sabato 1 luglio 2017

Recensione - Le cinque stirpi di Markus Heitz

Sapete che cosa manca a questo blog? Una cosa fondamentale, una di quelle cose che non se non ce l’hai non sei nessuno e sarai disprezzato e odiato dal tuo pubblico. No, non sto parlando della regolarità nella pubblicazione, anche se non sarebbe male. Mi riferisco alla recensione di un high fantasy di chiara ispirazione tolkeniana.

Sono sicuro che noi tutti scrittori nel tempo libero di narrativa fantastica abbiamo scritto almeno una volta nella vita un high fantasy ispirato a Il signore degli anelli. Questo perché tutti lo abbiamo letto, lo abbiamo apprezzato e ne siamo stati influenzati, in un modo o nell’altro. Se poi ti chiami Stephen King il tuo high fantasy che scopiazza Tolkien diventerà la saga della Torre Nera e sarà un’opera stupenda. Nella maggior parte dei casi è roba banale e di poca sostanza. Fidatevi, ve lo dico perché nel corso degli anni credo di aver provato a farlo almeno sei volte, e raramente è uscito qualcosa di anche solo accettabile.

High fantasy ispirato a me! Che bello!
Comunque, potevo forse io esimermi dal porre rimedio a sì grave mancanza? Naturalmente no, e quindi beccatevi la recensione de Le cinque stirpi di Markus Heitz.
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Titolo: Le cinque stirpi
Autore: Markus Heitz
Anno: 2003                                                        
Editore: Editrice Nord
Pagine: 635




TRAMA 

La Terra Nascosta è circondata da una fittissima catena montuosa, che la protegge dagli assalti dai mezz’orchi che provengono dall’esterno. L’unico modo per entrare sono cinque porte disposte in punti diversi della catena montuosa, e queste cinque porte sono protette dal popolo dei nani, suddiviso in cinque stirpi, una per ogni porta. I nani difendono le porte da millenni, ma quando la difesa della quinta stirpe viene meno i mezz’orchi e le altre creature del buio irrompono nella Terra Nascosta.

Passano alcuni anni. Mezz’orchi e compagnia hanno invaso una piccola parte della Terra Nascosta. Tungdil è un nano che vive tra gli uomini, presso il mago Lot Ionan. La cosa è di per sé strana, perché nella Terra Nascosta ciascun popolo se ne sta nel fazzoletto di terra che gli è stato assegnato e di rado se ne allontana. Quindi gli elfi stanno nella terra degli elfi, i nani in quella dei nani, e non è frequente che si viaggi. Comunque, Tungdil riceve un compito da Lot Ionan, consegnare a un suo amico lontano degli oggetti. Questa missione, di suo piuttosto innocua, porterà Tungdil a diventare concorrente al trono di re dei nani, e lo metterà contro il malvagio stregone Nudin, che ha come obiettivo conquistare il mondo.

LA MIA OPINIONE


Le cinque stirpi è il romanzo d’esordio dell’autore. E si vede, si vede tantissimo. Non ha soltanto difetti, è vero, ma è pieno di cose che sbavano, punti che non funzionano, imperfezioni di trama, situazioni involontariamente divertenti per la loro intrinseca stupidità. Prima che me lo chiediate la risposta è no, non sarò prodigo di citazioni come lo sono stato con Abyss, per il semplice motivo che mentre leggevo Abyss mi appuntavo tutti i problemi del libro e la pagina in cui li trovavo. Con Le cinque stirpi ho deciso di non farlo perché sono pigro ma soprattutto perché voglio scrivere una recensione e non un romanzo breve a puntate come l’altra volta.

Non per questo vi risparmierò dai punti più interessanti. Quindi cominciamo con una bella carrellata di insensatezze per voi.

1) Insensatezze

“Nella Terra Nascosta, trovare un rappresentante della sua razza [i nani] era raro quanto trovare una pepita d’oro sul ciglio della strada, e la fama dei pochi nani ambulanti che, nelle loro peregrinazioni, offrivano i loro servizi come fabbri o costruttori di utensili non era delle migliori”

Comincio con la mia preferita, i fabbri ambulanti. Avete letto bene, fabbri ambulanti. E non vengono nominati solo in questa frase, appaiono qua e là in tutto il libro. Fabbri ambulanti, ovvero persone che girano per il mondo portandosi dietro fucina, incudine, mantice, mola, martello e quant’altro. Insomma, tutte cose assai semplici da trasportare, affatto pesanti, e che stanno in uno zainetto. Qua le possibilità sono due, o i fabbri ambulanti viaggiano con dei container, oppure l’autore non ha molto riflettuto su quello che scriveva.

E sapete qual è la cosa divertente? Che a un certo punto un fabbro ambulante appare pure! È un vero peccato che non si dica nulla del suo bagaglio, sarei stato proprio curioso di sapere come ha stipato l’incudine, la mola e la fucina in un carro...

All’inizio del libro si racconta che i mezz’orchi tentano da millenni di invadere la Terra Nascosta, senza successo. Da millenni, non un anno, non lustri, non decenni, non secoli, millenni. Bene. Questo significa che sono millenni che centinaia di migliaia di mezz’orchi prendono a capocciate le porte non solo senza mai vincere ma anche senza, che ne so, cambiare tattica una volta. In realtà l’autore specifica che i mezz’orchi sono stupidi, ma questa non è una giustificazione. Un conto è essere un po’ tardi, un conto è essere dei rimbecilliti totali. È surreale che per tutto quel tempo a nessuno sia mai venuto in mente di scavare una buca sotto la porta, oppure mandare qualche esploratore attraverso le montagne e farsi aprire dall’interno, o altro. E badate, quando comoda i mezz’orchi sono stupidi e non capiscono che cambiare una strategia non efficace può essere una buona idea, tuttavia sono dotati più o meno delle stesse armi dei nani, parlano in un linguaggio sensato e articolato, sanno montare un accampamento, hanno una suddivisione gerarchica e un senso dell’onore e della competitività, come viene dimostrato più volte nel romanzo. Insomma, questi mezz’orchi non sembrano così molto più stupidi dei nani, o degli uomini, anzi, paiono una civiltà più o meno al loro livello, se non fosse appunto per questo dettaglio che continuano ad attaccare le porte. Direi che a questo punto è ovvio che la stupidità è soltanto un escamotage che l’autore ha architettato per giustificare al lettore una situazione altrimenti stupida a cui non sapeva dare una spiegazione più sensata. Solo che questo escamotage non solo non rende la situazione meno stupida ma risulta pure incoerente con il resto che la storia ci mostra sui mezz’orchi.

Un mezz'orco.
Due parole merita anche il viaggio di Tungdil su incarico di Lot Ionan. Allora, Lot Ionan dice a Tungdil di andare in un luogo, pur sapendo che l’amico cui Tungdil deve portare delle cose non abita più là (non chiedete). Mentre leggevo mi ero messo a fare i conti bene, ora non ricordo, comunque mi pare che avessi calcolato che tra andata e ritorno il viaggio sarebbe stato in totale di un po’ meno di 2000 chilometri. In pratica Tungdil va a piedi, da solo, con un’ascia che non sa usare (come lui stesso ci informa), in una terra che Lot Ionan sa benissimo essere preda delle pericolose razzie dei mezz’orchi, verso un luogo dove non è mai stato e dove, anche se non lo sa, non troverà il suo obiettivo e, indovinate un po’, senza neppure essere in grado di leggere una cartina. E sapete che cosa dice Lot Ionan di tutto questo?

“«Gli farà bene. Così vedrà la Terra Nascosta anziché leggerne solo le descrizioni nei libri»”

Cioè, stai mandando Tungdil a una morte quasi certa e te ne esci con “ma sì, così si vede un po’ il mondo”? Ma quanto è irresponsabile Lot Ionan? Per lui è un viaggio di piacere, manco se n’è accorto dei pericoli che gli fa correre...

“«Il mio affetto per Tungdil è fuori discussione»”

Ebbene sì, Lot Ionan dice anche questo, e lo fa molto vicino alla citazione di prima. Ma ormai è chiaro, l’espressione è da intendere in modo ironico e in realtà Lot Ionan voleva liberarsi di Tungdil. Devo autoconvincermi che sia così, altrimenti il mio cervello esplode.

L'affetto per Tungdil.
Che poi, la cosa grave è che l’autore palesemente non si è reso conto che Lot Ionan qui fa la figura dell’idiota irresponsabile. Voglio dire, se avesse voluto rappresentare intenzionalmente il personaggio in questo modo allora poteva avere un senso, ma è chiaro che non è così. Siamo di nuovo di fronte a una situazione in cui l’autore propone cose insensate e né lui né l’editor se ne sono accorti.

Questi sono solo alcuni esempi, i più lampanti, ma leggendo il libro ho incontrato diverse altre situazioni simili.

2) Personaggi

I personaggi ricalcano lo stereotipo della razza cui appartengono. O meglio, Heitz ha preso quelli che sono i nani tipo, gli elfi tipo, eccetera e poi vi ha appiccicato quelle due o tre caratteristiche in più giusto per non rendere proprio evidente il fatto che si trattasse di cliché. I nani sono tutti rozzi, pragmatici e orgogliosi, gli elfi leggiadri, e così via. I gemelli Boindil e Boendal sono un chiaro esempio di questo. Entrambi sono rozzi, pragmatici e orgogliosi, solo che uno è schizzato mentre l’altro ha un po’ di buon senso, per il resto sono uguali identici. E lo stesso vale per tutti gli altri nani del romanzo.

Che l’autore avesse in mente degli stereotipi e non dei personaggi veri e proprio lo si nota dal fatto che tutti i nani si esprimono allo stesso modo. Mi spiego. I nani hanno le loro imprecazioni, come per Vraccas, che hanno senso solo per loro perché, per esempio, solo loro adorano Vraccas. Ebbene, dice per Vraccas pure Tungdil, che è cresciuto con gli uomini e ha visto pochissimi esponenti della sua razza nel corso della vita. Suona insensato, no? Sarebbe più logico sentire Tungdil imprecare come un umano. Ma non è così, perché Tungdil è un nano, e quindi deve rispondere ai requisiti del nanoTM by Marcus Heitz. Un po’ ridicolo, non trovate anche voi?

E adesso so che cosa state pensando. “Ma i nani sono rozzi, pragmatici e orgogliosi, altrimenti non sarebbero nani! Non sono stereotipi, è così che funziona il fantasy!” E la mia riposta è no, non è così affatto, anzi, fortunatamente non è così. Un ragionamento del genere è la morte della creatività, è un blocco a qualunque possibilità di cambiamento e originalità. Non sta scritto da nessuna parte che i nani debbano essere tutti così, come non sta scritto da nessuna parte che gli elfi debbano essere tutti leggiadri ed eterei o che gli stregoni tutti saggi e barbuti. Così erano per Tolkien e così sono rimasti per la tradizione successiva, ma nessuno vieta che domani uno scrittore scriva un libro in cui gli elfi sono bassi, grassi e puzzolenti e i nani alti, leggeri ed eterei. Anzi, questa sarebbe una vera sfida, scrivere un libro del genere e farlo suonare credibile alle orecchie dei lettori che ormai sono abituati a qualcosa di completamente diverso. Questa sarebbe vera originalità. A confronto il fare dei nani i protagonisti è ben poca cosa.

A distanza di sessanta anni mi copiano ancora!
Comunque, a dirla tutta Tungdil è uno dei pochi personaggi, forse l’unico, a non essere una macchietta con appiccicate un paio di caratteristiche distintive. Se si tralascia quello che ho detto nel paragrafo sopra, Tungdil è abbastanza accettabile. Non so se l’intenzione dell’autore fosse quella, comunque l’immagine di Tungdil che ricaviamo dal libro è quella di un personaggio ingenuo, con la tendenza a parlare a sproposito, ma coraggioso e con degli affetti molto precisi. Giusto per fare un paragone con un altro caposaldo della letteratura, Abyss, il dispiacere di Tungdil per la strage compiuta in sua assenza è molto più credibile e ben reso di quello di Michael per il rapimento della fidanzata. Lo so, non è un gran merito essere meglio di Abyss, ma anche in assoluto devo ammettere che questa parte è accettabile.

Nodin è, manco a dirlo, il classico cattivone che vuole il potere perché sì, che fa cadere il gelato ai bambini, fa lo sgambetto alle vecchiette e poi sghignazza di gusto dicendo “ma quanto sono cattivo!”. La logica conseguenza di questo è che bene e male abbiano una divisione ben netta che non lascia spazi a dei grigi. Questo manicheismo di fondo porta a volte delle situazioni che non funzionano. Faccio un esempio, sappiate che è spoiler. Il re dei nani non vuole assolutamente che Gandogar, dei quarti, diventi suo successore, e non vuole perché è, in breve, succube del suo consigliere malvagio Bislipur. Quindi, venuto a sapere dell’esistenza di Tungdil, fa credere che questi sia un orfano della quarta stirpe e si appella a un cavillo della legge che prevede che un candidato al trono possa venire messo in discussione solo da un altro appartenente alla sua stirpe. Così Tungdil diventa un pretendente al trono, e, secondo la legge, deve sfidare Gandogar in cinque prove, che stabiliranno chi dei due diventerà re. Prima della quinta prova, i protagonisti vengono a scoprire che Gandogar sta imbrogliando, e per questa ragione sono rimasti molto svantaggiati. E sapete che cosa fanno? Cominciano a gridare all’inganno, accusando Gandogar di essere sleale. Ma diamine, loro sono i primi ad avere imbrogliato mentendo sulle origini di Tungdil, e poi hanno il coraggio di lamentarsi se Gandogar li ripaga con la stessa moneta? Ma che incoerenza è? E ovviamente a nessuno dei personaggi verrà mai in mente di fare un ripensamento, no, loro sono i buoni e quindi se barano va bene, se però bara Bislipur è sbagliato e cattivo e come si permette gliela faremo pagare. Va bé, contenti Markus Heitz e l’editor contenti tutti, suppongo.

3) Scrittura

Lo stile non è il massimo, ma c’è di peggio. Più che altro, non ho ben capito se le sbavature di vario genere che si trovano in giro siano colpa della traduzione oppure siano così anche nell’originale, dovrei controllare ma non conosco il tedesco. Comunque, una cosa che sicuramente non è colpa della traduzione è che Heitz spesso riporta un discorso ma ci informa prima del suo contenuto. Vi faccio un esempio che mi invento così, senza citare.

“Tungdil era davvero felice.
«Sì! Che bello! Sono proprio contento»”

Non é qualcosa che si verifica una volta o due, ma per tutto il libro, e in modo anche più fastidioso, il mio esempio è molto semplicistico.

Più in generale, spesso le scene non sono descritte in modo preciso, e soprattutto le battaglie sono piuttosto mal raccontate. Avete mai letto una battaglia scritta per esempio da Guy Gavriel Kay? Se la vostra risposta è sì allora sapete che in questi casi Kay è sintetico all'ennesima potenza. É capace di scrivere che tizio viene trafitto e muore, e fine del discorso. A me come soluzione non fa impazzire, apprezzo Kay per altri motivi, ma non posso negare che sia efficace. La concitazione e la rapidità del momento di sposano bene con uno stile essenziale e semplice. Heitz risulta invece molto macchinoso nel mostrare i combattimenti. O non è chiaro oppure pasticcia il POV o anche entrambi nei migliori casi. Zoppica, é chiaro che non ha mai scritto combattimenti e non ha una grande esperienza di armi su cui basarsi. 

4) Toccare con mano

Ho pensato che  più che molti miei discorsi può essere utile per capire che cosa non va riportare un brano del libro un po’ più lungo. Ho scelto di mostrare due delle prove che, come dicevo prima, Tungdil e il suo rivale Gandogar devono sostenere. La prima è un duello.

Tungdil si prepara al duello. 
“Gandogar [come arma ha un’ascia, ricordatelo perché ci serve] iniziò subito con una serie di affondi, tempestando di colpi lo scudo di Tungdil; il brillio dei diamanti sulla sua lama aumentava il nervosismo dell'avversario. Tungdil sbirciava oltre il bordo di metallo per vedere quale fosse il bersaglio dei fendenti successivi. Così facendo, indietreggio fino a sbattere contro una colonna.”

Gandogar dà prova fin dall'inizio di essere un abilissimo guerriero, infatti massacra di colpi lo scudo di Tungdil. Geniale! E molto utile, direi. Proprio una mossa da spadaccino provetto. Mi sono sbagliato, non sono colpi, sono... affondi. Affondi di ascia... Uhm, un'altra mossa geniale. Secondo voi é Gandogar che ha imparato a combattere per corrispondenza o l'autore che non sa il significato dei termini che usa? C’é da dire che nella frase dopo gli affondi diventano per magia fendenti, quindi la seconda ipotesi suona come la più probabile...

“Reagi a una nuova offensiva del re scostandosi e attaccando di sorpresa. La scure scivolo con un suono orribile lungo lo scudo sollevato frettolosamente dal sovrano e rimbalzo contro l'orlo inferiore del suo elmo. Stordito, Gandogar retrocedere di alcuni passi.
[Boendal esorta Tungdil e questi continua a combattere]
...Bislipur entrò in azione. Urtò Swerd [il suo gnomo schiavo], che era in piedi accanto a lui, mandando la testa dello gnomo a cozzare contro il boccale di un nano. La birra traboccò, spandendosi sul pavimento.
La pozza fu fatale a Tungdil. Nella fretta, non vide il liquido sparso sulle lastre di marmo, che si tramutarono in una superficie viscida. Il suo piede destro slittò di lato, e lui incespicò e mancò l’avversario.
[…]Gandogar ben presto si riprese e colpì nell’attimo in cui l’avversario gli scivolava accanto. La sua pesante scure colpì con forza la schiena di Tungdil, facendogli perdere del tutto il controllo. Imprecando, il nano cadde e uscì sconfitto dalla prima prova.”

Abbiamo la fiera della ridondanza, con il “colpì con forza” (in effetti mi era venuto il dubbio che gli avesse sferrato un fendente piano...) e il liquido sul pavimento che viene ribadito due volte nel giro di due righe, come se il lettore non avesse capito. Più in generale, una buona parte del libro potrebbe essere sfoltita con grande guadagno in scorrevolezza. Comunque, poi abbiamo la prima prova che finisce perché Tungdil cade per terra (davvero i duelli funzionano così? Va bé...) e soprattutto la birra scivolosa. Questa è una delle mie parti preferite. Tungdil ci scivola sopra neanche fosse sapone! Pare una fusione tra Stanlio e Ollio, Mr. Bean e Il signore degli anelli. Questa è arte, gente, pura e semplice arte.

Ma passiamo alla seconda prova. Viene proposta da Tungdil.

“«Scriveremo un testo. Vince chi finisce per primo».
«Che cosa?» fece il suo rivale esterrefatto.”

Gundogar sa scrivere male, pare. Ma seriamente? È un re e non sa scrivere? E come li firma i decreti, ci mette una x sopra? Ci manca solo che non sappia leggere...

Ma poi qual è il senso di questa prova, che cosa viene valutato? Da come parla Tungdil sembra che vinca chi finisce per primo di scrivere. Ma ehm, che senso ha? Inoltre non viene data nessuna indicazione riguardo alla composizione. Stando quindi all’unica regola di Tungdil, basterebbe scrivere una parola e poi mettere un punto per vincere. Del resto, vince chi finisce per primo...

“Il Sapientone, come lo chiamava Boendal in tono scherzoso, cominciò quasi subito a scrivere, mentre Gandogar fissava le rune con espressione rabbiosa e scarabocchiava qualcosa sul suo foglio.”

Questo mi fa venire in mente che Tungdil viene perlopiù descritto come colto e istruito, molto più del resto dei nani, perché, citando Heitz stesso, legge “di tanto in tanto un buon libro”. Oh bé, quindi bastano un romanzetto o un saggio ogni qualche mese per diventare dei dotti che Umberto Eco levati. Come, lo sa solo Heitz.

Esiste anche un gioco ispirato al romanzo, che a differenza sua pare sia molto valido.
“«Finito» annunciò Tungdil per primo. Il testo venne verificato e giudicato privo di errori. Gandogar impiegò più tempo e la sua accuratezza non si avvicinò minimamente a quella dello sfidante. Balendilìn dichiarò Tungdil vincitore.”

Torna la scemenza del finire il testo per primo (non è stata decisa una quantità di parole da raggiungere, che senso ha?), si aggiunge il fatto che viene giudicata anche la qualità del testo, cosa che non era stata accennata prima. E infine si dice che il testo di Gandogar non era accurato quanto quello di Tungdil, e per questo, oltre che per averci impiegato più tempo, perde. Di nuovo non ha senso! Non si era dato un tema, perché il testo di Gandogar sarebbe dovuto essere accurato? Inoltre nella valutazione di quello di Tungdil viene considerata solo la correttezza, non il contenuto. Insomma, c’è una grande confusione e non si capisce quali siano i criteri di valutazione!

Siamo giunti alla fine. Lo ammetto, ho scelto uno dei punti più bassi del libro, ma il resto non è su livelli troppo più alti. Paradossalmente, il momento più basso è uno dei più alti, perché è uno dei più involontariamente divertenti. In effetti, se preso in modo ironico e con poca serietà allora il libro tira fuori tutta la sua vena trash, che lo rende in quest’ottica molto più godibile.

5) Qualcosa di buono

Uso questa sezione per riportare quello che invece vale nel romanzo. Non è molto, ma c’è. Del resto c’era in Abyss, ci deve essere per forza anche qua. Ho apprezzato il world building, che, pur non essendo originale, è accurato, approfondito e interessante. Ho apprezzato il fatto che il popolo dei nani sia descritto in molti aspetti della sua cultura, che, per esempio, ciascuna delle cinque stirpi abbia una sua specializzazione, o che ogni popolo abbia le sue leggende e i suoi dèi. La parte finale si fa leggere con la dovuta foga e suona un po’ migliore del resto, anche se il colpo di scena che dovrebbe essere inaspettato in realtà si intuiva da molto tempo prima, e per questo non riesce ad avere sul lettore un grosso impatto, se non fargli dire “avevo ragione”. Mi è infine piaciuto l’umorismo che salta fuori qua e là, e che riesce ad essere davvero efficace, come nella scena sulle donne dei nani e la barba. Ma a parte questo, c’è poco altro.

IN CONCLUSIONE


Come dicevo all’inizio, Le cinque stirpi è un’opera d’esordio e si nota. Si nota nell’utilizzo ingenuo di materiale già visto, nella scrittura non di alto livello e nelle incongruenze di cui abbonda. Si salva su certi aspetti ma risulta molto più efficace come romanzo trash che preso seriamente. In sostanza, leggetelo solo volete farvi quattro risate, se cercate un buon romanzo high fantasy vi conviene guardare altrove.

VOTO:  

 

giovedì 22 giugno 2017

Commento integrale al Liber di Catullo. Carme 4.

Eccoci di nuovo nel nostro infinito e faticosissimo viaggio attraverso il Liber di Catullo. Dopo la bilogia del passero, ora l’argomento cambia completamente. Naturalmente non muta lo spirito con cui Catullo affronta questa nuova tematica, e gli strumenti espressivi di cui si serve per declinarla al meglio in modo originale, rimaneggiando gli elementi della tradizione. Questo carme è più lungo dei tre che lo precedevano, quindi mi zittisco subito e passiamo al testo.

Phaselus ille, quem videtis, hospites,
ait fuisse navium celerrimus,
neque ullius natantis impetum trabis
nequisse praeterire, sive palmulis
opus foret volare sive linteo.
et hoc negat minacis Hadriatici
negare litus insulasve Cycladas
Rhodumque nobilem horridamque Thraciam
Propontida trucemve Ponticum sinum,
ubi iste post phaselus antea fuit
comata silva; nam Cytorio in iugo
loquente saepe sibilum edidit coma.
Amastri Pontica et Cytore buxifer,
tibi haec fuisse et esse cognitissima
ait phaselus: ultima ex origine
tuo stetisse dicit in cacumine,
tuo imbuisse palmulas in aequore,
et inde tot per impotentia freta
erum tulisse, laeva sive dextera
vocaret aura, sive utrumque Iuppiter
simul secundus incidisset in pedem;
neque ulla vota litoralibus deis
sibi esse facta, cum veniret a mari
novissimo hunc ad usque limpidum lacum.
sed haec prius fuere: nunc recondita
senet quiete seque dedicat tibi,
gemelle Castor et gemelle Castoris.


Quel battello che vedete, miei ospiti,
dice d’essere stata la più veloce delle navi,
e che lo slancio di nessuna barca lo abbia 
mai battuto, sia che volasse
sui remi o con la vela. E questo
non può non confermarlo la spiaggia del minaccioso
Adriatico, le Cicladi e la splendida Rodi, la terribile Tracia, 
la Propontide e il nero golfo pontico,
dove prima che battello fu 
foresta frondosa; infatti sul monte Citoro
fischiava spesso la voce delle foglie.
Amastri sul Ponto, bossi del Citoro,
dice il battello che sono cose vostre, queste,
e le conoscete assai bene: dice ai tempi
di essere stato sulla tua cima,
di avere immerso i remi nella tua acqua,
e poi per mari furiosi di aver condotto
il tuo padrone, sia che favorevole o contrario
soffiasse il vento, sia che Giove benigno 
tendesse al tempo stesso entrambe le scotte;
nessun voto fu fatto agli dèi 
della spiaggia, quando giunse da quel mare 
lontano fino a questo limpido lago.
Ma questo fu prima: ora invecchia
in una pace solitaria, e si dedica a te,
gemello Castore, e al gemello di Castore.

Siamo di fronte a un carme molto complesso. Il volto di sé che qui ci mostra Catullo è quello del poeta erudito, la tematica amorosa viene tralasciata per fare spazio a un gioco di richiami e citazioni che hanno lo scopo di contribuire alla reinterpretazione originale di un motivo topico. Ma partiamo dall’inizio e analizziamo la poesia punto per punto.

Intanto, l’argomento. Non si sa chi sia a parlare, comunque riporta per la maggior parte i racconti che ha ascoltato da un battello, il vero soggetto della poesia. Le caratteristiche di questo battello restano ambigue per tutto il carme, fino a diventare esplicite alla fine. Mi spiego. Il battello è vero oppure è solo una riproduzione? Nei versi finali si fa riferimento a una dedica ai Dioscuri, e i casi da noi conosciuti di poesia di dedica di navi reali sono molto pochi e documentati solo in periodi tardi. Viene perciò naturale pensare a una riproduzione. Posta così la questione però i tre versi finali non costituiscono di per sé una prova decisiva di quest’interpretazione, bisogna esaminare un altro paio di versi, che implicitamente confermano quest’ipotesi. Al verso 11 infatti il monte Citoro viene citato come patria del battello, e, due versi dopo, si specifica che sul Citoro si trovano molti bossi. Quest’ultima informazione era nota al lettore antico, almeno a quello colto, e questi subito ne poteva cogliere l’implicazione: il bosso è il legno utilizzato nel modellismo navale. Il battello di cui si parla quindi non può essere vero, dobbiamo per forza pensare che si tratti di una riproduzione. Solo così tutti i pezzi vanno al loro posto.

Già questo ci indica come solo un lettore colto poteva cogliere appieno tutti i sottintesi del teso. Catullo del resto si rivolge a un pubblico dotto, ed egli stesso vuole apparire tale. La doctrina, l’erudizione, è un elemento fondamentale della poesia neoterica, e viene ricercata ovunque, anche nei dettagli minori. Solo un vero poeta erudito come Catullo voleva essere poteva nascondere in questo sottile riferimento un’informazione di vitale importanza per la comprensione della poesia.


C’è nel testo un altro riferimento erudito, ancora più importante per la comprensione globale del carme. Si dice più volte che il battello parla, e a cosa poteva pensare il lettore colto se non a un'altra e ben più famosa nave parlante, la nave per eccellenza, la prima nave mai costruita, la nave Argo? Questo collegamento è reso poi sicuro da alcuni punti di contatto con il carme 64, in particolare con i versi in cui viene raccontata la costruzione di Argo.

Questo aspetto è fondamentale per un'interpretazione diretta del carme intero. L'assimilazione tra il phaselus, il battello protagonista della poesia, e la nave Argo non può che suonare ironica: abbiamo un ex-voto che viene paragonato alla prima nave della storia, all'imbarcazione che ha soldato i mari carica dei più grandi eroi del tempo. Le motivazioni di questo accostamento sproporzionato risiedono nelle intenzioni di Catullo, che dà in questo modo un esempio di quello che vuole essere una certa parte della poesia neoterica. Abbiamo visto che i portare novi facevano dell'erudizione e dei riferimenti sotto un cardine della loro poesia, ma abbiamo anche visto come un Catullo il riferimento sotto non sia presente in modo casuale ma sì adatti a uno scopo letterario. In questo carme si verifica la stessa cosa. Vediamo come.

Il viaggio degli Argonauti era tema tipico della poesia epica. Le Argonautiche di Apollonio Rodio che ci sono giunte sono solo una singola opera che tratta questo mito, ma il mondo antico ne conosceva di più, sia in ambito greco che romano. Tra queste voglio ricordare quella che ci verrà utile tra non molto, ovvero la versione che viene proposta da Callimaco nei suoi Aitia, che a noi sono giunti frammentari. Infatti la critica è concorde, almeno a quel che ne so, nel ritenere che Catullo avesse presente quest'opera di Callimaco nella stesura di questo carme. Lo testimonia il fatto che il tragitto che il battello descrive è molto simile a quello che sappiamo che Callimaco faceva percorrere agli Argonauti, in netta contrapposizione con Apollonio, che invece proponeva un itinerario diverso. La scelta quindi di una fonte piuttosto che dell'altra costituisce una presa di posizione da parte di Catullo in ambito mitografico, aspetto che a noi può sembrare marginale, ma che è invece di importanza capitale per un autore che faceva dei riferimenti colti una colonna portante della sua poetica.

La scelta di una fonte non significa però il totale disprezzo dell'altra. La tappa a Rodi, che non è presente in altre fonti, risulta un tributo ad Apollonio, che a Rodi aveva trascorso una parte della sua vita. Possiamo pensare che anche i riferimenti all'Adriatico, più che a una reale volontà di distaccarsi da Callimaco, siano motivato dalla volontà di un tributo.


La contaminazione di fonti era un'operazione tipica della poesia dotta, e qui viene attuata da Catullo non soltanto per mostrare la sua erudizione ma in base a un preciso ordine di idee di carattere letterario. Quali sono queste idee? In altri termini, a quale scopo paragonare il battello alla nave Argo? Per rispondere dobbiamo fare una considerazione. Il lessico di questa poesia è molto particolare, nel senso che si rifà in modo massiccio alla linguaggio dell’epica. Valga come esempio l'uso del termine “volare” riferito alla nave, che ha una lunga tradizione che risale addirittura a Ennio. Bene, se Catullo usa un linguaggio epico per riproporre i viaggi argonautici (e dunque eroici e avventurosi) di una nave finta, l'unica soluzione che faccia quadrare tutto gli elementi è che l'intenzione del poeta sia di generare una sproporzione tra materia e stile che porti a un effetto ironico. Ci troviamo perciò di fronte a una sottile parodia, una presa in giro degli stilemi epici realizzata attraverso il loro utilizzo per dei contenuti di livello inferiore.

Questa rivisitazione dei topoi della tradizione rientra nella poetica dell’erudizione di cui Catullo si fa portatore. Dobbiamo, a parer mio, vedere in questa parodia l’intenzione di Catullo di scherzare con la poesia alta e solenne, di mostrare la propria conoscenza attraverso un gioco di riadattamento di quegli elementi che nella mente del lettore accompagnavano tutt’altro tema. Giocare con la tradizione non significa deriderla, anzi, significa riproporla in un modo diverso, e attraverso altri mezzi, ovvero quelli che offriva la nuova poesia neoterica, che focalizzava la propria attenzione sul quotidiano e sul piccolo, invece che sul grandioso ed elevato.

La ripresa dei topoi della poesia del passato non si ferma qui. Anche il modulo dell’oggetto parlante trova degli antecedenti, in particolare, per quello che possiamo sapere noi, in alcuni epigrammi di Callimaco che ci sono stati tramandati nell’Antologia Palatina. In realtà anche altri epigrammi di altri autori possono essere presi a confronto, ma quelli di Callimaco sono senza dubbio i più significativi. Quindi, negli epigrammi di Callimaco l’oggetto votivo ricorda la propria “vita passata” come oggetto reale, ora che è solo una rappresentazione. L’oggetto votivo quindi si sovrappone a ciò che rappresenta, né è la naturale continuazione. Nel caso di Catullo è l’opposto, l’oggetto non ricorda con nostalgia un passato che non è più, ma anzi, vanta le proprie abilità e la propria grandezza in modo evidentemente esagerato. Il phaselus di Catullo è un phaselus gloriosus potremmo dire, fanfarone, che finge di essere grande come e più della nave Argo, mentre invece è solo un oggetto votivo. In questo senso, intuiamo anche che la parodia epica assume un significato in più, perché diventa funzionale a rendere eccessive le affermazioni del battello.

In questo senso assume un significato anche il fatto che l’io parlante della poesia, mai individuato, sottolinea più volte che quello che racconta siano solo le parole del battello. Come dicevamo prima, appare evidente come quello che racconta il battello sia falso, che siano le vanterie di un ex-voto che millanta di essere un oggetto reale. L’uso ripetuto della formula “dice” (sottintendendo ovviamente il battello) quindi serve al parlante a creare rispetto alle informazioni che riporta un grado maggiore di distacco. Se è il battello a dirle, e il parlante si limita a riportare le sue parole, allora il battello e solo il battello è garante della loro veridicità. E ciò dunque contribuisce ancora di più a sottolineare la falsità delle sue affermazioni.


Per tirare le somme, il carme 4 di Catullo si configura come una poesia in cui l’autore mostra la sua erudizione rielaborando e riproponendo in tono ironico i moduli della poesia passata. Questo gioco letterario è tipico dell’esibizione di doctrina che caratterizzava i poetae novi in generale, e non solo Catullo. La rielaborazione trova quindi in sé stessa la propria forma di originalità, e rende Catullo un poeta innovativo e interessante, quanto più distante possibile dall’essere un mero imitatore.

In questo periodo sono pieno di esami, visto che vorrei laurearmi il prima possibile sto cercando di dare i pochi che mi restano tutti insieme. Quindi la pubblicazione sarà molto irregolare, anche se conto di essere più costante possibile. Ce la posso fare. Spero quindi di riproporre un altro Catullo tra tre settimane circa. Vedremo se ce la farò.

martedì 30 maggio 2017

Recensione - L'età sottile di Francesco Dimitri

Io arrivo sempre in ritardo, sia in senso letterale che metaforico. Mi capita di rado di leggere un libro appena esce, a meno che non sia di un autore che già conosco e apprezzo. Tipo, mi fionderò in libreria appena Sleeping Beauties uscirà in italiano. O appena Patrick Rothfuss deciderà di smettere i panni da nano da giardino, indossare quelli di scrittore e pubblicare The doors of stone dopo sei anni che si fa attendere. Ma in generale non presto mai molta attenzione alle nuove uscite. Per questo ho ignorato per quattro anni L’età sottile di Francesco Dimitri, nonostante per tanto tempo una parte di me abbia avuto voglia di leggerlo. La stessa parte di me che, per la cronaca, crede che i giudizi di Gamberi Fantasy valgano qualcosa e si è quindi sempre stupita del buon trattamento che Gamberetta aveva riservato a Pan.

Ma tralasciamo la storia della mia vita e andiamo subito a verificare se L’età sottile sia un buon romanzo oppure no, e se Francesco Dimitri sappia scrivere come Gamberetta sosteneva con un vigore e una sicurezza che non ha mai dedicato a nessun autore italiano.

Patrick Rothfuss è felice di essere stato nominato in una recensione.
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Titolo: L’età sottile
Autore: Francesco Dimitri
Anno: 2013                                                        
Editore: Tea Editore
Pagine: 396




TRAMA 

Gregorio è un adolescente come tanti, e trascorre le sue stati con la sua famiglia nella sua casa di Portodimare. L’unica ombra nel passato di Gregorio è la morte di sua madre, ma per il resto la sua vita non è diversa da quella di molti altri ragazzi: ha una sorella di nome Sara, un padre con cui ha rapporti difficili, e una fidanzata, Chiara, la sua prima vera fidanzata. Durante l’estate dei suoi sedici anni gli succede una cosa che non si sarebbe mai aspettato. Incontra un uomo misterioso di nome Levi, che gli fa una proposta tanto assurda quanto intrigante: diventare suo allievo e imparare la Magia.

Sulle prime Gregorio è scettico, neppure crede alle parole di Levi, ma sarà destinato a cambiare idea. Accettare la proposta dell’uomo è il primo passo verso un punto di non ritorno, una svolta irreversibile che sconvolgerà del tutto la vita di Gregorio. Gli procurerà nuove conoscenze, nuove amicizie, ma porterà anche turbamento nelle situazioni che prima erano stabili, procurerà problemi e difficoltà. Dalla serenità dell’adolescenza si troverà gettato nel mondo degli adulti, dove troverà gente che vuole la sua morte, dove dovrà imparare a difendere sé stesso e i suoi cari da chi vuole loro male oppure a soccombere al proprio destino. Dovrà imparare a costruirsi da sé la propria salvezza, oppure a rinunciare a tutto quello che conta per lui.

LA MIA OPINIONE


Avevo grandi aspettative per questo romanzo, sia, come dicevo, per la buona parola che aveva messo Gamberetta sull’autore sia perché effettivamente ne avevo sentito parlare molto bene. Queste aspettative sono state del tutto soddisfatte.

Dimitri è un ottimo scrittore. La sua prosa è molto sintetica, dice molto poco e al tempo stesso quel poco riesce a essere più efficace di mille parole. Tralascia tutto l’inutile e il superfluo, si limita solo a mostrare lo stretto necessario e a raccontare tutto quello che invece può essere passato in rassegna solo rapidamente. Nonostante questa essenzialità di fondo, la trama resta impressa, quello che succede si visualizza vivido nella mente del lettore. Dimitri guida il lettore attraverso Roma, una Roma misteriosa, dove i maghi si nascondono dietro a ogni angolo, ma possono anche incontrarsi per chiacchierare in un ristorante di lusso. Una Roma magica, dove sotto il velo della quotidianità delle forze sconosciute intrecciano rapporti, e dorme una segreta minaccia di cui non viene mai rivelata l’entità in tutto il romanzo, ma non escludo che accadrà in qualcuno dei prossimi libri.

Un altro autore molto sintetico.
Il personaggio di Gregorio è tratteggiato in modo davvero fantastico. Non è plastico, affettato, finto, come sono finti certi adolescenti dei romanzi, è vivo e realistico, è un tipico sedicenne dipinto senza disillusioni ma anche senza moralismi. Ha senza dubbio i suoi problemi, i suoi piccoli vizi, le sue pulsioni, ma tutto questo non viene né enfatizzato (come fanno certi scrittori italiani, che pensano che gli adolescenti siano tutti drogati e volgari) né trattato con il distacco bacchettone di chi descrive una situazione con l’intenzione di stigmatizzarla. Gregorio è così, e deve entrare nelle simpatie del lettore. E ce la fa, ce la fa perfettamente, al punto che quando si dispera e sente il mondo crollargli addosso anche chi legge prova questa sensazione. Perlomeno, io l’ho provata.

Gregorio cresce. Il Gregorio di inizio romanzo è proprio diverso da quello della fine, è molto più bambino e meno scafato, conosce meno le proprie capacità, le sa sfruttare meno, ha meno stima di sé. Il libro alla fin fine, se proprio vogliamo ridurre tutto all’osso, è la storia di come Gregorio riesce a crescere e a superare le difficoltà in cui la vita lo getta. È la storia del suo diventare adulto, del suo passaggio da un momento in cui gli altri gestiscono i suoi problemi a uno in cui lui stesso dovrà occuparsi anche di quelli degli altri.

Il romanzo è scritto in prima persona, quindi la figura di Gregorio è naturalmente preponderante sulle altre. Tuttavia non è ingombrante come succede in altri casi (qualcuno ha detto Trilogia dei fulmini?), ma consente anche agli altri personaggi di ritagliarsi uno spazio e farsi strada così nella mente del lettore. Sara, la sorella di Gregorio, ma anche Levi e gli altri suoi amici, Simone, Diana ed Elena non sono solo macchiette, ombre che si intravedono coperte dal gigantesco Gregorio, ma hanno la loro personalità, che viene delineata in modo semplice ed efficace.

Prova a toccarmi la trilogia dei fulmini...
La trama è molto semplice, per le prime due parti del romanzo prosegue in modo lineare e tranquillo, diventa più tesa ed eccitante nell’ultima parte, quando le lezioni vengono accantonate, la caratterizzazione dei personaggi ormai è fatta, l’ambientazione c’è, e quindi si passa a un po’ di azione che non fa mai male. L’ultima parte è quindi molto più coinvolgente delle altre due, perché si comincia finalmente a sentire il fiato sul collo, i personaggi vengono messi alle strette e quindi o si decidono a combinare qualcosa di buono con le loro forze oppure è la fine per tutti. Per questo si segue molto più volentieri. Se le prime due parti si fanno leggere molto bene per la vividezza con cui i personaggi vengono delineati e per il modo naturale in cui quotidianità e soprannaturale si intrecciano, la terza aggiunge a questo anche l’elemento della tensione. Che è un po’ la ciliegina sulla torta. Per cui sì, la parte di me cui non va mai bene niente ha pensato che se le prime due parti fossero state accorciate o se la terza fosse stata un po’ allungata il romanzo ne avrebbe giovato e non poco. Resta anche così un libro eccellente, è solo che io mi devo lamentare di tutto, mi conoscete.

Certi punti vengono tirati un po’ troppo via in modo sbrigativo. Tipo la questione dello scambio di mail, fondamentale per un certo sviluppo della storia, viene proprio tirata a mezzo svogliatamente e subito accantonata come se fosse senza importanza, tra l’altro dopo che il famoso sviluppo della storia si era già realizzato, e Gregorio non aveva nessuna ragione per non averne parlato prima. Questo è un esempio, ma succede anche altre volte. Sto di nuovo spaccando il capello in quattro, sappiatelo. Decisamente questo più che un difetto di trama è una sbavatura, un qualcosa che sì, infastidisce un pochino ma di fatto non va più di tanto a intaccare il giudizio complessivo.

Il rapporto tra Chiara e Gregorio, il più importante di tutto il libro, viene delineato in modo molto preciso e coinvolgente. I due non si vogliono bene perché sì, perché l’autore ha deciso che dovevano stare insieme, ma anzi, si nota tra loro la complicità, la malizia e la semplicità, la sincerità e l’ingenuità che possono avere solo le relazioni adolescenziali. Così, quando poi la trama evolve in una certa direzione, è stato per me un pugno in faccia tanto quanto lo è per Gregorio.

Direi che in questo risiede la particolarità e la bellezza de L’età sottile, in come i rapporti umani e le personalità riescano a staccarsi dalla carta stampata e a diventare qualcosa di più, come un mondo di immagini e sentimenti vividi e potenti viene rappresentato con una naturalezza e una concretezza davvero notevoli.

Naturalmente la magia ha un ruolo molto importante. È molto poco curato l’aspetto tecnico, Dimitri non si sofferma a spiegare come funzionano i poteri, anzi, sbriga tutto molto rapidamente. Roba che farebbe venire un colpo a Brandon Sanderson. Comunque, Dimitri accenna soltanto a quelle cose che verranno poi utili nel corso della trama. Quindi sì, abbiamo un sistema poco approfondito che però non tira fuori poteri dal nulla quando comoda alla storia, ma è coerente con le poche informazioni che fornisce.

Brandon Sanderson disapprova Dimitri.
Di ben poco posso lamentarmi. Prima di L’età sottile ho letto L’ombra dello scorpione, e vi giuro che se non sono arrivato al punto di implorare gli amici di uccidermi e porre fine a quella tortura poco c’è mancato. Una delle cose più noiose degli ultimi tempi, non brutto, ma di certo tutto fuorché avvincente. Bé, L’età sottile è stata una ventata di fresco, ne ho letto un centinaio di pagine in pochissimo tempo e mi sono scivolate via, quasi non me ne sono accorto. Già di suo è una buona cosa, se in più ci aggiungiamo che ero appena uscito da 930 pagine lente come la fame, che ne leggevo una ventina al giorno e poi mi sembrava di averne avuto abbastanza per mesi, bé è stato davvero un toccasana.

IN CONCLUSIONE


L’età sottile è davvero un libro di tutto rispetto, preso di per sé ma anche come fantasy italiano. Voglio dire, la nostra punta di diamante (inserire ironia qui), la Licia nazionale, se le sogna certe cose. Le idee, l’intensità dei personaggi, la crescita che sono costretti a vivere e soprattutto la forza con cui sono rappresentate le scene di vita quotidiana, la loro effettiva vicinanza alla realtà, intrecciata all’alone misterioso della magia, crea un’unione di grande potenza. E oltre a questo i personaggi che restano impressi, la trama discreta, e in particolare la scrittura di Dimitri, sono ciò che questo romanzo ha da offrire, e che io vi consiglio in tutta sincerità di accettare. Ne avrete solo da guadagnare.


VOTO: 

domenica 21 maggio 2017

Recensione - Hunter x Hunter di Yoshihiro Togashi

Che Hunter x Hunter mi piaccia penso non sia un mistero per nessuno. Voglio dire, basta guardare il metodo che uso per dare i voti ai manga per accorgersene. Se ho deciso di parlarne è perché non può mancare su questi schermi la recensione di quello che è a tutti gli effetti il mio manga preferito, la ragione, potremmo dire, che mi ha spinto a leggere manga. Se nel lontano settembre 2007, in vacanza al mare, mia mamma non avesse comprato il volume 18 di Hunter x Hunter per farmi una sorpresa (all’epoca guardavo l’anime su Italia 1), probabilmente ora la sezione manga di questo blog non sarebbe aperta. Quindi questa recensione non vi dirà molto di più sulle mie opinioni di quanto già non sappiate, ma vuole essere un tributo a un manga straordinario. E una viva esortazione a leggerlo.
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Titolo: Hunter x Hunter
Autore: Yoshihiro Togashi
Anno: 1998                                                   
Volumi: 33 (in prosecuzione quando a Togashi viene voglia di lavorare)
Editore: Planet Manga




TRAMA

Gon è un ragazzino che vive con sua zia sull’Isola Balena. Non ha mai conosciuto suo padre Jin, che lo ha abbandonato in fasce per continuare a svolgere il suo mestiere, l’hunter/cacciatore, un lavoro assai ambito che, in parole povere, consiste nell’occuparsi delle questioni più disparate (ecologia, archeologia, cattura dei criminali, scienza, biologia, e quant’altro) ma in modo avventuroso e spesso anche pericoloso: i cacciatori non sono studiosi quanto piuttosto ricercatori sul campo, avventurieri sempre in cerca di nuove scoperte e nuove conoscenze nel loro ambito lavorativo. Il padre di Gon è uno dei più grandi cacciatori del mondo, ed  è per conoscerlo che Gon decide di sostenere l’esame per diventare cacciatore a sua volta. Lungo la strada verso il luogo dell’esame conosce Leolio, all’apparenza superficiale e orgoglioso che vuole essere hunter solo per soldi, Kurapika, freddo e calcolatore che vuole diventare hunter per vendicare lo sterminio del suo clan, e soprattutto Killua, un ragazzino della stessa età di Gon che  nasconde più di un segreto sul suo passato.

L’esame da cacciatore è solo il primo passo che conduce Gon sulle tracce di suo padre, ma è qui che il ragazzino fa la conoscenza di alcune persone che sarà destinato a incontrare di nuovo: oltre al presidente degli hunter Netero, lo spietato e sadico Hisoka.

Hisoka che corre al pc a leggere la recensione.

LA MIA OPINIONE


Sono quasi certo di poter indovinare quello che avete pensato leggendo la trama. È banale. Questo vi siete detti. Non ve ne faccio una colpa. Succede a tutti. Perché è la verità, le premesse sono quanto di più banale io riesca a pensare. È quello che viene dopo che rompe gli schemi.

Hunter x Hunter si distingue dalla maggior parte degli shonen di combattimento per tutta una serie di caratteristiche. Intanto è vero, si combatte ma relativamente poco. Quest’aspetto non è preponderante come in molti altri shonen di successo, in cui i combattimenti sono uno strumento fondamentale per permettere alla trama di proseguire, dove non costituiscono addirittura la trama stessa. In questo momento sto pensando a Le bizzarre avventure di Jojo, ma in realtà ce ne sono molti altri di questo genere. Bé, Hunter x Hunter si distacca da questo modello, e si sviluppa intorno a una trama complessa che accoglie anche delle situazioni tipiche dei thriller: abbiamo i pedinamenti, la consegna degli ostaggi, le trattative con il nemico, ma anche le prove psicologiche, gli agguati, i personaggi che si infiltrano nel covo del nemico, e quant’altro. La tensione diventa in questi momenti palpabile, fuoriesce dalla pagina e conquista il lettore. Quando ci sono combattimenti, sono più che altro l’esito della situazione, il momento culminante di una vicenda che non può che concludersi così. In Hunter x Hunter non capita quindi sempre che qualunque situazione si risolva a mazzate, ma spesso le cose prendono direzioni più complesse. Senza contare che Togashi respinge quel modulo tipico dello shonen (di cui ho parlato anche nel post di qualche tempo fa) che prevede che i combattimenti siano tutti uno contro uno, anzi, capita spesso che un personaggio solo si ritrovi ad affrontare più di un avversario contemporaneamente. Quando ci sono i combattimenti uno contro uno, questa situazione riceve una spiegazione realistica e sensata, che di solito è che separare degli alleati rende la vittoria più facile che se si combattesse in gruppo, e non “questo è il suo combattimento”, come invece succede sempre, per esempio, in Bleach.

In secondo luogo, i personaggi hanno una psicologia complessa e approfondita. Scordatevi le macchiette alla Hiro Mashima o i classi personaggetti da shonen senza infamia e senza lode. In Hunter x Hunter ognuno ha la propria personalità, e molti subiscono una crescita non indifferente nel corso della storia. Posso citare molti esempi ma quello più convincente è Killua, che, se all’inizio pare molto sicuro di sé, si rivela invece come uno dei personaggi più fragili della storia, ed è costretto a prendere tutta una serie di mazzate dalla vita prima di riuscire a tirare fuori la grinta e a smettere di fuggire di fronte alle difficoltà.

Non fidatevi di Hisoka se vi chiede una mano..

I rapporti tra i personaggi sono descritti in modo magnifico. L’amicizia tra Gon e Killua è sincera e sfaccettata, è un’amicizia vera, reale, una di quelle che potremmo vedere nella vita di tutti i giorni. Un’amicizia non priva di ombre come si scoprirà con il procedere della storia, ma che comunque riesce a mantenersi salda e alla fine diventa occasione di crescita per entrambi. Se all’inizio, come Gon stesso ammette, lui è quello impulsivo mentre Killua quello con la testa sulle spalle, presto le cose non si riveleranno così bianche e nere e sarà proprio questa un ottimo momento per tutti e due per riparare a certi propri difetti.

Mano a mano che la storia prosegue il numero di personaggi aumenta in modo esponenziale, e Togashi riesce a renderli tutti ben caratterizzati. Sono veramente pochi i personaggi privi di personalità e piatti come una sagoma di cartone, i più sono davvero ben fatti. Anche quando Togashi introduce tanti personaggi in un colpo solo poi si prende la briga di soffermarsi su ciascuno di loro e descrivere bene il suo carattere. Ne sono un esempio le formichimere, che, nonostante siano davvero molte e siano pure dei nemici, quindi un qualunque altro autore di shonen non avrebbe esitato a caratterizzarli in modo stereotipato e sbrigativo, hanno invece personalità sfaccettate e a volte anche non scontate.

Già che ci siamo dico due parole sugli antagonisti. Una delle cose ottime di Hunter x Hunter è che gli antagonisti non sono cattivi cattivoni che vogliono conquistare il mondo perché sì, né persone pronte a farsi le scarpe l’uno con l’altro, o esseri crudeli che uccidono i loro compagni come mosche e poi sghignazzano davanti ai loro cadaveri. Prendiamo ad esempio la Brigata Fantasma. I membri della Brigata sono uniti da un legame solido e sincero, sono tra di loro amici, non semplicemente compagni. Non sono cattivi in assoluto, anzi, viene spesso mostrato il loro lato umano e solidale. Con questo non intendo dire che viene mostrata la loro triste storia che li ha resi cattivi, perché questo, oltre che essere di suo qualcosa di già visto, servirebbe ad attirare la pietà dei lettori ma li dipingerebbe come cattivi. I membri della Brigata invece piangono per i propri compagni, scendono a patti con i nemici per loro, scherzano, si prendono in giro, sono leali e fedeli. Questi loro sentimenti sono descritti così, come vengono descritti quelli dei protagonisti. Un personaggio come Pakunoda è di gran lunga più umano e di animo gentile di Kurapika, che è uno dei protagonisti eppure è peggiore di lei. E questo avviene in modo naturale, non c’è un’enfatizzazione da parte di Togashi del capovolgimento dei ruoli, non c’è bisogno di sottolineare questa differenza (come invece avverrà nella saga delle formichimere, ma questo per altri motivi). Sia Kurapika che Pakunoda sono persone, e in quanto tali nessuno di loro due è perfetto, e soprattutto non è scritto da nessuna parte che Kurapika debba essere migliore solo perché è un protagonista.

Hisoka mentre lancia iper raggio.

Come logica conseguenza di quello che ho appena detto, bene e male non hanno un confine netto e definito. I protagonisti non agiscono nel giusto necessariamente, e nella saga delle formichimere, quando a venire protetto è l’interesse di un paese invece che quello del gruppetto di Gon e compagni, questo diventa chiaro. La figura del Re delle formichimere ha questo come solo scopo, capovolgere del tutto la figura del nemico malvagio che vuole conquistare tutto, trasformandola in quella di un sovrano illuminato, che si trova a scontrarsi contro i protagonisti che, volendo mantenere l’ordine costituito, di fatto rinunciano a intervenire sulle contraddizioni e le ingiustizie della società. L’uomo è malvagio e questa malvagità risiede in lui naturalmente è la banale conclusione, ma non è banale il suo raggiungimento, il modo in cui viene presentata e l’operazione che viene effettuata attraverso i personaggi. Non è banale di suo ed è ancora meno banale in uno shonen. Il Re è poi un gran personaggio, approfondito e caratterizzato, la cui crescita interiore è descritta in modo stupendo, tanto quanto il suo rapporto con Komugi, la ragazzina che gli farà capire nuove cose sugli esseri umani. Anche le tre guardie reali contribuiscono a questo capovolgimento, e sono tra l’altro tutte e tre dei personaggi molto ben riusciti, ma la figura del Re è decisamente più incisiva.

La trama, a parte all’inizio, non è affatto banale. È imprevedibilie e coinvolge il lettore con grande facilità. Molto tempo è dedicato ai ragionamenti e alle strategie, ma anche, in particolare nella saga ora in corso, alle discussioni burocratiche e ai rapporti tra paesi. Riesce a essere originale tanto che a partire da un certo punto Gon passa in secondo piano, un’intera saga ha Killua per protagonista con Gon relegato a figura che non ha alcuno svolgimento attivo nello sviluppo della storia pur essendo fondamentale, e poi nell’ultima, quella in corso, addirittura appare soltanto in un capitolo, e in maniera molto marginale. È chiaro che a Togashi un protagonista troppo shonen come Gon sta stretto (riesce a gestire molto meglio Killua, la cui psicologia evolve in modo perfetto), e per questo lo ha fatto passare in cavalleria rispetto ad altri personaggi che invece gli vanno più a genio. Di certo Gon riapparirà in qualche modo, e sono davvero curioso di sapere come.


Dicevo che i combattimenti non sono una parte fondamentale della trama. È vero, ma va aggiunto altro: sono del tutto basati sulle strategie. Infatti, manco a dirlo, i combattimenti di Hunter x Hunter mi piacciono tantissimo. Ce ne sono alcuni pazzeschi, ma sul serio, non sono brillanti come quelli di Jojo, nel senso che quelli di Jojo, sono sempre assurdi e strani, ma sono coinvolgenti, dannazione, ed estremamente geniali e ben realizzati. Sto pensando al combattimento tra Quoll e Hisoka raccontato nei capitoli che non sono ancora stati raccolti in volume, gente, quello è straordinario. I combattimenti di Hunter x Hunter sono il massimo, non ne troverete di migliori da nessun altra parte. Sul serio. Tra l’altro, anche qui, come in molti altri shonen, i personaggi hanno poteri particolari. Qui sono chiamati Nen, ovvero in poche parole una specie di forza vitale. Il Nen è però diverso dai poteri tipici shonen. Intanto, è molto più articolato e caratterizzato, ha moltissime regole e moltissimi utilizzi che vengono tutti spiegati. Non è come l’aura di Dragon Ball, per dire, con cui alla fine ci puoi fare quello che vuoi, da lanciare onde energetiche a trasformare la gente in caramelle. Il Nen ha dei confini ben precisi, ma questo lo rende paradossalmente molto più interessante, perché il lettore stesso può seguire quello che sta succedendo cercando di indovinare in quale modo i personaggi faranno per ostacolare i poteri avversari. L’autore dimostra la sua bravura proprio così, facendo delle regole un punto di forza, e delle limitazioni un mezzo per coinvolgere il lettore.

Una cosa va nominata, ed è una nota dolente. I disegni sono scostanti. A me il tratto di Togashi piace, ma obiettivamente spesso non sono il massimo. Quelli usciti su Shonen Jump in certi punti sono proprio osceni. Questo è dovuto un po’ ai problemi di Togashi, che soffre moltissimo i tempi stretti della pubblicazione. Io nella scheda iniziale facevo ironia su questo, comunque è indubbio che Togashi abbia dei problemi reali. Certo, qualcuno la chiama svogliatezza. Può essere, io non lo credo, penso solo che sia un buon modo per fare battute, ma di certo non rispecchia una situazione reale.

A volte però a rendere brutti i disegni non sono i problemi dell’autore. Per esempio, il capitolo 337 ha dei disegni pessimi, ma in questo caso io sono sicuro che sia una scelta voluta. Ragioniamo. Il capitolo 337 contiene un complicato discorso sull’anima, sulla vita, sulla redenzione e sulla possibilità o meno di cambiare la propria vita. Quindi porca miseria, e sì, mi arrabbio perché ho letto gente che criticava questo capitolo in ogni modo possibile, se Togashi lo ha disegnato male non è perché non ne aveva voglia, per una volta non è per quello, è perché voleva che il lettore si concentrasse sui contenuti. Si vede, gente, si vede palesemente, alla fine c’è perfino una tazza con i bordi storti, ci mancava solo che scrivesse all’inizio “GUARDATE CHE L’HO FATTO APPOSTA”! Perché se la saga delle formichimere ha dei significati, sono contenuti tutti nel dialogo tra il Re e Netero e in questo capitolo. E anzi, visto che il capovolgimento delle prospettive di bene e male è operato un po’ ovunque nel corso della storia, oserei dire che la redenzione e la possibilità di cambiare la propria vita è il tema principale della saga delle formichimere, un tema che emerge abbastanza tardi, è vero, ma è sufficiente. Che cosa fa il Re, se non trovare un senso alla sua vita? Che cosa fanno Yupi e Wapf, se non trovare un senso alla loro vita? Che cosa fa la formi chimera Koala, se non trovare un senso alla sua vita? Certo, ciascuno di loro lo fa in un modo diverso, chi lo trova nell’accettazione dell’altro, chi nell’amore e nella devozione, chi nella sincerità e nel lavoro faticoso di riparazione ai propri errori.

Alla fine Hunter x Hunter è proprio questo. Un fumetto che parla di avventure, di azione, di combattimenti, di misteri, che rifugge le divisioni e i giudizi facili per offrire una visione delle cose problematica e grigia, ma anche che mano a mano che prosegue vuole parlare della vita e della crescita. Io voglio essere come Jin, lo so che non è una brava persona, ma è sempre alla ricerca di qualcosa, di un obiettivo. Sa come godersi la vita, sa come seguire la propria strada e sa che in ogni cosa si può trovare uno stimolo per andare avanti. Ed è a questo che esorta Gon: a trovare la propria via, raccogliendo sempre nuovi sproni, nuove cose che vale la pena conoscere, nuova bellezza e nel frattempo crescere. La curiosità è la cosa che caratterizza la maggior parte dei personaggi di Hunter x Hunter, da Hisoka a Jin a Netero al Re e a tanti altri. Alla fine, questo è quello che può dirci. Siate curiosi, mettetevi a prova. Scoprirete sempre qualcosa di nuovo. Dietro ogni curva c’è qualcosa di ancora più interessante che potete conoscere.

      IN CONCLUSIONE

Ho già parlato troppo. Ma il fatto è che Hunter x Hunter è spettacolare, e non lo dico solo perché per me ha un enorme valore affettivo. Anche per quello, ma anche perché davvero merita molto. Perciò seguite il mio consiglio. Leggetelo. Spendete bene quel poco di tempo libero che avete e non resterete delusi, non potrete far altro che farvi conquistare da Gon e dal suo mondo, dall’amicizia sua e di Killua, dalla crudeltà di Hisoka, dall’umanità del Re delle formichimere, dal mondo così realistico e al tempo stesso magico che prende vita nelle pagine di questo fumetto.

IL GIUDIZIO DI HISOKA: