mercoledì 28 settembre 2016

C'è del marcio negli shonen?

Parlare di classici di un genere è come entrare in un campo minato presieduto da cecchini mentre si è inseguiti da kamikaze inferociti e sotto un bombardamento aereo.  Il mondo è pieno di fan boy dal cervello ammaccato pronti a tutto per difendere la Loro Sacra Opera Preferita dalle grinfie degli ignoranti infedeli. E ci sono poche opere che possono vantare la popolarità e l’autorevolezza in quanto pilastro di un genere che ha Dragon Ball nel panorama dei manga in generale e degli shonen in particolare. Io, naturalmente, ho intenzione di parlare proprio di Dragon Ball, il che significa praticamente che mi voglio scavare la fossa da solo.

"NON TOCCATEMI DRAGONBALL!"
Mi è capitato recentemente di rileggere alcuni shonen, e questo mi ha fatto pensare.Tutti in un modo nell’altro si rifacevano a Dragon Ball, che lo avevano come modello, per seguirlo o per prenderne le distanze. E così ho cominciato a riflettere su come Dragon Ball abbia trasformato e canonizzato lo shonen moderno, e quanto valore ancora adesso possa avere questo canone. Del resto, quanti blogger sentite su internet berciare contro il fantasy di stampo tolkieniano perché ormai ha detto tutto quello che ha da dire e gli elfi hanno stufato? Ecco, qui mi voglio porre in un’ottica simile. Quanto di buono c’è ancora nel modello di Dragon Ball e quanto invece è diventato stantio?

 Tra l’altro, piccola nota a margine, gli shonen di cui parlavo prima sono stati tutti scritti in periodi diversi, che vanno dai primi anni ’90 al 2010, quindi mi hanno permesso di osservare bene come in momenti diversi Dragon Ball fosse utilizzato in modo diverso. Ah, naturalmente prima di mettermi a scrivere mi sono riletto anche Dragon Ball, quindi posso parlare con la mente fresca e il ricordo ancora ben chiaro.

Partiamo con il dire che Dragon Ball non è l’unico manga ad aver avuto una grande influenza su una fetta non indifferente delle storie che lo hanno seguito. Può fregiarsi di questo merito anche, ad esempio, Le bizzarre avventure di Jojo (che a sua volta, almeno nelle prime serie, si rifà ad altri pilastri come Ken il guerriero). L’influenza di Dragon Ball è a parer mio decisamente maggiore e decisamente più evidente, perché Jojo è stato un’ispirazione per molti aspetti “tecnici”, per usare il termine più adatto che mi viene in mente. Per esempio, molti dei poteri speciali che appaiono negli shonen di oggi prendono spunto in maniera più o meno evidente e più o meno massiccia proprio da Jojo, e lo stesso discorso si può fare per il modo in cui sono strutturate le battaglie. Jojo conserva però molti elementi unici che non sono stati imitati o comunque non in maniera massiccia, come lo stile di disegno dei personaggi, le situazioni assurde o surreali, il trash che permea la trama, e quant’altro. Dragon Ball invece non può vantare un’individualità di questo tipo, perché è stato modello per molti più elementi, che vanno dalle situazioni alle scelte narrative, dalla lunghezza dei manga alla struttura stessa delle trame.

Le bizzarre avventure di Jojo: la sobrietà fatta manga.
Ad esempio, è ormai un dato di fatto che un gran numero di shonen, in particolari quelli dedicati in vario modo ai combattimenti, hanno una durata molto ampia. Quante volte gli autori vengono accusati di allungare il brodo, oppure di continuare a parlare quando non hanno nulla da dire? A me è successo spesso di pensare che l’autore poteva risolvere velocemente una determinata situazione e invece la allunga con problemi inutili per tirare avanti per più volumetti (in questo momento sto pensando a Toriko, in cui a un certo punto la trama principale viene tralasciata in favore di vari filler perché boh, evidentemente Shimabukuro voleva arrivare oltre i 30 volumi a tutti i costi). Questo fatto, io credo, è dovuto (anche se naturalmente non del tutto, ci sono fattori anche economici o relativi alla volontà degli editori) a una volontà di somiglianza con Dragon Ball, che prosegue per più di 40 volumi. Lo shonen di combattimento è automaticamente lungo, non può concludersi in poco tempo. Un po’ come per i libri fantasy (faccio di nuovo il paragone con Tolkien perché viene comodo) spopolano e hanno spopolato le trilogie, e se non scrivi almeno una trilogia non sei nessuno. Questo formato per quanto mi riguarda provoca diversi problemi, e il principale lo citavo prima, ovvero l’allungamento del brodo in modo spropositato. Così come nelle trilogie che sono trilogie non perché c’è molto da raccontare ma perché un fantasy o è una trilogia o niente spesso il secondo libro è più un raccordo tra gli eventi importanti del primo e quelli del terzo, così anche negli shonen lunghi perché se no non è uno shonen i volumi centrali di frequente sono i meno densi di eventi e i più noiosi da leggere. Se devo prendere un esempio di manga esteso a dismisura a causa dell’equazione shonen = lungherrimo posso citare Fairy Tail, anche se è un caso particolare perché fin dall’inizio aveva poco da dire, quindi a parlare del nulla ci sarebbe arrivato comunque, con o senza brodo allungato.

La trama di Fairy Tail.
Come dicevo prima però l’influenza di Dragon Ball ha riguardato molti elementi. Ci sono alcune scene che compaiono in Dragon Ball e che sono state riproposte in maniera massiccia negli shonen successivi, magari con cambiamenti anche ampi, ma conservando una struttura di base simile. Ho deciso di esaminarne qualcuna.

C’è sempre un momento in cui i protagonisti arrivano allo scontro finale con il cattivo. Qui accade non dico ogni volta ma molto spesso che il combattimento sia uno contro uno. Che è una cosa idiota. La posta in palio è altissima e basta una scusa qualsiasi come “è il suo combattimento” che tutti i protagonisti si fanno da parte per lasciare che a combattere sia una persona sola. Della serie, se combattessimo tutti insieme vincere sarebbe decisamente più semplice, ma ne va soltanto della salvezza della Terra, che sarà mai, lasciamolo fare tranquillamente. Verrebbe quasi da rimpiangere che il nostro pianeta sia protetto da gente così! Bleach è l’esempio più palese di questo, non c’è una volta in cui tutti si alleino contro il nemico, bisogna sempre lasciare che sia Ichigo da solo a salvare la giornata. Del resto è il protagonista, deve avere qualche privilegio!

Ora, in Dragon Ball questo succede a ogni combattimento. Non riesco a ricordare una battaglia in cui si combatta due o più contro uno, a parte forse due o tre. Lì però ha un senso: i personaggi hanno tutti un orgoglio e un’etica molto forti. Per un sayan combattere con un alleato contro un avversario solo è un disonore perché porta a una vittoria semplice. Preferirebbe perdere piuttosto che vincere senza che il suo avversario abbia potuto mostrare le proprie capacità. Non posso dire che sia una cosa intelligente ma è coerente quindi la rispetto e sono disposto a simpatizzare con personaggi del genere e a seguire le loro vicende. Ma negli altri manga è difficile trovare delle motivazioni così valide per questa scelta, molto spesso si fa semplicemente perché appunto è uno shonen e da che mondo è mondo negli shonen si combatte uno contro uno. Va bé, contenti gli autori e chi li legge contenti tutti, verrebbe da dire.

L’altra scena ormai canonica è l’incontro con il maestro. Ci sarà sempre un momento in cui i protagonisti andranno ad allenarsi e diventeranno allievi di un maestro, oppure conosceranno un vecchio molto più forte di loro che ha una missione per loro o roba simile, e il più delle volte costui ama le forme delle ragazze molto più giovani di lui. A fare scuola qui è il maestro Muten, seguito a ruota da Kaioshin il Sommo, che è la più grande autorità della galassia ma capitola di fronte alla promessa della foto di una donna nuda.

Il mondo è sotto la custodia di costui.
A proposito di questo gli esempi si sprecano, mi limiterò a citare Jiraya di Naruto e, per fare un esempio di qualcuno meno conosciuto, Kagetora Hyodo di Psyren. Ora, questo è un cliché che io trovo particolarmente fastidioso (è un modo idiota di caratterizzare un personaggio) e in effetti pare che anche i mangaka se ne stiano stufando. Infatti, ci sono molti esempi di maestro che però presenta una caratteristica che lo identifica subito che non sia l’essere un pervertito. È una variazione del tema che fa piacere. Potrei citare Kakashi, che ha sempre dietro il suo libro, oppure Biscuit di Hunter x Hunter, che invece è avida e capricciosa. Insomma, la figura del maestro resta sempre caratterizzata con una qualità strana o non piacevole ma sempre diversa e che non riguarda le sue pulsioni sessuali. Invece, se volete l’esempio di una ripresa dell’incontro con il maestro talmente pedissequa da essere fastidiosa potete leggere 666 satan, in cui la scena dell’arrivo a casa di Kirin è identica all’arrivo sul pianeta di Re Kaio (con tanto di scena in cui l’animaletto di Kirin viene scambiato per lui stesso, come succede a Goku, che scambia Bubbles per Re Kaioh).

L’influenza di Dragon Ball è stata grande anche nell’’ambito della creazione dei personaggi, in primo luogo per quanto riguarda i protagonisti. Goku è estroverso, scatenato, simpatico, ha una grossa fiducia nelle altre persone, è abbastanza testardo e mangia per venti persone. Ecco, in quasi tutti gli shonen più famosi sono state riprese queste caratteristiche per l’ideazione del protagonista. In molti casi gli autori hanno fatto un discreto lavoro sul modello proponendo delle variazioni di rilevante efficacia, ma comunque la partenza è la stessa per quasi tutti. Si possono fare moltissimi nomi famosi, Toriko e Rufy, per esempio, e anche qualche nome un po’ meno famoso, come Ageha di Psyren. Perfino Hunter x Hunter, che tende di solito a distaccarsi dagli stereotipi più comuni, ha un protagonista che rispecchia in maniera molto fedele questo modello.

Anche Vegeta costituisce un paradigma di personaggio, anche se in modo più velato e meno evidente di Goku. Rappresenta il personaggio freddo, scontroso e affatto incline a qualunque manifestazione di affetto, orgoglioso e solitario. È innegabile che l’ispirazione di Kishimoto per Sauke derivi proprio da qui. In Yu degli spettri il modello di Vegeta è seguito in modo fin troppo preciso nella creazione del personaggio di Hiei, che gli somiglia non solo nel carattere ma anche nell’aspetto fisico, e questo rende particolarmente difficile prenderlo sul serio, visto che il primo pensiero che viene è di stare leggendo della brutta copia di Vegeta.

A destra Vegeta, a sinistra di nuovo Vegeta Hiei.
La stessa idea di onda energetica, da intendere come nel manga e non come nell’anime, quindi come “raggio di luce che viene emesso dal corpo”, che è centrale in moltissimi shonen, viene da Dragon Ball. Senza questo concetto la maggior parte delle serie che conosciamo sarebbero diverse in maniera radicale. Certo, poi nel corso degli anni sono stati trovati altri modi più complicati per creare i poteri dei personaggi (basti pensare agli o-part di 666 satan, per esempio), e ci si è distaccati dalla semplice onda energetica. Tuttavia il modello rimane presente e riappare con costanza: Hunter x Hunter, che ha un sistema di poteri elaborato e complesso, fonda tutto su dell’energia emessa dal corpo sotto forma di luce. In sostanza, il paradigma dell’onda energetica è stato ormai modificato e migliorato fino a diventare qualcosa di molto diverso e più versatile e fantasioso di quello che era all’inizio.

Da quello che ho elencato finora emerge che il modello di Dragon Ball, dove è stato seguito in modo pedissequo, risulta stantio e già visto, e anzi, ha peggiorato molto spesso certi aspetti che potevano non essere malvagi. La logica conseguenza è che quindi di per sé Dragon Ball abbia ben poco ormai da offrire che possa risultare piacevole o originale. La realtà è a parer mio un po’ diversa, e una rilettura completa di Dragon Ball me lo ha confermato.

È vero che ormai l’originalità non la fa da padrona, e che la trama molto spesso tira avanti in virtù di coincidenze o deus ex machina, è vero che i combattimenti sono semplici (la strategia quasi è assente) ed è vero che i personaggi pervertiti stufano presto. Ma è vero anche che Dragon Ball presenta una sua freschezza. È una lettura agile, che scorre senza neanche accorgersene e tiene lontana la noia. La sceneggiatura è molto spesso buona (nella saga di Majin Bu cambia radicalmente e perde molto a mio avviso) e quindi riesce a dare la giusta dose di coinvolgimento, specie nei combattimenti, che, pur non essendo nulla di che molto spesso da un punto di vista oggettivo, conquistano facilmente e sono dei page-turner pazzeschi. Inoltre mi sono convinto che il vero talento di Toriyama sia scrivere manga comici, perché i momenti di questo genere in Dragon Ball sono quasi sempre molto divertenti. Insomma, se Dragon Ball ha molti aspetti che rientrano a pieno titolo nel già visto, ha una propria linfa vitale, alimentata da una ventata di fresca genuinità, un forte coinvolgimento, un umorismo da spanciarsi anche nelle situazioni più serie e una trama che caccia i personaggi sempre nella situazione peggiore possibile (ok, molto spesso intervengono deus ex machina e cose simili a tirarli fuori dai guai, ma va bé). Insomma, Dragon Ball è la prova che è il talento del mangaka che rende ottimo un fumetto, e non le qualità intrinseche che questo possiede: ci sono storie con molti più pregi e molta più originalità che però non riescono a conquistare allo stesso modo.

Akira Toriyama minaccia i suoi fan con una penna.
Quindi, per tirare le fila del tutto, il modello di Dragon Ball è ancora valido? Sì, se non viene riproposto pari pari, altrimenti rischia davvero di rovinare una storia. Se viene modificato, migliorato o reimpostato in base alle necessità, ai gusti e a quello che sente l’autore (e del resto è in parte già successo, come mostravo prima) allora può offrire nuovi spunti per creare qualcosa di interessante. Che poi quello che sto dicendo non è nulla di nuovo sotto il sole, visto che da che mondo e mondo qualunque modello per risultare efficace deve essere interpretato e non seguito in modo preciso. La pensavano così già gli antichi (chiedete a Quintiliano che cosa sia l’aemulatio), e direi che probabilmente avevano ragione.

lunedì 19 settembre 2016

NON Recensione - Racconti di Hogwarts di J.K. Rowling

Questa non è una recensione. E come, direte voi, lo sembra proprio, tra l’altro si parla pure di un libro singolo, quindi come fa a non essere una recensione? Bé, non lo è per un semplice motivo, perché su questo blog recensisco romanzi e racconti, e Racconti di Hogwarts non è né l’uno né l’altro.


Racconti di Hogwarts consiste in tre e-book pubblicati il 6 settembre, ed è stato presentato come un’antologia di racconti scritti dalla Rowling volti ad approfondire certi aspetti del passato di alcuni personaggi della saga di Harry Potter. Ecco, io l’ho letto tutto e posso dire con cognizione di causa che più che racconti i brani raccolti sembrano a metà tra una pagina di Wikipedia e gli appunti per la scaletta di un romanzo. Ha poco senso quindi che mi metta a scrivere una recensione con tanto di suddivisione in trama, la mia opinione e in conclusione, il tutto corredato dagli Chtulhu finali, per delle pagine di Wikipedia, no?

Perché dunque ho deciso di scrivere questo post? Perché io ho cominciato a leggere convinto di avere a che fare con dei racconti. Certo, sono bastate le prime righe del pezzo sulla Umbridge per farmi capire che non c’era trippa per gatti, ma insomma, mi pare giusto spendere due parole per dire che quello che viene pubblicizzato come qualcosa è in realtà qualcos’altro. E già che ci sono per dare un’occhiata un pochino più attenta al contenuto di questo e-book, perché qualcosa di buono io ce l’ho trovato lo stesso, nonostante non fosse ciò che mi aspettavo e ciò che è stato pubblicizzato.

J.K. Rowling quando ha scoperto di non aver scritto dei racconti.
Intanto, una precisazione: i contenuti di Racconti di Hogwarts erano stati pubblicizzati come inediti, in realtà, come sono venuto a sapere dopo, erano già stati pubblicati da tempo e gratuitamente su Pottermore. Io non li avevo mai letti, ma chi invece li conosceva già suppongo abbia avuto un’ulteriore delusione.

Il primo e-book è Guida (poco) pratica di Hogwarts. Consiste fondamentalmente in una serie di scritti che approfondiscono luoghi o personaggi o eventi di Hogwarts che non hanno ricevuto un’adeguata trattazione dei libri, oppure riferiscono su di loro curiosità o notizie particolari. C’è la descrizione della sala comune di Tassorosso (scordatevi che io usi la nuova traduzione), viene descritto come è nato l’espresso per Hogwarts e come facessero prima i giovani maghi ad andare a scuola, viene raccontata la storia della Camera dei Segreti e del perché non sia stata mai scoperta, viene mostrata la storia delle GiraTempo, viene raccontata la morte di Nick-Quasi-Senza-Testa (con annessa ballata scritta da lui stesso) e la storia di Sir Cadogan. Sono storielle di solito divertenti, aggiungono al mondo di Harry Potter tutta una serie di aneddoti gradevoli e piacevoli, la noia viene normalmente tenuta lontana. Che dire, mi ha tenuto compagnia per un’oretta, e tutto sommato mi è piaciuto: apprezzo in linea generale gli approfondimenti di questo genere, danno un forte tocco di realismo al mondo in cui sono ambientate le storie. Certo, corrono il rischio di diventare noiosi, ma il tutto è trattato con la consueta ironia della Rowling, e spesso le vicende raccontate mi hanno fatto fare delle risate di gusto. Quindi accettabile, poteva essere una noia mortale e invece si salva.

Guida poco pratica a Hogwarts.
Segue poi Prodezze e passatempi pericolosi, che invece vuole raccontare le storie di alcuni personaggi importanti della storia, cioè Lupin, la Cooman e la McGranitt. Il racconto sul passato della Mcgranitt, e sulla sua vita durante le vicende raccontate durante i sette libri della serie contiene tante buone idee. Le vicende raccontate sono interessanti, ma appunto, come dicevo all’inizio, sembra molto una pagina di Wikipedia alla sezione biografia (oppure la traccia per un racconto). Non lo ripeterò tutte le volte, ma sappiate che ogni storia della vita dei personaggi di cui parlerò d’ora in poi è scritta con lo stile di una pagina di Wikipedia. Comunque, questa qui si legge bene, ma lascia poco. Alla vita della McGranitt segue un breve e interessante discorso sugli animagi e sul processo, a dir la verità un po’ assurdo anche per il mondo di Harry Potter, per trasformarsi.

La storia successiva è quella di Lupin, che è francamente meno incisiva di quella della McGranitt. Questo semplicemente perché, mentre del passato della McGranitt non sapevamo nulla, di quello di Lupin sapevamo già i fatti importanti, quindi la storia della sua vita ci dà molte meno informazioni nuove e interessanti. Non permette di conoscere da zero il percorso psicologico che ha condotto il personaggio a essere quello che è, si limita a riempire qualche buco che si poteva intuire senza problemi. Forse l’unica parte un po’ più interessante è l’inizio, il resto non aggiunge nulla (o molto poco) a quello che è narrato nei sette libri della serie. Segue poi un discorso sui lupi mannari lungo e noioso, che di nuovo aggiunge ben poco a quello che già il lettore medio della serie sapeva.

Lupin con Harry, Ron ed Hermione.

La terza storia è quella della Cooman. È breve e poco significativa, in sintesi evitabile. Di nuovo, non aggiunge assolutamente niente a quello che già era stato detto. L’approfondimento sui Veggenti è più carino.

Simpatica è invece la quarta e ultima storia, dedicata al predecessore di Hagrid nell’insegnamento di Cura delle Creature Magiche. Anche questo breve ma divertente, ritorna la forte ironia della Rowling, che strappa diversi sorrisi. Una lettura carina e davvero agile, è poco più lunga della storia della Cooman.

In sintesi, Prodezze e passatempi pericolosi si difende bene con la prima e l’ultima storia mentre con quelle in mezzo dimostra di avere ben poco da dire e a volte riesce anche ad annoiare.

Il terzo e-book è Potere, politica e poltergeist, che unisce lo stile di Prodezze e passatempi pericolosi (storie della vita di alcuni personaggi) con quello di Guida (poco) pratica di Hogwarts (dettagli su elementi del mondo in cui è ambientata la storia). La storia che narrata nel primo capitolo è quella della Umbridge. La parte sulla sua infanzia è interessante, il resto è troppo generico per poter davvero lasciare un’impressione nel lettore. È breve, e per una buona metà (quello che segue l’infanzia e la prima carriera nel Ministero della Magia) ha ben poco da raccontare.

Segue il secondo capitolo, che inizia con un elenco di tutti i Ministri della Magia della storia. A volte strappa qualche risata, ma molto spesso le informazioni che vengono date sui Ministri sono molto sciatte oppure non molto interessanti. In poche parole, un lavoro che se fosse stato scritto con una maggiore ironia sarebbe stato davvero divertente e più coinvolgente! Viene poi raccontata la storia di Azkaban. Interessante e ben congegnata devo dire, non pensavo che avrei apprezzato e invece si legge molto bene.

Il prossimo Ministro della Magia.

Il terzo capitolo racconta la vita di Lumacorno. Anche questa ha poco da dire, non aggiunge praticamente nulla a quello che sapevamo su di lui ed è anche inutilmente lunga. Di nuovo un’altra storia che riempie qualche buco nell’evoluzione del personaggio che era tranquillamente intuibile anche senza che fosse spiegato. Seguono poi informazioni dimenticabili sulle pozioni (in particolare su quella Polisucco) e un capitolo inutile e insensato sui calderoni. Almeno è breve.

Il quarto capitolo è dedicato alla storia di Raptor e il quinto a Pix. Quello su Pix fa un po’ ridere e quindi si salva per il rotto della cuffia, quello su Raptor di nuovo non ha nulla da dire e si sente.

Quindi, vediamo di tirare le conclusioni. Racconti di Hogwarts prometteva di essere un’antologia di racconti e non lo è, delle storie che contiene molte non dicono nulla di più di ciò che già si sapeva e poche altre riescono invece a presentare delle buone idee, ma appunto per lo stile da pagina di Wikipedia con cui sono scritte non le valorizzano. Per quanto mi riguarda, la storia della McGranitt e quella della Umbridge (la prima metà) sono occasioni sprecate per rispettivamente un romanzo e un racconto lungo. Le buone idee ci sono, dovrebbero essere scritte in uno stile da narrativa e non da saggistica.

Resta solo da capire perché intitolare Racconti di Hogwarts una raccolta che non ha nulla a che vedere con i racconti né con la narrativa in generale, ma che di fatto colleziona articoli pubblicati su Pottermore tra l’altro spacciandoli per inediti. Boh. Mistero.

In buona sostanza, lo consiglio? A chi cerca come me dei racconti ambientati nel mondo di Harry Potter assolutamente no. A chi cerca in generale della buona narrativa neppure, visto che di narrativa qua non c’è niente. Potrebbe essere interessato chi ha piacere ad approfondire la cultura del mondo della Rolwing, e quindi a costui lo consiglio. Sempre con la premessa che una buona metà delle informazioni contenute non approfondisce nulla.

Recensione - Fondazione e Impero di Isaac Asimov

Ho concluso la recensione di Prima Fondazione dicendo in buona sostanza che il libro era molto meh ma valeva la pena leggerlo per capire i successivi. In realtà a pensarci bene non è neppure vero questo, perché, essendo che la Trilogia della Fondazione ricopre un arco di centinaia di anni le storie che raccontano i primi due libri sono abbastanza indipendenti. Sì, certo, c’è la figura di Hari Seldon che le attraversa tutte ed è fondamentale, ma a parte quello non c’è molto altro che le leghi, tranne ovviamente l’ambientazione. Quindi la conclusione è che secondo me Prima Fondazione va letto più che altro per completezza, perché se si chiama trilogia un motivo c’è e ha poco senso saltare un libro. Se invece della completezza e della coerenza (e anche della volontà dell’autore, visto che se lui ha deciso che quello fosse il primo libro lo ha fatto con una ragione precisa) ve ne fregate e vi interessa soltanto la bella letteratura potete cominciare dal secondo. Scelta che personalmente non consiglio. Ma insomma, a decidere siete voi, io sono qua soltanto per dirvi se secondo me il libro valga o non valga la pena essere letto.

Sul primo libro della trilogia ho espresso dei dubbi. Ora siamo qui a parlare del secondo. Immergiamoci quindi di nuovo nel nostro universo tra migliaia di anni a seguire ancora le vicende della Prima Fondazione creata da Hari Seldon.
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Titolo: Fondazione e Impero
Autore Isaac Asimov
Anno: 1952                                                       
Editore: Mondadori
Pagine: 204




TRAMA 

Lo scorso volume era suddiviso in cinque parti, nelle quali seguivamo cinque trame diverse. Questa volta le parti sono solo due, e come l’altra volta hanno due protagonisti diversi. Come dice il titolo, le vicende si concentrano sugli incontri e gli scontri tra la Fondazione e l’Impero Galattico ormai in decadenza.

La prima parte segue le mire del generale dell’Impero Bel Riose, il quale vuole estendere il potere dell’Impero. È un giovane potente che ancora coltiva il sogno di rendere l’impero forte e imponente. Dopo aver sentito parlare dell’esistenza di alcuni maghi, si reca sul pianeta Siwenna dove prende contatti con un nobile decaduto, dal quale viene a conoscenza dell’esistenza della Fondazione. Cercherà dunque di conquistarla, per allargare il potere dell’Impero, e impedire che la Fondazione acquisisca potere a sua volta.

La seconda parte si svolge ottant’anni dopo, e ha come protagonista due giovani sposi, Bayta e Toran, i quali si trovano nel mezzo di un grande sconvolgimento: una figura misteriosa dal passato sconosciuto, soprannominato il Mule, ha preso il potere per mano dell’Impero su Kalgan. Toran e Bayta cercheranno, per conto dei Mercanti, che ormai hanno assunto un ruolo indipendente dalla Fondazione, di scoprire l’identità del Mule. Questo obiettivo li porterà a viaggiare fino a Kalgan e anche oltre, fino a tentare di indagare sulla misteriosa Seconda Fondazione, nominata da Hari Seldon durante una delle sue apparizioni nella Volta del Tempo.

La Bayta del nonno di Heidi.

LA MIA OPINIONE


Non avevo nascosto quello che penso su questo libro già nella recensione del precedente romanzo. Qui però serve sicuramente un approfondimento maggiore. Soffermiamoci dunque a stabilire perché Fondazione e Impero sia un romanzo migliore di Prima Fondazione e anche di per sé un ottimo libro.

Ricordate che la prima obiezione che muovevo a Prima Fondazione era che la trama era troppo episodica? Ecco, non posso certo lamentarmi in questo caso. Come dicevo prima, le sottotrame sviluppate qui sono due, ovvero meno della metà di quelle dell’altro romanzo, e questo non può che giovare alla fruizione del plot da parte del lettore. Finalmente diventa possibile simpatizzare con le vicende e con i protagonisti, e finalmente Asimov ha tempo di caratterizzarli a dovere, e quindi anche di differenziarli un po’.

Nella prima parte a dominare la scena è il generale Bel Riose. Anche se poi per una buona fetta della narrazione sparisce, è sicuramente la personalità dominante. E anche l’unica riuscita veramente bene, in realtà, visto che gli altri due protagonisti, Onum Barr e Lathan Devers, non hanno né lo stesso carisma né lo stesso approfondimento psicologico, mentre Bel Riose appare caratterizzato in modo accurato fin dall’inizio. Non solo, i punti a lui dedicati si leggono molto meglio di quelli dedicati Barr e Devers. Perché appunto, Riose è davvero in grado di attirare l’attenzione su di sé, di reggere il peso di una storia. Non è uno dei miei personaggi preferiti a dir la verità, ma non posso negare che sia meglio costruito degli altri due. E appunto per questo le parti che lo vedono protagonista sono piacevoli da leggere.

Ma la vera botta di vita in fatto di personaggi arriva nella seconda parte. Per Bayta e Toran si può fare un discorso simile a quello che riguarda Bel Riose: bei personaggi, ben strutturati, non banali né asettici, sono in grado di portare il lettore a simpatizzare con loro e di sostenere il peso di una storia. Il personaggio che però riesce a dare una svolta alla storia è il Mule.

L'ultimo ruolo del Mule al cinema.
Il Mule appare relativamente tardi (in realtà non è proprio così, ma preferisco non dire altro per non fare spoiler), eppure riesce a rimanere impresso come se lo si conoscesse dalla prima pagina. È un personaggio che non ci si aspetta, non perché sia particolarmente originale, ma perché riesce a portare la trama su binari che non avrei mai detto che avrebbe preso. È ben caratterizzato, davvero bene, ben costruito e ben approfondito. Il suo passato non è nulla di nuovo sotto il sole, ma contribuisce in modo coerente a renderlo quello che è quando appare nel romanzo. È un personaggio astuto e calcolatore, ma in grado di svelare un lato umano di sé particolarmente sensibile e toccante, e soffermarsi su questo è inusuale per Asimov, di solito impegnato a badare alle strategie e agli aspetti per così dire tattici della trama, e per questo non posso negare di averlo apprezzato davvero molto. Alla fine del romanzo provavo un moto di simpatia e tenerezza verso il Mule, desideravo sinceramente per lui una vita diversa, una vita che potesse offrirgli dolcezza e serenità, amore e comprensione. Anche ora che ho concluso la lettura diverso tempo fa il Mule resta ancora vivo nella mia mente e nel mio immaginario. E non ne uscirà tanto facilmente! Quindi sì, il Mule è stato eletto all’unanimità miglior personaggio della Trilogia.

Se il Mule è questo gran personaggio, anche i personaggi secondari si difendono davvero bene. Ebling Miss è caratterizzato a sufficienza, e ancora di più lo è Han Pritcher, e il nuovo sindaco della Fondazione Indbur. Insomma, non ci si può lamentare, anzi, Asimov merita i complimenti per il lavoro che ha fatto in questo libro nella cura dei personaggi! È sicuramente migliore di quello del libro precedente ed è ottimo anche considerato in sé stesso.

A un miglioramento della costruzione dei personaggi si accompagna una migliore costruzione della trama. Come dicevo all’inizio, è finalmente possibile simpatizzare con i personaggi perché le sottotrame che compongono il romanzo non sono brevi ed episodiche ma ampie e ben svolte. L’abilità di Asimov che ho lodato nella precedente recensione qui rimane invariata e si esprime finalmente al meglio, come non avveniva in Prima Fondazione. Seguire gli snodi del plot è un piacere, suscita davvero interesse in chi legge. Tra le altre cose, Asimov è particolarmente diretto e va dritto al punto, non si perde mai in dettagli inutili e non spende quasi mai più parole di quante ne servano, quindi la trama scorre serrata e incalzante.

"Compari, drago Shenron!"

Con il fatto che le due parti del libro sono sviluppate e non trascurate o scritte affrettatamente Asimov trova anche il tempo di inserire diverse sottotrame, che vanno poi a intrecciarsi con la trama principale. L’ho trovata una scelta azzeccata: oltre ad arricchire la storia raccontata con ulteriori dettagli, permette di approfondire dei personaggi che altrimenti sarebbero rimasti in secondo piano, come il generale Han Pritcher. Inoltre non annoiano per nulla, né sono utilizzate come modo becero per sospendere la narrazione della trama principale e quindi generare tensione facile.

La seconda parte inserisce, come dicevo all’inizio, il mistero della Seconda Fondazione, che risulta davvero interessante per chi legge. Le ultime pagine, che sono basate principalmente sulle indagini su questa fantomatica Fondazione, sono una sequela di eventi inaspettati che cambiano le carte in tavola. Si seguono con foga e trepidazione, in attesa che venga svelato il segreto principale del romanzo e della saga, il segreto che ha stupito i personaggi che ne sono venuti a conoscenza. Quindi il fatto che non si sappia dove si trovi la Seconda Fondazione e quale sia la sua natura è un’ottima idea e molto ben gestita, che fornisce al lettore quella dose di mistero che non viene del tutto rivelata e che quindi mantiene vivo l’interesse per il romanzo successivo e contemporaneamente mette carne al fuoco per il climax finale.

Isaac Asimov e Paolo Villaggio in un noto locale per scrittori di fantascienza. 
Nella precedente recensione dicevo che la fantascienza di Asimov si distacca dall’idea comune di fantascienza in quanto si tiene distante dagli stereotipi del genere (tipo gli alieni), che per altro all’epoca in cui è stata scritta ancora tali non erano, e quindi Asimov non avrebbe avuto motivo di allontanarsene se non per una scelta di gusti suoi personali. Fermo restando questo, in questa secondo romanzo qualche elemento fuori dalla norma comincia a comparire. Non faccio spoiler, ma comunque lo spirito generale della trilogia non viene rotto: partiva per essere qualcosa che si basasse su elementi fondamentalmente realistici stando lontano dagli aspetti più fantasiosi della fantascienza e continua così, e anche quando si mette a parlare di creature che non sono umani, o almeno non del tutto, li tratta con cautela, distacco, e comunque li inserisce solo quando è strettamente necessario. Perciò questo tocco di fantasia risulta ancora più apprezzabile, proprio perché centellinato con attenzione.

La scrittura è sempre buona, e in diversi punti diventa eccellente. Un esempio su tutti, la scena in cui il buffone del Mule, Magnifico, suona il visisonor, uno strumento particolare che in pratica genera immagini in base ai suoni che produce. In questo passo Asimov descrive in maniera precisa, efficace e anche lirica il susseguirsi delle immagini, il loro trasformarsi ciascuna in un’altra. Il lettore si trova di fronte a una parata di colori, linee e forme che brillano ai suoi occhi come fuochi d’artificio. Questo è già notevole di per sé, visto che una sequenza di questa intensità è qualcosa per cui molti scrittori venderebbero la mamma, ma diventa ancora più interessante se si pensa che lo stile di Asimov è di solito essenziale, asciutto e abbastanza asettico, riesce a conquistare con il fatto che alterna un ritmo pacato con uno più incalzante ma sicuramente si tiene lontano dal cercare di essere poetico o emotivo. Sicuramente queste caratteristiche non sono nelle corde di Asimov, e perciò stupisce che quando le inserisce non stonano ma anzi, appunto risultano molto efficaci. Tanto di cappello ad Asimov!

IN CONCLUSIONE


Le due parti di cui è composto Fondazione e Impero si compensano abbastanza tra di loro: la prima è così così, non al livello della quarta parte di Prima Fondazione ma comunque sospesa nel limbo della mediocrità, la seconda parte è straordinaria, complice una scrittura efficace e in certi punti anche molto ispirata e un cast di personaggi davvero ben costruiti, realistici e psicologicamente approfonditi. Il romanzo coinvolge chi legge grazie alla trama e ai misteri che mette in campo senza rivelare, con una sapiente gestione delle informazioni da fornire al lettore e dei ritmi narrativi. Consiglio vivamente la lettura, vi troverete catapultati in un mondo affascinante di intrighi e personaggi che diventeranno vostri compagni, un mondo che vi si dipanerà davanti agli occhi con la spettacolarità di un immenso cielo stellato.

VOTO:

lunedì 29 agosto 2016

Commedia Antica e Commedia Nuova in Plauto

Da che mondo è mondo, il genere letterario dell’antichità che piace agli studenti è la commedia. Non necessariamente perché faccia ridere (spesso le battute fanno riferimenti alla situazione politica della città nel periodo in cui sono state scritte, e noi altrettanto spesso fatichiamo a cogliere questi riferimenti) ma perché come minimo permette di trovare le parolacce sul dizionario. E a me che scrivo e a voi che leggete sembra una cosa stupida, ma posso assicurare che per uno studente di quindici anni che passa i pomeriggi a perdere la vista sul suo Montanari e a spaccarsi la testa sulle versioni di compito la cosa presenta un’attrattiva tutta sua.


Vedete il Montanari? Ecco, io avevo il Rocci
quindi non facevo quello che ho scritto sopra.
Questa fulgida premessa (che ha abbattuto la credibilità di tutto quello che scriverò dopo, amen) per dire che oggi ci occupiamo di Commedia, e in particolare di Plauto, un autore che io per lungo tempo ho faticato a capire. Principalmente mi sembrava un po’ sciapo: ok, la singola scena è divertente, ma poi tutte le commedie uguali, vogliono solo far ridere e non esprimere un significato, che noia passiamo a Catullo che invece scrive di getto e di sentimenti e quindi lo preferisco. Questo per far toccare con mano quanto in realtà non capissi né chi mi piaceva né chi non mi piaceva.

Ho avuto modo di apprezzare Plauto quest’ultimo anno, quando l’ho conosciuto un po’ meglio, quando avevo in generale maggiori conoscenze di base e quando il mio senso critico era leggermente più acuto che  in passato. E sì, ho compreso di avere di fronte un pilastro della scrittura come quasi nessuno è mai stato nella storia del teatro. Ho pensato quindi che valesse la pena spendere qualche parola sulla sua figura, e in particolare sulla sua unicità letteraria, almeno per quanto possiamo evincere da quello che del teatro latino ci è giunto.

Plauto, l'inventore del plauto traverso.
Prima di cominciare il discorso su Plauto è necessaria una premessa. Il genere della Commedia (e più in generale il teatro greco) trova le proprie radici nella realtà singolare e irripetibile della polis del V secolo a.c. Quando perciò questa realtà subirà dei mutamenti anche la Commedia si deformerà con lei, assumendo nuove forme, nuove modalità d’espressione e nuovi argomenti. È per questa ragione che nell’ambito della Commedia greca si tendono ad evidenziare tre fasi: la Commedia Antica, la Commedia di Mezzo e la Commedia Nuova. Ora, in realtà questa suddivisione è molto artificiosa, e quindi spesso nella Nuova confluiscono elementi di quella di Mezzo, e in quella di Mezzo elementi dell’Antica. Quello che conta è però che una tale suddivisione evidenzia effettivamente delle variazioni di tendenze che caratterizzano lo sviluppo della Commedia. Sono appunto i cambiamenti di cui parlavo poco fa, operati dalle diverse situazioni politiche.

Un discorso analogo non può farsi per la commedia che si sviluppa in ambito romano. O meglio, non può sicuramente essere fatto da noi moderni, che possediamo soltanto pochissimi autori di commedie latine, e, se è stato fatto dagli antichi, a noi non è giunta notizia. Questo non significa che le commedie che ci sono giunte presentino tutte le medesime caratteristiche, anzi: le commedie di Plauto e Terenzio, che pure sono state scritte a più o meno un cinquantennio le une dalle altre, sono profondamente diverse. Questo può farci pensare soltanto una cosa: che al di là delle differenze esiste nella commedia latina un’unità di fondo che persiste nell’evolvere del genere. Questo elemento non è caratteristico soltanto del teatro, ma anzi di tutta la letteratura latina, ed è senza 
dubbio la contaminazione con le opere della letteratura greca.

Aristofane sprizza simpatia da tutti i pori.
Ritengo che possa creare molti spunti per la riflessione osservare come Plauto utilizzi la letteratura greca in modo originale e proprio. Non mi riferirò qui in particolare all’uso delle fonti per le singole commedie, che pure è un ambito che potrebbe dare risultati davvero interessanti se studiato a fondo, quanto piuttosto allo spirito che anima il teatro plautino, che, come voglio mostrare, ha una doppia matrice, le cui origini possono in qualche modo ritrovarsi nella commedia greca.

Come dicevo prima, le tre fasi della commedia hanno delle differenze. Escludendo dal conteggio quella di Mezzo (che, data l’artificialità della divisione, racchiude in sé principalmente tendenze delle altre due fasi), possiamo evidenziare i tratti caratterizzanti della Nuova e dell’Antica. L’Antica si sviluppa, oltre che in Sicilia, ad Atene nel suo periodo d’oro, nel momento più florido della democrazia, dove, per dirla in modo rapido e semplicistico ma sufficiente a rendere l’idea, chiunque, dal ciabattino allo stratego, poteva avere parte attiva alla vita della città. Questo fa sì che il teatro, che era il mezzo di intrattenimento principale del cittadino, non poteva che trovare i propri spunti in quella che era appunto l’attività per eccellenza del cittadino stesso, ovvero la politica. Perciò, la Commedia Antica è ricca di elementi della vita della città dell’epoca, con riferimenti a personaggi famosi, situazioni celebri, figure di spicco di cui talvolta ci sono giunte ben poche notizie. La Commedia Antica non può essere letta senza essere calata nel proprio contesto. In altro modo le battute e le anche le situazioni parodiche messe in scena risulterebbero incomprensibili.Le situazioni sono inoltre paradossali e grottesche, e sono frequenti i casi di turpiloquio .La comicità è dunque scoppiettante ed energica, e sfrutta tutti i mezzi che possiede per far ridere lo spettatore e nel contempo farlo riflettere.

I nonni di Aldo, Giovanni e Giacomo.
Notare che il nonno di Aldo ha i basettoni di Asimov.
Tutt’altro discorso si può fare invece per la Commedia Nuova, che si sviluppa in un contesto esattamente opposto, ovvero quando ormai la Grecia sta capitolando al potere macedone e le polis stanno perdendo il loro potere.Qui i riferimenti agli eventi interni alla polis diventano pochi, rari, nebulosi e decisamente ininfluenti per la comprensione della trama e delle battute. Le trame perdono i propri connotati esagerati e fantasiosi e si propongono di mostrare l’uomo nella quotidianità: i protagonisti non sono più individui eccessivi dalle mire esagerate e assurde, ma semplicemente uomini normali, uomini come sarebbe potuto essere chiunque tra gli spettatori. Di conseguenza, a differenza dell’Antica, i personaggi vengano approfonditi psicologicamente, fino a diventare verosimili, piuttosto che essere, come accadeva per esempio nelle commedie di Aristofane, delle parodie di sé stessi.
Quando nasce, come dicevo prima, la commedia latina prende a piene mani dalla commedia greca, come del resto praticamente tutta la letteratura latina, ne rielabora temi, argomenti e situazioni. È interessante osservare come Plauto faccia questo lavoro, attuando anche un confronto con il modus operandi di Terenzio, cosa che può servire a evidenziare ancora di più i tratti originali e particolari del teatro plautino.

Le commedie di Terenzio si rifanno essenzialmente alla Commedia Nuova. Le situazioni proposte sono quotidiane, i personaggi sono tutti diversi e caratterizzati in modo approfondito, lo stile è piano e pacato. Siamo dunque decisamente all’opposto rispetto alle caratteristiche della Commedia Antica.

E Plauto invece? Finalmente ci troviamo a parlare di lui. Finalmente possiamo osservare In cosa consista la sua originalità e la sua grandezza a livello letterario.

Le trame di Plauto seguono tutte quante una serie di schemi fissi, dove un giovane si innamora di un’altra giovane e, grazie all’aiuto di uno schiavo, riusciranno insieme a tramare un inganno per far sì che chi si oppone al loro matrimonio (di solito il padre oppure un lenone che non vuole che la ragazza si allontani dal suo mestiere) non costituisca più un problema. Come si vede, inoltre gli argomenti sono tratti dalla vita quotidiana, e non contengono particolari elementi eccessivi o fantasiosi. È chiara qui l’influenza della Commedia Nuova. Menandro, che ne fu il principale esponente, raccontava di essere in grado quasi di improvvisare le commedie, avendo già pronto uno schema che riproponeva ogni volta, variando i nomi dei personaggi e il contesto. Con Plauto funziona esattamente allo stesso modo.

Menandro prima di andare dall'oculista.
Da queste premesse ci si aspetterebbero personaggi ben caratterizzati, dotati di personalità profonde e spesso in evoluzione nel corso della commedia. Nulla di più sbagliato. Basta avvicinarsi a una qualunque delle commedie di Plauto per rendersi conto che caratterizzare i personaggi non è nelle sue corde. I personaggi messi in scena sono delle macchiette, privi di qualunque approfondimento. Sono piatti e monocorde, non evolvono, restano sempre tali dall’inizio alla fine. Nelle commedie di Terenzio e di Menandro capita spesso che il nodo della trama si sciolga a causa della presa di coscienza da parte di un personaggio dei propri errori, o di un suo passo indietro riguardo a un proprio atteggiamento, di solito in seguito a qualche evento importante. Nulla di tutto ciò in Plauto, dove i personaggi non hanno personalità a sufficienza per permettere alle trame delle commedie di acquisire una simile profondità. Fatto esemplificativo delle differenze è che per quanto riguarda Menandro (e anche Terenzio!) i personaggi possono essere identificati in tipi umani (il collerico, il misantropo, eccetera) mentre per quanto riguarda Plauto in ruoli (il padre, il soldato, il parassita, eccetera). Gli unici momenti in cui i personaggi di Plauto assumono un minimo di spessore è quando questo è finalizzato a generare una situazione divertente o paradossale, per il resto rimangono sempre macchiette. Questa situazione ricorda, portata all’eccesso, le caratteristiche delle commedie di Aristofane.


La commedia moderna sta perdendo colpi.
La comicità di Plauto è energica e brillante. Non si basa sulla singola battuta inserita in un contesto pacato, anzi, tutto il contrario, le situazioni in Plauto sono tutte finalizzate alla risata, le battute si susseguono una dietro l’altra. Le sue commedie sono divertenti e coinvolgenti soprattutto per questo, perché a Plauto, prima che raccontare una storia, quello che interessa davvero è far ridere lo spettatore. Il turpiloquio è utilizzato spesso, e con lo scopo di aggiungere pepe a qualcosa che è già esilarante di per sé.

Anche questo ricorda la comicità di Aristofane piuttosto che quella di Menandro, il quale scrive per raccontare una storia, e limita alle battute a singole frasi o comunque a situazioni ben definite e circoscritte, spesso avulse dalla trama. Se in Menandro la comicità si accosta alla trama, in Plauto la trama ha la comicità come scopo.

Altro elemento che vale la pena considerare, e sul quale la critica è stata divisa per diverso tempo, per giungere poi a una conclusione quasi unanime, è quanto della situazione della Roma per la quale erano rappresentate sia presente nelle commedie di Plauto. Nonostante quindi una fetta di studiosi abbia a lungo pensato che l’ambiente in cui Plauto scriveva fosse troppo rigido e chiuso per permettergli di inserire elementi di attualità nelle sue opere, ormai la critica si è quasi del tutto convinta del contrario. È vero, non bisognerà aspettarsi di trovare questi elementi come li si trova nelle commedie di Aristofane, ovvero espliciti e anzi, loro stessi oggetti delle battute, ma piuttosto velati, presupposti nel contesto o nella trama della commedia e mai palesi. E così nella commedia Trinnumus il personaggio di Luxuria (il lusso, la dissolutezza) presenta la propria figlia Inopia (povertà), che viene identificata come frutto dei costumi corrotti della società. Questi riferimenti, di per sé anonimi e moraleggianti, vengono giustificati se si pensa che la commedia è stata scritta poco la vittoria della seconda guerra punica, in un momento in cui Roma era ricchissima e si allontanava dalle ristrettezze economiche dei tempi di guerra. Ed ecco dunque che il commediografo denuncia i pericoli di questa situazione: il cattivo uso della ricchezza può portare al suo contrario.

Tipica reazione degli spettatori di Plauto.
È chiaro quindi come i riferimenti alla realtà siano presenti nel teatro di Plauto, ma siano camuffati e spesso non necessari per comprendere il reale significato delle commedie (ma sicuramente importanti per levarle da quel fastidioso alone moraleggiante che altrimenti si creerebbe). Ci troviamo dunque un passo indietro rispetto ad Aristofane, ma comunque sulla sua scia.

Conclusi questi discorsi, che cosa si può dire infine? Dopo tutto questo, che cosa possiamo dire sul metodo con cui Plauto riutilizza la tradizione greca?

Il modus operandi di Plauto non rientra in toto né nella Commedia Antica né in quella Nuova. Gli elementi che riguardano la comicità e i personaggi sono creati secondo i canoni dell’Antica, ma sono innestati in una struttura che si rifà alla Nuova. Gli aspetti di satira sociale sono sì presenti ma presentati attraverso modalità che ricordano più la Nuova e sono distanti anni luce dall’Antica. In sostanza, possiamo dire che Plauto è un autore estremamente originale anche nell’usare le fonti della letteratura greca, in quanto mischia a suo piacimento e in base alle sue necessità caratteristiche dell’Antica e della Nuova. Proprio in questo sta a mio parere la grandezza di Plauto, che si presenta ormai come un vero grande della letteratura: un personaggio in grado di sfruttare in modo unico e non pedissequo la tradizione, in grado di far ridere e contemporaneamente di parlare dei problemi della società del proprio tempo, in grado di mischiare satira sociale e una comicità irresistibile. Qualcosa di straordinario, rimasto imbattuto nel corso di millenni.

Spero quindi di aver dimostrato la grandezza letteraria di Plauto chiarendo anche quegli aspetti della sua scrittura che possono risultare meno immediati. Se ora vi capita di leggere qualcosa di suo, potrete farlo con la consapevolezza di essere al cospetto di un’opera di letteratura con la L maiuscola!

Recensione - Prima Fondazione di Isaac Asimov

Come potete intuire dal titolo, mi sono dato alla fantascienza. In realtà è per ora una semplice parentesi, volta perlopiù a colmare la mia enorme lacuna nelle letture di questo genere. Perciò, per riparare almeno un poco a questa mia ignoranza ho deciso di leggere quello che costituisce praticamente la base di tutta la fantascienza moderna, ovvero la Trilogia della Fondazione di Asimov.

E a questo punto sorge spontanea una domanda. La stessa che mi sono posto anche io. La stessa che mi rendeva dubbioso riguardo al recensire Asimov oppure no. Ha senso parlare di grandi della letteratura, di pilastri di genere, di libri su cui persone migliori di me hanno già versato fiumi di inchiostro sflangiando le gonadi a tutti?

In realtà sì. Nel senso che quando scrivo qui sopra non è che mi aspetto di cambiare la storia della critica moderna, né semplicemente di dire la mia opinione. Come se pensassi che la mia opinione interessi a qualcuno. Il mio obiettivo quando scrivo è sì dire la mia su un argomento che mi interessa ma anche sperare di indirizzare le future letture di chi capita qui. Magari arriva l’utente indeciso se comprare un libro o no, legge me e si decide a farlo. Oppure se ne allontana manco fosse la peste bubbonica, è uguale. Il punto è che spero che in qualche modo le mie recensioni non siano un mio parlare al vento ma anche uno strumento per indirizzare i miei utenti. In quest’ottica diventa sensato anche recensire un libro che ha fatto storia nel genere cui appartiene.

Dopo questa premessa possiamo cominciare con Prima Fondazione. Che, se è un pilastro del suo genere, verrebbe da chiedersi se qualcuno ha per caso sentito la fantascienza scricchiolare.
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Titolo: Prima Fondazione
Autore: Isaac Asimov
Anno: 1951                                                          
Editore: Mondadori
Pagine: 210




TRAMA

Tutto l’universo è ormai sotto il controllo dell’impero galattico, che si estende per miliardi e miliardi di pianeti e mantiene il comando da qualcosa come diecimila anni. La situazione non è però così rose e fiori. È nata da tempo una nuova scienza, la psicostoriografia (o psicostoria a seconda delle traduzioni italiane), che studia il comportamento delle masse in rapporto alla probabilità di un’azione, valuta cioè le possibilità che una massa di persone faccia o non faccia qualcosa. Il fondatore della psicostoriografia è lo psicologo Hari Seldon che, grazie alla sua invenzione, ha anche fatto un’altra scoperta: nel giro di poco tempo l’impero galattico crollerà, e seguiranno al crollo trentamila anni di barbarie. Seldon decide così di ideare un piano non per impedire la barbarie, ritenuta ormai inevitabile, ma per ridurne sensibilmente la lunghezza: soltanto mille anni. Nasce così il piano Seldon, che prevede la creazione di una Fondazione all’estremità dell’universo, che cataloghi in un’enciclopedia tutto lo scibile umano e lo mantenga intatto in vista della barbarie. Il libro si propone di seguire le vicende della Fondazione per i primi duecento anni dalla sua creazione.

LA MIA OPINIONE


La Trilogia della Fondazione è un’opera dal respiro epico che si estende per centinaia di anni. O meglio, sicuramente mira ad essere un’opera epica. In realtà, in questo primo romanzo quest’obiettivo a mio parere è molto mal realizzato. Forse dirò un’eresia nei confronti degli appassionati, ma a me Prima Fondazione non ha fatto per nulla impazzire. Anzi.
"Ma veramente..."
Le premesse da cui nasce la storia, che sono quelle che ho esposto prima e che fondamentalmente vengono spiegate all’interno della prima parte (l’intero libro è suddiviso in cinque parti), sono interessanti. Il problema è quello che viene dopo.

Ciascuna delle cinque parti ha un protagonista diverso. E, escluso il protagonista della prima, Gall Dornik, tutti gli altri sono uguali. Cambiano i nomi, cambiano i loro ruoli, e basta, sono la stessa macchietta riproposta ogni volta. Tutti personaggi intelligenti, tutti in grado di risolvere le situazioni in cui si trovano, tutti che non amano agire in modo diretto ma per la maggior parte restano dietro le quinte mentre i loro piani si sviluppano. Il peggiore è il protagonista della quarta parte, Limmar Ponyets. Gaal invece, che è un povero provinciale che abita un pianeta all’estremità della galassia, è ingenuo, semplice e ignorante, e come tale si comporta per le quaranta pagine scarse a lui dedicate. È simpatico, nonostante non faccia altro che lasciarsi controllare da Hari Seldon, e leggere di lui è comunque meglio che leggere di quei fantocci tutti uguali. Voglio dire, Salvor Hardin (il protagonista della seconda e della terza parte) ancora si salva ma solo perché è il primo personaggio con quel carattere. Gli altri, che sono soltanto delle sue copie, stufano dopo poco, e infatti neppure me ne ricordo i nomi.

Limmar Ponyets in tutto il suo spessore.
La storia è troppo episodica per appassionare. Molti aspetti sono trattati in modo frettoloso o sciapo, e in generale non viene dedicato loro tempo e spazio a sufficienza perché il lettore possa farsene conquistare. Le situazioni vengono sciolte in modo spesso troppo rapido. L’unica parte che si salva sotto questo aspetto è la terza, quella in cui Salvor Hardin si reca su Anacreon, perché gli eventi non sono tanti e sono narrati in modo disteso e non frettoloso. Inoltre vengono presentati personaggi decisamente ben caratterizzati (il principe Leopoldo e il reggente Wienis) che contribuiscono a colorare la storia e a renderla più interessante. A parte questo (e in realtà anche la prima parte perché, non finirò di ripeterlo, Gaal mi sta simpatico), il resto scorre in modo non dico noioso ma sicuramente meno coinvolgente e piacevole.

Spesso Asimov ha la pessima abitudine di raccontare i fatti. In pratica, invece che mostrare al lettore gli eventi si limita a farli raccontare dai personaggi, e questo, io credo, abbatte molto l'interesse. Per una buona fetta del romanzo assistiamo a personaggi che raccontano i risultati del loro piano, piuttosto che essere noi a guardarli attraverso i loro occhi. Per esempio, la seconda parte, la prima con protagonista Salvor Hardin, se la cava bene fino alla fine (a parte la erre moscia di Lord Dorwin, che rovina un personaggio altrimenti ben congegnato) e poi alla rivelazione finale crolla. In quattro righe Salvor Hardin dice “in realtà ho vinto”. E vince lui. Fine. Un anticlimax pazzesco, che distrugge il picco di tensione che si era creato fino a quel momento.


Asimov prima e dopo essersi tagliato i basettoni.
Se dovessi quindi fare una classifica delle cinque parti metterei la prima (c’è Gaal, quello simpatico, ricordate?) e la terza allo stesso livello, poi la seconda e la quinta a pari merito e infine la quarta. La quarta parte è proprio brutta, gente. Personaggi inconsistenti o fotocopia di altri, trama raffazzonata e anche un po’ confusionaria e personaggi che raccontano cose che andrebbero mostrate come se non ci fosse un domani. Meno male che almeno è corta, appena una quindicina di pagine.

Ora, so che l’episodicità non è indice dell’incapacità di Asimov, ma ha una precisa ragione: le varie parti sono state all’inizio pubblicate separatamente e poi sono diventate un unico romanzo. Questo però non toglie che il risultato che ne esce fuori non sia il massimo. Del resto, anche gli altri due romanzi (che recensirò a breve) sono stati inizialmente pubblicati in parti, eppure sono libri di grande qualità.

E fin qua una carrellata di cose negative. Non c’è però soltanto del marcio in Prima Fondazione, anzi. La trama, per quanto non coinvolgente, è davvero ben congegnata. Non ci sono personaggi che fanno cose stupide, o che agiscono perché la trama dice così, ma ogni evento ha una precisa causa logica e meditata. Inoltre è articolata ed elaborata, ricca di colpi di scena e di situazioni inaspettate, che complicano la situazione fino alla risoluzione finale. Se fosse più coinvolgente sarebbe il massimo, perché è davvero ben costruita. Seguire certi snodi diventa un piacere, perché dalle situazioni più gravi i personaggi riescono a inventare idee per uscirne che non suonino tirate ma coerenti e sensate. Inoltre quando mette da parte la fretta e dà agli argomenti lo spazio dovuto Asimov riesce a creare tensione in modo molto efficace. Il fatto è che, almeno in questo romanzo, quest’abilità di Asimov non viene più di tanto alla luce.

C’è da lodare l’accuratezza con cui ogni evento è costruito. Pare che di recente mi capiti di lodare spesso questa caratteristica negli autori che leggo (l’ho fatto anche recensendo Miyazaki), ma forse questo è l’aspetto più peculiare di Asimov. Ogni cosa viene trattata con una grandissima cura. Gli elementi scientifici sono precisi e approfonditi, ma l’autore non si perde in lunghi spiegoni, anzi, ai lettori non viene praticamente spiegato niente. Quando scrivo approfonditi intendo che Asimov conosceva bene quello di cui parla, e infatti la narrazione non risulta mai incredibile o assurda.

Quello che tentano di spacciare
oggi per fantascienza.
La fantascienza di Asimov è in realtà una fantascienza particolare, almeno rapportata alla nozione comune di fantascienza. Magari sono strano io, ma quando mi dicevano fantascienza io pensavo ad alieni bizzarri e a pianeti sconosciuti. E almeno per quanto riguarda gli alieni, Asimov mi ha fregato. Non c’è un alieno in tutto il libro. Inoltre, per quanto le persone abbiano alte tecnologie e astronavi che permettono loro di viaggiare da un capo all’altro della galassia, ci sono comunque elementi terra terra che potrebbero a prima vista stonare con il contesto. Per esempio, c’è un punto in cui un personaggio si accende un sigaro con un accendi sigari. Che è un aggeggio ben poco futuristico, e che appunto potrebbe sembrare non adatto al contesto ipertecnologico. In realtà io credo che questa forma di fantascienza un po’ se vogliamo ingenua (del resto è stata anche scritta quasi settant’anni fa, quando alcune cose che ora sono realtà allora erano pura fantasia) e sicuramente poco fantasiosa e libera si adatti perfettamente alla storia e allo stile di Asimov. Infatti ho apprezzato l’assenza di alieni, la loro presenza avrebbe rovinato l’atmosfera.

La scrittura di Asimov è buona. È scarna ed essenziale, a volte è un po’ asettica, e quindi può rendere difficile al lettore capire e simpatizzare con i personaggi. Mi è capitato un po’ di volte di far fatica a comprendere gli stati d’animo dei personaggi, perché appunto sono spiegati in modo fin troppo distaccato. Ma del resto abbiamo visto che con alcuni personaggi si riesce a simpatizzare comunque (chi ha detto Gaal? O anche i governanti di Anacreon), mentre i personaggi che risultano più freddi sono anche quelli che valgono di meno, come tutte le fotocopie di Salvor Hardin. Quindi non posso lamentarmi, anzi, a volte, specialmente nelle descrizioni, lo stile diventa poetico e lirico, dando alle scene efficacia e leggerezza.

Infine, merita una menzione il fatto che le situazioni politiche, militari e storiche presenti nel romanzo sono credibili e create con intelligenza. Questo non solo grazie alla precisione di cui parlavo prima, ma anche al fatto che Asimov, per la scrittura della trilogia, si sia ispirato a un libro di Gibbon, La caduta dell’impero romano. Questo ha ispirato l’idea di un impero in decadenza e di una barbarie imminente. E l’appassionato di storia romana del tardo impero che è in me non ha potuto fare a meno di andare in brodo di giuggiole quando lo ha scoperto.


Il Gibbon che ha ispirato Asimov.

IN CONCLUSIONE


Prima Fondazione non è un gran romanzo. Ha alcuni lati positivi, come l’accuratezza dei dettagli, l’abilità con cui è costruito l’intreccio e alcuni personaggi che non sono da buttare via, e altri negativi, come l’episodicità e lo scarso coinvolgimento della trama e la scarsa riuscita di un buon numero di personaggi. È un libro che consiglio, ma soltanto perché è indispensabile per leggere i successivi. Quelli che valgono la pena.

VOTO: