martedì 27 febbraio 2018

Recensione - Sailing to Sarantium di Guy Gavriel Kay

No, neanche oggi Regazzoni. Mi spiace. È che quando ho dovuto scegliere se leggere Foresta di tenebra oppure Sharps di K. J. Parker, dopo notti trascorse sudato e insonne tormentato dal dubbio e dall’indecisione, ho scelto Parker. Quindi vi propino un’altra recensione positiva di un altro fantasy, parecchio diverso però da L’oceano in fondo al sentiero.

Guy Gavriel Kay è uno scrittore molto noto. Alcuni suoi romanzi sono stati tradotti anche in italiano. Si tratta essenzialmente delle sue prime opere, ovvero la trilogia di Fionavar e Il paese delle due lune. Io ho conosciuto Kay leggendo il suo ultimo romanzo, Children of earth and sky, che ho trovato stupendo e che non ho mai recensito perché boh, evidentemente in quel momento avevo altro per la testa. Tipo l’esame di archeologia greca, ora che ci penso. Comunque, dopo l’esperienza positiva sotto quasi tutti gli aspetti di Children of earth and sky ho scelto di leggere la bilogia del mosaico di Sarantium, intanto perché ne ho sentito parlare molto bene, e poi perché ho in ebook anche la Trilogia di Fionavar ma la trama è di una banalità tale che sembra l’abbia scritta il fratello demente di Kay. Quindi ho detto, magari è tutta apparenza, ma perché rovinare la bella immagine che ho di uno scrittore quando posso andare sul sicuro?

E quindi eccoci qui. Dicevo, la bilogia del mosaico di Sarantium, appunto. Ecco cosa ne penso del primo libro che la compone, Sailing to Sarantium.
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Titolo: Sailing to Sarantium
Autore: Guy Gavriel Kay
Anno: 1998                                                       
Editore: Harper Voyager
Pagine: 524




TRAMA 

A Sarantium, l’occhio del mondo, città delle città, grandi cambiamenti sono in atto. Dopo la morte dell’imperatore Apius la successione si consuma nel sangue, e prende il potere Valerius, capo delle guardie imperiali. Quindici anni dopo ha preso il suo posto il nipote Petrus, con il nome di Valerius II, e governa insieme alla moglie Alixana, donna sensuale e misteriosa, nonché, in passato, attrice e danzatrice.

Nella regione di Batiara, invece, si respirano ancora le polveri di un impero ormai caduto sotto le pressioni e le scorrerie dei barbari. La gloria della città di Rhodas, ormai relegata soltanto a centro religioso, è diventata solo un ricordo, e a governare sono i barbari che hanno invaso il paese, gli Antae, comandati dalla giovanissima regina Gisel, che teme le insidie dei nobili del suo popolo, i quali mal sopportano di essere sottomessi a una ragazzina. Batiara e Trakesia, il paese di cui Sarantium è capitale, erano un tempo un unico impero, ora sono divisi, sia nella politica che nel destino.

La narrazione si focalizza sulle vicende di un artigiano mosaicista, Caius Crispus, o Crispin, che vive a Batiara e lavora insieme al suo maestro Martinian. Crispin, dal carattere iracondo e poco incline alla diplomazia, ha visto morire a causa della peste sua moglie e le sue figlie, e da quel momento è diventato molto più svogliato e poco incline a mettersi in gioco. Tutto cambia però quando Martinian viene convocato a Sarantium per comporre il mosaico del nuovo santuario di Jad che Valerius II sta facendo costruire, simbolo sia della sua fede religiosa ma anche e soprattutto del suo potere. Martinian però, che si sente troppo vecchio per viaggiare, convince Crispin a partire spacciandosi per lui. Poco dopo Crispin viene convocato da Gisel, che ha saputo della sua partenza, e che gli affida una missione segreta, di vitale importanza per lei e per Batiara.

Crispin dopo essere stato fatto santo.
Comincia per Crispin un lungo viaggio fino a Sarantium, viaggio nel quale incontrerà compagni, in cui potrà osservare quanto il mondo sia straordinario, misterioso e incomprensibile, e al termine del quale si troverà nella città delle città, l’occhio del mondo, davanti a tutte le personalità più potenti della sua epoca. Valerius II, Alixana, Leontes, capo dell’esercito, sua moglie Styliane, il cui fratello è stato ucciso all’epoca dell’ascesa del primo Valerius, saranno i giganti davanti ai quali dovrà presentarsi per svolgere il suo lavoro, e lasciare tramite esso un’impronta nella storia.


LA MIA OPINIONE



Qualcuno ha un déjà vu? Qualcuno quando ha letto Valerius II ha detto Giustiniano?

Il forte di Kay è proprio questo, scrivere fantasy di ispirazione storica, in cui cioè il word building si modella sulla storia del nostro mondo. Qui le analogie sono facili da cogliere per chiunque: Rhodas è  il corrispondente di Roma, Sarantium di Costantinopoli, Valerius II di Giustiniano, Leontes  di Belisario, e così via. Siamo comunque sempre di fronte a un fantasy, quindi le vicende prenderanno la piega che preferisce l’autore, a prescindere che nella nostra storia le cose siano andate così o meno. Sono l’ambientazione e le premesse che attingono a piene mani dalla storia, lo svolgimento e la narrazione sono tutta farina del sacco di Kay.

Si vede che l’autore si è molto documentato sulla Costantinopoli dell’epoca di Giustiniano, lo si nota di continuo durante la lettura. Dai dettagli sui profumi, ai modi di vestire, alle fazioni dell’Ippodromo, ogni dettaglio è curato alla perfezione secondo l’uso dell’epoca cui Kay fa riferimento. Questo è molto affascinante, in quanto caratterizza il mondo in modo efficace. Il vincolo di riferirsi a un periodo storico potrebbe, se imposto a una penna meno esperta, risultare limitante, e potrebbe in qualche modo imbrigliare la fantasia dell’autore. Con Kay è il contrario, esso diventa uno strumento per la sua fantasia per svilupparsi e creare.

La storia di Sailing to Sarantium è molto molto verosimile. E non è dovuto al fatto che si ispira alla realtà, anzi, quello c’entra ben poco, visto che gli elementi tratti dal vero, pur essendo moltissimi, riguardano essenzialmente personaggi e ambientazione. La verosimiglianza è data dal fatto che Kay conosce molto bene le cose di cui parla. Sa come funziona un esercito, come è organizzata una corte, come ci si rapporta tra sovrani e sudditi, tutte quelle cose che consentono al suo mondo di assumere una forma realistica. Kay non crea e basta, Kay riveste la sua fantasia di tutti quei dettagli realistici che invece che imbrigliarla la rendono più credibile. Questo aspetto è uno dei principali punti di forza del romanzo, e non solo di questo, anche di Children of earth and sky e quindi, almeno suppongo, più in generale di tutta la sua produzione di fantasy modellati sulla realtà.

Sailing to Sarantium per certi aspetti è un romanzo atipico per Kay (perlomeno per il Kay di ispirazione storica, il Kay di Fionavar non so come sia), mentre per altri rientra perfettamente nei suoi canoni. La cosa più inusuale è che si concentri su un solo protagonista e sulle sue vicende. Di solito invece troviamo un numero di protagonisti molto elevato, ciascuno magari in un luogo diverso del mondo, invischiato nelle sue vicende. La focalizzazione solo su Crispin non è un male, anzi, Kay dimostra di sapersela cavare bene anche con un modulo narrativo che di solito non sfrutta.  D’altra parte, quello che si perde è che l’ampia visione di insieme che invece caratterizzava Children of earth and sky, in cui il lettore nel giro di poco tempo visita quasi tutti i luoghi più importanti del mondo in quell’epoca, grazie al fatto che in ciascuno di essi c’è almeno un personaggio che fa da punto di vista. Si tratta di una libera scelta dell’autore e direi anche piuttosto sensata, visto che, almeno per la maggior parte del libro, il numero dei personaggi in scena non è molto elevato.

Kay invecchiando è diventato Francesco Guccini.

Il libro riprende uno dei temi di Children of earth and sky (ma visto che questo è stato scritto dopo sarebbe più corretto il contrario), ovvero l’impossibilità di conoscere tutto nel mondo e quindi la necessità di arrendersi ai misteri che esso presenta. La trama porta questo tema ad intrecciarsi con la riflessione sulle religioni e sul loro significato. Il mondo in cui si svolge la storia, a parte qualche luogo ben preciso, è devoto a Jad, che poi è il corrispondente del Dio cristiano. Anche Crispin sposa questa religione, ma presto è costretto a rendersi conto che le cose non sono così semplici. Che non poter capire come funziona il mondo comprende anche dover riconoscere che esistono forze inspiegabili e che gli dèi del paganesimo prima di Jad rientrano tra queste. Che se non si può spiegare tutto al mondo allora bisogna rassegnarsi ad ammettere che l’esistenza di più divinità non è una contraddizione. 

Questa realizzazione è una tappa fondamentale del viaggio di Crispin, che segnerà lui e il mosaico che realizzerà al santuario di Jad. Il contatto con forze soprannaturali e con l’half-world (ovvero, in buona sostanza, il mondo dei defunti) accompagna tutto il suo viaggio, ed è normale che sia così, appunto per quello che si diceva prima, ovvero che il mondo non è per nulla conoscibile. Dobbiamo accontentarci di comprendere quello che possiamo e quello che ci capita, ma non sperare di andare troppo oltre.

La caratterizzazione dei personaggi è ben realizzata. I coprotagonisti hanno tutti una personalità, da Zoticus a Kasia a Carullus a Plautus Bonosus. A dominare sulla scena è chiaramente Crispin, il quale compie in tutto il suo viaggio una crescita. A fine del romanzo questa crescita è ancora in corso, ma solo perché verrà sviluppata, e conclusa in modo inaspettato, nel libro successivo. In pratica, nelle sue prime apparizioni Crispin ci viene mostrato come una persona suscettibile, facile all’ira e agli insulti, che ha perso la voglia di vivere dopo aver subito ben tre lutti nel corso di un’epidemia di peste. Alla fine del libro Crispin è cambiato moltissimo. Conserva ancora il suo carattere iracondo, ma sta piano piano trovando un suo ruolo, un compito da svolgere che giustifichi la sua presenza al mondo, ed è, naturalmente, la costruzione del mosaico. Il soggetto della rappresentazione di Crispin non è casuale, ma è la manifestazione visiva della sua crescita interiore e del modo che di concepire il mondo che ha sviluppato nelle sue peregrinazioni.

Una parte importante dell’ambientazione e di conseguenza della narrazione è l’Ippodromo. A Sarantium le corse dei cavalli sono una vera e propria fissazione, i cittadini possono scegliere con quale delle quattro fazioni schierarsi e assistere alle gare, esistono locande frequentate solo da una determinata fazione, corridori compresi, danzatrici che lavorano solo per una fazione, e quant’altro. A parte il minuziosissimo lavoro di studio delle fonti (a Costantinopoli nel VI secolo le cose non andavano molto diversamente), volevo segnalare questo per due ragioni. La prima, perché è la caratteristica fondamentale di Sarantium, e quindi evidenzia ancora una volta il grande lavoro che ha fatto Kay nel creare l’ambientazione, visto che la passione degli abitanti per questo sport viene rappresentata in modo molto realistico e vivo, senza però risultare eccessiva, e quindi dare l’impressione che i sarantini pensino solo a quello. L’altra motivazione è che l’Ippodromo è teatro di una delle scene che sono scritte meglio in tutto il libro, una scena che tiene il lettore con il fiato sospeso e gli dà l’impressione di essere anche lui tra gli spalti in mezzo al pubblico. In generale comunque, credo che il modo in cui Kay gestisce l'ippodromo dovrebbe essere preso a esempio da chi vuole realizzare un mondo verosimile.

La mappa del mondo.

Se c’è una cosa che piace a Guy Gavriel Kay è creare scene intrecciate, nelle quali vengono presi in considerazione i punti di vista e si passa da uno all’altro molto rapidamente in pochi paragrafi. La situazione viene raccontata frammentata attraverso gli occhi di più personaggi. Questo sistema è molto affascinante, e devo dire che Kay lo sa mettere in atto molto bene, andando a conquistare il lettore e suscitando in lui tensione e interesse. Sia la scena di Kasia e della sera alla locanda e quella della notte a Sarantium sono delle piccole perle.

Il romanzo ha anche dei difetti, ma incidono poco sulla generale buona impressione che mi ha fatto. La narrazione è incostante, a volte si concentra su dettagli che potrebbe trascurare. Roba di poco conto, comunque.


IN CONCLUSIONE



Sailing to Sarantium mi è piaciuto, direi che si è capito. È un ottimo romanzo, davvero valido e davvero ben scritto. È inutile che dica che consiglio caldamente di leggerlo. Il successivo, Lord of emperors, sarà all’altezza? Riuscirà a concludere in modo degno la vicenda di Crispin e della costruzione del mosaico di Sarantium?

Io lo so già perché l’ho letto. Se lo avete letto lo sapete anche voi. Se no vi tocca aspettare la prossima recensione.


VOTO: 

lunedì 5 febbraio 2018

Harry Potter è per deficienti

Bene, siete tutti pronti per pregiudizi a non finire? Oggi ce ne sono a profusione soltanto per voi!

Ci sono schiere di persone che pensano che discutere con me sia una perdita di tempo, e che io sia una persona pesante e che vuole avere ragione a tutti i costi. Ci manca solo che esista un circolo di chi pensa questo di me e poi siamo a posto. Questo circolo avrebbe comunque recentemente acquistato un nuovo membro, visto che non è passato molto da quando a una festa ho avuto modo di intavolare una discussione con gente che non conoscevo. Non serve sapere il contenuto della discussione, si parlava di coerenza interna e infodump in una storia, e la persona con cui parlavo a un certo punto se n’è uscito con una frase che mi ha fatto pensare. E con la quale non sono affatto d’accordo. 

«Ma Harry Potter è per bambini!» E il sottinteso è che essendo per bambini possa essere meno curato. Nel caso specifico, possa avere una gestione più a caso del mondo, dei personaggi e della trama. Che è come dire che Harry Potter è una serie per idioti, e io in questo mi sento chiamato in causa. Mi sento chiamato in causa perché a me Harry Potter piace, nonostante la Rowling non scriva proprio in modo eccelso. E soprattutto perché questa affermazione implica una serie di cose che trovo profondamente sbagliate.

Che un libro (o un film, o qualunque altra cosa) pensato per un pubblico di bambini possa essere di qualità inferiore rispetto a un libro per adulti è un pensiero molto diffuso. Mi è capitato giusto la settimana scorsa di parlare con dei genitori riguardo ai film nel cinema sotto casa, e di sentirli dire di essere stufi di guardare cartoni con i loro figli, ma di desiderare di guardare qualcosa con gli attori, qualcosa di più adulto. Ma in concreto che cosa significa? Che cosa differenzia un film/libro/whatever per adulti da uno per bambini? Certo, è chiaro che un prodotto per un pubblico infantile presenterà scene meno crude, e magari sarà meno volgare. Ma queste sono caratteristiche che riguardano soltanto la selezione dei contenuti, non il modo in cui questi siano assemblati nella trama, né, cosa più importante, lo stile con cui il romanzo è scritto. 

Un tipico esempio di tenero bambino.

Un bambino è perfettamente in grado di rendersi conto se la storia che sta leggendo sia sensata oppure no. Non è stupido, sa riconoscere un’incoerenza. Sa capire se i personaggi agiscono come degli idioti, e lo sa perché anche lui possiede della logica nella sua testa, e anche perché viene naturale, quando si segue una storia, chiedersi che cosa si farebbe al posto dei personaggi. Ed è quindi semplice capire se si farebbe qualcosa di più furbo di quello che fanno loro oppure no. Infine, è anche in grado di capire se un personaggio è ben caratterizzato. Magari non userà la parola caratterizzato, magari dirà soltanto che un certo personaggio gli sta più simpatico di un altro, ma il concetto è lo stesso. Certo, è possibile che possa non rendersi conto se sta leggendo qualcosa di banale, e questo per ragioni di esperienza: non ha alle spalle letture a sufficienza per classificare con cognizione di causa che cosa sia già visto e che cosa no. Ma questo è l’unico punto dove forse il suo giudizio può non essere all’altezza, per così dire. In generale, dove lo stile cala, dove la qualità è inferiore, il bambino se ne accorge, forse non saprà esprimerlo come un adulto ma lo capisce. 

Quindi giustificare presunte incoerenze o imperfezioni con “ma è per bambini” la stragrande maggioranza delle volte è insensato. Perché non sono i bambini a non notare le incoerenze, sono gli stupidi o i distratti. Quindi dire che Harry Potter è per bambini con lo spirito con cui è stato detto a me equivale a dire che Harry Potter è per deficienti. E io non mi sento un deficiente, così come non penso si sentano tali tutte le altre persone che come me lo apprezzano.

Se esuliamo dall’argomento libri e osserviamo i film la scarsissima considerazione che ricevono i prodotti per bambini diventa evidente. Una grande parte dei film di animazione più recente è vuoto, idiota e banale. Perché questo si pensa che piaccia. Sia chiaro, non sto difendendo il diritto dei bambini a non essere ritenuti dei decerebrati, non è questo il punto che mi interessa. Voglio sottolineare che siamo di fronte a un pregiudizio bello e buono, che porta con sé delle conseguenze di un certo spessore nel giudizio che le persone danno di un libro o di un film. Infatti, sulla base di questo pregiudizio l’etichetta per bambini porta immediatamente a una svalutazione dell’opera in esame. Capite cosa intendo? C’è un ingiustificato trasferimento di significato. Si formula un’equazione target = (scarsa) qualità che non ha alcuna giustificazione teorica valida né alcun riscontro pratico. 

Come si può prendere sul serio un giudizio viziato in questo modo? Tra l’altro da “questo libro è per bambini quindi fa schifo” a “questo autore è per bambini quindi fa schifo” a “questo genere è per bambini quindi fa schifo” il passo è breve. Accennavo all’argomento parecchio tempo fa, nella recensione a Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip Dick. Dick è stato a lungo considerato un autore di serie b, perché scriveva fantascienza, la fantascienza è una branca del fantastico e si sa, come ci insegnano i critici intellettualoidi, il fantastico è un genere per bambini quindi non è degno di essere considerato. Poco importa che Philip Dick sia in realtà un autore parecchio impegnato, poco importa che sappia scrivere molto bene, spesso meglio di quelli che i nostri intellettualoidi portano come esempi di buona scrittura, scrive fantastico, quindi ha perso in partenza. La capacità di scrivere, ovvero di svolgere bene il proprio mestiere, diventa meno importante dei temi trattati, quindi se uno parla di magia o di alieni è infantile, se uno parla dei problemi della società contemporanea allora è un bravo scrittore, a prescindere da come scrive. È come dire che lo scarabocchio di un bambino italiano degli anni ’30 che rappresenta Mussolini che parla alla folla è meglio di un Monet. Il primo rappresenta un momento importante e anche grave della nostra storia, il secondo sempre la stessa maledetta cattedrale di Rouen, e venuta male, perfino!


Nemmeno un riferimento al problema dell'immigrazione! Che schifo!

Sfruttare questo pregiudizio assurdo per giudicare un’opera comporta di fatto evitare di giudicarla per come effettivamente è. Se penso che un libro sia per bambini e quindi di scarsa qualità non ho bisogno di leggerlo per trarre le mie conclusioni. Il pregiudizio è comodo, risparmia la necessità di pensare, di dover far funzionare la testa e di mettersi a ragionare su quello che si legge/guarda/fa. Molto meglio spegnere il cervello e riempirsi la bocca di aria fritta, si fa prima e tanto chi vuoi che si metta a contestare? 

È per questo motivo che i romanzi di Regazzoni (dico lui perché ne ho parlato su questi schermi, ma potrei elencare nomi fino a domani mattina) vengono pubblicati, perché le opinioni delle persone vengono talmente infarcite di pregiudizi che alla fine giudicano qualunque cosa tranne come il libro è scritto. Se vogliamo veramente metterci in testa di capire qualcosa di quello che abbiamo di fronte dobbiamo toglierci qualunque condizionamento e riflettere solo sul libro in sé, senza nient’altro. Coerenza interna, stile, caratterizzazione dei personaggi, scorrevolezza, e quant’altro. Badate bene, non sto presupponendo un’idea assoluta di qualità, non voglio dire che esistano opere che sono belle in assoluto e non possono che essere giudicate tali e l’opinione di chi pensa il contrario è viziata da un pregiudizio. Sto dicendo che eliminare i pregiudizi porta a giudicare l’opera secondo i criteri che le sono più appropriati. Un’opinione basata su questi criteri, positiva o negativa che sia, è valida.   

C’è sicuramente chi non è d’accordo con me. Ho conosciuto persone cui non frega niente dei buchi logici nella trama. Persone che al cinema ti dicono “guarda il film, non pensare!”. Potrebbero dirmi che non esiste un modo univoco per determinare come giudicare qualcosa. E questo è vero, ma fino a un certo punto. Io posso dire che Il signore degli anelli è un brutto romanzo perché ne ho assaggiato una pagina e ha un pessimo sapore. Ma siamo tutti d’accordo che sia legittimo che qualcosa che non è pensato per essere mangiato non debba per forza avere un buon gusto. Seguendo questa linea di ragionamento riusciamo a stabilire perlomeno un range di criteri (alcuni li nominavo prima) che in linea generale possono essere ritenuti appropriati a essere applicati a un libro. Nessuno vieta di usarne altri, ma appunto, è come valutare un libro per il suo sapore. Ci si sta perdendo qualcosa, no?


Questo tabacco è proprio cattivo... Magari Il ritorno del re ha un sapore migliore...

Quindi se non consideriamo l’etichetta “per bambini” applicata (ingiustamente, a mio avviso) a Harry Potter, possiamo renderci conto che ha moltissime di quelle qualità che elencavo prima. Eliminando il tasto dolente dello stile, che comunque migliora nel corso della serie, non è per nulla semplice trovare un’autrice esordiente in grado di caratterizzare i personaggi come li caratterizza la Rowling. Avete provato a contare quante volte in tutti e sette i libri i personaggi fanno la scelta più furba e quando invece fanno qualcosa di stupido ma accettabile senza problemi dal lettore perché perfettamente coerente con il loro carattere? Accompagnare Harry all’espresso per Hogwarts da parte di Sirius non è proprio quello che definirei intelligente. Ma sappiamo tutti che Sirius è uno spirito libero che odia essere controllato e limitato, ed erano mesi che non poteva uscire di casa. Né sicuramente è una grande idea rifiutarsi di studiare occlumanzia solo perché chi te la insegna ti sta antipatico. Ma in entrambi i casi a nessun lettore è venuto da pensare che Sirius o Harry si comportassero come degli stupidi. Si comportavano secondo il loro carattere, e tanto basta.

Nella trama torna tutto e anzi, molti elementi buttati in modo casuale nei primi libri tornano a ricoprire un ruolo importanti nei libri successivi. Molti eventi che parevano senza importanza in realtà ne hanno e molti misteri vengono chiariti senza che la soluzione sembri tirata per i capelli. Il mondo in cui si svolgono le storie è il nostro ma migliorato, ha sempre qualche sorpresa, qualche cosa di strano, bizzarro o divertente da mostrare. È un mondo ampio e articolato, con una salda coerenza che lo lega e che risulta interessante e coinvolgente proprio perché l’autrice riesce a trovare sempre qualche idea in grado di stupire. La narrazione fila liscia e con pochissimi momenti di noia. Molti invece sono i momenti divertenti, dove emerge una grande ironia, che controbilancia bene i toni cupi che diventano sempre più dominanti negli ultimi libri.

Tutto quello che ho detto finora non significa che HP non abbia difetti. Solo, sarebbe off topic sottolinearli adesso. 

Quante cose si notano se si lasciano perdere le etichette. L’invito è quindi quello che ho già fatto, a lasciar perdere i preconcetti e a giudicare il libro per come è a prescindere da tutto. E a non tirare in ballo Harry Potter.

domenica 14 gennaio 2018

Recensione - L'oceano in fondo al sentiero di Neil Gaiman

Lo so che volevate tutti Regazzoni. E invece no, sono pigro e mi pesa leggerlo, quindi vi rifilo una recensione positiva.

L’ultima recensione che ho pubblicato nella sezione libri è quella di American gods, cui ho dato otto Cthulhu, che più o meno significa “certe cose mi sono piaciute tanto, certe altre discretamente, qualcuna no, siamo a un livello sopra la media ma non eccellente”. Quello è stato il mio primo e ultimo approccio con Gaiman (con l’esclusione del fantastico Buona apocalisse a tutti, ma lì c’è anche l’intervento di Terry Pratchett). Poi proprio qualche giorno fa, un po’ per caso, un po’ perché avevo bisogno di qualcosa di breve per riempire il tempo perché avevo appena finito Lord of emperors di Guy Gavriel Kay e nel giro di pochissimo sarebbero arrivati i libri che avevo chiesto per Natale, ho letto L’oceano in fondo al sentiero. È stato proprio una cosa casuale, non dico che ho messo vari titoli di libri su un bersaglio e poi ho lanciato una freccetta a occhi chiusi, ma quasi. E quello che doveva essere soltanto un riempitivo tra un bel libro e l’altro è diventato in effetti il miglior libro che ho letto quest’anno. E sì, questo è l’anno in cui ho letto anche Pan e Sailing to Sarantium. Eppure L’oceano in fondo al sentiero dà il bianco a tutti quanti.
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Titolo: L’oceano in fondo al sentiero
Autore: Neil Gaiman
Anno: 2013                                                       
Editore: Mondadori
Pagine: 191




TRAMA 

La trama è semplicissima. Il protagonista e narratore della storia, di cui non conosciamo il nome e che perciò chiameremo con il primo che mi viene in mente, Neil (scelta assolutamente casuale), ritorna presso la casa dove abitava quando era piccolo. Lì ritrova la fattoria degli Hempstock, dove abitava Lettie, una bambina con cui aveva fatto amicizia quando lui aveva sette anni e lei undici, e che poco dopo si era trasferita in Australia. Neil giunge allo stagno della fattoria, quello che Lettie definiva il suo oceano. E i ricordi di quella lontana estate di tanti anni prima tornano a galla.

Viviamo perciò insieme a Neil l’avventura che ha vissuto quando aveva sette anni e viveva nel Sussex con la sua famiglia. Quando era un ragazzino timido, chiuso e introverso, che passava più tempo sui libri che a fare sport. Quando suo padre affitta una camera a un cercatore di opali e questi per sbaglio investe e uccide Fluffy, il gattino di Neil. Quando anche il cercatore di opali viene trovato poco tempo dopo morto e delle monete cominciano a comparire misteriosamente in giro nei posti più impensabili. Quando Neil conosce Lettie Hempstock e lei gli mostra uno stagno che in realtà dovrebbe essere un oceano ma sembra proprio uno stagno, e una creatura misteriosa decide di voler fare felici le persone.

Neil Gaiman e Terry Pratchett olio su tela.

LA MIA OPINIONE


L’oceano in fondo al sentiero è la dimostrazione che per scrivere un romanzo eccellente non serve una trama complicata, né un cast di personaggi più lungo dell’elenco telefonico, né una lunghezza minima di almeno 500 pagine. Gaiman non fa nessuna di queste cose eppure riesce a scrivere un romanzo straordinario.

L’oceano in fondo al sentiero non è un romanzo per bambini, eppure ha le movenze e l’atmosfera della favola. Si è immersi in un mondo delicato e toccante, visto attraverso gli occhi del protagonista, che sta simpatico fin dalle prime pagine e diventa un compagno inseparabile entro la fine del libro.

Gaiman è davvero abile a tratteggiare la personalità del piccolo protagonista. Credo, e da quello che c’è scritto nei ringraziamenti penso di non sbagliarmi, che l’autore abbia tratto molto dalla propria infanzia e da quello che lui stesso era a quell’età per creare la figura di Neil. Il risultato è un personaggio gradevole e non scontato (a parte per qualche dettaglio), che cresce nel corso della storia. Gaiman fa attenzione ad avere sempre presente che quello che parla è un bambino, e quest’idea influenza anche il linguaggio, che ho trovato più semplice di quello di American gods. Quando saltano fuori dal nulla parole inventate dobbiamo pensare che sia qualcosa di voluto dall’autore per essere coerente con l’età del personaggio narrante.

Una delle cose che funzionava di meno in American gods era la trama. O meglio, se ricordate avevo sottolineato come una volta che si comprendeva il taglio che Gaiman voleva dare alla narrazione allora tutto diventava chiaro, mentre fino a quel momento si rischiava di non apprezzare certe derivazioni della storia e di considerarle come delle inutili diramazioni. Bé, mi sono reso conto che il punto focale della faccenda è che Gaiman si trova molto più a suo agio a gestire un tipo di trama come quella de L’oceano in fondo al sentiero. Qui ci sono pochi personaggi da gestire, ma soprattutto non serve preparare nessun grande evento, o comunque gestire differenti sottotrame. C’è soltanto lo sviluppo principale della vicenda, che prosegue in modo lineare ma non per questo scontato o noioso. La bravura di Gaiman emerge in questo modo in maniera molto evidente e incisiva.

L'atmosfera del romanzo.

Insieme all’atmosfera fiabesca si respira un forte senso di mistero che dà alla vicenda un grande fascino. Le leggi del mondo con cui Neil viene a contatto, i poteri delle persone che incontra, le creature che gli si parano contro, tutto questo non viene mai spiegato in modo esplicito. Possiamo comprendere che delle regole esistono, veniamo perfino a conoscenza di alcune di esse, ma il lettore viene informato solo di quello che accade nella trama perché ad essa è funzionale. Tutto il resto non viene mai rivelato. L’autore gestisce le cose in modo così magistrale che chi legge non ha l’impressione che stia affastellando poteri a casaccio come gli tsubo di Ken il guerriero, ma che esista tutta una serie di norme che esistono e che i personaggi rispettano ma che il protagonista non conosce. Questo effetto non solo desta moltissimo interesse verso i poteri e verso i personaggi che li possiedono, ma evidenzia l’intelligenza di Gaiman e l’accortezza con cui ha pensato il tutto.

L’atmosfera è in assoluto la cosa che colpisce di più del romanzo, oltre a ciò che spinge a continuare la lettura e, giunto verso la fine, mi faceva dispiacere l’idea che finisse. Fate conto che  voltavo le pagine con l’ansia che quella che stavo per leggere fosse l’ultima. Non è una cosa che mi succede spesso, non mi è successa neppure con libri come It o Pan. A memoria d’uomo mi è successo solo con Joyland, che non è che sia nulla di che, ma appunto è caratterizzato da un’atmosfera molto particolare. Stiamo parlando di giusto giusto due anni fa. Non è cosa da poco.

Non mancano i cliché e le cose già viste. Una su tutte la scena iniziale del compleanno di Neil, cui non partecipa nessuno, e la torta con un libro di glassa sopra viene consumata dal ragazzino insieme alla famiglia. È altrettanto cliché la scena che segue, in cui si racconta della passione di Neil per la lettura. È un po’ cliché pure Ursula Monkton, se proprio devo mettermi a spezzare il capello in quattro. Ma il punto è che a conti fatti di questi cliché non frega niente a nessuno, non danno fastidio. Il fiabesco, la delicatezza e la semplicità che caratterizzano storia e narrazione rendono accettabili e piacevoli perfino questi elementi che in qualunque altro contesto, o raccontate dalla penna di uno scrittore meno esperto, avrebbero puzzato di vecchio e già visto.

Inutile dire che la narrazione scorre che è un piacere, il primo giorno che l’ho letto (il secondo lo avevo già finito) sono arrivato a pagina 100 senza praticamente accorgermene. Dovevo preparare un seminario per l’università da presentare la lezione successiva, seminario che avrebbe determinato metà del voto finale dell’esame quindi dovevo dedicargli attenzione e voglia, e invece mi sono trovato a non riuscire a smettere di leggere Gaiman.

Ho trovato anche la presenza dei gatti nella trama un tocco veramente particolare e affascinante. Non perché abbiano un ruolo specifico nella svolgersi delle vicende, anzi, potrebbero proprio non esistere che non cambierebbe nulla. Ma, a parte che l’amore che il protagonista prova per loro è talmente ben reso che solo quello giustificherebbe la loro presenza, trovo che siano un ottimo modo per aumentare il fascino dell’atmosfera. La presenza della gattina contribuisce a intensificare la delicatezza e il mistero di cui ho parlato prima. Sembra un dettaglio, ma senza i gatti il fiabesco che tanto mi ha colpito e ho apprezzato non sarebbe risultato così efficace.

"Un 10! EVVAI!"

IN CONCLUSIONE


Scrivere una recensione di un libro stupendo è una grande soddisfazione. È meglio che scrivere recensioni negative, le recensioni negative riportano brutti ricordi. Quelle molto positive il contrario. Tuttavia, è anche molto difficile, ho sempre l’impressione di non essere riuscito a mostrare del tutto quello che il libro mi ha trasmesso. Sto avendo quest’impressione anche adesso. Potrei ripetere settecento volte che L’oceano in fondo al sentiero è meraviglioso, bellissimo, un romanzo eccellente, ma non vi trasmetterei molto, perché starei raccontando, e invece, come ci insegna qualcuno, bisogna mostrare, non raccontare. Bé, l’unico modo per mostrare sarebbe riportarvi direttamente il libro. Quindi in sostanza il mio dilemma di non riuscire a trasmettere al meglio quanto mi è piaciuto questo romanzo è irrisolvibile, perciò andiamo avanti.

Sul retro della mia edizione di American gods è riportata una citazione di Stephen King a proposito di Gaiman. “Leggere Gaiman è come entrare in una stanza del tesoro piena di storie meravigliose”. Dopo aver letto L’oceano in fondo al sentiero non posso che essere d’accordo con lui. Se lo leggerete troverete mistero, avventura, un po’ di fiabesco, dei personaggi molto ben caratterizzati e a cui è facilissimo affezionarsi, e anche qualche riflessione sulla conoscenza e la vita. Quindi leggetelo. Fidatevi. Io il mio di dargli 10 Cthulhu (se li merita tutti e anche se non fosse così è da poco passato Natale e siamo tutti buoni anche se ancora per poco) l’ho fatto. Ora sta a voi fare la vostra parte e leggerlo. Io sono felice di non sapere tutto, quindi torno a giocare davanti al casale e al cielo, all’impossibile luna piena e le matasse e gli scialli, gli sciami e gli ammassi di stelle lucenti.

VOTO: 

giovedì 28 dicembre 2017

Ritorno al futuro

Chi sentiva la mia mancanza alzi la mano. Non in troppi tutti insieme, mi raccomando.

*silenzio cosmico. Un grillo frinisce un paio di volte*
Bene, grazie per la calorosissima accoglienza. Anche voi mi siete mancati.

Sono stato assente per circa tre mesi per vari motivi poco interessanti. Vorrei poter dire che ho viaggiato nelle foreste del Borneo alla ricerca di specie animali rare e preziose e che il graffio che chi mi conosce vede sopra le labbra è l’unica ferita che ho ricevuto sostenendo numerose lotte contro orsi e leopardi. La verità è che la quotidianità mi ha schiacciato e non avevo tempo nemmeno per respirare. Per quanto riguarda il graffio, se proprio siete interessati, è colpa di una cosa che ancora non ho chiara per niente, ed è che i rasoi, per funzionare, devono per forza avere una lama.

Comunque, ho approfittato delle vacanze per trovare un po’ di tempo libero, e ovviamente Aproposidoketon e voi, miei fedeli e numerosissimi lettori, siete stati i primi cui ho pensato. Quindi sto scrivendo a manetta una serie di recensioni e di post in modo tale da poter riprendere una pubblicazione più o meno regolare anche quando gli impegni cominceranno a tornare in modo più stringente. Questo quindi vuole essere inizio di un nuovo periodo per Aproposidoketon, un periodo conto di tornare attivo come lo ero fino ad alcuni mesi fa. Ho pronte per voi molte chicche, senza fare troppi spoiler avremo prossimamente su questi schermi, tra le altre cose, Neil Gaiman, Guy Gavriel Kay, Eichiro Oda, Mitsutoshi Shimabukuro, e, udite udite, Simone Regazzoni, alle prese con il seguito di Abyss, che degli inclementi compagni di università mi hanno regalato per Natale con il chiaro intento di uccidermi.

Quindi restate sintonizzati su questo canale, perché presto ne vedrete delle belle. Non so voi, ma personalmente non vedo l’ora di pubblicare di nuovo. 

giovedì 14 settembre 2017

Recensione - American Gods di Neil Gaiman

Dopo la svolta high fantasy con Heitz e il nano che “si erge in tutta la sua altezza” (per chi se lo chiedesse sì, é una citazione e no, non è ironica) sono tornato a un buon vecchio urban fantasy. A dirla tutta ho avuto anche una parentesi dedicata alla bilogia del mosaico di Sarantium di Guy Gavriel Kay, ma mentre il primo libro mi è piaciuto molto il secondo mi ha ucciso definitivamente a pagina 200. Comunque, sono tornato allo urban fantasy e ho deciso di leggere American gods, di cui avevo sentito giudizi molto lusinghieri e quindi ero molto curioso di leggerlo. Casualmente, mi sono trovato a leggere subito dopo Pan di Francesco Dimitri, che con American gods presenta notevoli somiglianze (ho letto pure Alice nel paese della vaporità, ma quel libro non esiste o non lo ha scritto Dimitri, quindi non parliamone più). E nonostante Pan sia un libro migliore, conferma che Dimitri é uno scrittore di tutto rispetto, anche American gods si è rivelata un’ottima lettura.
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Titolo: American gods
Autore: Nei Gaiman
Anno: 2001                                                        
Editore: Mondadori
Pagine: 519




TRAMA 

Shadow sta per uscire di prigione dopo tre anni. Finalmente può tornare alla sua vecchia vita, a sua moglie Laura e ai suoi amici. Questo é quello che crede. in realtà, poco prima della sua scarcerazione gli viene annunciata la morte della moglie, e viene assunto come guardia del corpo da un misterioso signore di nome Wednesday. Wednesday nasconde più di un segreto, e non è un semplice umano come sembra a prima vista: il suo obiettivo è radunare le vecchie divinità che esistono nel mondo ma non vengono più venerate per farle combattere con i nuovi déi, gli dèi della televisione, dei computer, della tecnologia e della modernità. Una guerra tra coloro che sono stati dimenticati e coloro che ora comandano, tra i reietti e abbandonati contro la moda. Una guerra nella quale Shadow scoprirà di avere un ruolo molto maggiore di quanto avrebbe mai potuto immaginare.


LA MIA OPINIONE 


Come dicevo avevo sentito dire solo buone cose su American gods, e in effetti posso confermare tutti i complimenti che ha ricevuto. Credo che la traduzione italiana non abbia reso merito all’originale, però, perché ho notato molti punti in cui erano presenti sbavature stilistiche che, più che colpa di Neil Gaiman, mi sembrano colpa del traduttore. Non ricordo esempi precisi, comunque sono fondamentalmente usi eccessivi dell’aggettivazione e cose simili. Cose che insomma il traduttore potrebbe aver reso un po’ troppo liberamente, finendo così per sporcare lo stile di Gaiman, che di solito è molto diverso. Gaiman in generale scrive bene, sintesi, semplicità ed efficacia sono le sue qualità migliori. e le prime che colpiscono il lettore.

Wednesday quando portava le trecce.
Quindi, per quale motivo American gods è così meritatamente famoso, al punto che ci gli hanno pure dedicato una serie tv (che non ho visto perché non seguo serie tv in generale ma che da quel che so ha ben poco a che vedere con il libro)? Bé, a parte la scrittura, sicuramente ha dalla sua un cast di personaggi davvero d’eccezione. Shadow, Wednesday, ma anche Mad Sweeney, Ibis, Chernobog, sono tutti personaggi che funzionano molto bene perché si comportano nel loro modo proprio, nel loro modo naturale e conforme al loro carattere. La sottotrama di Mad Sweeney, che costituisce di fatto una diramazione del plot che poteva essere evitabile in quanto non aggiunge nulla al tutto, dimostra proprio questo, che American gods è, prima che la storia degli eventi che hanno avuto nel luogo in un certo mondo in un certo periodo, è la storia dei personaggi, ed è loro che segue. Non quindi la storia della guerra tra le nuove e le vecchie divinità, ma la storia di Shadow, e di come questi sia stato coinvolto in essa.

Questo è un grande pregio, perché non butta via nulla. Capita spesso che gli scrittori dimentichino o lascino un po’ perdere certi personaggi perché non servono più allo svolgersi degli eventi. Per Gaiman è l’opposto, Gaiman se ne frega degli eventi, lui segue i personaggi. Il finale ne è un esempio lampante. Se a scriverlo fosse stato Stephen King avremmo avuto almeno tre o quattro pov diversi che raccontavano cose diverse dello stesso evento, magari con capitoli brevi e sbalzi da un pov all’altro. Gaiman no, lui racconta quello che succede a Shadow (e a un altro personaggio che non nomino per non fare grossi spoiler) e fine, e la guerra tra gli dèi noi lettori ce la becchiamo soltanto quando comincia a riguardare Shadow, a parte qualche accenno prima, ma poca roba.

Se ha dei pregi, quest’ottica in cui viene narrata la storia presenta anche dei difetti. Nella prima parte del romanzo, tutta la parte del viaggio fino a Cairo e anche l’inizio del soggiorno a Lakeside suonano abbastanza inutili. Cioé, va bene che presentano alcuni personaggi che riappariranno in seguito, ma al lettore viene da chiedersi “embé? A che serve tutto questo?”. In particolare questa domanda mi martellava nella testa come un bombardamento aereo durante la storia di Mad Sweeney che, come dicevo prima, non ha nulla a che fare con le vicende principali, esiste soltanto perché l’autore ha sentito il bisogno di sciogliere un piccolo nodo della trama che riguardava un dettaglio del primo incontro tra Shadow é Mad Sweeney. Certo, va bene scioglierlo, anche se, se non fosse stato sciolto, dico la verità, sarebbe cambiato ben poco. Durante la lettura, all’inizio, questa domanda ricorrente, questa sensazione di stare leggendo una serie di diramazioni della trama dà fastidio. Una volta però che ci si abitua e si capisce che l’idea che Gaiman ha di trama riguarda i personaggi e non gli eventi allora si comincia ad apprezzare queste apparenti deviazioni del plot, e anzi, si va a creare un effetto particolare. La vicenda di Lakeside é un esempio evidente di questa mia affermazione. Se sulle prime infatti sembra di essere di fronte all’ennesima ramificazione relativamente interessante degli eventi, ecco che poi piano piano si comincia a fare come Shadow, a prenderci l’abitudine. Si conoscono gli abitanti, si simpatizza con loro, si intravede qualche relazione che potrebbe nascere, quando spuntano personaggi marginali già apparsi si ha la stessa sensazione di quando si vede per strada qualche conoscente incontrato una volta e ci si stupisce di quanto sia piccolo il mondo, ed ecco che succede l’evento inatteso, il conflitto, il mistero da risolvere che aggiunge sale agli eventi. É questo evento non sembra più una derivazione del plot, il lettore si è ormai accomodato come sotto una coperta calda, e non potrà che simpatizzare con gli abitanti preoccupati, e con Shadow che si sbatte per fare qualcosa. Il dispiacere e lo straniamento dei personaggi é quello del lettore, e questo dimostra la grande abilità di Gaiman a creare un’atmosfera adatta a conquistare chi legge. Alla fine, direi che l’abilità nel creare atmosfere e nel rendere piacevoli i personaggi é quello che rende interessante e piacevole l'ottica da cui Gaiman ha deciso di raccontare la storia. Lo avesse fatto qualcun altro, lo avessi fatto io per dire, sarebbe risultato un cumulo di vicende secondarie che mettevano in secondo piano le cose importanti.

Gaiman si è emozionato leggendo la recensione.
La vicenda di Lakeside si conclude dopo la guerra degli dei, diventando così quello che il ritorno alla Contea è per Il signore degli anelli. Ho sentito nel corso degli anni molte persone criticare una risoluzione di questo genere, giudicandola troppo prolissa. Io sono d’accordo in alcuni casi, visto che capita che ci siano scrittori che non vogliono proprio che la storia finisca e allora anche dopo che le vicende principali si sono concluse allungano il brodo a dismisura. Non è questo il caso di American gods, sono convinto che questa sia una di quelle situazioni in cui un finale più disteso di sta assolutamente bene. Perché il lettore ha ancora bisogno di risposte, e si è talmente appassionato a Lakeside e ai suoi abitanti che vuole proprio sapere che fine faranno tanto quanto voleva sapere come si sarebbe conclusa la guerra tra divinità.

Ci sono alcune idee del romanzo che mi sono piaciute parecchio, che ho trovato originali e interessanti. Senza fare troppi spoiler, il metodo di importazione degli dei da un paese all’altro non solo mi è piaciuto molto, ma lo ho trovato particolarmente intrigante e affascinante. Viceversa, non ho sempre apprezzato i racconti dei trasferimenti degli dei, ma solo perché erano uno stacco nella narrazione che secondo me stava proprio male.

La trama ha una brusca virata nell’ultima parte, quando la situazione precipita e molti nodi vengono al pettine in un crescendo di colpi di scena inaspettati. Diciamo che dagli eventi di pagina 400 in poi la lettura scorre che è un piacere, le pagine si girano da sole e la tensione si può quasi toccare. Non riuscivo più a smettere di leggere, era un giorno che dovevo studiare come un disperato per l’esame di archeologia romana perché ero indietrissimo eppure continuavo a leggere. In particolare le vicende su Shadow dopo il rito dell’albero mi hanno tenuto con il fiato sospeso.

Infine ho apprezzato l’ambiguità voluta tra realtà e finzione che viene instaurata su più livelli dall’autore. Nelle avvertenze all’inizio si legge:

Va da sé che tutte le persone […] nominate nel libro sono frutto della mia immaginazione. Solo gli dèi sono reali„ (pag.9)

Ecco, a me una cosa del genere fa andare in brodo di giuggiole, comincio a scodinzolare come un cucciolo di cane quando il padrone gli mostra un bastoncino e finge di lanciarlo. Non c’è una ragione precisa, è solo che i paradossi di questo tipo mi piacciono moltissimo, perché sono arguti, e capovolgono il punto di vista del lettore. E offrono anche delle chiavi di lettura di tutta la storia.

Io leggendo questa parte.
Verso la fine, invece, troviamo questo paragrafo.

Niente di tutto quello che è stato raccontato fin qui potrebbe accadere davvero. Prendetela come una metafora, se vi fa sentire meglio. Le religioni sono per definizione delle metafore […]. Le religioni sono punti di osservazione che condizionano le vostre azioni, posizioni di vantaggio da cui osservare il mondo.
Quindi, non sta accadendo niente di tutto quello che è stato raccontato fin qui. Cose simili non possono succedere. Non c’è una sola parola di verità. In ogni caso, quel che accadde dopo accadde nel seguente modo:[…]„ (pag.451)

In pratica, prima Gaiman ci scopre l’illusione della sua storia, e poi continua come se fosse reale, e più vero della realtà. Del resto, la frase che citavo prima diceva “solo gli dèi sono reali”. Come a dire che l’aspetto meno reale del libro è in realtà quello più vero, e come le religioni sono punti di vista da cui osservare il mondo anche il libro che stiamo leggendo lo è, anche il libro è soltanto una posizione di vantaggio da cui osservare il mondo. Da questa posizione ciò che è falso può diventare la sola cosa vera, ma non importa, perché quello che conta è il significato che viene celato dietro. È, potremmo dire, la religione, la metafora, gli dèi. Tanto di cappello a Gaiman per come questo concetto viene inserito in modo inaspettato eppure armonico all’interno della storia. Mentre lo leggevo era euforico e disorientato al tempo stesso, perché non me lo aspettavo. La citazione da pagina 451 arriva in un punto della storia così, come se fosse la cosa più logica, ma in realtà è assolutamente inaspettato. Ancora complimenti a Gaiman!

IN CONCLUSIONE


American gods è un ottimo libro, mi sono divertito molto a leggerlo, mi è piaciuto molto e, nonostante abbia dovuto subire il confronto con Pan, a mio avviso migliore, comunque risulta lo stesso davvero una buona lettura. Leggetevelo, fidatevi. Non guardare la serie tv. Pare non c’entri niente con il libro.


VOTO: 

domenica 3 settembre 2017

Recensione - Ken il Guerriero di Tetsuo Hara

Il terreno su cui mi arrischio a camminare oggi è un campo minato. Oggi parlo di un classico, e mica di un classico qualunque, di uno di quei classici che ha fatto la storia di un genere, che è osannato da generazioni e che rappresenta ancora oggi una lettura obbligata, una tappa fondamentale per chi si dice appassionato. E ne parlo male.

Sì, mi accingo a recensire negativamente Ken il guerriero. Io ne ho sentito sempre parlare benissimo, eppure l’ho trovato sciapo, ripetitivo, superficiale e in ultima analisi poco interessante. Ok, non dico che all’epoca in cui è stato scritto non avesse niente da dire, dico solo che è invecchiato veramente male. A seguire, le ragioni della mia affermazione.
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Titolo: Ken il guerriero
Autore: Tetsuo Hara e Buronson
Anno: 1983                                                   
Volumi: 27
Editore: Planet Manga




TRAMA

Ci troviamo in un futuro post apocalittico, dove la terra è dominata da bande di criminali e le singole città sono controllate da personaggi potenti e senza scrupoli che si ergono a tiranni. Un mondo duro e difficile, dove sopravvivere non è scontato e anzi, richiede forza, astuzia e spietatezza.

Ken è un abile combattente. Compito che si è prefisso è difendere gli innocenti e i deboli in un’epoca che non risparmia nessuno. Seguiremo le sue avventure contro nemici sempre più forti, mentre cerca di difendere quanto ha di più caro: gli amici e l’amore.

LA MIA OPINIONE


Mi sento di ripetere quello che dicevo poco fa. Ken è invecchiato malissimo. È quello il suo problema principale. Ricordate quando, parlando di Dragon Ball, dicevo che conserva una sua freschezza? Ecco, per Ken è l’opposto. Ken è una soffitta piena di ragnatele, e appena entri vieni soffocato dal tanfo di vecchio.

Molti aspetti sono grezzi, mal rifiniti, tirati via oppure poco incisivi. La trama è per la maggior parte ripetitiva e molto poco curata. I personaggi molto spesso non agiscono spinti da delle motivazioni, quanto così, perché lo dice la trama. Ogni saga è uguale alla precedente, non ci prova nemmeno a variare. Certo, cambiano le situazioni e i personaggi, ma alla fine si può ricondurre tutto a un medesimo schema. Soprattutto, non esiste un vero e proprio nodo da risolvere, non esiste un collante che unisce tutte le parti, se non la figura di Ken appunto. Tant’è vero che la fine di fatto è una non conclusione, la storia finisce perché l’autore si è stufato, ma se avesse voluto avrebbe potuto appiccicarci un’altra saga e tirare avanti per altre tre o quattro volumi. E avanti così all’infinito.

Ken, ovvero l'uomo dalle molte espressioni. Qui sorride.
Le situazioni mancano di mordente. L’esempio tipico di questo è il salvataggio. Succede moltissime volte (credo che si rasenti la ventina) che un personaggio si trovi in pericolo. Puntualmente arriva Ken, o a volte qualcun altro dei protagonisti, a salvarlo. Questo accade sempre, non c’è una volta che questo modulo vari. Così, alla prima il lettore pensa emozionato “uao, cosa succederà? Si salverà o no?”. Dalla terza in poi sbadiglia e si chiede “Quando arriva qualcuno a salvarlo?”. Non c’è tensione, non c’è volontà di sapere che cosa succederà, c’è solo la svogliata consapevolezza che il deus ex machina di turno sta per intervenire, e nient’altro.

Lo stesso si può dire per i combattimenti. La prima parte è molto fitta, c’è la media di un combattimento a capitolo. Con il procedere dei volumi questa media si fa più rada, ma comunque resta piuttosto alta. E quelli in cui Ken si trova in difficoltà si contano sulle dita di una mano no ma di due sì, e ce n’è d’avanzo. Ken è praticamente sempre più forte del suo avversario, già dall’inizio del combattimento. L’hype è nullo, perché intanto si sa già che Ken vincerà senza difficoltà.

I poteri dei personaggi sono qualcosa di abbastanza casuale. É in realtà si potrebbe pure accettare. Del resto, l’aura di Dragon Ball non é che abbia molte regole, anzi, si può usare più o meno per qualunque cosa. Nonostante questo mantiene una sua coerenza interna che la rende accettabile. In Ken invece succede l'opposto, in particolare con la questione degli tsubo, su cui si basano gli attacchi non solo di Ken ma anche di altri personaggi. Gli tsubo sono, in buona sostanza, dei punti dei circolazione dell'energia. Se premuti nel modo giusto fanno esplodono la relativa parte del corpo dell'avversario, ma possono anche essere usati per ripristinare delle funzioni vitali. Finqui tutto bene direte voi, e lo direi anche io. Il problema viene dopo, quando l'autore comincia a tirare fuori uno tsubo per ogni occasione. Ken ha bisogno di fare dimenticare qualcosa a qualcuno? Ma c'è lo tsubo che cancella la memoria (e ovviamente non tutta la memoria, ma solo il singolo evento che vuole Ken)! Ken ha bisogno di sapere qualcosa ma la persona che interroga è recalcitrante? Ma abbiamo anche lo tsubo che costringe una persona a rivelare un’informazione contro la propria volontà! Che cosa non si può fare semplicemente schiacciando un po’ l'avversario, eh?

Ken, ovvero l'uomo dalle molte espressioni. Qui è triste.
E potrei andare avanti per molto, ma non servirebbe. Già da questi pochi esempi di può intuire come presto gli tsubo diventino un modo che l'autore usa per fare procedere le cose nel modo in cui vuole. Diventano una sorta di scorciatoia narrativa per fare succedere quello che Buronson preferisce, ma non sa come fare accadere.

Nessun personaggio è realmente caratterizzato. Se si esclude Ken, che è insopportabile ma ha una sua personalità, tutti gli altri sono macchiette, privi di qualunque spessore (chi più chi meno naturalmente). Ken stesso non ha un’evoluzione psicologica, il Ken del primo volume è uguale identico al Ken dell’ultimo. Esistono personaggi con un abbozzo di personalità, tipo Raoul o Toki, ma in generale nessuno di loro ha una caratterizzazione accettabile. Sono più che altro delle figure con appiccicate un paio di caratteristiche che li distinguono dagli altri. A onor del vero a un certo punto Raoul ha una specie di evoluzione psicologica, ma siamo sempre allo stesso punto, é insufficiente. Lo sarebbe in qualunque manga, in Ken il guerriero, che dovrebbe essere un pilastro degli shonen, lo é anche di più.

Parliamo un po’ di Ken e del perché lo odio e mentre leggevo speravo che qualcuno prima o poi lo uccidesse facendogli saltare in aria qualche parte del corpo come lui fa con tutti. Ken è un arrogante sputasentenze, un insopportabile pallone gonfiato che giudica tutto e tutti e pensa di essere sempre dalla parte del giusto. Sapete qual è lo schema tipo di un’avventura di Ken? Ken arriva in un posto nuovo, Ken parla con gli abitanti del luogo (che sono sempre dei poveracci sfruttati e maltrattati da qualche cattivone random), Ken decide che gli abitanti del luogo hanno ragione e sono le vittime e poi va a combattere il cattivo. E fin qua potrebbe più o meno andare tutto bene. Il problema è che mentre combatte i cattivi Ken si arroga il diritto di dire “tu meriti di morire” o “non meriti di vivere” o simili e a me questo non va bene. Non mi va bene perché Ken non sa nulla della situazione, ha ascoltato soltanto una parte in causa eppure ha già deciso che loro hanno ragione e che sono dalla parte del giusto. Non ascolta le motivazioni degli avversari, non si pone il problema che possano essere loro quelli nel giusto, no, lui ha la verità, lui sa già tutto e quello che decide lui è Giusto e Vero.

Questo è dovuto alla pessima caratterizzazione che affligge Ken. L’autore non vorrebbe rappresentarmi come arrogante e superbo, questo é un tratto che emerge dalla trama perché il personaggio viene gestito male. A giustificare il fatto che Ken ha sempre ragione e da chi sta dalla parte del giusto arriva il fatto che i cattivi sono degli stereotipi superficiali e di poco spessore: i tipici cattivi cliché che sono malvagi per decreto autoriale, e dunque diventano rapidamente caricaturali.

La nuova attività di Toki.
I personaggi femminili sono piatti quanto quelli maschili, e fanno venire quasi tutti il latte alle ginocchia. Hanno bisogno tutti (tranne qualche dato caso) di essere salvati e aiutati dai personaggi maschili. Fino all'arrivo degli eroi resteranno a piagnucolare e a farsi torturare e insultare senza fare resistenza. Sono passivi, incapaci di difendersi e di opporsi, subiscono qualunque cosa in attesa del deus ex machina che li metterà in salvo. Che poi, non è che sia sbagliato che un personaggio non sia combattivo, quello che è brutto è che tutti i personaggi femminili lo siano, e questo è indice di gravi problemi nel settore caratterizzazione (cos'è, la terza volta che lo scrivo? Certo che la situazione è davvero messa male...). In parte forse è colpa della cultura dell’epoca, che non era a favore della donna, ma se prendete Dragon Ball, contemporaneo di Ken, trovate una situazione molto diversa. É vero che non c'è quasi nessun personaggio femminile che combatte insieme agli uomini, ma non si può dire che siano passivi e incapaci di difendersi. Chichi, Bulma, Videl, sono tutti personaggi combattivi e decisi, con un coraggio e una determinazione da vendere. Chichi addirittura si affronta Majin Bu da sola, voglio dire, mica pizza e fichi. Insomma, sono personaggi che non sfigurano, che hanno una propria dignità. Altro che le insopportabili damsel in distress di Ken.

Cosa invece funziona? I disegni. I disegni sono promossi senza se e senza ma. Sono proprio ben fatti, adatti alla storia, cupi e accattivanti. Non sono belli a vedersi nel senso stretto del termine (personalmente li trovo poco puliti), ma sono davvero ben realizzati. Sono l’unica cosa che non si può contestare in nessun modo, tanto di cappello a Tetsuo Hara!

IN CONCLUSIONE



Non voglio negare il ruolo importante che Ken ha avuto nella formazione dei canoni del genere shonen, né voglio negare la grande influenza che ha avuto, né il fatto che abbia segnato un’epoca. Voglio solo dire che a me, lettore del 2017 e non del 1984, non è piaciuto. Penso sia legittimo. Troppi gli elementi che non funzionano, che suonano raffazzonati o mal fatti, troppe le sciattezze a livello di trama e caratterizzazione, troppo rese male insomma le cose che in un manga moderno costituiscono gli aspetti più importanti per determinarne la qualità. Lettura obbligata come tutti dicono, quindi? Sì, ma solo per conoscere che cosa ha fatto la storia di un genere, non perché si tratti (almeno per me) di un’opera di qualità.

IL GIUDIZIO DI HISOKA: