domenica 15 gennaio 2017

Che cos'ha che non va Dragon Ball Super

Siete tutti tornati dalle vacanze? Avete mangiato come se non ci fosse un domani, vi siete imbottiti peggio degli hamburger dell’Heart Attack Grill? Molto bene! Non c’è nulla di meglio per tornare sul pezzo (e per fare da contraltare alla festosità dilagante che cominciava a essere troppa, con Natale Capodanno ed Epifania a distanza ravvicinata non finisci di fare gli auguri per uno che già ti arrivano quelli per il successivo) che parlare di qualcosa che non mi piace, e che è stato portato in Italia proprio durante queste vacanze. Quindi udite udite, forse per la prima volta nella storia del blog parlerò di un argomento che è vagamente attuale (non che parlare di attualità mi interessi particolarmente, altrimenti non gestirei un blog dedicato alla cultura antica).

Dragon Ball Super è giunto sui nostri schermi il 23 dicembre grazie a Merdaset, che dopo la cinquantesima replica di fila della serie Z ha pensato che fosse una buona idea trovare qualcosa di nuovo. Io tendenzialmente guardo pochissima tv, però ecco, quando l’ho saputo ho detto, perché no? Del resto con Dragon Ball ci sono cresciuto, da piccolo lo avrò guardato almeno venti volte (non sto scherzando, mi piaceva talmente tanto che registravo ogni puntata per poterla riguardare. Non fate quella faccia, ognuno ha avuto le sue fisse autistiche quando era piccolo) e quindi chissà che non avrei potuto divertirmi e appassionarmi un po’ come facevo allora. Quindi vuoi la nostalgia, vuoi la curiosità, mi sono messo a guardarlo. E sì, in caso ve lo steste chiedendo la gente parla ancora di “eliminare” invece che “uccidere”, si insulta ancora dicendo “essere spregevole” (che comunque detto con la voce di Vegeta ha un che di nostalgico) e via dicendo. Goku non dice più urca però. I cambiamenti.

Vi siete imbottiti come questo panino?
Ma non è dell’adattamento Mediaset che volevo parlare. Volevo spendere due parole per dire un po’, dopo averne visto la bellezza di ventisette episodi, se questo Dragon Ball Super valga la pena di essere guardato oppure no. Questa però non è una recensione (anche perché teoricamente qui non recensisco anime, poi è il mio blog quindi ci faccio quello che voglio, ma questo è un altro discorso), è una D.I.E.T.A., perché non voglio limitarmi a esprimere la mia opinione ma voglio anche fare un discorso più ampio, ovvero spiegare un po’ come DB Super riprenda caratteristiche, strutture e moduli della serie originale e li riutilizzi, se con buoni effetti oppure no lo vedremo più avanti. Quindi alla fine dirò se mi è piaciuto o no (dal titolo qualcuno di voi potrebbe già intuire), ma lo farò attraverso un discorso diverso da quelli delle recensioni, ponendomi da un punto di vista differente.

Per ora in Italia sono state messe in onda due saghe, quella dedicata al signore della distruzione Lord Bills e  alla sua ricerca del super Sayan god e quella che racconta del ritorno in vita di Freezer, e della sua volontà di vendicarsi dei Sayan che lo hanno fatto fuori. Ora, ritengo utile fare due discorsi separati riguardo queste due saghe, perché presentano tratti differenti e a loro modo reinterpretano (in meglio o in peggio che sia) in modo diverso quello che era lo schema di Dragon Ball di gestire le vicende nel loro svolgimento. Cominciamo quindi parlando di Lord Bills.

Chiunque abbia guardato anche solo una puntata di Dragon Ball (ovvero il 99% degli italiani, é improbababile non essere mai incappati in qualcuna delle repliche di Italia 1) si é potuto rendere conto che non é che fosse esattamente un campione di velocità. C'erano intere puntate in cui la trama non proseguiva di una virgola e i personaggi non facevano altro che pestarsi tutto il tempo con il risultato che la situazione a fine episodio si era di fatto nella stessa situazione dell'inizio. Questo, se da un lato era fastidioso, era in qualche modo legittimato dal fatto che l'anime doveva tenere le distanze dal manga e quindi doveva per forza proseguire più lentamente. E poi diciamoci la verità, i combattimenti erano così epici che non importava che la trama non proseguisse, anzi, a volte si voleva che durassero di più.

Questo a proposito del Dragon Ball originale. E il Super? Bene, vi farà piacere sapere che anche il Super (AAAAAAARGH) é stralento. E ora gli sceneggiatori non possono più giustificarsi perché poveri cari mica possono superare il manga. Anzi, questa poteva essere proprio l'occasione per dare all'anime di Dragon Ball una bella dose di snellezza e di fluidità. Non riesco a capire la scelta di proseguire con ritmi biblici e l'unico motivo per il quale le saghe durano quindici episodi invece che novanta come l'originale é che la trama é ridotta ai minimi termini, quindi anche ad allungarla finisci relativamente presto. Che poi, se si dilungassero in combattimenti coinvolgenti come la serie Z sarebbe quasi apprezzabile, ma le digressioni qui sono decisamente inutili, tipo la parte dedicata a Pilaf o quella della morra cinese. Sono soltanto diramazioni evitabili che vorrebbero suonare comiche ma, almeno per quel che riguarda me, hanno annoiato e basta.

Lord Bills e suo fratello gemello.
Passiamo a parlare della trama. Akira Toriyama era un autore molto abile, e si era di certo reso conto che, siccome aveva dato ai combattimenti un ruolo molto importante nella sua storia, doveva gestirli molto bene, altrimenti avrebbe rischiato di affossare del tutto la trama sotto un cumulo di risse senza capo né coda. Perciò i combattimenti importanti sono quasi sempre rimandati il più possibile, e di solito si inserisce una quest secondaria che però é fondamentale per realizzare l'obiettiivo dei protagonisti, che di solito, sotto sotto, altro non é che sconfiggere l'antagonista di turno. Nel caso della saga di Freezer si tratta di trovare le sfere del drago, nel caso di Cell impedire che questi trovi C-17 e C-18, nel caso di Majin bu imparare a padroneggiare la fusione. La saga di Lord Bills tenta più o meno di fare una cosa del genere: quando il signore della distruzione attacca la nave dove si svolge il compleanno di Bulma (non commento) Goku si trova da unaltra parte, e arriverà soltanto nel momento del bisogno. Oltre che essere già visto, è pure un metodo abbastanza fiacco per rimandare il combattimento finale, che infatti si svolge praticamente subito dopo, rallentato soltanto dalla puntata imbarazzante della morra cinese. Non c’è tensione, non c’è aspettativa, non c’è niente, ci si trova catapultati al climax finale (Goku vs Lord Bills) senza neanche aver avuto il tempo di registrare quello che stava succedendo. Del resto, questo è quello che succede nella maggior parte dei film di Dragon Ball: arriva il nemico, lo andiamo a combattere, vinciamo, fine del film, trama non pervenuta. Però appunto una cosa del genere può funzionare in un film, che è ristretto nello spazio di unora e mezza, ma da un anime, anche se adattamento di un film, mi aspetto qualche cosa di diverso, di più elaborato. Mi aspetto che succeda qualcosa, e invece nella saga di Lord Bills non succede praticamente niente.

Infine anche nella saga di Lord Bills appaiono le sfere del drago, e il loro uso viene completamente tradito rispetto a quello della serie originale. Toriyama è sempre stato attento a non utilizzare le sfere per sciogliere i nodi della trama, ma soltanto per ripararne le conseguenze negative alla sua conclusione. Per fare ciò in modo coerente Toriyama ha inventato la clausola che il drago Shenron non possa intervenire su chi è più forte di lui, ma anche così non sarebbe stato difficile aggirare in qualche modo questo cavillo e liberarsi comunque dei nemici. Tuttavia questo non avviene mai, perché Toriyama sa bene che così qualunque forma di tensione sarebbe sparita: perché parteggiare per i protagonisti, perché sentirsi in ansia per loro, perché provare interesse per come prosegue la storia se tanto si fosse già saputo che le sfere del drago avrebbero risolto tutto? Ecco, nella saga di Lord Bills le sfere del drago vengono utilizzate proprio per questo scopo, per risolvere un problema altrimenti irrisolvibile. In pratica, per servire ai personaggi la pappa fatta, per bloccare qualunque possibile sviluppo interessante della trama e chiudere tutto subito.

E il metodo per evocare il super Sayan god è semplicemente incoerente con tutto quello che è stato detto sui Sayan fino a oggi. Non faccio spoiler, ma non ha proprio senso. E il super Sayan god è brutto. Non c’è molto da dire, è semplicemente brutto. Pace.

In buone parole, la saga di Lord Bills utilizza le sfere del drago, peculiarità dell’universo di Dragon Ball, in modo maldestro e con l’unico effetto di smorzare la tensione e l’interesse impedendo qualunque evoluzione interessante della trama, e cerca di riprodurre la struttura della serie Z ma non riesce e gli effetti sono una storia povera in cui, a parte il combattimento finale, non succede niente di interessante. Non vale la pena guardarla, a parer mio.

La faccia che ha fatto Lord Bills quando ha visto come Italia 1 ha tradotto il suo nome.
Per quanto riguarda la parte di Freezer, ho meno da dire perché devo ammettere che i metodi di riutilizzo degli schemi della serie originale cambiano, e questo porta, almeno per quanto riguarda, a una maggiore approvazione della saga, anche se distante dalla sufficienza. Perlomeno la saga di Freezer mi ha lasciato qualcosa e ha diversi elementi molto buoni. Intanto la struttura della trama è quella tipica dei film, e nonostante prima la criticassi devo dire che in questo caso è gestita molto bene, e quindi riesce a risultare efficace, anche perché abbiamo di nuovo Goku, a questo giro insieme a Vegeta, rallentati, e quindi una buona metà della battaglia è combattuta senza di loro. Inutile dire che saranno questi ultimi a salvare la giornata (non è uno spoiler, pensavate che sarebbe stato Crilin a sferrare il colpo di grazia?). In secondo luogo le sfere del drago sono qui usate in modo più intelligente, perché questa volta danno un aiuto molto consistente al nemico, mettendo i protagonisti in seria difficoltà. Inoltre succedono davvero delle cose, e la risoluzione dei problemi non è affidata a Shenron ex machina ma i personaggi devono sudarsela.

Insomma, la saga di Freezer riesce molto meglio nel riutilizzo degli strumenti che Dragon Ball metteva a disposizione, e se non presentasse problemi di altro genere (buchi logici, parti interessanti non sfruttate a dovere, finale anticlimatico che è tutto fumo e niente e arrosto e Whis con i poteri a muzzo che prende ad accettate la tensione) sarebbe una buona saga, al livello di quelle della serie Z ma dotata di maggiori snellezza e scorrevolezza. Purtroppo, così posso solo dire che è davvero una grande occasione mancata.

Possiamo dire perciò che DB Super, cercando di restituire vita a tutti quegli elementi, a tutte quelle peculiarità, a tutti quei moduli di struttura della trama che hanno reso famoso Dragon Ball, in parte ci riesce e in parte no. Nonostante questo suo parziale successo, la serie presenta altri difetti che di fatto non la rendono poi troppo degna di nota. Questa è la prova di ciò che dicevo in un post alcuni mesi fa, che Dragon Ball di per sé presenta ancora delle qualità valide e interessanti, ma hanno necessità di essere migliorate, di non essere riproposte tali e quali ma di passare attraverso un filtro di rinnovamento. Inoltre c’è bisogno (ma questo non sarebbe da dire, dovrebbe essere implicito per qualunque cosa) di buoni sceneggiatori che sappiano combinarli a una trama solida e non banale, cosa che in DB Super in generale non avviene.  È un vero peccato, perché una modifica strutturale degli elementi portanti della serie avrebbe potuto aprire a nuovi orizzonti, e produrre un anime che riuscisse a risultare accattivante anche per chi con Dragon Ball ci è cresciuto e ha visto qualche anime in più. E magari non si accontenta proprio di qualcosa a livello base.

La mossa segreta usata da Goku contro Freezer.
Che poi questo mi suggerisce un altro pensiero. Ormai in Dragon Ball non succede praticamente nulla di davvero influente, perché tutto a fine saga viene riparato dalle sfere del drago. Alla fine anche queste saghe nuove non porteranno nessun cambiamento se non che i personaggi diventeranno sempre più forti e pertanto dovranno avere avversari più forti, e fine. Se ne potrebbero proporre allinfinito! Sarebbe davvero interessante se in un momento questo cambiasse, se ci fosse un evento che portasse a conseguenze durature nella trama, a modifiche sostanziali e magari inaspettate. Sarebbe sicuramente un ottimo motivo per guardare DB Super, e potrebbe senza dubbio rinnovare un po di interesse anche in chi ormai è stufo che vada tutto bene. Ma visto landazzo, non penso di potermi aspettare una cosa del genere.


In breve, se siete curiosi guardate DB Super, se vi aspettate qualcosa di nuovo e innovativo abbassate di molto i vostri standard. O non guardatelo. A voi la scelta.

giovedì 29 dicembre 2016

Recensione - Seconda Fondazione di Isaac Asimov

È una vita che non scrivevo nulla su Asimov. La ragione è la stessa per la quale ho ancora a metà la recensione della saga della Torre Nera, e cioè che non c’è tempo per fare tutto e mi sono saltati fuori romanzi che avevo più fretta di recensire. Ma adesso rimedio a tutto, promesso, prima di parlare de Il richiamo del cuculo o della Trilogia dei fulmini o di qualunque altro libro io abbia letto in questi mesi chiudo le saghe che ho a metà.

La trilogia della Fondazione aveva cominciato con un romanzo mediocre e continuato con uno eccellente. Resta da vedere se Seconda Fondazione ne sia una degna conclusione oppure sia un flop come Prima Fondazione.
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Titolo: Seconda Fondazione
Autore: Isaac Asimov
Anno: 1953                                                          
Editore: Mondadori
Pagine: 210




TRAMA

Come gli altri due volumi della serie anche Seconda Fondazione é suddiviso in parti, e come nel caso di Fondazione e Impero queste parti sono due. Ricompare un personaggio che chi ha letto la mia recensione dello scorso volume ricorderà sicuramente, ovvero il Mule. Sapete, quello che era un antagonista ma era ben caratterizzato, quello che alla fine ti stava simpatico quanto i protagonisti se non di più. Ecco, il Mule é protagonista della prima parte, che lo vede alla ricerca della misteriosa (e potenzialmente pericolosa) Seconda Fondazione, creata da Hari Seldon in concomitanza con la prima ma in segreto, con scopi sconosciuti. Lo scopo del Mule é semplice: trovare la Seconda Fondazione prima che possa diventare una minaccia per l'impero che sta costruendo.

La seconda parte racconta la ricerca della Seconda Fondazione da parte della Prima Fondazione. La protagonista di questa storia é un personaggio all'apparenza marginale, cioè Arcadia, la figlia del dottor Darell, incaricato della ricerca insieme a una commissione di membri della Prima Fondazione. Arcadia, sveglia e arguta, riuscirà a inserirsi in modo clandestino in questa missione, rivelando la propria intelligenza nel tentativo di rispondere all'interrogativo che esiste dall'inizio del romanzo: dove si trova la Seconda Fondazione?

Il Mule.

LA MIA OPINIONE


Il mistero della Seconda Fondazione è un po’ la domanda cardine su cui ruota tutta la trilogia, perché è stata accennata nel primo romanzo, è diventata importante nel secondo e nel terzo è il motore di tutti gli eventi e, una volta soddisfatta, pone fine alla storia. È anche ciò che consente di conoscere del tutto il Piano Seldon, che è ciò che sta dietro a tutti gli eventi della trama e che viene spiegato poco per volta. Insomma, ha un ruolo davvero importante nel plot, e proprio per questo deve essere gestito molto bene, altrimenti tutto il romanzo crolla. C’è bisogno di un’abilità narrativa notevole per fare questo e allo stesso tempo dare al tutto un finale che sia degno sia del romanzo che dell’intera trilogia.

Asimov ha già dimostrato grandi capacità di narrazione nei due libri precedenti, anche nel primo che pure non era granché, e bisogna dire che non si smentisce. Il segreto della Seconda Fondazione non viene svelato fino proprio alla fine, e riesce a stuzzicare e accendere la curiosità del lettore in modo molto efficace. Questo è dovuto alla particolare struttura che assume il finale del romanzo, dove per finale intendo le ultime più o meno trenta pagine, in cui, senza fare spoiler, in sostanza viene messa una dietro l’altra una serie incalzante di colpi di scena. Vengono proposte tutte le teorie che sono state elaborate dai personaggi sull’ubicazione della Seconda Fondazione e tutte vengono prima date per vere e poi smontate. La tensione nel lettore è in un costante crescendo che aumenta e lo stringe mano a mano che le teorie vengono presentate e poi inevitabilmente demolite, e alla fine quando una viene rivelata come vera si ha la stessa sensazione di quando in un giallo il detective accusa l’assassino e la soluzione, prima nebulosa, diventa chiara ed evidente. Queste ultime trenta pagine conquistano, trattengono il lettore nella lettura e scorrono tutte d’un fiato, quasi non si sentono e giunti alla fine si ha una sensazione di tranquillità, di serenità. Si ha l’impressione che tutto sia al suo posto, che la storia non poteva né doveva continuare, che tutto è stato sistemato, che quella non poteva che essere la fine. Visto che capita spesso di terminare un libro e avere la sensazione che un po’ di pagine in più avrebbero migliorato la trama, oppure che certi punti avrebbero potuto essere trattati in modo più approfondito, questa sostanziale completezza è davvero apprezzabile.

"Ma se io mi nutro e tu ti nutri, Frank Sinatra?"
Nella recensione di Fondazione e Impero avevo decantato le lodi del Mule, e bisogna dire che non posso fare altrettanto parlando di Seconda Fondazione, ma questo non avviene per negligenza dell’autore, quanto perché l’approfondimento psicologico del Mule non è più importante, essendo già stato portato a compimento. Quello che fa ora la trama è mostrarcelo alle prese con altre vicende, e quindi su di esse vanno a concentrarsi le attenzioni sia dello scrittore che del lettore. È anche per questo che altri personaggi coprotagonisti hanno uno spazio non indifferente nella storia, personaggi che risultano caratterizzati in modo accettabile. Non sono nulla di straordinario ma fanno il loro sporco lavoro senza essere piatti come sagome di cartone oppure banali o stereotipati. 

Il personaggio rivelazione del romanzo appare nella seconda parte, ed è la protagonista Arcadia. Arcadia è una ragazzina intraprendente, energica e intelligente, una che sa il fatto suo, che sa cosa vuole e fa di tutto per ottenerlo. È davvero piacevole leggere le parti dedicate a lei, anche perché comportano un cambiamento affatto sgradito nello stile. Infatti, la scrittura di Asimov per tutti e tre i libri è sempre composta e posata, mentre dall’apparizione di Arcadia in poi diventa vivace e brillante, scivola che è un piacere (non che prima fosse noiosa, anzi, ma così va via che uno neanche se ne accorge) e riesce a incalzare il lettore e a divertirlo senza diventare mai stupida o frivola. Non che sia una novità che Asimov è posato per scelta, ma quando vuole riesce a scrivere in modo divertente, basta leggere Rompicapo in quattro giornate, che fa dello stile delle parti di Arcadia uno dei propri punti di forza, ma è di certo un fatto inusuale e davvero ben azzeccato all’interno della Trilogia.

In diversi punti ritorna quella caratteristica che avevo lodato nella scorsa recensione, quei punti così ben scritti, così intensi e lirici che fanno a volte quasi tremare. I ricordi che mi sono rimasti più impressi sono nel finale, ma il romanzo intero è costellato di questi momenti che sanno davvero trasportare, costituiscono quel qualcosa che aggiunge un tocco in più alla lettura, quell’elemento che solleva il lettore e gli fa sembrare di volare leggero come una piuma. Sono più frequenti che in Fondazione e Impero, ma sono altrettanto intensi e coinvolgenti.

La protagonista Arcadia ritratta durante una gita al lago.
La trama è davvero ben congegnata, come del resto dopo aver letto due suoi romanzi è lecito aspettarsi da Asimov. La tecnica dei colpi di scena in serie non è utilizzata solo nel finale della seconda parte ma anche in quello della prima, seppure in modo meno incalzante, e anche in quel caso riesce a generare sufficiente tensione. In generale si nota appunto una maggiore volontà da parte dell’autore di tenere i lettori sulle spine, e il gusto di sottoporre loro delle situazioni che sembrano essere in un certo modo e poi si scopre che non era così. La volontà di sorprendere e interessare è la cifra dominante del romanzo, e questo non solo non dispiace, ma risulta affascinante. Sono arrivato ad attendere con piacere i momenti in cui l’autore ribalta le carte in tavola, perché non vedevo l’ora di poter verificare le teorie che avevo pensato durante la lettura, e poi perché l’abilità di Asimov è tale che è bello leggere i suoi colpi di scena.

La scrittura è scorrevole e interessante, contribuisce a tenere il lettore incollato alla pagina e a non staccarsi mai dalla lettura. A tratti diventa un po’ noiosa, in particolare quando si sofferma su dettagli tecnici non di secondaria importanza ma che non sono certamente il massimo delle emozioni, ma sono pochi momenti e isolati, che quindi non vanno a intaccare la grandezza del libro.

Siamo di fronte perciò a una lettura di tutto rispetto, un libro che riesce a concludere in modo degno la Trilogia. Non posso trovare difetti, a pensarci bene non ce ne sono di particolarmente evidenti o fastidiosi, c’è solo qualche sbavatura ogni tanto che mi impedisce di dargli il voto massimo.   

Isaac felice che sente l'odore degli Cthulhu che si avvicina.

IN CONCLUSIONE


Oggi ho avuto meno da dire del solito. Nelle recensioni normali scrivo almeno cinque o seicento parole in più. Il fatto è che Seconda Fondazione è sì un ottimo romanzo, ma presenta di fatto gli stessi pregi del libro che lo precede, e vi aggiunge quel qualcosa che lo rende un filino migliore, ovvero la tanto decantata tensione generata dai colpi di scena. Inoltre, a differenza di Fondazione e Impero, la prima parte non è mediocre, anzi, tutto il contrario, e questo va a influenzare ancora di più la già ottima godibilità della lettura. In sostanza, questa recensione è più breve perché cerca di non ripetere quello che è già stato detto a proposito di Fondazione e Impero.

Vediamo di tirare le conclusioni. Di certo non ho esitazione nel consigliare Seconda Fondazione. E per quel che riguarda la Trilogia in generale?

Le mie considerazioni non possono che essere positive anche al riguardo. A parte la lettura un po’ così del primo libro gli altri due sono splendidi, e valgono ogni secondo che spenderete a leggerli. Recuperateli se potete, comprateli, fateveli prestare, come volete, ma affidate ad Asimov e alla Fondazione qualche ora del vostro tempo. Non sarete delusi, tutto l’opposto, vi piacerà talmente tanto che sfogliare l’ultima pagina e abbandonare il mondo della nostra Terra nel futuro sarà quasi come abbandonare un vecchio amico. Non perdete quest’occasione.

VOTO:

sabato 24 dicembre 2016

Commento integrale al Liber di Catullo. Introduzione.

Che ne dite di un progetto che mi tenga impegnato da oggi per i prossimi dieci anni? Una grande idea, mi sembra, no? Se poi consideriamo che questa è soltanto la prima parte di qualcosa di molto più ampio significa che sono impegnato anche per le prossime quattro vite. Wow.

Una cosa che a me è sempre piaciuta sono i commenti integrali. Leggere Platone od Omero o chi per loro con un bell’apparato di note, una ricca introduzione e appendici alla fine è qualcosa che dà un’immensa soddisfazione, perché riesci davvero a capire il testo nella sua interezza. Senza questi strumenti molte cose ci sfuggono, visto che, essendo passati più di duemila anni, molti riferimenti semplicemente non siamo in grado di coglierli. Il web tuttavia se ne mostra abbastanza avaro: da quel che mi risulta l’unica opera a essere dotata di testo e commento integrale online è la Divina Commedia. Per aumentare quindi questo numero esiguo ho deciso che pubblicherò i testi in originale e in traduzione e i commenti puntuali di varie opere del mondo antico, in modo tale che chiunque volesse approfondire la conoscenza di questa o quell’opera (o anche chi dovesse prepararsi per l’interrogazione di domani e mannaggia alla prof io quando ha spiegato non seguivo) in modo non solo generale ma anche più specifico e preciso possa trovare qui ciò di cui ha bisogno.

Anche Pitagora è reincarnato quattro volte per finire un progetto sul suo blog.
Ho deciso di cominciare con il Liber di Catullo, per un motivo molto semplice: le sue poesie sono di solito corte, e io in questo periodo non ho il tempo di stare dietro a tradurre cose troppo lunghe. Prima di cominciare però penso sia utile dire due parole generali su Catullo, il movimento di cui fa parte e il Liber.

Sulla vita di Catullo non dirò nulla, si sa poco e quel poco è poco rilevante (Gorgia sarebbe fiero di me, Platone un po’ meno) ai fini del mio discorso e si può trovare tranquillamente su Wikipedia. Quello su cui invece è più importante soffermarsi è il movimento poetico di cui Catullo rappresenta il massimo esponente, ovvero i neoteroi, o poetae novi.

Il neoterismo costituisce un punto di svolta per la poesia latina, una tappa che influenzerà tutta la produzione successiva e quindi una linea di demarcazione piuttosto stretta tra quello che verrà scritto dopo e quello che era stato scritto prima. Tutta la letteratura latina, questo si sa, deriva dalla letteratura greca, in particolare da quella di età ellenistica. Per fare un esempio, l’Odusia di Livio Andronico è un poema fortemente alessandrino, nonostante sia la traduzione di un’opera composta secoli e secoli prima dell’ellenismo. L’età ellenistica rappresenta per Roma l’esempio di un modo di fare poesia che viene poi integrato in quelle che sono le esigenze e il sentire dei poeti latini. Per questa ragione la letteratura latina arcaica è una letteratura collettiva, che respinge le istanze del singolo e dell’io e si fa voce dello stato ed educatrice del lettore. Questo vale con la sola esclusione di Lucilio, che invece si dimostra già proiettato verso una dimensione soggettiva della poesia (ma è anche vero che Lucilio scrive quando ormai a Roma hanno cominciato a diffondersi le idee di cura del singolo e di disinteresse per la collettività che vengono proposte da una certa fetta della cultura greca).

Una fetta di cultura greca al cioccolato.
La principale novità del neoterismo è l’inserimento della soggettività nella poesia. Sia una soggettività fittizia, come negli epigrammi di Valerio Edituo e Lutazio Catulo, sia una soggettività reale, come nei carmi di Catullo, comunque emerge in maniera prepotente e trasforma la poesia non più in uno strumento di educazione ma in un esercizio di stile ed erudizione attraverso il quale il poeta esprime sé stesso.

Stile ed erudizione, in latino ars e doctrina sono tra i concetti principali della poetica di Callimaco e di tutta quanta la poesia ellenistica. Questa poetica viene dai neoterici assimilata e applicata a seconda delle proprie esigenze in modo più puntuale e rigoroso dei poeti arcaici, che, nonostante come dicevo ne fossero stati influenzati, comunque non l’avevano seguita in modo così assiduo ma ne avevano fatti propri elementi diversi, chi alcuni e chi altri.

Questa nuova corrente poetica non è affatto ben vista da una grossa parte degli intellettuali romani, ancorati alle tradizioni e incapaci di scorgere la grandezza della poesia netoterica. Ciò che ci vedevano era invece una rottura con il passato che portava a una produzione di qualità molto inferiore sia a livello letterario che a livello morale e politico. Cicerone, che si trovava su posizioni opposte ai poetae novi, non esita a definirli “cantores Euphorionii”, ovvero imitatori di Euforione. Euforione era un poeta ellenistico noto per la sua oscurità e per l’elaborazione dei suoi versi, e paragonando i neoteroi a suoi imitatori Cicerone vuole sottolineare che questi cercano di replicare la sua ricercatezza formale e la sua altezza di stile ma riescono a produrre soltanto qualcosa di sciatto e poco poetico. Dietro questa accusa di carattere letterario ci sono, come accennavo prima, anche ragioni di tipo diverso. Si è lungo dibattuto se i neoteroi appartenessero a un circolo epicureo oppure no, sta di fatto che comunque nelle loro poesie, perlomeno in quelle di Catullo, si professa una forma di disinteresse e di astensione per la politica in virtù di una maggiore concentrazione verso il proprio io. Cicerone, che vedeva ancora nella letteratura un prodigioso strumento di educazione e, come nella latinità arcaica, la considerava uno strumento per la collettività, non poteva accettare un così radicale cambio di prospettiva del fare poetico. 

Catullo é probabilmente il maggior esponente di questo movimento, ed é anche l’unico la cui produzione non ci sia giunta frammentaria. Ci è pervenuta sotto il suo nome una raccolta di un centinaio di poesie, quello che viene chiamato, riprendendo una definizione di Catullo stesso, Liber.

Il Liber é suddiviso in tre parti, anche se questa divisione rappresenta più una convenzione di noi moderni che qualcosa di progettato da Catullo. La prima parte, che comprende i carmi dal primo al 60, é soprammominata nugae, che significa stupidaggini, ed é un termine che Catullo stesso usa per definire la sua opera. Questa parte contiene poesie brevi dal tema quotidiano, in cui la ricerca dell'erudizione va a unirsi e a contaminarsi con la descrizione delle emozioni e delle situazioni semplici di tutti i giorni. Questo non significa che le poesie delle nugae siano scritte di getto o che manchino o rifiutino l'elaborazione formale, anzi, l'esatto opposto. Questa era una visione tipica della critica ottocentesca (Giovanni Pascoli tra tutti), la critica moderna si batte invece per dimostrare come in realtà abbiano una  grandissima elaborazione di stile, paragonabile solo alla migliore poesia alessandrina.

Pascoli.
La seconda parte, che comprende i carmi dal 61 al 68, è denominata carmina docta, e contiene poesie di assai diverso carattere. Sono componimenti molto più lunghi, il 64 supera addirittura i 400 versi, e hanno di solito come argomento il mito, o in generale temi di levatura più alta (il 66 ad esempio è la traduzione artistica di un originale greco di Callimaco). Quando si riferiscono ai temi del quotidiano lo fanno in modo aulico ed elevato, come per esempio nel carme 68, dove l’amore per Lesbia e la morte del fratello vengono accostati, in modi che approfondirò quando arriverò a commentarlo, alle vicende mitiche della guerra di Troia. Potrebbero sembrare del tutto slegati dalle nugae, ma in realtà non è così, sono invece unite da un sottile filo tematico, che per altro lega tutta la produzione catulliana. I carmina docta non sono altro dal resto, sono l’innalzamento dei sentimenti personali espressi nelle altre poesie a emozioni divine, chiave di lettura universale delle vicende degli dèi.

La terza e ultima parte  viene indicata come 'epigrammi', poiché contiene solo componimenti di questo tipo. Vi troviamo quindi poesie brevi come quelle della prima parte, ma a differenza di queste, che sono composte in metri diversi, gli epigrammi sono tutti in distici elegiaci. Le nugae hanno inoltre argomenti più romani, più calati nella realtà di Roma dell'epoca, mentre gli epigrammi sono di carattere più astratto e meno collegato alla situazione presente al momento della composizione.

Come si vede il Liber si presenta non come un'opera unitaria ma dalla natura composita. La  ragione principale di questo é che  molto probabilmente le tre parti del Liber erano state concepite da Catullo come opere a sé stanti, e sono state poi unite dalla tradizione manoscritta. Non serve comunque approfondire oltre l'argomento, visto che sulla divisione del Liber molto é  stato detto ma per il mio obiettivo è per questa  sede bastano queste poche righe.

Non ritengo nemmeno che sia importante che io mi soffermi in modo puntuale sulle tematiche della poesia di Catullo, in quanto avrò modo di parlarne con precisione durante la trattazione dei singoli componimenti. Per fare giusto un brevissimo sommario, oltre al tema dell'amore per Lesbia, che é sicuramente il più noto, hanno grande importanza l'amicizia, la politica (vista però attraverso il personale occhio neoterico di Catullo, che quindi si sofferma sugli aspetti più personali dei personaggi che attacca o sulla sua percezione di loro, piuttosto che sul loro programma politico), la nuova poetica neoterica, il mito e soprattutto la nuova visione dei valori tradizionali, che costituisce poi la cifra  più originale e a mio parere interessante.

Pascoli è rimasto sconvolto dalla mia battuta di prima su di lui.
Sulla storia d'amore é secondo me inveve utile fare una precisazione, e la faccio qui per potermene liberare subito. É opinione diffusa della critica dell'ottocento, con il solito Pascoli in prima linea, che  la poesia di Catullo sia una specie di diario della sua storia con Lesbia. É anche la prima idea che può venire a una lettura ingenua del Liber, e viene anche proposta talvolta ancora adesso al liceo da qualche insegnante, per dirla con un eufemismo, poco informato. In realtà non é così: il Liber, come dicevo prima, non contiene poesie scritte di getto per delle occasioni, ma ha una precisa finalità letteraria di erudizione ed elaborazione stilistica. Per questa ragione riprende spesso moduli della tradizione poetica romana e alessandrina (i poeti più importanti come modelli sono Asclepiade, Meleagro e Callimaco), per misurarsi con essa a volte imitandola a volte innovandola. Quindi sarebbe ingenuo dire, sulla scorta dei carmi 2 e 3, che Lesbia aveva un passero che poi é morto. La conclusione corretta é che Catullo inventa il passero per riprendere determinai topoi della poesia ellenistica e reinterpretarli alla luce della propria esperienza di vita, in questo caso l'amore per Lesbia. Poesia che parte dalla vita quindi sì, ma non poesia sulla vita.


Questo é in sintesi quello che occorre sapere. Con il prossimo articolo cominceremo l’analisi del testo catulliano partendo dal primo componimento, che è anche molto famoso, e costituisce la dedica dell’opera (o di parte di essa) a Cornelio Nepote.

lunedì 19 dicembre 2016

Rencesione - Tokyo Ghoul di Sui Ishida

La divisione tra shonen e seinen è una cosa che conoscono tutti. Siccome poi lo shonen si è specializzato in un genere particolare (che non significa che non esistano shonen che se ne distaccano, significa che nell’immaginario collettivo lo shonen ha determinate caratteristiche), quelli che trattano tematiche un po’ più serie o che non possiedono i luoghi comuni del genere trovano sempre qualcuno pronto a definirli seinen. Perciò c'è pieno di gente pronta a sostenere che Death Note sia un seinen perché insomma, non ha i tizi che si menano e ha una storia dark dove bene e male si mischiano cioè, mica come Dragon Ball e altre schifezze varie. Ehm. Il genere di un manga è determinato dalla rivista che lo pubblica, e basta. Quindi se Shonen Jump si mettesse a pubblicare hentai, bene, quegli hentai sarebbero shonen.

Questo perché il manga di cui voglio parlare oggi ha ricevuto un trattamento simile ma opposto, ovvero è un seinen ingiustamente identificato come shonen, tant’è vero che questa classificazione è presente in bella vista sulla sovraccoperta dell’edizione italiana. Si tratta di Tokyo Ghoul, che è pubblicato in Giappone da Weekly Young Jump, che tra gli altri contiene, per fare un esempio, anche Zetman. Che non è propriamente uno shonen.

Un altro bel manga pubblicato su Weekly Young Jump.
Fatta questa distinzione, vediamo che cosa c’è da dire su Tokyo Ghoul e se valga la pena leggerlo. SPOILER: sì, vale la pena, LEGGETELO!
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Titolo: Tokyo Ghoul
Autore: Sui Ishida
Anno: 2011
Volumi: 14
Editore: J-Pop



TRAMA

Siamo nella nostra epoca, a Tokyo, ma una Tokyo molto diversa da come potremmo immaginarla. Circolano infatti delle creature pericolose, i ghoul, esseri in tutto e per tutto all’apparenza simili agli umani, ma dotati di una grande capacità di rigenerazione, una forza sovrumana e un apparato digerente molto particolare, che provoca loro una fame insaziabile e grandi crisi quando questa non viene soddisfatta ingerendo l’unico cibo che il loro organismo sia in grado di assimilare: gli uomini.

I ghoul vivono come fossero persone normali e nel frattempo procacciano le loro prede, mentre un istituto governativo apposito si occupa di effettuare indagini per scovarli ed eliminarli prima che possano nuocere alla gente. Ken Kaneki è un ragazzo come tanti, timido e indipendente, con una grande passione per la lettura e istinti protettivi nei confronti delle persone che ha intorno. A causa della sua natura schiva, Ken ha un solo amico e non ha mai avuto una fidanzata. Rimane così molto sorpreso quando Rize, una ragazza molto bella che ha conosciuto in un bar, appassionata dei suoi stessi libri, lo invita a uscire con lei una sera. Rize è in realtà un ghoul, e durante il loro appuntamento rivela la propria vera identità e tenta di mangiarsi Ken. Durante l’attacco, delle travi sporgenti dal tetto di un palazzo cadono e uccidono Rize schiacciandola. Ken viene trovato ferito e portato d’urgenza in ospedale. Ha ricevuto ferite molto gravi, e l’unica soluzione che viene trovata è quella di trapiantargli gli organi di Rize, che viene scambiata per un umana. L’operazione ha successo e Ken è salvo, ma questo è solo l’inizio di quella che lui stesso definisce una tragedia. Gli organi impiantati lo rendono non più umano né ghoul, ma una creatura a metà tra i due. Sarà costretto a dover convivere con la sua nuova fame, per la quale prova orrore e raccapriccio, e a conoscere così il mondo dei ghoul nel tentativo di trovare un modo per conciliare le due anime che abitano in lui.

LA MIA OPINIONE


Ho letto Tokyo Ghoul due volte e mezzo. La prima un paio di anni fa, la mezza volta ad aprile scorso e la seconda ora, e l’ho fatto con l’intenzione di proseguire leggendo anche il seguito, Tokyo Ghoul: re, e a questo programma sono riuscito, contro ogni mi aspettativa, ad attenermi in modo perfetto. La colpa (o il merito? Il mio studio e la mia testa hanno due opinioni diverse) è di quanto Tokyo Ghoul sia in grado di conquistare il lettore. Una volta ne ho letto circa cinquanta capitoli in poco meno di due ore (per i miei standard non è tanto, di più), e posso assicurare che se non avessi avuto lezione all'università avrei proseguito ancora, non riuscivo proprio a staccarmi dalla pagina.

La simpaticissima e per nulla inquietante Rize.
La trama parte in modo non molto originale, quante volte l’abbiamo già vista? Tizio a caso non è più umano a causa di un brutto incontro e ora deve imparare a vivere e convivere con la sua nuova forma. Il fatto è che l’autore riesce a riproporre il tutto in modo davvero originale, in parte grazie alla sua abilità nel sviluppare in modo proprio queste idee già viste, in parte grazie alle sue grandi doti di sceneggiatore. Il risultato è un a lettura avvincente, che riesce a stupire a ogni capitolo e che solo in pochissimi casi sa un po’ di già visto.

Sui Ishida ha fin dall'inizio chiaro come la vicenda si svolgerà nella sua interezza. E non intendo come evolveranno le vicende di Tokyo Ghoul, molto probabilmente, almeno a partire da un certo punto della storia, sa anche come si svilupperà Tokyo Ghoul:re. Questo enorme controllo gli permette di disseminare la trama di indizi o di dettagli che verranno poi ripresi molto dopo e che costituiranno elementi importanti. Personaggi che a lungo hanno avuto un ruolo marginale si scoprono poi come fondamentali, e mai questo suona forzato o forzoso, anzi, tutto succede con grande logica e naturalezza. Molti misteri vengono proposti e mai risolti (bisognerà aspettare il :re!) o risolti molto più tardi rispetto alla loro apparizione, e questo non solo dà un senso di unitarietà che i manga di media o grande lunghezza spesso tendono a perdere, ma anche consente alla trama di fluire in modo più scorrevole e diretto. Non si ha mai l’impressione che l’autore si stia perdendo dietro vicende di poco conto, tutto il contrario.

La dicotomia tra buoni e cattivi è assente, e viste le premesse questo non stupisce. Kaneki ha vissuto la sua vita vedendo i ghoul come “cattivi”, e quando poi si trova catapultato dall’altra parte può osservare come non meno “cattivi” siano gli umani. Ciò che gli preme di più non è però dare giudizi affrettati quanto, come dice lui, “proteggere tutti”. Mezzo umano e mezzo ghoul, è l’unico che può comprendere le necessità e le istanze di entrambi gli schieramenti, e anche colui che quindi può rendersi conto di come le incomprensioni, la volontà di non capirsi e il rifiuto di oltrepassare la propria limitata visione delle cose siano la causa principale del conflitto.

La trama si apre così a diverse riflessioni che accompagnano la crescita di Kaneki, che da un lato si trova, nel tentativo di proteggere le persone, a concentrarsi sempre di più su sé stesso, dall’altro comincia piano piano a comprendere che cosa significhi aiutare e a non confondere, errore che invece viene commesso molto spesso, l’altruismo con l’egoismo, il sentimento di solidarietà con l’egocentrismo. Questa crescita non ha una fine, un punto di arrivo, ma si arresta di colpo, in modo del resto inevitabile, visto quello che accade. Sono sicuro che nel :re questi temi saranno ripresi, visto che costituiscono l’essenza stessa di Kaneki.

Ai misteri si accompagnano i frequenti cambiamenti di bandiera da parte di alcuni personaggi, e l’apparizione di fazioni spesso opposte tra loro, a volte alleate, ciascuna con scopi precisi ma diversi. La posizione che queste fazioni hanno nella guerra umani vs ghoul non è stata chiarita, e anzi, alcuni gruppi, come i Pierrot, restano ancora nell’ombra, e i loro obiettivi non sono per nulla chiari.

Pennywise, il capo dei Pierrot.
Come ho avuto modo di accennare poco fa la sceneggiatura merita moltissimo, è uno dei punti di forza di tutto il manga e anche fonte principale del magnetismo che ne permea le pagine. La parte dell’appuntamento di cui parlavo nella sezione dedicata alla trama è per esempio un piccolo capolavoro, e lo stesso si può dire anche del combattimento con Nishio o delle torture di Yomori (questo momento più di altri è davvero spettacolare, riesce a imprimersi nella mente del lettore come un marchio a fuoco). Le scene rappresentate nelle tavole sono dinamiche e coinvolgenti, rapide e incalzanti, e il disegno di Ishida è il tocco finale per immergere del tutto il lettore nel fiume degli eventi che lo trascina e lo conduce dove vuole. Ishida deve moltissimo a Togashi in questo e non ne fa mistero, nonostante ciò ha uno stile molto personale. Non segue in modo pedissequo il modello ma lo sfrutta per giungere a qualcosa di unico e proprio.

I personaggi sono davvero ben fatti. Il carattere di Kaneki è delineato fin dall’inizio e, come dicevo prima, cresce e si sviluppa nel corso della storia, diventando sempre più maturo e adulto. Kaneki è un personaggio che non necessariamente può piacere a chi legge, anzi, e spesso prende decisioni che possono essere opinabili (sempre con quella maledetta mania di voler salvare tutti da solo!), ma è un personaggio forte, in grado di sorreggere sulle proprie spalle il peso della storia, in grado di convincere il lettore a volerlo seguire e a voler sapere come andranno a finire le sue vicende.

Touka, compagna ghoul di Kaneki, è un altro personaggio davvero ben delineato. Seria, rigida, distaccata, severa con sé stessa e con gli altri, anche Touka a volte spesso compie scelte che non sono condivisibili, ma è il suo carattere, e quindi le sue decisioni si adeguano a quello. Il punto è proprio questo, i personaggi sono vivi e coerenti, e anche quando fanno qualcosa di stupido è coerente con come sono loro, e quindi va bene. Ho citato solo Touka e Kaneki perché appaiono più spesso degli altri, ma tutti hanno il loro carattere ben approfondito e coerente. Nishio, Yoshimura, Yomo, Juzo Suzuya, Uta e tutti gli altri sono persone reali, concrete, che sembrano potersi staccare dalla pagina. Proprio per questo è un piacere seguire le loro storie e vedere che cosa fanno, e come Kaneki interagisce con loro.

Il saluto che tutti vorremmo, by Juzo Suzuya.
L’unico personaggio meno originale e Shuu Tsukiyama, che ricalca da vicino un personaggio di Hunter x Hunter, Hisoka. Per questa ragione la parte a lui dedicata, in particolare il volume 5, è quella che mi è piaciuta di meno, quella che zoppica un po’ e che tutto sommato avrei evitato o al massimo accorciato di molto. Invece dura se non sbaglio una decina di capitoli! Ad ogni modo è una parte abbastanza irrilevante della storia, quindi alla fine ci si può passare sopra.

Caratteristica estremamente interessante è il simbolismo che permea l’opera. Ci sono vari dettagli sparsi qua e là nel fumetto che possono anche passare inosservati, ma che se ci si presta attenzione ci si rende conto che appaiono sempre insieme a determinati personaggi, andando a simboleggiare perciò le loro caratteristiche o il loro destino, oppure che semplicemente costituiscono indizi per indicare fatti successi che non sono stati spiegati ma che comunque l’autore conosce. Sono presenti anche degli impliciti accostamenti dei personaggi alle carte dei tarocchi, e anche in questo caso ha lo scopo di indicare o quello che succederà oppure la loro personalità. Tutti questi sono piccole cose, ma indicano da un lato come ogni cosa, anche il più piccolo angolo del fumetto, sia calcolato nei minimi dettagli, dall’altro offrono tante chiavi di lettura di quello che sta succedendo, rendendo davvero molto interessante cercare questi indizi nascosti.

Ogni tanto nella narrazione c’è qualche peccato veniale, come un capitolo, se non sbaglio nel sesto volume, che è una gigantesca lezione su come sono i kagune dei ghoul, quindi molto utile, ma che poteva essere più corta e impostata in modo un po’ diverso, così sembra sia una conferenza dell’autore pronunciata attraverso i personaggi. Ma appunto succede una volta e sono pure informazioni importanti, si può soprassedere, è un capitolo lento contro altri 143 che scorrono che è un piacere.

Anche lui dedicherà una puntata di Voyager ai kagune.
Mano a mano che la trama procede, i combattimenti in stile shonen diventano sempre più numerosi. Non sono i migliori combattimenti che io abbia mai letto, la strategia è quasi assente, tuttavia sono dinamici e movimentati, e molto ben studiati. Non ci sono power up né vittorie improvvise di chi un attimo prima le stava prendendo (come in Fairy Tail, tanto per capirci), quindi costituiscono una lettura avvincente e piacevole, anche se a volte sono un po’ confusi. Insomma, non sono la parte meglio riuscita del fumetto ma vanno bene, in particolare visto che tutto il resto si mantiene su livelli altissimi.

IN CONCLUSIONE


Tokyo Ghoul è splendido, tiene col fiato sospeso e impedisce di staccarsi dalla lettura, un manga dalle tinte horror che mischia azione e momenti più riflessivi e psicologici in modo spettacolare. È una lettura agile e rapida che conquista dall’inizio alla fine e che immerge il lettore in una spirale di tensione che culmina ogni volta in momenti più intensi e potenti. Davvero ne consiglio la lettura, non ve ne pentirete!


IL GIUDIZIO DI HISOKA: