipsam tam bene quam puella matrem.
nec sese a gremio illius mouebat
sed circumsiliens modo huc modo illuc
ad solam dominam usque pipiabat.
qui tunc it per iter tenebricosum
illuc unde negant redire quemquam.
at uobis male sit malae tenebrae
Orci. quae omnia bella deuoratis.
tam bellum mihi passerem abstulistis.
o factum male. o miselle passer.
tua nunc opera meae puellae
flendo turgiduli rubent ocelli.

Piangete, Veneri e Amori,
e tutti quanti gli uomini gentili.
È morto il passero della mia ragazza,
il passero, delizia della mia ragazza,
che lei amava più dei suoi stessi occhi.
Era dolce, e conosceva la sua padrona
tanto bene quanto una figlia conosce la madre.
Non si allontanava mai dal suo grembo,
ma saltando qua e là
pigolava sempre alla sua sola padrona.
Ora lui attraversa quel sentiero irto d’ombra
dal quale si dice che non torni mai nessuno.
Maledette siate voi, malvagie ombre
dell’Orco, che divorate tutto quanto è grazioso;
tanto grazioso era il passero che vi siete prese.
O triste evento! O passero infelice,
per causa tua i piccoli occhi della mia ragazza
si gonfiano e arrossiscono dal pianto.

Inutile ribadire che la traduzione non ha nessuna velleità artistica, ormai lo sapete. Quello che mi interessa è offrire un testo chiaro su cui poter lavorare.


Come dicevo prima, carme 2 e 3 sono collegati, ma questo collegamento non è soltanto tematico, ma si riflette anche nell’operazione letteraria che viene attuata attraverso la loro composizione. Nello scorso articolo spiegavo come il carme 2 fosse la parodia degli inni agli dèi. Bene, anche il carme 3 è una parodia, ma di un altro genere letterario, l’epicedio, ovvero il canto di lamento per la morte di una persona. La parodia viene attuata qui come nel carme 2, ovvero attraverso la sproporzione tra la materia e lo stile. L’epicedio è per sua natura un genere altisonante e pomposo, si tratta di una lamentazione funebre del resto, e qui viene dedicato a un ben misero defunto, ovvero un passero. Le invocazioni del primo verso, quindi, risultano eccessive ed esagerate, addirittura per un animaletto vengono tirati in ballo Venere e gli amori! Anche il verbo lugete contribuisce a rendere maestoso il tono in modo ridicolo: lugere infatti significa piangere, ma non è un pianto sommesso, quanto un pianto urlato e disperato. Più in generale, tutto il componimento suona altisonante, per via delle immagini iperboliche che vengono usate, e della maledizione finale alle ombre infernali.

In questo contesto di stile elevato Catullo non dimentica di essere un neoterico, e perciò, in un’operazione molto efficace, inserisce in stilemi alti parole del lessico comune e quotidiano, che poi, come abbiamo visto negli articoli scorsi, sono una caratteristica particolare della lingua dei poetae novi. Tra queste parole possiamo citare come esempi il verbo pipio al verso 10, l’aggettivo bellus ai versi 14 e 15(che significa carino, grazioso, e che poi è diventato il “bello” italiano, assumendo però un significato più affine a formosus), il verbo fleo all’ultimo verso, che non è popolare ma è sicuramente meno alto di lugeo, e infine tutti i diminutivi dell’ultimo verso, ocelli e turgiduli. Questa opposizione tra linguaggio e stile non fa altro che accentuare lo scarto che genera la parodia.

Non dimentichiamo inoltre che il neoterismo si rifaceva alla poesia alessandrina. L’alessandrinismo di questa poesia è duplice: da un lato nel contenuto, infatti la lamentazione per la morte di animali è frequente nella poesia ellenistica, come dimostrato dall’Antologia Palatina, dall’altro nei riferimenti dotti che emergono di tanto in tanto. L’esempio più lampante è l’invocazione a più Veneri e a più Amori. Infatti, la tradizione mitica voleva che Venere e Amore fossero unici, come del resto sono unici tutti gli altri dèi, non è che esistono due Nettuno. Tuttavia, una certa tradizione di poesia erudita ellenistica aveva moltiplicato queste figure, come per esempio ci dimostra un frammento di Callimaco. Se quindi qui Catullo parla al plurale è perché vuole mostrare di avere accolto la lezione più dotta e meno vulgata del mito.


Il verso 2 è un grande omoteleuto, visto che su cinque parole le tre più lunghe finiscono tutte con la stessa sillaba. L’omoteleuto ha qui lo scopo di cadenzare il verso, dando l’impressione di scandire il ritmo di una marcia. La parola venustus è molto importante, perché si riferisce agli uomini eleganti, raffinati. Nella traduzione ho usato la parola gentile nel senso in cui la usano i poeti del ‘300, perché mi sembrava ci stesse bene e rendesse in modo efficace il significato della parola latina. E perché per quanto sia una traduzione di servizio questo non significa che debba proprio fare essere brutta. Comunque, è importante perché dice che gli uomini che devono piangere non sono tutti, ma solo quelli raffinati, che qui assume duplice valenza: indica gli uomini in grado di provare alti sentimenti, ma anche quelli dotti abbastanza da poter cogliere i riferimenti e l’eleganza della poesia che hanno di fronte.

Il verso 3 è una diretta citazione del carme 2, e serve, in caso qualcuno, dopo aver letto la parola passer, avesse ancora qualche dubbio, a confermare il legame che collega carmi 2 e 3. È in anafora con il verso 4, e insieme costituiscono l’invocazione solenne, e naturalmente ironica, all’oggetto della poesia, il passero defunto.

Nel carme 2 il poeta sottolineava lo scarto che passava tra lui e il passero, e così implicitamente affermava di voler essere amato dalla donna come l’animaletto. Nel carme 3 l’associazione è ulteriore, ed è realizzata attraverso espliciti rimandi al carme 8, rimandi che esaminerò più nel dettaglio quando mi occuperò del carme 8 stesso. Per ora, basti sapere che si va a creare una perfetta corrispondenza tra il passero e Catullo, andando così a sovrapporre le due figure. Il passero è alter ego di Catullo nella misura sono accomunati dai sentimenti che provano. Nel carme 72 Catullo affermerà di aver amato la sua donna come un padre ama i figli. Salta subito agli occhi l’analogia con la similitudine usata qui, che paragona la ragazza amata e il passero a una madre e una figlia. Il sentimento tra Catullo/passero e la donna non è quindi un amore semplicemente carnale, è un amore legato a un vincolo familiare, è un amore istituzionalizzato quasi, ma al tempo stesso naturale e non solo fisico ma anche affettivo.

Incontriamo qui adombrata una tematica fondamentale della poetica catulliana, quella che costituisce una sua cifra originale e unica. Quell’aspetto che caratterizza Catullo in modo straordinariamente preciso, e che lo rende anche molto romano, se capite che cosa intendo. Un greco non avrebbe mai potuto pensare a una cosa del genere, per lui non avrebbe avuto senso. Ma per un romano, per un romano con la sensibilità di Catullo che vive in un momento in cui, per quanto non si interessi della vita politica della sua città, non può che risentire delle lotte intestine e del crollo dei valori che tanto terrorizzava gli intellettuali dell’epoca, per un romano così dicevo tutto ciò ha senso.

Accenno soltanto a questo tema per riprenderlo poi molto oltre, quando sarà necessario. Ciò che Catullo cerca dalla ragazza che ama non è soltanto l’amore, ma è una rilettura di questo sentimento attraverso i valori della tradizione romana, che sono tipicamente collettivi, e tendono a dissolvere l’individualità nella totalità dello stato. Catullo vuole un amore unico e individualista e al tempo stesso basato su quei valori collettivi, riletti però in chiave del tutto nuova. Nel paragonare l’amore del passer (e quindi il proprio) a quello tra madre e figlio si cela proprio questo, la volontà di calare nel contesto della famiglia, cellula prima che compone lo stato, quella che in realtà è l’esperienza individuale e irripetibile dei singoli.


I versi 8, 9 e 10 riprendono il carme 2, e raccontano con altre parole la scena di gioco che lo caratterizza, questa volta ancora più distante, perché appartenente a un passato che non potrà più ripetersi. I versi successivi riportano la maledizione contro le ombre del regno dei morti, formula tipica dell’epicedio. Vale la pena sottolineare poi che la poesia si conclude con un nuovo riferimento al pianto, mostrando così una struttura a cerchio. Il pianto era presente anche nel primo verso, solo che, se lì era il pianto delle divinità invocate, qui è quello della donna amata, e infatti viene caratterizzato in modo molto più realistico, con il dettaglio degli occhi arrossati.

In questo carme l’arte di Catullo emerge molto meno che nei due precedenti. L’adesione alle regole di un genere, seppur per ribaltarle, impedisce al poeta di esprimere al meglio le sue capacità. A parte quindi la commistione di linguaggio alto e basso, di quotidianità ed erudizione (del resto tipica del neoterismo in generale), e la parodia, c’è ben poco altro di notevole da sottolineare, giusto l’accenno al tema della rilettura dei valori del mos maiorum romano. Tutto il resto è retorico, non brutto (assolutamente no!) ma di certo rarefatto, poco sentito, un po’ sterile in ultima analisi. È anche per questo che mi sono soffermato di più sull’analisi della prima metà della poesia e ho tagliato con velocità la seconda, perché di fatto di importante a livello di contenuto, di materia per capire la sostanza del mondo poetico catulliano, c’è poco o niente.

Dicevo all’inizio che è passato un mese dall’ultimo post su Catullo. Spero che non ne debba passare ancora un altro, ma ormai mi conosco. Comuque, chi va piano va sano, e va lontano, e nessuno ci mette fretta per arrivare a parlare del carme 4. A presto!

giovedì 20 aprile 2017

Recensione - Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick

Era da dicembre che non si parlava di fantascienza. Sono sicuro che l’argomento vi era mancato. Non voglio parlare qui della mia breve esperienza con Dune, mi sveglio ancora la notte quando ci penso. Voglio invece parlare di qualcosa che mi è piaciuto, perché dopo essermela presa con la Rowling è il caso di tornare ad argomenti felici. Perché recensire bei romanzi è mille volte più soddisfacente che recensire quelli brutti.

Quindi eccoci qui con Philip K. Dick e il suo Ma gli androidi sognano pecore elettriche?. Che è uno dei titoli migliori che esistano, ammettetelo. Nonché causa principale delle occhiate perplesse che mi rivolgeva la gente quando mi vedeva leggerlo in giro. Dovrei esserne felice, per una volta le persone mi guardano strano per un motivo diverso dal modo in cui sono vestito.

Vediamo dunque di capire che cosa ha da dire Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (che d’ora in poi sarà abbreviato in M.a.s.p.e.?, perché bello quanto volete ma impiego un’era geologica e mezza a scriverlo ogni volta) e se la fama che ha sia meritata o meno.
_______________________________________________________
Titolo: Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
Autore: Philip K. Dick
Anno: 1968                                                          
Editore: Fanucci
Pagine: 238




TRAMA 

Siamo in un 1992 alternativo, in cui ormai gli umani stanno abbandonando piano piano la Terra, che ogni giorno diventa sempre più invivibile. Moltissime specie di animali sono morte, e perciò possedere un animale domestico è diventato simbolo di prestigio, nonché regola della religione che si è diffusa, il mercerismo. Chi non può permettersi un animale vero lo compra robotico, ma cerca a tutti i costi di non farlo sapere.

Rick Deckard è un cacciatore di taglie che si occupa dell’eliminazione degli androidi ribelli. Vive con sua moglie Iran e con una pecora elettrica, nutrendo sempre in segreto il desiderio di un animale in carne e ossa. Un giorno un superiore di Rick, Dave Holden, viene mandato all’ospedale mentre si occupa dell’eliminazione di alcuni androidi di una nuova tipologia, il nexus 6. Il caso sarà quindi affidato a Rick, che si troverà per la prima volta da quando ha cominciato il suo lavoro a riflettere sulle differenze tra umani e androidi.

Contemporaneamente seguiamo le vicende di un altro personaggio. John Isidore è uno speciale, ovvero una persona che ha un quoziente intellettivo basso a causa dell’esposizione alle polveri radioattive presenti nell’aria. Gli speciali sono soprannominati anche cervelli di gallina, e questo la dice lunga sulla considerazione che la società ha di loro.

Isidore conduce un’esistenza solitaria e monotona. Un giorno piomba nella sua vita qualcosa di inaspettato, ovvero una vicina di casa, Pris Stratton, che risveglia in Isidore qualcosa che lui stesso pensava di avere perso del tutto: l’iniziativa e l’intelligenza. Le storie di Rick e Isidore si andranno a intrecciare, nel tentativo del primo di trovare gli androidi che gli stanno sfuggendo, e dell’altro di trovare sé stesso e un senso alla propria vita.

Philip Dick in braccio al suo padrone. 

LA MIA OPINIONE


M.a.s.p.e.? non è il primo romanzo di Philip Dick che leggo. Ho avuto anche il piacere (inserire ironia qui) di cimentarmi con La svastica sul sole, che ok, non è terribile come Il richiamo del cuculo ma comunque non è tutto ‘sto granché. Non penso che lo recensirò mai, sarebbero comunque sei Cthulhu, non di più.

Philip Dick è un personaggio molto sui generis. Giusto per dare un’idea, era convinto di vivere una doppia vita, una come Philip Dick e l’altra come Thomas, un cristiano del I secolo d.c., e pensava che la nostra realtà fosse come programmata da un enorme computer, in modo tale che le vite che viviamo non siano altro che un’illusione. E, a parte gli psicofarmaci che prendeva fin da piccolo a causa della sua lieve schizofrenia e delle crisi depressive, non ebbe quasi nessuna esperienza con le droghe: assunse in qualche caso LSD, e pare nient’altro. Questo per dire, non è che avesse i neuroni bruciati, era, come dire, particolare di suo.

Da una persona del genere è dura non aspettarsi un romanzo strano. M.a.s.p.e.? in effetti soddisfa abbastanza questa aspettativa, ma è ben più che la visione allucinata di una persona che ha perso un po’ troppo il contatto con la realtà. Anche perché è sì strano per certe cose, ma di allucinato ha ben poco.

Dick scrive bene. È sintetico, diretto ed efficace. Le scene d’azione gli riescono molto bene perché sono rapide, nessun dettaglio di troppo, sono serrate concatenazioni di eventi che passano al lettore quell’ansia concitata che stanno provando i personaggi. Quando deve invece mostrare i sentimenti e le impressioni usa immagini vivide e intense, spesso sviluppandole e soffermandosi sui dettagli per rendere ancora meglio il concetto. Quello che gli viene un po’ peggio sono i dialoghi. In M.a.s.p.e.? ne ho trovato più di uno che suonava artificioso o insensato. Mi viene in mente giusto quello a inizio romanzo tra Dick e Iran, in cui praticamente litigano senza motivo, ma ce ne sono altri. È comunque soltanto un’imperfezione in uno stile che per il resto funziona benissimo.

I pericolosi Nexus 6.
La trama non è nulla di complicato, e soprattutto non ha grossi sconvolgimenti o colpi di scena. Prosegue in modo lineare fino alla fine e, quando capita che vengano cambiate le carte in tavola, sono parti della storia che non sono meno importanti ma comunque si situano in qualche modo accanto agli avvenimenti principali senza intaccarli. Alla fine della fiera tutto va come uno può immaginare. Non che sia necessariamente un male, specie quando come in questo caso tutto il resto funziona abbastanza bene, ma comunque avrei di certo apprezzato una maggiore cura dell’intreccio.

Per quanto riguarda i personaggi, anche qua non mi posso lamentare. Rick è caratterizzato in modo sufficiente, è un po’ il classico protagonista di queste storie e, per quanto abbia un suo personale sviluppo e una sua evoluzione, ho trovato difficile immedesimarmi con lui. Isidore invece è un personaggio che è reso molto meglio, che appare all’inizio come lo stupido qual è e poi nel corso della storia tira fuori tutte le buone qualità che possiede. Voglio dire, chi non tifava per lui durante la telefonata alla moglie del proprietario del gatto morto? Chi non ha desiderato di tirare un bel pugno sul grugno a Sloat mentre insisteva che telefonasse lui e non ha festeggiato mentre al telefono gli venivano quei lampi di genio? Insomma, sarà che viene descritto come l’ultimo degli ultimi e alla fine riesce a fare anche la sua porca figura, comunque Isidore mi è stato simpatico fin dall’inizio e mi è piaciuto seguire le parti in cui la storia è dedicata a lui. Il fatto che poi Dick liquidi con un po’ troppa rapidità il finale della sua sottotrama ammetto che mi ha un po’ infastidito, ma per il resto va tutto bene.

I personaggi coprotagonisti sono abbastanza ben messi a caratterizzazione, nulla di particolare ma va bene, un po’ come Rick. Iran, Phil Resch e Rachael non sono affatto monocorde, hanno una propria personalità e un proprio modo di sentire (nel caso di Resch anche una forte etica), ma si mantengono abbastanza nella media.

Come in tutti i romanzi di Dick ad avere un ruolo di rilievo è la componente ideologica, gli spunti di riflessione che l’autore riesce a intrecciare in modo perfetto con la storia e che emergono qua e là, per essere sviluppati in modo compiuto entro la fine del romanzo. È proprio questo aspetto riflessivo che ora fa dire a molti che Dick non scrive fantascienza, no, perché la fantascienza non è letteratura mentre Dick vuole anche dire delle cose, mica solo raccontare una storia. Giudizi affrettati dei soliti intellettualoidi insomma, nulla di nuovo sotto il sole.

La mia reazione a a questi giudizi affrettati.
Comunque, le tematiche che Dick tratta in M.a.s.p.e.? sono comuni anche ad altri suoi romanzi. La prima e più presente è la ricerca del divino. Nella distopia che fa da sfondo a questo romanzo la divinità principale è Wilbur Mercer, che invita la gente a collegarsi a una sorta di sentimento collettivo attraverso le cosiddette scatole empatiche. Da un lato Mercer e dall’altro Buster Friendly, personaggio solo nominato e mai mostrato dal vivo, comico conduttore di una trasmissione che tenta in tutti i modi di demolire il mercerismo. Ovviamente la soluzione che Dick trova attraverso Rick non la rivelo per non fare spoiler, comunque le prospettive a questo proposito vengono sconvolte un paio di volte, fino al cambiamento finale, mai spiegato sul serio ma solo intuibile dal lettore attraverso la situazione. Da quel che ne so, il tema del divino è trattato in modo più approfondito anche in altri libri, comunque già qui assume dei contorni ben definiti, e le conclusioni che vengono implicitamente tirate verso la fine non sono scontate, e possono offrire materia su cui pensare.

Androidi ed esseri umani, robot e animali vanno sempre più a identificarsi mano a mano che il romanzo prosegue. Quello che è all’inizio è un confine ben segnato e ben preciso si assottiglia sempre di più fino a dissolversi e a lasciare le cose in una specie di limbo, un momento in cui fare suddivisioni certe diventa affrettato e in ultima analisi anche poco corretto. Dalle prime pagine capiamo l’antipatia e il fastidio che Rick e Iran provano per il fatto di non possedere un animale reale e di doversi accontentare di una pecora elettrica, ma questa prospettiva viene sul finale ribaltata con l’arrivo del rospo. Non aggiungo altro per non fare spoiler, comunque qui risiede il nucleo centrale del romanzo: in diversi momenti vari personaggi ripetono che è a volte è più giusto fare la cosa sbagliata che quella giusta, ma quando non ci sono più uomini e androidi ma soltanto esseri viventi come si può ancora fare una distinzione netta fra le cose? Ecco che crolla qualunque certezza, qualunque divisione rigida di valori e credenze. C’è soltanto la vita così com’è, la vita di cui fa parte ogni cosa, la vita che non ammette distinzioni. Smette di avere senso parlare di giusto e di sbagliato in base a criteri precostituiti, c’è soltanto l’individuo, e chissà che non possa essere di nuovo Wilbur Mercer a rivelargli come stanno le cose. Un Wilbur Mercer però molto diverso da quello solito.

Questo è soltanto un piccolo assaggio delle tematiche toccate nel corso della storia. Dick le approfondisce molto di più e in modo molto personale e non sempre esplicito attraverso le azioni e le decisioni dei personaggi.

E fin qua più o meno funziona tutto. Cosa invece non va? Bé, la faccenda è strana in realtà. Perché non c’è nulla che in realtà non vada bene, e quindi tutto non va bene. Mi spiego. Nulla in particolare non funziona, ma ci sono tantissime piccole cose sparse qua e là che mi hanno fatto storcere il naso. Molti elementi non sono chiari o sono trattati in modo troppo sbrigativo. Tipo il Palazzo di Giustizia di Mission Street, per dirne una, non dico che non abbia senso, lo ha, ma andrebbe come minimo contestualizzato un po’, altrimenti sembra proprio buttato lì a caso, sembra che Dick dica “toh lettore, io faccio succedere questo, le spiegazioni ci sono ma dattele da solo”. Non si fa così. Lo stesso vale per il finale della vicenda di Isidore, tirato così come se fosse un evento marginale e raccontato sotto il punto di vista di un altro personaggio. Sciatteria mi verrebbe da chiamarla, se non fosse che quando vuole Dick sa essere tutto tranne che sciatto.

E se non vi vanno bene le pecore elettriche, abbiamo anche un gatto cibernetico!
Ci sono come dicevo prima un po’ di dialoghi surreali, qualche personaggio a volte prende decisioni improvvise e non comprensibili nell’immediato (le motivazioni ci sono ma bisogna stare lì a pensarci), ogni tanto capita che i sentimenti dei personaggi mutino un po’ troppo rapidamente e qualche evento avviene in modo così repentino che il lettore non riesce a capire che cosa sia successo e rimane disorientato. Non faccio esempi di tutto ciò per non fare spoiler, comunque sta di fatto che rovina non poco la lettura, e controbilancia in parte in negativo tutti i pregi che ho elencato finora.

IN CONCLUSIONE


M.a.s.p.e.? è un buon romanzo, ben scritto e ben congegnato, con dei personaggi discreti e molte cose da dire. È a volte troppo frettoloso o troppo buttato lì a caso e questo affossa un po’ le sue qualità, ma resta comunque un’ottima lettura, che mi sento di consigliare a chi voglia approcciarsi a Dick. È sicuramente meglio de La svastica sul sole, non c’è paragone.

VOTO: 

P.S. L’edizione italiana è la solita Fanucci di tutte le opere di Dick, quella con la frase fiera scritta sul retro come se fosse un incentivo a comprare il libro, mentre in realtà fa venire voglia di rimetterlo sullo scaffale. Che ci volete fare, dobbiamo tenercela così.

venerdì 14 aprile 2017

Recensione - One Outs di Shinobu Kaitani


Se non si fosse capito, io sono un patito delle strategie. Tanto mi piacciono le strategie quanto poco mi piace lo sport. Quando la gente mi chiede che squadra tifo rispondo che preferisco la peste, ho imparato giusto un mese fa che cosa sia il fuorigioco e penso che l’unico evento sportivo che ho guardato per intero siano stati i tuffi alle olimpiadi di quest’estate. Ed è stato un puro caso.

In realtà a me non piace fare sport. Guardarlo giocare non è certo così male, specialmente se posso mettermi a capire i funzionamenti della partita, e cercare così di stabilire quale possa essere il modo migliore per vincere. Non lo faccio perché poi non mi viene mai la voglia, ma in realtà fare da spettatore mi piace pure. Comunque sia, di non rientra tra le mie attività preferite, e quindi potrebbe suonare strano che oggi io mi presenti a recensire One Outs, un manga che parla di sport. Ma ehi, avete presente la prima premessa? A me piacciono le strategie. E dire One Outs è dire strategia.
___________________________________________
Titolo: One Outs
Autore: Shinobu Kaitani
Anno: 1998                                                  
Volumi: 20
Editore: Inedito in Italia (su internet esiste la traduzione in inglese di un buon 70% dei volumi, ma per alcuni bisogna rassegnarsi a guardare l’anime. O a imparare il giapponese).


TRAMA

Hiromichi Kojima è il battitore di una squadra di baseball abbastanza scarsa, i Lycaons. Questa è la sua ultima stagione prima di ritirarsi, e sarebbe suo desiderio vincere il campionato. È durante la sua ricerca di quel qualcosa che gli manca per vincere che Kojima si imbatte nel one outs, un gioco che viene praticato clandestinamente a Okinawa e che è oggetto di scommesse da parte del pubblico, che consiste in qualcosa di molto semplice: il lanciatore deve eliminare il battitore segnando almeno due strike su tre. Campione di questo gioco è il misterioso e taciturno Tokuchi Toua, che non è in grado di lanciare palle particolarmente rapide ma non ha mai perso una volta. È questo l’inizio nella vita di Tokuchi di un radicale cambiamento, che lo porterà a fare di tutto per realizzare il sogno di Kojima e portare i Lycaons alla vittoria del campionato. D’ora in poi però sarà assunto in base a un contratto molto particolare fatto su misura per lui, un contratto dove vengono messe in gioco somme di denaro altissime, e che uno scommettitore come lui non può permettersi di rifiutare.

Tokuchi Toua mentre rappa.

LA MIA OPINIONE


Io non sapevo niente di baseball quando ho cominciato a leggere One Outs, e quando dico niente intendo proprio zero col buco. Ma questo non è stato per nulla un problema, mi sono armato di Wikipedia e pazienza e con un po’ di ricerca mi è stato tutto chiaro. In sostanza, non conoscere il baseball non impedisce di leggere e soprattutto apprezzare One Outs.

Come anticipavo prima, sport e strategie sono le due componenti essenziali della storia. Questo non deve stupirci, visto che l’autore è Shinobu Kaitani, che ha disegnato e sceneggiato anche Liar Game, che non ho mai recensito su questo blog ma sappiate che mi piace parecchio (a parte il finale, ma voglio autoconvincermi che il finale sia un’orrenda allucinazione collettiva). Ecco, Liar Game per chi non lo conoscesse è il trip mentale fatto manga. E One Outs, che cronologicamente lo precede, non è affatto da meno.

Tokuchi si prepara a un sevizio.
Tokuchi Toua è, prima che un buon giocatore di baseball, un ottimo stratega, un fine lettore dell’animo umano e un ardito scommettitore. Queste sue tre caratteristiche combinate insieme creano il suo personale e imbattibile stile di gioco, che consiste nel capire l’avversario e trovare il modo migliore per vincerlo. In questo modo costruisce le strategie che lo portano alla vittoria della partita.

Le strategie sono l’aspetto più coinvolgente di tutto il manga. È uno spettacolo seguirle, cercare di anticipare Tokuchi oppure di capire che cosa ha in mente di fare. Spesso anche gli avversari utilizzano metodi di questo genere per cercare di vincere, e ciò non fa altro che aumentare la tensione e l’attenzione. Osservare come alla fine l’avversario viene messo al muro nel modo più astuto possibile, come già da parecchio tempo Tokuchi avesse previsto che la partita avrebbe preso una determinata direzione e quindi si fosse già premurato per rispondere in modo efficace è davvero interessante. Io personalmente mentre leggevo non riuscivo a smettere, dovevo a tutti i costi sapere come andava a finire. Giusto per darvi un’idea, vi racconto questo. Non so se l’ho mai detto comunque io ho molta difficoltà a non fare nulla per tanto tempo. Non riesco perciò per esempio a guardare serie tv, perché guardare è un atto passivo, e mi annoio. Stesso discorso vale per gli anime. Riesco invece a leggere perché leggere è qualcosa di attivo, e quindi mi tiene sufficientemente impegnato. Altra cosa, come accennavo prima alcuni volumi di One Outs non sono mai stati tradotti in inglese, bisogna guardare l’anime. Ecco, premesso tutto questo, ho guardato una cosa come sei episodi di One Outs in una mattina. Che per me non è tanto, di più, è come se un astemio si trincasse dieci birre in una serata. Questo per dare l’idea di quanto mi ha appassionato.

Tokuchi soddisfatto. Ha appena innaffiato il girasole che ha in testa.
C’è un altro elemento molto coinvolgente, che insieme alle strategie costituisce uno dei punti meglio riusciti di tutto il manga. Sto parlando di Tokuchi Toua, che non solo è il protagonista, è la figura che domina tutta la storia. Anche i comprimari vengono spesso relegati sullo sfondo della scena, Tokuchi è il centro dell’attenzione dell’autore. Solo in certi momenti si fa largo la figura di Izumi Takami, che pare può rivaleggiare con Tokuchi. Comunque sono solo alcuni momenti, per il resto del tempo Tokuchi la fa da padrone. E questa è una delle mosse più azzeccate che l’autore potesse fare.

Tokuchi è per certi aspetti un personaggio monocorde. Non si scopre nulla del suo passato, e lo vediamo sempre calmo, controllato e padrone della situazione. È ben caratterizzato, ma non è affatto approfondito psicologicamente e non ha un’evoluzione. Il Tokuchi del primo volume è identico a quello dell’ultimo. Eppure Tokuchi svolge in modo perfetto quello che è il suo ruolo, ovvero essere la colonna portante di tutta la storia. Tokuchi ha carisma, ha la capacità di affascinare il lettore. È il tipico personaggio che non sbaglia mai, ma ha intorno a sé un alone di mistero sufficiente per bilanciare questa sua fastidiosa perfezione. Ha sempre tutto sotto controllo e sa qual è la soluzione, ed è anche freddo, calcolatore e dalla parlata tagliente e acuta. Insomma, è una variazione piacevole del personaggio troppo perfetto perché invece che essere un insopportabile saccente a cui viene tutto bene è una figura a volte ambigua, severa e spesso cattiva nei confronti degli altri. Tokuchi è il motivo per cui leggere One Outs non è ripetitivo né lento, ma sempre affascinante ed emozionante, perché oltre che offrire delle strategie molto ben elaborate mette in scena un personaggio carismatico che con la sua altezzosa superiorità conduce il lettore, insieme agli altri membri della squadra, alla demolizione degli avversari.

"Maledetto Tokuchi... Mi ha relegato a comparsa..."
La trama è semplice, fin troppo semplice. Tuttavia, per evitare una generalizzazione dannosa, mi sembra sensato dividerla in due grossi filoni. Il primo che racconta delle partite giocate da Tokuchi, il secondo quello che vede Tokuchi ricoprire un altro ruolo, su cui non aggiungo altro per evitare spoiler. Bisogna dire che la prima parte è per certi aspetti migliore. Nella seconda le strategie si fanno molto diverse, se nella prima erano applicate alle partite in modo diretto (e quindi erano spesso inserite in una serrata spirale di tattiche), nella seconda vengono applicate per così dire ai giocatori (continuo a essere poco chiaro per non finire in spoiler), e questo porta il tutto a scivolare un po’ senza rimanere molto impresso. Per dire, nella seconda parte intere partite vengono raccontate nel giro di pochi capitoli, e questo naturalmente priva un po’ la storia del suo mordente. È vero che vengono approfonditi altri aspetti, tipo viene fornito a Tokuchi un rivale degno di questo nome, vengono rivelati i retroscena che risiedono dietro al baseball professionistico e in un paio di volumi la lotta strategica non è più a livello di partite ma a livello di contratto e acquisto. Ma resta comunque sempre l’impressione che quel qualcosa che rendeva speciale la prima parte sia andato irrimediabilmente perso.

Ah, la trama si conclude in realtà nel volume 19, il 20 racconta una storia a sé ambientata in un punto del volume 18 (se non mi sbaglio). Fate finta che non esista perché è un drastico calo di qualità rispetto a quello che viene prima, il nemico che sembra pericoloso è un idiota e il lettore capisce dieci anni prima perché la sua tattica andrà storta. In sostanza è un’aggiunta di cui non si sentiva il bisogno e che anzi, non fa altro che abbassare la qualità. Saltatela, tanto è l’ultimo volume, o se proprio desiderate leggerla fatelo coprendovi le orecchie con le mani e ripetendo forte “se non sento non è vero”. Ma fidatevi che non vi perdete niente.

Sempre senza cadere in spoiler volevo dire due parole sul finale. Il finale è di per sé abbastanza casuale, si vede lontano un miglio che Kaitani non sapeva bene come concludere e quindi ha deciso di dare un taglio netto a tutto. Quindi di suo non è il massimo, tuttavia viene reso con sufficiente malinconia e riesce a dare un senso di tristezza che non ci sta affatto male. È di nuovo grazie al fatto che il lettore ha avuto modo di simpatizzare con Tokuchi, e quindi non può fare a meno di rimanerci un po’ male. Quindi diciamo che un po’ per l’astuzia dell’autore un po’ per il carisma di Tokuchi quello che sarebbe stato un finale un po’ tirato riesce a essere almeno dignitoso. Del resto sappiamo che Kaitani non ci sa fare con i finali. Non dirò altro se non Liar Game. Chi ha orecchie per intendere...

Shinobu Kaitani il giorno della sua laurea.
Ci sono varie sbavature qui e là che intaccano lo scorrere piacevole della lettura. Le più evidenti sono nella parte dedicata a Kurai, Muruwaka e Sugadaira, dove la sospensione dell’incredulità che viene richiesta è decisamente eccessiva. Si vede che Kaitani ha deciso di strafare, e propone situazioni che, per quanto possibili, suonano davvero esagerate. Di nuovo non dico di più per non fare spoiler, comunque questa esagerazione è davvero fastidiosa: One Outs tira avanti grazie alle strategie e all’intelligenza di Tokuchi. Di colpo invece, fortunatamente per poco, pare che intelligenza e astuzia non contino più, l’importante è avere innata l’abilità di superare un record mondiale, il tutto senza aver mai praticamente mosso un dito. Ma per favore.

Non che in quella parte vada tutto male, niente affatto. A onor del vero, il discorso tenuto a Sugadaira da Tokuchi merita sul serio, ma controbilancia solo in parte le assurdità di trama.

I disegni all’inizio non sono granché, ma migliorano molto. Nei primi volumi sono mal fatti, mano a mano che prosegue diventa meglio, fino a raggiungere verso la fine quello stile elegante e slanciato che caratterizzerà anche Liar Game.

IN CONCLUSIONE


One Outs è un manga di tutto rispetto, che pur non riuscendo a diventare un capolavoro è ricco di buone qualità, ha un protagonista carismatico e coinvolgente e delle strategie davvero ben realizzate. La lettura non è quasi mai noiosa e la storia, per quanto semplice e ridotta all’osso, prosegue in modo interessante, anche se a volte osa troppo poco. È un manga nella media,e che a volte riesce a elevarsi un po’ sopra gli standard tipici, ma non sempre e ogni tanto ricade anche in qualche errore da principiante. Insomma, vale la pena recuperarlo, specie se si amano le strategie e i trip mentali, ma tuttavia bisogna sapere che, pur essendo una lettura di tutto rispetto, non andrà molto oltre quello.

IL GIUDIZIO DI HISOKA: